Testi e Correnti del Rock Progressivo







Canterbury Sound


The Wilde Flowers nel 1965

   Il contesto

Canterbury è una piccola cittadina situata nel Kent, sud-est dell'Inghilterra, fondata dai romani nel primo secolo avanti Cristo.
Impreziosita da pregevoli monumenti gotici, come la celebre Cattedrale, è sede di una rinomata Università e abbonda di memorie storiche.
Nel corso dei secoli vi sono nati (e morti), personaggi più o meno illustri: dal monaco e santo Agostino al dissoluto e geniale letterato Christopher Marlowe, precursore di Shakespeare, fino all'attore Orlando Bloom, noto soprattutto per la trilogia cinematografica del "Signore degli anelli".
Il nome della località è pure legato ai celebri
"Canterbury Tales", raccolta medievale di racconti di Geoffrey Chaucer (XIV° secolo), ritenuto da molti il padre della letteratura inglese.

   L'inizio

A parte tutto, si richiama a quest'antica città inglese anche un indirizzo specifico del rock progressivo. Si parla infatti di Scuola di Canterbury o anche, per distinguerla dall'omonima scuola fondata in epoca medievale dal vescovo Teodoro, di Canterbury Sound.

Il nucleo storico della scena di Canterbury sta nell'incontro in questa piccola città di alcuni suoi futuri rappresentanti alla fine degli anni Cinquanta: sono Robert Wyatt, David Sinclair, Mike Ratledge e i fratelli Hugh e Brian Hopper. Si conoscono fin da bambini, perchè frequentano la stessa scuola.
Più tardi, verso il 1960, il girovago australiano Daevid Allen soggiorna in casa di Wyatt per qualche tempo e influenza i gusti musicali del gruppo di amici, spingendoli verso il jazz e un salutare anticonformismo. Nascono così nel 1964 The Wilde Flowers (nome che omaggia lo scrittore Oscar Wilde), prima vera gemmazione di Canterbury: pur non incidendo alcun disco resta infatti un gruppo decisivo, poiché dal suo nucleo nasceranno a breve sia i Soft Machine (1966) che i Caravan (1968).

Il seguito è un groviglio di gruppi e solisti, a volte perfino imparentati tra loro, il cui fittissimo intreccio di collaborazioni forma un albero genealogico dai contorni non sempre nitidi, con una discografia piuttosto oscura e anche faticosa da ricostruire.

Ogni leggenda, in effetti, si alimenta proprio a partire dalle sue ambiguità, e Canterbury ne è così piena da far dubitare della sua esistenza non tanto pubblico e critica, che ormai l'accettano come cosa ovvia, ma addirittura i suoi stessi protagonisti!
Nel libro di Michele Coralli "Swingin' Canterbury - Viaggio nella provincia del rock progressivo britannico" (Edizioni Tuttle) si leggono infatti dichiarazioni che possono lasciare perplessi.
Ad esempio: "Si tratta solo di un’etichetta. A Canterbury c’eravamo io, mio fratello Brian, Robert Wyatt, Mike Ratledge e quelli dei Caravan. […] È solo una convenzione."(Hugh Hopper)

Oppure: "Come il cristianesimo è stato inventato settant’anni dopo la morte del pover’uomo, anche la ‘scena di Canterbury’ è stata inventata molto tempo dopo, dall’esterno." (Robert Wyatt).

Più serafico, invece, il giudizio di Richard Sinclair (cugino del succitato David): "La mia musica tende a essere definita musica della scena di Canterbury. Mi sta bene, non è un problema, è il posto dove ho sempre vissuto, in cui ho scritto la mia musica. Alcuni dei musicisti che hanno fatto parte di formazioni come Soft Machine, Caravan, Kevin Ayers, ecc. non vi abitano più, ma continuano a suonare una musica simile a quella di allora. Qualcosa ci ha spinti ad interpretare diverse influenze musicali, jazz e rock, con un approccio particolare alla canzone."

Tutto vero, naturalmente, e insieme tutto falso: perché ormai Canterbury, più che un'etichetta di comodo, e lo si voglia o meno, ha finito per diventare un luogo comune condiviso, e solidamente incastonato, nel cuore della cultura rock degli anni Settanta. Che poi ogni musicista non ami sentirsi ingabbiato da un' etichetta, è storia vecchia, ma è anche tutto un altro discorso.

   Caratteri e Percorsi

Comunque sia, vediamo di definire i tratti salienti di questo sottogenere che vanta tuttora appassionati seguaci.
Dal punto di vista strettamente musicale, i canterburyani prediligono atmosfere morbide, nostalgiche e anche uggiose, davvero molto "british", con una spiccata tendenza al jazz, e anche all'improvvisazione, più o meno accentuata: a volte si fa cerebrale e spigolosa, ma più spesso è solo la cornice ideale entro la quale trovano posto formule più variegate di grande fantasia creativa, imparentate anche con la psichedelia più estrema.
Il tratto più irriverente e bizzarro di certe invenzioni, specie nella contaminazione burlesca di materiali eterogenei, chiama in causa, ovviamente, il genio
Frank Zappa: non c'è dubbio che tutti i canterburyani abbiano imparato da lui come divertirsi seriamente, senza complessi, con la musica.
Dal punto di vista della strumentazione, la tavolozza esalta soprattutto le tastiere e i fiati (organo e sax in particolare), con le chitarre appena defilate, specialmente negli esperimenti più cerebrali: i Soft Machine del primo periodo, ad esempio, ma anche gli Egg. Questi ultimi sono tra i pochi, va sottolineato, a rileggere alcuni compositori classici come Bach, Grieg e Stravinsky nei loro dischi: un vezzo molto comune nel progressive dell'epoca, ma poco seguito invece dalla famiglia di Canterbury, che piuttosto ha sempre cercato agganci con la cultura jazz. Soprattutto ha sempre preferito legarsi a un immaginario personalissimo, fatto di simboli e richiami iconografici anche bizzarri, che affollano liriche, titoli e copertine.

In realtà, la galassia del movimento è molto frastagliata, e pur in presenza di comuni tratti unificanti può vantare indirizzi eterogenei.
C'è ad esempio il filone melodico e colorato dei Caravan, dai contorni quasi pop a tratti, e quello più radicalmente inventivo dei "cugini" Soft Machine. Accanto ai percorsi sempre spiazzanti di un artista fuori dal coro come Kevin Ayers, e alle surreali saghe cosmiche dei Gong, tra teiere volanti e paesaggi allucinogeni, non manca neppure una corrente (minoritaria) di jazzisti più rigorosi, come i Nucleus di Ian Carr, ad esempio, che cercano un impervio punto d'incontro tra il jazz orchestrale classico e le nuove sonorità del rock elettrico, nel solco del maestro
Miles Davis.

Dovendo azzardare una sintesi, cosa non facile nel caso di artisti così inclini all'individualismo, l'anima vera del Canterbury Sound potrebbe riassumersi come una "pensosa leggerezza", così come il colore dominante di tante esperienze diverse va forse individuato in una mescolanza di rosa e grigio, per citare il famoso disco dei Caravan "In the Land of Grey and Pink" (1971), che rimane in questo senso paradigmatico di tutto il movimento, inclusa
la copertina.

L'attitudine giocosa e in un certo senso liberatoria che trasuda quasi sempre dalle composizioni più note, basti pensare a un album come "Joy of a Toy" (Kevin Ayers, 1969), sembra il contraltare delle sonorità più difficili, spesso ostiche, che pure si accompagnano al suono canterburyano. Il tutto, però, è generalmente confezionato con una caratteristica mancanza di enfasi e forzature strumentali, in favore invece di toni sospesi e atmosfere sfumate che si specchiano del resto nelle voci, quasi sempre un po' dimesse, fino al sussurro, se non proprio malinconiche.
Vanno citate in particolare quelle di Richard Sinclair e Robert Wyatt, quest'ultimo anche per certi soprassalti umoristici e piccole invenzioni lessicali al limite del balbettìo: c'è davvero qualcosa di infantile e insieme genialmente lunatico nella musica più tipica di Canterbury.

   Riferimenti

Si tratta, in linea di massima, di musiche immuni da ogni tentazione commerciale, improntate piuttosto ad uno spirito alternativo nel senso più ampio del termine: goliardia intellettuale e rigore sperimentale, trasognata dolcezza, ingegnose dissonanze e divertimento puro vanno insieme nell'opera di questi artisti.

Come tutta la generazione rock che si afferma alla fine degli anni Sessanta, anche i figli legittimi e acquisiti di Canterbury sono spesso di cultura medio-alta, e dietro lo schermo ironico affiorano i tratti di una solida educazione.
Mike Ratledge è addirittura laureato ad Oxford, per esempio, ma in generale tutti mostrano una grande curiosità per le esperienze artistiche e i fenomeni culturali più o meno ortodossi, fino al misticismo.

La politica resta invece sullo sfondo di questa corrente musicale: quasi tutti immersi nella tranquilla provincia inglese, e naturalmente alternativi sul piano della proposta sonora, i canterburyani non mischiano mai le due cose. L'eccezione più lampante, che conferma la regola, è la copertina di
"Little Red Record" (Matching Mole, 1972), con Wyatt e compagni, ritratti in posa militante, che richiamano il "libretto rosso" (in inglese "Little Red Book") di Mao Zedong. I genitori del batterista erano del resto conosciuti nell'ambiente come degli intellettuali di sinistra, e lui stesso aderì convintamente all'ideologia comunista, ma rimane una scelta individuale.

Più copiosa invece la serie di riferimenti filosofico-letterari: il più noto è quello alla Patafisica, cioè "la scienza delle soluzioni immaginarie" teorizzata dall'estroso scrittore francese
Alfred Jarry, e citata espressamente in "Volume Two" dei Soft Machine. Un nome, quest'ultimo, chiaramente modellato, e non per caso, sul noto romanzo omonimo di William Burroughs ("The Soft Machine", 1961), uno dei padri della Beat Generation americana.

Tuttavia, il riferimento culturale che meglio cattura l'essenza dissacrante e ludica di Canterbury nel suo insieme è senz'altro il
Dadaismo: simile è l'insofferenza verso i luoghi comuni e ogni linguaggio formalizzato, in questo caso della musica, che viene genialmente destrutturato, ad esempio attraverso le tecniche del collage sonoro e del "nonsense", teorizzate appunto da Tristan Tzara e compagni.
Come i dadaisti, in fondo, anche i canterburyani sono dei fantasiosi iconoclasti, a cominciare proprio da Daevid Allen.

   Fortuna

La programmatica indifferenza alle leggi del mercato discografico, comunque, se da un lato ha lasciato questi artisti nell'ombra (con qualche vistosa eccezione), dall'altro ha preservato la purezza originaria del suono di Canterbury.
In effetti il grande pubblico del rock, specialmente quello inglese, non ha mai amato troppo le complessità armoniche e intellettuali proprie di questi musicisti: una tale vocazione naturalmente underground, in compenso, ha permesso loro di sbrigliare liberamente ogni fantasia più audace in dischi disuguali, ma spesso sorprendenti, che hanno portato la ricerca musicale del rock, e del jazz-rock più avanzato, ad un livello che rimane forse inarrivabile.

Nato e cresciuto in Inghilterra, il raffinato prog di Canterbury ha finito presto per sconfinare oltre Manica, trovando un pubblico molto più attento che in patria e terreno fertile soprattutto in Francia, Olanda e Belgio.
Ancora oggi l'etichetta "Canterbury" è una sorta di pregiato marchio di fabbrica che si applica solo agli artisti più innovativi e, soprattutto, schiettamente anticonformisti.

Ha scritto molto a proposito Piero Scaruffi nella sua
"Storia del Rock": "Prolungamento ed apice dell'underground inglese, il purgatorio di Canterbury ha insegnato come la salvezza riposi nella fantasia".

Principali esponenti: Kevin Ayers - Caravan - Egg - Gong - Hatfield and the North - Steve Hillage - Khan - Matching Mole - National Health - Soft Machine - Robert Wyatt.

Collegati: Bruford - Cos - Moving Gelatine Plates - Nucleus - Supersister.

Sitografia

  • Calyx - The Canterbury Music Website

  • Onda Rock - Speciale

  • Scheda su Wikipedia




















  • Testi del Rock Progressivo

    "Palepoli" (Osanna)

    "Maxophone"

    "Concerto delle menti" (Pholas Dactylus)

    "Storie di uomini e non" (Rocky's Filj)

    "Siegfried, il drago e altre storie" (Errata Corrige)

    "Alan Sorrenti"

    "Il tempo della gioia" (Quella Vecchia Locanda)

    "Reale Accademia di Musica"

    "El Patio" (Triana)

    "Io sono Murple" (Murple)

    "Clowns" (Nuova Idea)

    "Per...Un mondo di cristallo" (Raccomandata con Ricevuta di Ritorno)

    "Ut (New Trolls)

    "Dolce acqua" (Delirium)

    "Chocolate Kings" (PFM)

    "Vietato ai minori di 18 anni?" (Jumbo)

    "Contrappunti" (Le Orme)







         I testi di "Palepoli" (Osanna)

    Espressamente dedicato a Napoli, "Palepoli" (vale a dire la "città antica" contrapposta a quella odierna) si compone di tre soli brani, che vanno considerati parte di una vera opera rock di stampo teatrale, all'epoca effettivamente messa in scena con il contributo del drammaturgo Antonio (Tony) Neiwiller.

    Nelle intense liriche firmate dal cantante Lino Vairetti, che a tratti fanno anche uso del dialetto partenopeo, sono messe a nudo con dolorosa efficacia le contraddizioni tra una radicata cultura popolare, con i suoi valori condivisi, e una modernità spesso alienante, che tende a sovrapporsi con violenza a questa secolare civiltà, con effetti dirompenti sul tessuto sociale e sull'identità stessa della città. E' notevole l'impasto di simboli e metafore, a volte di forte sapore espressionistico, sviluppato qui per esprimere compiutamente un punto di vista, emotivo e riflessivo insieme, rispetto alle problematiche al centro del disco.

    Seguendo cronologicamente il racconto testuale in tre tempi, questo passaggio si traduce dapprima in un profondo smarrimento esistenziale ("Oro caldo"), alimentato dal triste spettacolo di miseria e degrado urbano ("Stanza città"), che sfocia da ultimo in un atto d'accusa rabbioso e quasi profetico verso chi ha guidato, cinicamente, questo processo degenerativo ("Animale senza respiro").


         ORO CALDO

    Gioia di vivere in un mondo vero,
    dove c'è l'amore nelle case.
    La realtà di un attimo vissuto.
    C'è una folla che mi grida:
    "Fuje 'a chistu paese,
    fuje 'a chistu paese.
    Parole, penziere, perzone,
    nun vanno ddaccordo nemmanco nu mese.
    Fuje 'a chistu paese,
    fuje 'a chistu paese.
    L'ammore, 'na casa, nu munno,
    so 'ccose luntane a 'sta gente ddjuna."


    E' una folla che mi grida: fame!
    La sua giostra è chiusa in una farsa.
    Gente piena di segreti umani,
    vecchie menti stanche di sperare.

    Profondi solchi di trincee,
    come le rughe di chi ha pianto mai.
    Il mondo è polvere di noi,
    c'è nebbia nella mente mia.
    "Organizziamoci fra noi,
    casa, lavoro avremo poi..."


    "Falso, giusto, falso, giusto..."

    Oro caldo cola da una tromba ormai:
    l'ombra di una nota fredda, muta esce da lei.
    Fogli di un giornale che non vive più.
    Una cicca consumata come il tempo va.
    Ghiacci volti stanchi vanno senza età,
    come viole che nessuno suonerà,
    e una mano graffia il viso tuo!
    E' un mercato umano di pietà! Oh, no!
    L'esile figura, espressione pia,
    è bagnata da una pioggia di fragilità,
    apre le sue mani, la sua fede dà:
    una luce come argento vecchio brillerà...
    Una scia di vento corre verso me,
    nei suoi vortici trascina la realtà.
    Sento freddo nei pensieri miei,
    mille voci mi calpestano! Oh, no!

    Oro caldo vola, è una bomba ormai:
    l'ombra di una vita nuda, fredda esce da lei.
    Sfoglio il mio giornale, ma non vivo più
    la mia vita consumata mentre il tempo va...

    "Falso, giusto, falso, giusto..."



         STANZA CITTA'

    Gente distrutta e una città di più.
    Cerca se puoi, cerca Palepoli,
    la realtà di una età senza noi.

    Folle di bimbi avidi,
    case con donne gravide,
    giochi e mestieri d'uomini,
    l'ilarità di un Pulcinella.
    Cerca se puoi, dentro Palepoli,
    la realtà di una età senza noi, senza poi...

    "Storia di una città che non ha senso,
    ma siamo avanti ormai con il progresso.
    Il Progresso siamo noi e il benessere è tra voi.
    Chi produce siamo noi, ma il lavoro avete voi.
    La cultura siamo noi, nelle scuole andate voi.
    Chi difende siamo noi, ma alla guerra andate voi."


    Stanza città intorno
    e in mente che: c'è un'altra vita.
    Stasi di corpi in bianche trinità:
    la mia follia…
    Voglio vivere in un mondo vero,
    dove c'è l'amore nelle case.
    La realtà di un attimo vissuto,
    dove c'è una folla che mi grida...



    Lino Vairetti


    Interno di copertina di "Palepoli" (particolare)

         ANIMALE SENZA RESPIRO

    Da un Olimpo innalzerai
    sacri altari per gli dei.
    Giacerà nei tuoi templi,
    muta, l'immortalità.
    Brucerai aspri incensi
    e in quel fumo annegherai.
    Falsi miti invocherai.
    Animale! Animale! Crollerai! Crollerai!

    Animale senza più respiro,
    massa informe di materia umana,
    vaghi con la mente in un delirio che non ha più fine dentro te.
    Paghi con la vita le rovine che hai segnato sull'umanità.

    Non hai più tempo,
    non hai più ore,
    non hai più forza di credere in te.
    In questo metro di vita che hai
    cerchi l'aria di un respiro.
    Non hai più tempo,
    non hai più ore,
    non sei più niente.

    Nuvole di lana fredda coprono la tua agonia.
    Un lamento al cielo involerai verso gli dei.
    Nessun senso ha quel Dio che dice: sono Io! Sono Io!
    Sentilo in quel soffio che respiri e non sai che è lui.
    La purezza di una infanzia
    violentata in noi
    che tu pagherai...
    Utopia di civiltà,
    dal fango dietro te.
    Maschere di noi,
    false verità,
    volti nuovi e poi...la libertà.
    Hai distrutto la mia età,
    la mia forza è vuota. Animale!
    Utopia di civiltà, pioggia di viltà, hai creato.
    No! Non rivivranno mai maschere di noi, false verità.
    Voglio ancora sogni di campane che suonano.

    Poche ore di viltà
    vivranno ancora in te.
    Poche ore di viltà
    vivranno ancora in te.
    Brucerai.
    Animale brucerai.
    Le mani tenderai ma,
    l'odio che tu hai,
    non morirà, non morirà.

    Brucia fiamma terrena,
    brucia il suo corpo,
    perché la sua morte,
    dalla furia del vento,
    viene travolta con sé.
    Brucia fiamma terrena,
    brucia il suo corpo,
    perché la sua morte,
    dalla furia del vento,
    viene travolta con sé.

    Animale senza più respiro,
    con la morte già sul volto tuo.
    Prega la tua ora nel silenzio per l'inferno che hai creato.
    Il tuo dio non odia il tuo respiro.

    Sguardi nel cielo: la follia divina,
    che vola, che ride, che danza.
    Qui sulla terra la gente meschina per fare lo stesso s'ammazza.
    Quante speranze di cuori dorati
    lambiscono un canto che s'alza.
    Ma nello spazio di un'alba vicina
    quel canto è una festa di guerra.
    Visi di roccia tra fiumi di pianto
    dipingono gli occhi degli astri
    e sulle bocche uno sputo d'amore
    s'informa di un riso di morte.


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         I testi di "Maxophone" (1975)

    Le liriche che compongono l'unico album firmato dai Maxophone sono il frutto di un team di autori esterni al gruppo, elencati succintamente nelle note di copertina: C. e C. Castellari, P. Farina, D. Franchi, O. Talamo. Il risultato finale è decisamente interessante, considerando che la soluzione adottata fu un ripiego obbligato per il produttore Sandro Colombini, poiché il gruppo lombardo si era concentrato esclusivamente sul lato musicale.

    I cinque testi del disco, che affiancano l'episodio strumentale "Fase", non hanno un dichiarato filo concettuale, ma letti in sequenza somigliano davvero a un'istantanea piuttosto fedele del clima sociale e culturale di quegli anni, molto conflittuali e ricchi di contraddizioni. Si passa infatti dall'utopia di un socialismo ideale ("C'è un paese al mondo"), alla cruda violenza politica che dominava le cronache dell'Italia di allora ("Elzeviro"), senza dimenticare un tema sempre attuale come il razzismo, bene espresso nella conclusiva "Antiche conclusioni negre", dal sapore veramente profetico.

    Molto legato al mondo alternativo degli hippies è invece "Mercanti di pazzie", con i suoi riferimenti esotici e colorati. Il testo più bello è probabilmente "Al mancato compleanno di una farfalla": è una riflessione dialettica, e di grande spessore lirico, sul senso della vita, dove l'impegno a vivere fino in fondo i propri sogni trascende alla fine ogni sterile fatalismo. Discreta in linea di massima l'interpretazione vocale, piuttosto versatile, del bassista Alberto Ravasini, spesso affiancato dal coro dei compagni.


       C'E' UN PAESE AL MONDO

    C'è un paese al mondo
    dove crepi e ci ridi su,
    e nessuno piange, anche il prete non finge più,
    basta che il raccolto sia biondo più che si può:
    nel granaio pieno c'è la vita e altrove no.

    C'è un paese al mondo
    che misura un'enormità,
    alto, lungo, largo, senza ladri di verità,
    cresce nella mente su radici di parità:
    c'è un paese al mondo dove danza la libertà...


      AL MANCATO COMPLEANNO DI UNA FARFALLA

    La luce allaga qui
    il fiume e gli alberi,
    sull'erba va...

    Volteggia un alito
    cercando il fiore che
    l'accoglierà

    Ma molto presto sceglierà di esplorare più in là...
    Non può fermarsi, forse sa che tra un po' morirà...

    E la farfalla va,
    splende di libertà,
    ondeggia e va...

    Fra un anno cosa resterà dei colori che ha...
    Li avrà donati ad altre che voleranno per lei.

    Uno mi ha detto: "Ho lottato per la libertà,
    quando non eri ancor nato, ora credo però
    che il mondo non cambierà,
    che il fiore non sboccierà,
    meglio pensare un po' a sé...che sognare!"


    Ma io respiro la gioia di credere in me,
    e la purezza di chi sta avanzando con me.
    Se pioveranno però
    gocce di dubbi e perché
    l'arcobaleno verrà, nei miei occhi sarà...

    Se infine mi mancherà
    forza di andare più in là
    prendi i colori che ho e continua da te...senza me.


      ELZEVIRO

    M' hanno picchiato,
    uno contro sei,
    lunghi pugni neri d'odio.

    M'hanno colpito qui, e cadere senza umanità
    sul quadrato della strada fece scalpore poi...
    Lentamente
    venne giù il silenzio...fra di me e la gente
    che pensò solo a sé.

    Hanno consumato
    con malignità
    lunghe ore nere d'odio
    senza giustizia mai.

    Macchine, mercati, primavera di metallo, civiltà...
    Ricchi fabbricati con a fianco catapecchie, povertà...
    Uno prende l'oro, l'energia, il potere, la città...

    E luci di vetrine, finta serietà, ordine...
    E vuoti di rovine solo un po' più in là, fetide...

    M'inoltrai, era buio... così.

    M'hanno pestato
    con facilità,
    io perdo sangue d'uomo con regolarità...
    Mentre muoio steso qui,
    mentre il mondo va così,
    mentre intorno chi vedrà...non dirà...

    M'hanno sistemato
    uno contro sei
    convulsioni di un potere
    che sta crollando ormai!



    I Maxophone nel 1975

       MERCANTI DI PAZZIE

    Sete, cembali, caucciù,
    anni luce, uccelli blu,
    compravamo le follie di lunedì,
    vendevamo stracci e amore il giovedì.

    Vetri, bussole, rupie,
    spezie, vini, lotterie,
    è rimasta senza nome coi suoi occhi marrone,
    regalava in una tenda la sua età...

    Presso i fuochi della sera
    era già primavera
    e nei copri caldi entrava
    la mia età...

    Di qua, in sei, cantano gli dei,
    un po' più in giù danza la tribù,
    però il re sfascia il narghilè,
    così, quaggiù, sembra vero
    ciò che è vero, proprio vero di più.

    Sete, cembali, caucciù,
    anni luce, uccelli blu,
    noi non moriremo mai, ci scommetto vedrai
    il rumore delle stelle...crescerà...


       ANTICHE CONCLUSIONI NEGRE

    Sì che ne ho poesia dentro me,
    sì che ne ha la mia donna dentro sé,
    quanta ne ha la mia padrona se lei mi vide nudo là,
    là, al mercato del cotone puntando il dito contro me.
    Sì che ne ho della vita dentro me,
    sì che ne ha la mia donna dentro sé,
    quanta ne ha la mia padrona se lei non muore quasi mai,
    mai e i miei pezzi di dolore sono perle nere addosso a lei.

    Poi è passato tanto tempo ed altro ancora passerà,
    e negli abissi del silenzio sparisce molta umanità.

    Ho mille anni di pazienza sui nervi duri come acciai,
    e rabbia intera nella tromba che grida nuove verità...

    Questo è l'inizio di tutto...Oh sì,
    forse un po' presto l'inizio è qui.
    Primo un rumore, s'è aperta la città
    un uomo nuovo si muove già
    senza timore dei suoi antichi dei,
    prende coscienza...decide lui.
    Questo è l'inizio di tutto...Oh sì,
    forse un po' tardi ma adesso è qui...


    La copertina del disco (fronte e retro)

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         I testi di "Concerto delle menti" (Pholas Dactylus)

    Se c'è un segno distintivo che caratterizza l'unica esperienza discografica dei Pholas Dactylus, "Concerto delle menti" (1973), è proprio la parte testuale. Da un lato per la scelta inusuale di recitare il testo anziché cantarlo, e dall'altro perché la sostanza stessa delle liriche ha una qualità visionaria che nel progressive italiano dell'epoca si stenta a ritrovare.

    Paolo Carelli, che interpreta il lungo poema da lui stesso scritto, sembra attingere in pari misura a fonti bibliche, con i richiami a Baal e all'Eden, ed ai territori più estremi della cultura psichedelica, fino alla stessa tradizione beat americana: da qui scaturiscono immagini di grande effetto, che lasciano il segno fin dal prologo introduttivo. Nell'invito a superare le "porte dimensionali" si coglie anche un'eco del celebre saggio di Aldous Huxley "The Doors of Perception" (1954). Tra le molteplici suggestioni che concorrono al fascino del testo c'è il motivo di una lingua unica che abolisca le barriere tra culture e popoli: ecco spiegato il ricorso ripetuto nella prima parte all'esperanto, il cui utopico messaggio di una sola comunità linguistica, oggi forse affievolito, era molto sentito in quegli anni e attraversa a ben vedere l'intero album.

    A volte sprezzante e profetico, più spesso evocativo, il tono recitativo di Carelli racconta molto bene, attraverso immagini poetiche indubbiamente molto incisive, il lato più audace dell'underground italiano: quello che sognava una sorta di palingenesi totale della realtà, culturale prima ancora che politica, fuori da ogni logoro conformismo. Lo spirito "universalistico" che percorre queste liriche conferma soprattutto come la cultura rock, in tutte le sue diverse espressioni, veicolasse anche in Italia contenuti più vasti e complessi di quelli meramente esteriori, se non negativi, che spesso si sono associati per colpevole snobismo alla musica giovanile degli anni Settanta. E' proprio questa considerazione, a mio parere, a rendere ancora oggi storicamente importante un disco come "Concerto delle menti".

    Avvertenza: i passi del testo inseriti tra parentesi quadre sono quelli effettivamente interpretati da Carelli, anche se non riportati all'interno della copertina del disco. E' il caso del lungo recitativo introduttivo, e di altri passi, a volte semplici ripetizioni o minime varianti. L'edizione qui considerata è quella digitale di Vinyl Magic (1994).


       [ PROLOGO ]

    [ Fra poco voi salirete su di un tram,
    uno di quei vecchi, scassati tram
    che assomigliano tanto a voi
    dopo una giornata nera, vuota, paranoica.
    Per un po' l'andatura di quel tram
    sarà per voi quella di tutti i giorni.
    Il vostro occhio cadrà sul pavimento,
    lurido pavimento ricoperto dalle incrostazioni
    degli sputi dei passeggeri che vi hanno preceduto.
    Toccherete sulla spalla il vostro vicino di sedile
    per chiedergli qualcosa: vi renderete conto
    con immensa disperazione
    che non avete toccato altro che un mucchio di stracci
    il cui contenuto è il nulla.
    Chiamerete urlando il conducente, egli si volterà
    e vedrete il volto della morte delle menti.
    La vostra unica possibilità di uscita
    sarà quella di affacciarvi ad uno qualsiasi
    dei tanti finestrini dello stesso tram,
    e allora vi accorgerete che quello
    che vi vedevate di solito sta cambiando
    lentamente, inesorabilmente.
    La forma delle case, le auto, la gente
    prenderanno le forme e i colori, i profumi
    che la vostra mente vi suggerirà.
    Il tram stesso si staccherà da terra,
    e ognuno di voi, pur rimanendo sullo stesso tram,
    viaggerà per conto suo
    superando porte dimensionali.
    A questo punto, la vostra mente
    sarà predisposta ad accettare
    ciò che Pholas Dactylus ha già accettato
    a suo tempo: non siamo soli nell'universo. ]

       PARTE PRIMA

        1.

    Il poeta scava con artigli di ferro
    le sabbie del deserto che sprofonda.
    Rifatta seme la rosa rampicante
    l'insetto riprende la sua forma di larva.

    Nella gola vuota di Mosè come fumo
    rientrano tutte le parole pronunciate.
    La lama di Caino si leva dalla ferita,
    e Abele risorge dalla polvere.
    Pilato non trova più la sua lingua:
    Giuda sale all'albero a cui s'appese.
    Lucifero s'invola ruggendo dalla terra,
    ricade il Cristo nella sua [ solo sua ] morte.
    Adamo ha nuovamente la sua costola,
    una donna piange entro il suo fianco.
    La distesa dell'Eden è verde e folta:
    la foresta mormora, non si vede animale.
    Un sole sciolto in catene di avida sete
    ciba il primo con l'ultimo giorno.

        2.

    Camminando sui tetti delle case morte
    m'accorgo di avere le tasche piene di sabbia,
    sabbia azzurra di un deserto d'ametista,
    nelle narici semi di belladonna
    e le piante della canapa indiana,
    mari di libanese rosso
    e mille cavalli in corsa
    sul dorso della mia mano.

    Ditemi, voi, piccoli uomini insignificanti,
    che credete di star così bene laggiù
    semisepolti sotto una pioggia di tarantole nere:
    perché non dovrei viaggiare oltre la soglia
    di un'altra dimensione?
    E ditemi voi, piccole donne di stucco:
    che ci capite voi se vi dico
    [ che ci capite voi se vi dico,
    che ci capite voi se vi dico ]
    che un sasso si apre e ne esce un fiore,
    che ci capite voi se vi dico:
    che da un mare salgono comete viola,
    che ci capite voi se vi dico:
    che da una camera vuota può uscire
    un esercito di funghi verdi
    e scomparire inghiottiti dalla bocca di un inferno,
    che ci capite voi se vi dico:
    che da un mare salgono periscopi d'argento
    con la lente candida,
    che vedo una lunga fila di esseri umani,
    sono nudi e privi di faccia,
    al posto della faccia c'è uno specchio levigato,
    che vedo rospi con occhi di gemme,
    che vedo alberi con le foglie nere,
    che vedo edifici le cui fondamenta fluttuano
    sopra la superficie del suolo,
    che vedo abissi scarlatti, montagne d'oro...
    ...e dal mare salgono periscopi giganti...
    Però funziono, funziono bene,
    ed è questo [ solo questo ] che conta.

        3.

    Gli imbecilli ci stanno guardando
    e non sanno più cosa fare...
    Il terrore diventerà grande
    ed il gas farà da padrone,
    quanti dischi coperti di sangue,
    sangue viola, respiri mozzati
    e i pianeti di questa galassia
    si son fusi in un unico blocco,
    in un unico ammasso di fuoco.

        4.

    Quante vite tagliate di netto,
    vite senza significato,
    ed un boia con le sue ruffiane
    sta guardando dall'alto ridendo
    di quelli che pretendono di salvarsi
    comprando i cervelli degli altri.

        5.

    Dai celesti spazi infiniti scenderanno un giorno
    sei angeli d'acciaio.
    Non avranno una bocca per parlare
    non avranno occhi per vedere
    né orecchi per sentire.
    - Il primo stenderà le sue appendici sull'oceano
    che diventerà nero: aghi di sole bucheranno
    i seni della terra, facendone scaturire
    putrefazione e morte.
    - Il secondo metterà le sue radici
    nelle lande più deserte
    divenendo l'albero degli alberi.
    - Il terzo sprofonderà nelle fosse abissali
    di un mare immaginato facendo
    terribile strage dei mostri in esso sepolti.
    - Il quarto farà uso di una ventosa di alabastro
    che risucchierà tutto ciò che drogava
    gli umani da molte migliaia d'anni.
    - Il quinto impedirà il risveglio del colosso
    dai piedi d'argilla, e la volta del cielo
    verrà oscurata da barche di platino.
    Milioni di animali d'ogni specie
    verranno assorbiti dalla tromba solare
    e mandati ognuno verso una stella diversa.
    - Il sesto riedificherà la torre Atlantica
    e si parlerà finalmente
    una sola lingua.
    Abismo - nutrajo - veneni - okazi - nutrajo -
    veneni - flago - staio - detrui - cevato - repacigi -
    fringo - donaco - eniri - plenigi - flami - provizi -
    cerbumi.
    Poi egli scenderà come pioggia sul selciato
    e ci sarà abbondanza di pace
    sino alla scomparsa dei pianeti.
    Egli dominerà da un mare all'altro
    dal fiume sino ai confini delle terra,
    questo vi dico io.
    Ma i seguaci di Baal sono ancora in agguato:
    "Squartate [dunque] le vostre vacche,
    noi squarteremo le nostre."
    Il fuoco del dio dell'arca lucente
    brucerà una sola delle vacche squartate:
    e la fine definitiva dei seguaci di Baal
    sarà così segnata.
    Fabelo - panisto - furago - liveri - galono -
    burgono - agrabla - frosti - plezure -
    morusarbo - lunturo - frandema - jasmeno - frandema -
    [ cerbumi ] - frandema - lunturo.

        6.

    Ma non saremo che all'inizio del nostro cammino:
    la nostra meta sarà quella
    di unirci per sempre a quei popoli
    che già ci aspettano:
    e tuffarci con loro nell'universo degli universi:
    nella dimensione degli intoccabili...
    ...E colà giunti, nascere e rinascere
    più volte, con diverse forme.
    Poichè il corpo può essere dieci,
    [ cento, diecimila, un milione, un miliardo ]
    la mente una.



    I Pholas Dactylus (seduto al centro Paolo Carelli)

        7.

    Una delle navi delle sabbie si schianta
    sulle dune azzurre: con la grande vela
    amaranto, la chiglia di rame, la barra
    biancaluna e tutte le annegate immagini
    che la fendono.

        8.

    Gli uomini mascherati, le donne mascherate
    tutti sprofondano nella sabbia
    per poi dissolversi in una nuvola
    arancione prima, nera dopo...
    ...Poi il tuono della morte.
    Una morte che non è morte,
    perché non c'è mai stata vita.

       PARTE SECONDA

        9.

    [ Compro e vendo cervelli usati, compro anche quelli di scarto!
    Compro e vendo cervelli usati, compro anche quelli di scarto!
    Compro e vendo cervelli usati, compro anche quelli di scarto! ]
    Minuscole creature marine ti coprivano
    componendo sul tuo corpo
    un molle tappeto brulicante di vita,
    vita che abbandonava lentamente
    le tue membra ed i tuoi polmoni
    spossati nell'angoscia
    di non poter respirare.
    Quando, ad un tratto...
    ...Una tenue luminosità prese forma
    in fondo al nero gorgo della paura:
    un giglio candido e abbagliante
    che accecava la coscienza
    ricoprendola di bagliori rossastri
    e violacei. Poi, alla velocità
    che solo il pensiero sa avere,
    qualcuno o qualcosa mi scagliò
    lontano...Tanto lontano...
    In un deserto di perle nere.

    [ Il tempo e lo spazio non ci son più!
    Il tempo e lo spazio non ci son più!
    Il tempo e lo spazio non ci son più!
    Il tempo e lo spazio non ci son più! ]

        10.

        I.
    Quaggiù, in riva a questo mare
    c'è un vecchio con la barba grigia
    che raccoglie rifiuti senza mai
    dire una sola parola.
    C'è anche un un bimbo di pietra
    che lo sta a guardare silenzioso
    senza versare lacrime di cristallo.

        II.
    In questo mare c'è l'odore della nafta
    che macchia la superficie calma
    dell'acqua, luccicante nei colori
    dello spettro solare.

        III.
    In questo mare privo di vento
    esistono tante cose inutili:
    esiste un'asta di metallo
    che nessuno ha mai osato toccare
    e tanti sporchi relitti coperti
    di rifiuti che non puzzano.

        IV.
    In questa spiaggia, da quel mare
    dove ogni granello di sabbia
    ha già scritto un suo libro
    udii predicare un monaco rosso
    dall'alto di un pulpito retto da colonne
    di onice e legno.

        V.
    In questa spiaggia, da quel mare
    giunse un giorno una bambina verde,
    aveva visto alberi verdi, notti verdi
    ed aveva ricordi verdi.
    Sempre nel verde si perdette.

        VI.
    Dietro persiane nere vidi il mare,
    la spiaggia piena di rifiuti,
    e la bambina verde,
    muoversi e danzare come una cosa sola.

        VII.
    Ritornai dopo secoli in quella spiaggia
    dove le navi non possono fare scalo
    e vi trovai un bimbo di pietra
    con un braccio spezzato.
    [ e gliel'avete spezzato voi! ]
    Mi raccontò delle stragi di colombe
    bianche nelle mattine d'agosto.
    Mi raccontò della pelle umana stesa
    ad asciugare al sole, mi raccontò
    della caduta del fall-out, e della
    polvere bianca che ingessava gli occhi
    alle bimbe verdi di una madre
    di pietra.

        FLASH

        1.
    E intanto il suo occhio sopra le celle
    ricolme di larve, uccide, uccide, uccide.

        2.
    Uccide, uccide senza pietà alcuna, senza
    un solo attimo di sosta.

        3.
    Poi raccoglie i corpi e li butta nell'abisso
    che tutto brucia, da duemila anni.

        4.
    Poi, nuove vite, nuovi corpi, nuove menti
    riempiranno la nuova terra.

        5.
    Poi, demoni vestiti di bianco vi spanderanno
    sopra nuova luce, luce d'altri mondi.

        6.
    Anime dannate dal cosmo...
    ...per sempre impresse sulla fronte di...


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         I testi di "Storie di uomini e non" (Rocky's Filj)

    Usciti presto di scena negli anni d'oro del prog italiano classico, i Rocky's Filj meritano comunque la menzione per una proposta originale e non solo a livello musicale. Il loro unico album "Storie di uomini e non" (1973) offre infatti liriche di indubbio interesse, per stile e contenuti. I quattro episodi cantati, sui cinque che compongono il disco, affrontano tematiche difficili con un linguaggio mai retorico, ma al contrario piuttosto esplicito, che evita accuratamente metafore abusate.

    Il risultato è una serie di mordenti istantanee che catturano il sentimento del tempo con la stessa schiettezza sprigionata dalla voce solista di Rocky Rossi. Spicca la visione iniziale de "L'ultima spiaggia", momento di oasi che sembra preludere ad uno scenario apocalittico ormai ineluttabile, preparato dal comportamento colpevole dell'uomo contemporaneo. Altrove, in "Martino", si parla di droga con altrettanto durezza e senza sconti: le immagini suonano come brevi flash estratti da una vita disperata e chiusa nei suoi cupi rituali senza prospettive.

    Incisivo anche il manifesto antimilitarista de "Il soldato", anche qui costruito su forti sensazioni di smarrimento e sensi di colpa più che su astratti propositi pacifisti. Quanto al breve testo di "Io robot", riesce a trasmettere in pochi versi tutta l'inquietudine legata alle cosiddette intelligenze artificiali, e al possibile cortocircuito emotivo tra l'uomo e il suo doppio robotico.


       L'ULTIMA SPIAGGIA

    Ho lasciato là quel mondo,
    ...navigando tanto...
    sto su questa spiaggia ormai...ormai.
    Niente più città fumose, niente cose da cui fuggire!
    Bevo questa spiaggia bianca...e il mare blu.

    Non sarà un rifugio...certo! Ma mi sembra giusto,
    "pace" per un giorno ancora!
    Non sfuggirò al grande buio, io aspetterò quaggiù!
    E tuonerà...
    e un altro sole brucierà, e poi pioverà...
    ...Ma allora non sarò già più...
    voglio bere il cielo...cielo...cielo...

    Forte griderò al vento
    tutto lo sgomento di chi uccide e insieme muore già.
    Terra senza campi, senza fiori, senza vita né morte!!!
    Non esiste un'altra spiaggia, no, non c'è più...


       IL SOLDATO

    Lontana una stella che non scalda,
    il freddo fango addosso,
    e questa distanza dal mio mondo
    che la mente non arriva più a colmare...
    Per una guerra che non so...
    In un mondo che non so...
    Ad uccider chi non so...
    ...col coraggio che non ho.

    Un'orribile figura, fra le erbe, muove...
    ...il ribrezzo...la paura...

    Ed ho puntato là il mio lampo azzurro,
    lui ha gridato forte, rotolandosi per terra,
    poi non ho guardato più, io non potevo,
    io non potevo più!

    Adesso sono stanco,
    e penso che nell'universo
    ha un posto anche quell' "Orribile",
    e qualcuno sta spettando
    per strisciare la pelle sulla sua.

    Come io vorrei strisciare le mie squame
    contro quelle dell'amore mio lontano...


    La copertina interna di "Storie di uomini e non"

       IO ROBOT

    "Essere" senza limiti.
    Forze immense muove la mia mano.
    Ed in più, m'han dato la voglia
    di vivere gioie, emozioni...Uomo io?

    Ma chi mai rivolgerà un sorriso vero
    solo a me...ROBOT...


       MARTINO

    Sempre quel vecchio su e giù,
    sempre la neve e poi...se c'è...non so...
    Il vecchio mommo con il più,
    festare quaglie e poi...tornare a te.
    Ascolto un martino, cerco più lontano, sì.
    Il mio planetario pulsa come un motore,
    ...che ora è fabbrica di dolore.

    Sto scivolando giù a cavallo di una lametta che
    penetra nelle mie macerie, nella mia linfa.
    Ecco che esce il rosso come un mio vecchio amico.
    Ancora un po' e sbaracco, la sensazione è nuova,
    ora sono pago ancora.
    Come un bambino nuovo esce alla luce il mio pianto,
    solo un martino sta a guardare, ma ride...
    ...perché...perché...


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         I testi di "Siegfried, il drago e altre storie" (Errata Corrige)

    Nel grande mare del progressive italiano minore, "Siegfried, il drago e altre storie", disco prodotto in proprio dai torinesi Errata Corrige nel 1976, colpisce per il suo debito dichiarato verso l'immaginario favolistico della tradizione medioevale. Se nell'iniziale "Viaggio di saggezza" il testo sembra solo un prologo al fulcro del racconto, nei brani successivi si entra nel vivo con una tensione crescente che solo le voci, un po' esangui a tratti, tendono a smorzare.

    La suite "Del Cavaliere Citadel e del drago della Foresta di Lucanor" è già un'immersione in un mondo popolato da creature minacciose acquattate nella foresta e valenti cavalieri. È soltanto con i due momenti successivi, però, "Siegfried (Leggenda)" e "Siegfried (Mito)", che si fanno palesi i riferimenti dell'autore Marco Cimino alla mitologia germanica. Sigfrido è infatti il protagonista della celebre
    "Canzone dei Nibelunghi" ("Nibelungenlied" in tedesco), poema scritto nel XIII° secolo, ma basato su poemi e racconti orali precristiani, che conobbe diverse versioni e una grande fortuna in epoca romantica. Una delle varianti più note è quella messa in musica da Richard Wagner ne "L'anello del Nibelungo", la tetralogia composta tra il 1848 e il 1874.

    Di questa lunga tradizione, il testo in questione opera una liberissima sintesi che isola la vicenda di Sigfrido, cavaliere di Xanten, che finalmente uccide il drago della foresta. A contare qui è l'atmosfera fatta di passioni elementari e slanci eroici ambientati in scenari naturali tanto suggestivi quanto ostili, e il contrasto archetipico tra bene e male. Tematiche e richiami che poco hanno inciso nel rock progressivo italiano, e che gli Errata Corrige, oltretutto, hanno proposto in anni socialmente e politicamente durissimi come i Settanta italiani, andando dunque in netta controtendenza. Il linguaggio quasi scolastico e mai prolisso, come il timbro gentile delle voci, mantiene comunque il disco nei confini di una garbata illustrazione romantica, che vale soprattutto per le ovvie suggestioni sprigionate da nomi e simboli ormai consegnati al mito.

    La predilezione per un immaginario avventuroso da parte del gruppo si conferma del resto anche nel testo della conclusiva "Dal libro di bordo dell' "Adventure", racconto di una vita trascorsa per mare, impregnato di esotismo e nostalgia al tempo stesso.

    Avvertenza: in mancanza di una versione ufficiale del testo nelle varie edizioni del disco, quella che segue è solo la mia personale trascrizione basata sull'ascolto diretto. I punti controversi sono segnalati da parentesi quadre.


       VIAGGIO DI SAGGEZZA

    La voce che mi chiama per nome dice che:
    Il viso riconosco anche se il tempo lo ha segnato
    di rughe, ed i capelli da rossi in grigi.
    La cenere sul capo e un abito di spine
    per rendere più umile la vita di passioni.
    E il corpo è diventato un cavallo stanco.

    E senti più vicina, due passi dietro te,
    la voce che ti chiama per nome e poi ti dice:
    Siedi, siedi, siedi accanto a me.
    Siedi, siedi, qui accanto a me.

    L’animo si placa profondo ed incantato
    come acqua di sorgente che sfocia in mezzo al lago.
    Inchini la tua fronte al giusto fato.


       DEL CAVALIERE CITADEL E DEL DRAGO
       DELLA FORESTA DI LUCANOR


       a. Il richiamo (strumentale)

       b. Nella foresta

    Nella foresta dove piante nascondono il sole,
    in una grotta nascosta,
    là vive un mostro che uccide ogni cosa.
    Il corno ha suonato già,
    la caccia è iniziata oramai, lo vedi.
    Tra i rami davanti a te
    il nemico è in agguato, e lo sai.
    Non vedi?

    Nella foresta dove piante nascondono il sole,
    in una grotta nascosta,
    là vive un mostro che uccide ogni cosa.

       c. Il drago (strumentale)

       d. Fuggi, Citadel!

    Fuggi, Citadel, dentro la foresta.
    Quanto durerà la pioggia?
    Speri che ti salverà.
    Voltati a guardare
    se ti insegue ancora.

    Considera il dolore, la gamba ch' è ferita...
    Se solo riuscissi a fuggire
    dove il bosco è più sicuro...
    Raggiungeró la foresta,
    troveró un rifugio.

    È facile a dire,
    ma se il sangue che perde
    gli dovesse indicare
    la strada nel verde?

       e. Ritorno al villaggio

    Corre il sentiero al tuo villaggio.
    Alzi le zolle dal terreno.
    Citadel! Citadel!
    Lasci il cavallo al tuo scudiero.
    Grida la gente al tuo passaggio:
    Citadel! Citadel! Citadel! Citadel! Citadel! Citadel!...


    Retro di copertina della ristampa digitale Vinyl Magic

       SIEGFRIED (LEGGENDA)

    Il sole sorge nella terra di Xanten,
    regno degli alberi, terra di grandi laghi
    calmi ed azzurri.

    Siegfried veglia nell’ombra verde,
    Siegfried vive nel vento di sud-est.

    E ti chiamo Kriemhild, dolce compagna
    regina dei ruscelli.
    Freschi di rugiada,
    son bagnati i tuoi capelli.

    Siegfried veglia nell’ombra verde,
    Siegfried vive nel vento di sud-est.

    E ti chiamo [Vidharr?], ferro nelle battaglie.
    Ti stringo nella mano,
    rombo di antichi tuoni,
    fedele al giusto fianco.

    Siegfried veglia nell’ombra verde,
    Siegfried vive nel vento di sud-est.

    Stai attento al drago: con le grandi fauci
    al vento spalancate
    batte la nuda terra
    con la grossa coda.

    Siegfried veglia nell’ombra verde.
    Siegfried vive nel vento di sud-est.

    Unite le mani per bere al fonte di [...],
    una croce è riuscita a colpire dentro di me.

    E di fronte al drago, con un grande balzo
    la lancia gli ho scagliato:
    colpito in mezzo agli occhi,
    col sangue mi ha bagnato.


       SIEGFRIED (MITO)

    Quando ti sveglierai, partire potrai:
    la terra del re ti aspetta già.
    Le valli solcate, la pioggia ed il fumo
    le catene hanno sciolto per te.

    Nella nebbia che sale
    tu rivedrai i fantasmi del passato,
    voci di un tempo lontano
    che mai a scordare riuscirai.

    Il drago è vinto, la spada spezzata:
    echi di gesta gloriose.
    Un corpo che giace vicino alla fonte
    il vento coprirà.

    Sale dal tuo cuore un rimpianto mai sopito:
    hai rinunciato a lei per l’eternità.

    Sale dal tuo cuore un rimpianto mai sopito:
    hai rinunciato a lei per l’eternità.

    Sette fiamme, vedi, ardono nel cielo,
    sette spade d'oro s’inchinano a te.

    Sette fiamme, vedi, ardono nel cielo,
    sette spade d'oro s’inchinano a te.


       DAL LIBRO DI BORDO DELL' "ADVENTURE"

    Con il vento nelle vele seguivamo il sole
    verso i mari più lontani, verso nuovi approdi.

    Ho incontrato genti amiche e popoli feroci
    che non hanno visto mai ferro, specchi e vetro.

    Nelle terre sconosciute presi argento e oro,
    e di nuovo verso il mare dove il sole muore.

    Ecco la terra laggiù:
    offri le tue vele al vento di casa.

    Guarda il volto mio com'è segnato,
    vento, mare e sale porto su di me.

    Ho solcato i mari e il mondo intero:
    quel che ho conosciuto porto dentro me.


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         I testi di "Alan Sorrenti"

    Accompagnato in genere da una pessima reputazione, o per meglio dire da un ingiusto pregiudizio, il terzo disco firmato da Alan Sorrenti nel 1974 offre proprio nei testi spunti di riflessione che contribuiscono a inquadrare nella giusta luce il clima estremamente conflittuale del periodo.

    Basti dire che il semplice inserimento tra i sette brani della raccolta del classico "Dicitencello vuje", canzone scritta da Rodolfo Falvo ed Enzo Fusco nel 1930, provocò una sorta di ostracismo nei confronti dell'artista. A ben vedere, la versione di Sorrenti, segnata dal suo falsetto inconfondibile, è decisamente personale, ma il discreto successo commerciale del singolo, che entra nella "top ten" delle vendite, finisce solo per rafforzare l'accusa di colpevole "disimpegno", in anni ideologizzati fino all'eccesso anche nella musica. Il malessere e l'insofferenza dell'artista rispetto a questo stato di cose si palesano chiaramente in alcune delle liriche, a cominciare da "Ma tu mi ascolti?", con la sua disarmante confessione di smarrimento.

    Suonano più che eloquenti, in questo senso, anche un titolo come "Microfoni assassini" e quindi i versi di "Sulla cima del mondo", dove si allude alle conseguenze ambigue della notorietà: solitudine e alienazione sono i fantasmi striscianti che affiorano in queste canzoni tutt'altro che allegre. Riscattato solo in parte dalle consuete punte espressive nel tipico stile vocale del cantante, è in effetti un album piuttosto cupo che suona come l'anticamera del successivo distacco dall'Italia e dallo stile psichedelico degli esordi.

    Avvertenza: "Dicitencello vuje" nella versione di Sorrenti, che ho trascritto fedelmente anche se non riportata tra le altre liriche, differisce dal testo originale di Enzo Fusco: vengono praticamente tagliate un paio di strofe.
    Tra parentesi quadre ho segnalato i primi versi di "Un viso d'inverno", cantati ma non riportati nel testo all'interno di copertina. Mi baso sull'edizione digitale Emi 2005.


       UN VISO D'INVERNO

    [E' inverno nella stanza di hotel
    con le tendine chiuse
    e il telefono fuori uso.]

    Tra file di alberi fitti e austeri
    tra giovani foglie di questo inverno
    che scorre lento, troppo lento.

    Un pallido sole dietro le nuvole
    scioglie d'incanto i cristalli di ghiaccio
    di un viso d'inverno
    che scorre lento, troppo lento.

    Un pallido sole dietro le nuvole
    scioglie d'incanto i cristalli di ghiaccio
    di un viso d'inverno
    che scorre lento, troppo lento.

    Un pallido sole dietro le nuvole
    scioglie d'incanto i cristalli di ghiaccio
    di un viso d'inverno
    che scorre lento, troppo lento.

    Un viso d'inverno
    che scorre lento, troppo lento...
    Un viso d'inverno...


       DICITENCELLO VUJE

    Dicitencello a ‘sta cumpagna vosta
    ch’aggio perduto ‘o suonno
    e ‘a fantasia.

    Ch’ ‘a penzo sempe,
    ch’ è tutt' 'a vita mia.
    I’ nce ‘o vvulesse dicere,
    ma nun ce ‘o ssaccio dí.

    ‘A voglio bene
    ‘A voglio bene assaje.
    Dicitencello vuje
    ca nun mm' 'a scordo maje.

    È 'na passione
    cchiù forte ‘e na catena,
    ca mme turmenta ll’anema
    e nun mme fa campa'.

    Dicitencello
    ch’ è 'na rosa ‘e maggio,
    ch’ è assaje cchiù bella
    ‘e 'na jurnata ‘e sole.

    Da ‘a vocca soja,
    cchiù fresca d' 'e vviole,
    i' giá vulesse sèntere
    ch’è ‘nnammurata ‘e me.

    ‘A voglio bene.
    ‘A voglio bene assaje.
    Dicitencello vuje
    ca nun mm’ ‘a scordo maje.

    È na passione
    cchiù forte ‘e 'na catena,
    ca mme turmenta ll’anema
    e nun mme fa campa'.

    Suonno gentile,
    suspiro mio carnale,
    te cerco comm ‘a ll’aria,
    te voglio pe’ campa'.

    Te voglio pe’ campa' !


       MA TU MI ASCOLTI?

    Ora sai che non sono forte
    e ora sai che ho paura di vivere,
    dammi il tuo aiuto,
    io ho bisogno di te.

    Ho le piattole sulla pelle,
    sono stanco e ho voglia di una casa,
    chi mi ha distrutto
    ora mi indica una via.

    Era inverno inoltrato
    quando hanno cercato
    di farmi dimenticare di me stesso,
    ed io mi sono perso,
    io mi sono perso.

    Ho un guardiano alle mie spalle
    che controlla quello che io dico,
    ma tu mi ascolti?
    O è inutile che io mi vergogni?

    Era inverno inoltrato
    quando hanno cercato
    di farmi dimenticare di me stesso
    ed io mi sono perso,
    io mi sono perso.


    La copertina del disco

       SULLA CIMA DEL MONDO

    Sali un giorno su in terrazza
    per sentirti un po' più in alto
    e hai visto la tua città
    come un nido di formiche.

    Ma che cosa, che cosa tu vuoi?
    Io non voglio più soffrire,
    no, non voglio più soffrire.

    Hai provato a stare solo
    e ti sei accorto che sei povero
    e sei diventato un clown
    per giocare con il mondo.

    Ma che cosa, che cosa tu vuoi?
    Io non voglio più soffrire,
    no, non voglio più soffrire.

    A due passi dal tuo treno
    non puoi più tornare indietro,
    tu stai inseguendo il tempo
    perché vuoi tutto in un momento
    e tu vivrai piangendo
    sulla cima del mondo.


       POCO PIÙ PIANO

    Oggi io parlo con te
    perché ho visto uno stagno
    inerte sul quale preme asfissiante
    il grigio neon dell'ora calante.

    Oggi io sento che
    tu sei più vicina al mio petto
    e corro con te
    nei bianchi corridoi dei nostri ricordi.

    Oggi io ti amo
    perchè non ho dormito stanotte
    ma ho camminato a lungo su un prato
    e nessuno mi ha visto
    e nessuno, e nessuno mi ha disturbato.

    Ed oggi, oggi io ti amo
    perché ho messo una mano
    sul mio petto bagnato
    affinchè il mio cuore battesse
    un poco di più, un poco più piano,
    un poco più piano.


       MICROFONI ASSASSINI

    Nudo e tremante
    ora mi trovo qui di fronte
    a microfoni assassini,
    a te che guardi dalle sbarre
    la mia bocca sanguinante.

    T'ingannerò se tu non mi riscaldi,
    io fuggirò se tu non m'insegui,
    distruggerò le tue sbarre
    se tu mi giuri che poi in faccia
    mi griderai
    con le lacrime gocciolanti dalla bocca.

    Sono libero
    io sono libero.


       INCROCIANDO IL SOLE

    Tutti sono morti ora
    tutti sono più vecchi
    ma noi siamo ancora
    insieme nell'aria
    incrociando il sole.

    Incrociando il sole...


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         I testi di "Il tempo della gioia" (Quella Vecchia Locanda)

    Nel secondo e ultimo disco realizzato nel 1974, Quella Vecchia Locanda lascia anche nei testi un sigillo di grande lirismo che ben si lega alla musica del gruppo, sempre elegante e ricca di influenze classiche.

    L'apertura di "Villa Doria Pamphili" è una rievocazione delicata, e sottilmente malinconica, del celebre Festival Pop di Roma dove esordirono nel 1972, basata s'una serie di immagini improntate a un fresco impressionismo. Più concentrata e profonda, nella sua concisione, è l'ispirazione lirica di "Un giorno, un amico", mentre gli altri episodi cantati seguono un registro molto più introspettivo. Il testo de "Il tempo della gioia", ma soprattutto quello di "E' accaduto una notte", lasciano affiorare un tono più cerebrale, nutrito di visioni oniriche e presagi nichilistici, che riflette forse il momento difficile attraversato dal gruppo in quei mesi, dopo il genuino entusiasmo degli esordi.

    Nel 1974, infatti, il momento migliore del prog italiano sembra già incrinato dalla consapevolezza di un cambiamento in atto: si fanno più rari gli esordi discografici e molte bands della prima ora stanno per lasciare il campo, principalmente per problemi economici. Tra queste purtroppo, e nonostante il valore di una proposta davvero originale, anche Quella Vecchia Locanda.


       VILLA DORIA PAMPHILI

    Scender sulla terra, quando è intrisa di rugiada,
    poi porgere le mani verso lei.
    Aspettar che il vento porti giù tutte le stelle
    e circondar quel cuore che lì attende.
    Scricchiolar le foglie, confondersi nell'aria,
    tra i gemiti un canto nascerà.

    Dolce l'armonia con la natura gioca,
    s' innalza per poi scivolar sui prati.
    Vibra in noi la gioia per l'attimo ineguale,
    in quel fragore tutta la sua gloria.
    Grido e mi risponde, volando su quell'ala,
    e in tuffo tu il tuo nido mi aprirai.


       IL TEMPO DELLA GIOIA

    Palla di fuoco che cadi nello specchio blu,
    dipingi in noi quei profondi color,
    sì, nel tramonto il tuo viso ora c'è,
    verso il riflesso volerò vicino a te,
    sali sul tappeto, non pensar.

    Mentre mi parli nel vento,
    rubo i tuoi dolci sorrisi,
    ma il destino per noi deciso ha già,
    nuove emozioni tu non mi puoi dar.

    Come se tu scandissi il tempo della gioia,
    mai del dolor, già il tuo sorriso è là;
    regina saggia sei, tutti da te sanno imparar.
    Entra improvvisa in me la bontà
    che tu amica dai, cerco attraverso il profondo tuo mar,
    là il tuo tesoro si cela.

    Sì, d'improvviso l'aria trema,
    la paura presa ti ha già,
    cristalli piovono giù,
    torno nella mente tua,
    sono la tua serenità.

    Entra improvvisa in me la bontà
    che tu amica dai, cerco attraverso il profondo tuo mar,
    là il tuo tesoro si cela.


       UN GIORNO, UN AMICO

    Scheggia il fuoco, tramuta la tua pelle,
    con le mani crea la vita per lui;
    annega nel succo dell'immenso suo respiro,
    cela le parole nel tuo secreto scrigno.

    Corri nel sole, spruzza i tuoi colori,
    nuova impronta tu lasciare potrai,
    la sua linfa inebria il vuoto tuo,
    nasce una scintilla, rafforzala nel tempo.


    Retro di copertina del disco

       E' ACCADUTO UNA NOTTE

    Quel serpente si snodava,
    avvinghiato ai sassi che
    non vogliono più quel sangue tuo.
    Quei due occhi ormai stampati,
    là nel buio si stanno spegnendo,
    e nel nulla io vedrò.

    Percorrendo quella strada,
    più figure si compongon per pietà.
    Nelle spire della notte io
    vedo un raggio là dal cielo filtrar.
    Come in sogno così
    ecco un'auto saltar
    giù nel baratro: vita poi sarà.

    In quell'alba si dissolve
    quella parte di frutto che
    sta fuggendo dal presagio che la catturerà.

    Impaziente è il mar,
    cerco di afferrar le onde,
    sulle magiche ali del vento il messaggio scompar.
    L'improvviso squillo
    è la triste eco
    che nel mio pensiero la speranza fa fuggir.

    Un boato si sprigiona,
    un bagliore di fuoco
    che soffoca voci spente già.


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         I testi di "Reale Accademia di Musica"

    Cantate con discreta vena da Henryk Topel Cabanes, le liriche dell'unico album firmato dal gruppo romano nel 1972 abbracciano argomenti diversi: per una volta, insomma, non ci troviamo di fronte al solito "concept", ma la tenuta dei singoli episodi è buona almeno quanto la musica del quintetto.

    Se l'iniziale "Favola" è un delicato quadro immerso in uno scenario fiabesco senza tempo, e rappresenta il lato più romantico della sequenza, gli altri episodi si calano più esplicitamente nella realtà problematica del periodo. "Padre", ad esempio, rispecchia con accenti accorati e impietosi insieme il profondo divario che rende quasi impossibile il dialogo tra padre e figlio in un'epoca di forti contrasti tra generazioni. Lascia il segno anche l'atmosfera opprimente, quasi da incubo, ritratta nei versi di "Vertigine", così come piuttosto cupa è la visione del lavoro come carcere urbano che emerge in "Lavoro in città": tematiche strettamente imparentate con le tensioni sociali di quegli anni, a metà tra la denuncia sui rischi dell'inquinamento ambientale e sull'alienazione stessa del lavoro, con le sue ricadute nel privato. Il concetto discende ovviamente da Karl Marx e trova eco anche nel romanzo e nel cinema italiani degli anni Sessanta, da Paolo Volponi a Michelangelo Antonioni.

    Decisamente a parte stanno invece gli altri due testi, entrambi collegati all'età infantile, sia pure in modo diverso: se "Il mattino", infatti, sceglie un registro malinconico per sottolineare la perdita senza ritorno di quella dimensione magica e protetta, "Ognuno sa", invece, è un'esplicita esortazione ad affrontare la vita adulta con la stessa fiducia priva di remore che è tipica dei bambini.

    Avvertenza: come in altri casi, quella che segue è solo la mia personale trascrizione basata sull'ascolto diretto, in quanto finora non è stato possibile rinvenire una versione ufficialmente accreditata dei testi.


       FAVOLA

    Quando il mondo, sai,
    non era tanto stanco
    viveva un vecchio re:
    aveva la barba buona.

    Canti e fiabe
    che narrava lui per me.
    Felici i ruscelli di correre
    incontro al loro mare.
    L'inverno è rimasto laddove
    si soffre e non si ha.

    Viveva il vecchio re
    sull'isola al tramonto,
    guardando il tempo
    che tesseva la sua storia.
    La luce ch'era in sé
    per noi non splende più.


       Il MATTINO

    Apri bene gli occhi e guarda che per te
    è finita l'ora della infanzia e tu...
    Tu non hai più il tempo per sognare.

    Il tuo volo antico si fermò,
    i castelli in aria sono caduti giù:
    freddo nella mente, e niente più.

    La semplicità della prima età
    come un fuoco all'alba morirà.

    Scopri che il dolore può scoppiare in te
    senza una ragione, tanto forte
    che può sembrarti dolce di morire.

    E la voce di tua madre non ha più
    la magia del tempo in cui al suo seno
    tu eri tutto il mondo insieme a lei.

    La semplicità dell'ingenuità
    come una candela brucerà.

    Guarda i vecchi amici:
    non ti danno più
    il calore di quei lunghi giorni
    in cui non ti domandavi mai perchè.

    Ora tu sei un uomo e come un uomo
    hai il denaro, il lavoro, dignità,
    una donna che ti scalda, ma...

    La felicità della prima età,
    sai, neanche il cielo ti darà.


       OGNUNO SA

    Al mattino ognuno sa
    che il sole presto sorgerà
    e che ci sarà.
    E la notte ognuno sa
    la luna bianca splenderà: sì, ognuno sa,
    questo ognuno sa.

    Ma nessuno può sapere se tutto ciò
    non finisca ad un tratto per gioco,
    nessuno sa, no nessuno, nessuno sa.

    Vivi ogni giorno come un bimbo
    che non pensa mai
    quello che forse non avrà.
    Sogna di strade senza fine
    verso il cielo blu,
    sogna che tutto il mondo
    è dentro te.

    Quando ama ognuno sa
    che presto o tardi finirà
    e che piangerà.
    Quando soffre ognuno sa
    che il tempo il dolore cancellerà,
    questo ognuno sa, questo sa.

    La vita è come un fiore
    che puoi cogliere se vuoi,
    quando vuoi, come vuoi,
    perché è il solo dono
    che tu hai per niente in cambio,
    e se tu vuoi puoi donarlo
    a chi ama te, è con te.


       PADRE

    Padre, mi chiedi cosa penso.
    Padre, mi gridi dove voglio andare,
    come finirà.
    Padre, hai detto che ho sempre avuto
    l'amore che puo' dare un padre:
    "Cosa vuoi di più?"

    Padre, tu dici che dovrei trovare
    la forza di poter lottare
    contro tutti, ma...
    Tu non vedi mai,
    tu non pensi mai
    la vita che fai, camminando in cerchio
    e uccidendo i sogni
    che tu come me hai avuto,
    ma tu hai schiacciato sotto i piedi
    e non hai vissuto per viltà.

    Padre, guarda negli occhi di mia madre:
    non troverai più gioia, padre,
    non le parli mai.
    Padre, tu dici che l'hai sempre amata,
    che le hai donato la tua vita:
    quanta pena fai.


       LAVORO IN CITTÀ

    Lavoro in città, vapori di smog nero:
    la mia libertà è il letto in cui dormo.
    Sento che salterò,
    molto presto scoppierò, sì!

    Lavoro in città, la macchina ha vinto.
    Mattino per me significa: dai, corri!
    Devo andare via da qui,
    se ho la forza di partire, sì.

    La radio non è capace di cantare,
    mi grida che ormai la mia civiltà muore.
    Volti di gente che ha paura come me, sì.

    Una vita semplice, l'aria dolce e...
    Canti e suoni magici,
    e la pace in me.
    Tutto è divino, sai,
    solo se tu vuoi.

    E se tu lo vorrai sarà,
    e se tu lo vorrai sarà,
    e se tu lo vorrai sarà,
    solo se tu lo vuoi.

    E se tu lo vorrai sarà, e se tu lo vorrai...


       VERTIGINE

    Lunghi fiumi che portano con sé
    nubi di gas, nubi di gas.
    Una mente che ha goduto già
    ubiquità, ubiquità!

    Una voce che urla contro te
    ucciderai, ucciderai!
    Pochi passi e poi senti l'ombra
    che viene da te, viene da te!

    La porta è chiusa, ma sai
    che tu fermarla non puoi:
    viene qui, viene qui, viene qui, viene qui!

    Viene qui, viene qui, viene qui, viene qui...


    La Reale Accademia di Musica nel 1972


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         I testi di "El Patio" (Triana)

    Nel primo album del gruppo di Siviglia, anche i testi delineano i tratti salienti del cosiddetto "rock andaluso", che molta parte ha negli anni Settanta spagnoli. Opera nella quasi totalità del tastierista e cantante Jesus De La Rosa, questi versi esprimono bene il sentire appassionato e decisamente lirico del trio, nutrito dalle immagini di una natura ridente, come in "Todo es de color".

    I versi di "Luminosa mañana", dove "gli alberi raccontavano storie di altri mondi", sono però rivelatori di un romanticismo a doppio fondo: con accenti diversi, in effetti, è il bisogno di un domani migliore che traspare in quasi tutte le liriche dei Triana. Non bisogna dimenticare che siamo ancora nella Spagna franchista, anche se ormai agli sgoccioli, e quelle che sembrano semplici canzoni d'amore lasciano intravedere, in controluce, soprattutto la speranza di una vita più libera e non condizionata dalle restrizioni del regime. Eloquenti in questo senso sono la vibrante verità umana che si respira in "Recuerdos de una noche", ma anche i versi di "Sé de un lugar", evocazione di una terra ideale dove vivere e amare in piena libertà.

    Realtà e sogno si tengono spesso per mano, come se dall'insoddisfazione di fondo per lo stato delle cose si potesse evadere anche inseguendo la promessa di una "stella fugace", come si ascolta in "En el lago". In sintesi, come recita il testo di "Abre la puerta", piuttosto che chiudersi nel pessimismo è giusto aprirsi al futuro perché, in ogni caso, "il giorno sta per cominciare". Il nuovo giorno della Spagna, infatti, cominciò con la morte di Franco (novembre 1975) e la successiva approvazione di una nuova Costituzione democratica nel 1978.



    I Triana: da sin. Jesús de la Rosa, Eduardo Rodríguez e Juan José Palacios

       ABRE LA PUERTA

    Yo quise subir al cielo para ver
    y bajar hasta el infierno para comprender
    qué motivo es
    qué nos impide ver
    dentro de ti
    dentro de ti
    dentro de mí...

    Abre la puerta niña
    que el día va a comenzar
    se marchan todos los sueños
    que pena da despertar.

    Por la mañana amanece
    la vida y una ilusión
    deseos que se retuercen
    muy dentro del corazón.

    Soñaba que te quería
    soñaba que era verdad
    que los luceros tenían
    misterio para soñar.

    Hay una fuente niña
    que la llaman del amor
    donde bailan los luceros
    y la Luna con el Sol.

    Abre la puerta niña... (bis)
    Por la mañana amanece... (bis)
    Hay una fuente niña... (bis)


       LUMINOSA MAÑANA

    Ayer tuve un sueño
    alto como el cielo
    cuando desperté
    algo me quemó muy dentro.

    El pájaro cantaba
    la triste melodía
    que brota de la tierra
    sin cesar ni un momento.

    De pronto me vi
    como un extraño
    comencé a caminar
    sin saber a dónde ir
    sin saber...

    Los árboles contaban
    historias de otros mundos
    con danzas expresivas
    para un corazón sediento.

    Luminosa mañana
    prendida de sufrimiento
    hoy he visto la luz
    que todos llevamos dentro.


        RECUERDOS DE UNA NOCHE...

    Tú que me hablas
    reina de la morería
    cada vez que estás a mi vera
    siento una gran alegría.
    Cada vez que estás a mi vera
    siento una gran alegría.

    Yo tunando a tu ventana
    yo me he venido a parar
    en recuerdo de una noche
    que nos vimos de verdad,
    en recuerdo de una noche
    que nos fuimos a enamorar.

    No cierres tu puerta con llave
    a mi corazón sediento
    que no importa que sepan la gente
    compañera, compañera
    que la Luna se baña en el río
    compañera, compañera...



    Copertina del 45 giri "En el lago / Dialogo"

       SÉ DE UN LUGAR

    Sé de un lugar
    sé de un lugar
    para ti.

    Abre tu corazón
    que hoy vengo a buscarte
    amor.
    Te llevaré a un lugar
    donde broten las flores
    amor.

    Y allí construiremos
    nuestra casa
    que la bañe el sol.

    Sé de un lugar
    sé de un lugar
    donde brotan las flores
    para ti
    donde el río y el monte
    se aman
    donde el niño que nace
    es feliz.

    Sé de un lugar
    sé de un lugar
    para ti.

    Sé de un lugar
    sé de un lugar
    donde pronto amanece
    donde juegan los peces
    junto a ti
    donde la lluvia cae
    y riega la tierra
    que se nos dio.

    Sé de un lugar
    sé de un lugar
    yo sé de un lugar para ti
    yo sé de un lugar para ti (bis)

    Abre tu corazón
    que hoy vengo a buscarte
    amor.
    Te llevaré a un lugar
    donde broten las flores
    amor.


       DIÁLOGO

    A mi puerta llamó el amor
    y no quise escucharlo
    y no sé
    por qué sangra en mi pecho
    el recuerdo de tu amor.

    Pregunté a la Luna
    si era el amor
    lo que brilla en tu sonrisa
    con tanta ilusión
    y llorando me confesaba
    que quería ser para mí
    y la Luna me contestaba
    para amar hay que sufrir
    y la Luna me contestaba
    yo quisiera ser para ti.

    A mi puerta llamó el amor
    y le abrí mi pecho con calor
    porque dentro de mí estaba
    el recuerdo de tu amor.

    Pregunté a la Luna
    si era el amor... (bis)


       EN EL LAGO

    Ayer tarde al lago fui
    con la intención de conocer
    algo nuevo.

    Nos reunimos allí
    y todo comenzó a surgir
    como un sueño.

    Creo recordar que por la noche
    el pájaro blanco echó a volar
    en nuestros corazones
    en busca de una estrella fugaz.

    Vimos juntos el amanecer
    y el lago reflejó nuestro sueño
    en silencio fuimos a caer
    junto al gran monte aquel
    que nos dio el amor,
    no puedo negar que me hizo daño
    que mi corazón huyó de ti
    has de ser como la mañana
    del día que te conocí.

    Creo recordar que por la noche...(bis)


       TODO ES DE COLOR

    Todo es de color.
    Todo es de color.
    Todo es de color.
    Todo es de color.

    Qué bonita es la primavera.
    Qué bonita es la primavera cuando llega.
    El clavel que tiene tu ventana
    me hace recordar
    el barrio de Triana.
    Todo es de color.
    Todo es de color.
    Todo es de color.

    Qué bonita es la primavera.
    Qué bonita es la primavera cuando llega.
    El clavel que tiene tu ventana
    me hace recordar
    el barrio de Triana.


    Vai al profilo dei Triana

         I testi di "Io sono Murple" (1974)

    Le liriche dell'unico disco che i romani Murple firmarono negli anni Settanta, "Io sono Murple" appunto, destano anche oggi una certa curiosità. La storia del pinguino che viene portato via dall'Antartide e addestrato a lavorare in un circo sfugge infatti a quella morale obbligata che una simile vicenda pare suggerire.

    Nel 1974, anno di uscita dell'album, l'allegoria poteva facilmente prestarsi all'ennesima condanna ideologica di un sistema che sfrutta cinicamente i più deboli in nome del suo gretto interesse. Invece no: nel corposo libretto che accompagna il disco, i testi che qui riportiamo sono inseriti in una ragionata e a suo modo beffarda difesa di un altro punto di vista possibile. Nel senso che il pinguino Murple, ben lontano dal sentirsi "schiavo", era forse contento di avere un suo posto nel circo "Antarplastic" dove ogni sera si esibiva per il pubblico plaudente. Una contro-morale scandalosa, o meglio, per citare le stesse parole del libretto, "una storia immorale".

    Nel loro finto candore, che prova a catturare il punto di vista disarmato del pinguino, i testi lasciano soprattutto affiorare il dubbio che non esista mai una sola morale univoca, ma tante leggi morali e altrettanti modi per essere felici quanti sono gli esseri viventi, animali inclusi. In questo senso, per quanto breve e perfino ineffabile, il nucleo lirico del disco non ha perso davvero un grammo d'attualità e può ancora stimolare utili riflessioni.


       SENZA UN PERCHÈ

    Povera creatura,
    nel naufragio dentro te
    nasce la preghiera:
    è sincera, ma
    dopo tu vorrai
    terre promesse,
    tutti i grandi sogni
    senza un perché.

    La mia mano è un'ala
    che forse sa
    se oltre i tuoi confini
    c'è una realtà.



       NESSUNA SCELTA

    M'insegnerai
    gli inchini di
    un giocoliere che dice di sì.
    Se vuoi, se credi mi cambierai
    senza mai dirmi che fai.
    Giusto per chi
    davanti a sé
    trova la creta per farsi così.

    M'insegnerai
    gli inchini di
    un giocoliere che dice di sì.
    Se vuoi, se credi mi cambierai
    senza mai dirmi che fai.

    Sarò la creta che forma non ha...
    ...nessuna scelta dipende da me.



       TRA I FILI

    E mentre va questa scena
    in cui reciti con me
    mi pento, ma
    quasi scopro che
    sono uguale a te.

    Ma i fili,
    ma i fili li puoi tirare tu.
    Ma i fili,
    ma i fili li vuoi tirare tu.

    Il prezzo avrai - Primavera
    duro è quanto vuoi - dolce età
    ma il tuo prezzo avrai - quando me ne andai,
    Mi spezzerai - Primavera
    e domani avrò - tornerà
    il premio che sai - quando lo vorrai.

    Tra i fili,
    tra i fili mi perdo e arrivi tu.
    Tra i fili mi salvo e arrivi tu.


    Interno di copertina di "Io sono Murple"

       FRATELLO

    Pietra nel mare,
    canna piegata dal vento,
    aquila che hai il nido più su,
    voi siete come me.

    Casa di terra,
    fiume che parli correndo,
    vela che fra un po' sparirai,
    voi siete come me.

    Sono fratello
    al fiore del rosso del sonno.
    Sono fratello
    al tarlo che scava il suo legno.



       UN MONDO COSÌ

    Un mondo così,
    di nani e clowns,
    di cani di razza e di me.
    So che lo vedi
    e non lo vuoi,
    corri ma ormai l'hai
    per ora e per poi.

    Un mondo così
    che ti entrerà
    fin dentro le ossa perché
    ti giura fede,
    fede non ha:
    digli che hai guai,
    ti ignora se può.

    Pezze non hai,
    colori non vuoi,
    la dote si ammassa così.
    Per ciò che non credi
    ti pentirai
    e adesso dirai: sai,
    io odio e tu no.


    Vai al profilo dei Murple

         I testi di "Clowns" (Nuova Idea)

    Forse tra i dischi più sottovalutati del progressive italiano, "Clowns" è il terzo e più ambizioso disco dei genovesi Nuova Idea, anche per le liriche cantate con un timbro inconsueto dal chitarrista Ricky Belloni, ultimo arrivato in formazione.

    La trama concettuale che lega i cinque brani ruota sul faticoso approdo dell'individuo alla propria realizzazione ("Clown"), dopo un lungo pellegrinare che passa per violente incomprensioni ("Un'isola") e parentesi consolatorie nel sogno ("Il giardino dei sogni"). Insomma: è proprio quando non si ha più nessuna certezza che bisogna arrangiarsi e rimettersi in gioco, come un clown del circo che ogni sera deve guadagnarsi l'affetto del pubblico. Una volta ritrovata la fiducia in se stessi, si potrà voltare ancora pagina senza paura ("Una vita nuova").

    Nonostante le tematiche, lo stile dei versi è asciutto e mai retorico, cosa che ancora oggi giova non poco all'ascolto, almeno rispetto ad altri progetti simili dell'epoca. Molto articolato e dinamico, in particolare, il testo di "Clown", svolto in forma dialogica tra le diverse voci del gruppo e quella solista.

    Avvertenza: la trascrizione è basata sull'ascolto diretto dell'edizione digitale Mellow Records (1992).


       CLESSIDRA

    Dame smorte sopra un sofà
    che difendono la loro castità.
    Nel castello sceglie per sé
    vesti morbide e valletti il vecchio re.

    Una corsa, un urlo e poi
    il sovrano di quel mondo adesso sei.
    La corona dorme su te
    mentre in mille cuori è nato il nuovo re.

    Sorge il sole su sua maestà.
    Muore il giorno e il cielo un uomo in pasto avrà.
    Il balcone si riaprirà
    e la stessa gente un altro aspetterà.



       UN'ISOLA

    Senza vento la mia barca
    andava alla deriva,
    e rimasto solo
    ormai non resistevo più.
    Ma per fortuna il sole in cielo saliva,
    la mia speranza
    era laggiù.
    Era terra all'orizzonte
    quella striscia scura:
    da nessuno forse
    è stata benedetta mai,
    ma grazie a lei
    io sto vivendo ancora
    e un altro mondo scoprirò.

    "Troppe volte è arrivato qui
    chi come te porta a noi civiltà.
    Hai parlato di lavoro,
    ma ora non lavori più,
    ma perché?
    Ma tu chi sei mai?
    Sei venuto qui per comandar
    solo perché, solo perché
    solo perché sai più di noi...
    Vai via!
    Questo mondo sembra grande,
    ma non molto lontano tu
    troverai altra gente che ti ascolterà
    e noi resteremo qui senza re."

    Era calmo il mare,
    il cielo prometteva bene.
    Non sarei rimasto lì nemmeno
    un'ora in più.
    Il vento a poppa
    mi gonfiava le vele,
    in altre terre approderò.




       IL GIARDINO DEI SOGNI

    Una grande stanza
    in cielo avrò per me,
    fatta di cristalli che ho rubato
    al mare, e dalle stelle
    portò guardare in giù,
    ridere di una vita
    che ho creato per mia vanità.

    Il giardino dei miei sogni innaffierò
    con comete grigie
    che mille anni fa
    sputava il sole
    per far paura a te,
    povero vecchio uomo che hai pregato
    il fuoco in empietà.

    Sulle nubi dormirò
    sdraiato tra piume d'oro,
    mentre il vento intorno a me
    sospira il più dolce coro.
    Sognerò per te
    che creai regalandoti il mio mondo.

    Grappoli di sole strapperò per te,
    ti darò la pioggia
    per lavarti, e poi
    ti darò i figli
    per far contento me,
    povero vecchio dio
    che ha bisogno dell'uomo per restare su.

    Sulla terra scenderò, ma avvolto
    in un bianco velo.
    Nel mio regno tornerò
    nascosto nell'alto cielo:
    lì ti aspetterò
    se verrai
    camminando tra le stelle.


    I Nuova Idea al tempo di "Clowns" (al centro Ricky Belloni)

       CLOWN

    Sono nato nella pista di madame Cornelia:
    ho imparato a camminare sopra
    ad una palla.

    "Coraggio figliolo,
    mi sembri un tipo in gamba."

    Chi sa!

    C'era gente, forse troppa,
    quella prima volta,
    ma la voce per fortuna
    non se n'era accorta.

    "Coraggio figliolo,
    vedrai: ce la farai."

    Oh, sì!

    Quelle luci nei miei occhi:
    mi sentivo solo.
    Poi un fiore è volato verso me.

    "Ridi ancora con noi!
    Canta ancora per noi!
    Ridi ancora con noi!
    Canta ancora per noi!
    Ridi ancora con noi!
    Canta ancora per noi!"

    Ho vissuto in un giorno
    più di mille anni.
    Ho trovato
    la mia vita dentro a questi panni.

    "Hai visto figliolo,
    la gente ti ha capito."

    Oh, sì!

    "Puoi portare la tua arte per il mondo, tu sei grande!"

    Quanta gente che mi applaude,
    che mi adora,
    e più forte sta gridando il mio nome.

    "Ma tu sai che il mondo può esserti amico,
    ma è sempre rotondo."

    Ma io sarò ancora più grande,
    forte come sempre.

    "Tu non hai capito che così deluderai la gente
    che ti ama."

    No, io avrò milioni di giorni pieni di vittorie.

    "Ti ricordi chi eri?
    Mangiavi quando c'era,
    ora non sembri più tu.
    Forse hai capito,
    finalmente ti ricordi..."

    Sono nato nella pista di madame Cornelia:
    ho imparato a camminare sopra
    ad una palla.

    "Amico di tutti,
    sei sempre un tipo in gamba."

    Ma sì!

    E mi basta solo il fiore che ho con me.

    "Ridi ancora con noi!
    Canta ancora per noi!
    Ridi ancora con noi!
    Canta ancora per noi!"



       UNA VITA NUOVA

    Un bel gioco sai
    può finire se vuoi.
    Fai le carte tu,
    non puoi perdere più.

    Tutto sta in mano a te:
    sogni, colori, idee,
    e poi decidere cosa sei.
    E se vorrai,
    se in te potrai
    darti una luce in cui credere.

    Spezza il filo che muove ancora
    su te.
    Hai ballato tu,
    non stancarti
    di più.

    Scegli la libertà:
    parlare come sai,
    e in questo mondo
    che tuo sarà
    tu non dovrai,
    non dovrai mai
    chiudere gli occhi
    per vivere.


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         I testi di "Per...Un mondo di cristallo" (Raccomandata con Ricevuta di Ritorno)

    Nell'ambito di una stagione che ha visto proliferare la moda del concept-album, l'unico disco della Raccomandata si distingue per la sua tematica "fantasy" dai contorni inquietanti. Le liriche curate da Marina Comin, allora moglie del produttore del disco Pino Tuccimei, seguono infatti la sconvolgente vicenda di un uomo che dopo una missione spaziale torna sulla terra, trovandola devastata da un'esplosione nucleare.

    Ovviamente il tono è piuttosto cupo e amaro, verso gli uomini e la loro insensatezza ("Su una rupe"). Al protagonista che si aggira sconsolato in questa desolazione non restano che i ricordi del passato e la sensazione di impotenza nei confronti di un "burattinaio" capriccioso che governa il destino umano ("Un palco di marionette"). Tra spettrali immagini venate di paura che squarciano il buio ("L'ombra"), non restano perciò che un pugno di fantasie consolatorie in uno scenario di morte ("Sogni di cristallo").

    Le immagini del testo, piuttosto efficaci nella loro concisione, sono valorizzate ad arte dalla voce solista di Luciano Regoli, grazie ad un timbro originale che sa catturare le molteplici sfumature emotive di questa nerissima visione sulle sorti del genere umano.

    Avvertenza: la trascrizione dei testi è basata sull'ascolto diretto dell'edizione digitale Fonit Cetra (1989).


       SU UNA RUPE

    Guardare la vita come da una rupe
    alzata sopra il mondo e vedere gli uomini,
    guidare i loro gesti e vedere gli uomini,
    capirne i pensieri.

    Guardare la vita che ormai è morta,
    restare sulla rupe e vederla ancora,
    capire che fu l'uomo a volerla così,
    e non capir perché.

    Uomini, uomini:
    masse di corpi che muovono
    un astro freddo da secoli
    scaldato dal loro odio.

    Uomini, uomini:
    perché non saliste la rupe
    a guardare che cosa eravate?
    Avreste pensato di più...



       IL MONDO CADE SU DI ME

    Pioggia che baci i mari,
    acqua che lavi i corpi,
    sole che asciughi i sassi,
    cadete su me.

    Vento, ritrai la fune
    che mi lega al tuo nodo.
    Io son simile a un albero:
    mostra le mie radici.



       L'OMBRA

    L'ombra stagliata nel sole
    nel buio i suoi occhi accende.
    Immenso sorriso è l'ombra,
    dall'orizzonte sale.

    Avanza minacciosa,
    ora ti è di fronte.

    L'ombra è gigantesca,
    ti schiaccia e ti sorpassa.

    La guardi per capire,
    ma adesso sta ridendo
    allontanandosi da te,
    che ormai sei solo terra.

    Dai suoi occhi accesi
    hai capito che
    l'ombra inumana,
    uomo, sei tu.


    La Raccomandata in concerto (da sinistra, Luciano Regoli e Damaso Grassi)

       UN PALCO DI MARIONETTE

    La vita era ridotta
    ad un palco di marionette,
    ma chi tirava i fili
    io non lo sapevo, non lo sapevo.

    Se uno strappo violento
    faceva alzare una mano,
    la guerra per noi,
    l'uomo impazziva, l'uomo impazziva.

    E tu burattinaio, attento con quei fili:
    se ci avessi creduto
    la terra esisterebbe...



       SOGNI DI CRISTALLO

    Vedo uccelli che attraversano il cielo:
    ci son mille colori in un mare tutto nero.

    Vedo luci sprigionate nel cielo,
    ma le stelle colorate si tramutano in sale.

    Il pianto di un bambino
    fa ritrovar la vita,
    e tutto diventa vetro:
    s'infrange in un momento.

    Vedo turbe di uccelli
    che non volano più.
    Ci son mille colori
    che non hanno più colori.


    Vai al profilo della Raccomandata con Ricevuta di Ritorno



         I testi di "Ut" (New Trolls)

    Ultimo disco del gruppo genovese prima della diaspora, "Ut" porta decisamente il segno di Nico Di Palo: è lui infatti che interpreta, e molto bene, tutti i testi, mentre Vittorio De Scalzi in questa occasione è praticamente assente dalle strategie compositive. Le liriche del disco, fuori da ogni progetto concettuale, abbracciano registri diversi e hanno spesso un sapore biografico: a volte espresso in versi tumultuosi di grande impatto emotivo ("C'è troppa guerra"), oppure intrise di una delicata malinconia ("Chi mi può capire"). Si fa notare anche il testo di "Nato adesso", trepidante riflessione che accompagna la nascita di un figlio.

    Altrove invece si spazia tra suggestioni molto lontane tra loro: "I cavalieri del lago dell'Ontario", ad esempio, è una singolare evocazione di cruenti scenari nordamericani, mentre la più leggera "Paolo e Francesca" ricorda i protagonisti della storia amorosa celebrata da Dante nella sua "Commedia". (A proposito del poeta fiorentino, va ricordato che all'interno della copertina il gruppo inserì proprio un passo del "Convivio" dantesco che condanna l'utilizzo delle lingue straniere da parte di coloro che "dispregiano", per "vanagloria" e altre "abominevoli cagioni", il proprio idioma).

    A parte sta infine il testo di "Storia di una foglia", omaggio sorridente alla forza elementare della vita. La grande varietà tematica di queste liriche, di valore disuguale, sembra comunque confermare la mancanza di armonia e le contraddizioni che porteranno di lì a poco alla separazione.

    Avvertenza: la trascrizione dei testi è basata sull'ascolto diretto della ristampa digitale Fonit Cetra (1991). Tra parentesi quadre segnalo gli eventuali punti oscuri.


       I CAVALIERI DEL LAGO DELL'ONTARIO

    Il sentiero è lungo e duro,
    sono stanco, non resisto più.
    Ho perduto i miei compagni:
    al ritorno ne piangerò.

    La foresta mi abbracciava,
    al ritorno non pensavo più.
    Giubbe rosse miste al sangue
    che l'Ontario via trascinerà.

    Ah, tutto finì così:
    nessuno mai più ritornò.
    E nel tempo correrà
    la marcia che ci accompagnò.


       STORIA DI UNA FOGLIA

    Ciao mio vecchio mondo, che fatica!
    Io che [...] ogni momento
    per vivere qui dentro,
    tra vecchie cose
    e gialle pagine ammuffite.
    Solo per non vedere te.
    Solo per cancellarmi da te.

    E di colpo una mattina
    ho sentito la risata di una donna,
    e ho visto me ingiallito
    tra le pagine di un libro.
    Solo con i miei occhiali.
    Solo con i miei vent'anni.

    Allora sono uscito ed ho visto
    che tu esistevi ancora.
    Ecco vecchio mondo come hai fatto
    a fregarmi un'altra volta.
    Solo con l'allegria,
    solo con la tua vita.
    Solo con l'allegria
    solo con la tua vita.


       NATO ADESSO

    A te che sei nato adesso
    darò lacrime nuove.
    Parole segrete del vento,
    odore di terra.
    Ti insegnerò ad aprire all'alba gli occhi pesti:
    c'è poco a contare le stelle.

    Per te che stai nascendo
    con anima nuova
    non basta una vita
    a toccare il muro con le dita.

    A te che nasci da una vecchia paura
    di aver sbagliato ad essere un altro.
    A te che nasci da una vecchia paura
    di aver sbagliato ad essere un altro.


    Interno di copertina di "Ut"

       C' È TROPPA GUERRA

    Mi portavi dentro Ma', e piovevano granate
    sul tuo amore appena è nato, la tua casa una cantina.
    E le prime cose udite eran bombe sul tuo ventre,
    i discorsi della fame, e la guerra, su mio padre.
    I miei tre anni affamati guardavano te,
    tu che arrossivi dicendo: lo sai non c'è n'é.
    Ma si dormiva in tre, coi piedi caldi in tre:
    com'era bello allora nel letto e nell'amore.

    Quanto l'ho odiata poi Ma', la tua casa nuova,
    in questa stanza per me coi piedi al freddo e da solo.
    Adesso al buio ho paura nel freddo e col letto bagnato,
    per non andare da solo all'avventura.
    Ed il mio amore affamato chiedeva di te.
    E quel qualcuno arrossendo diceva: non c'è.
    E le tue mani curate, non hai tempo per me.
    E le tue labbra bruciate, senza tempo per me.
    Ma per fortuna c'è lei, il sapore di buono di lei.
    Di nuovo caldo nel letto e un gusto nuovo nel buio.
    E nel mio amore per lei imparo ad amare anche me,
    E nel mio amore per lei dimentico te.

    Perché ti ricordi soltanto adesso Ma',
    di abbracciarmi, ora che questo pianto
    non si può asciugare e puoi domandare
    che io ti dia il mio amore e il mio niente?
    No, non piangere, non voglio farti pena:
    ho solo freddo e sono stanco di aver paura al buio.
    Cerco solo di capire, di capire perché, il perché.

    Come era bella e più dolce che mai quella sera,
    mentre con gli occhi perduti nel vuoto parlava.
    E come piangeva, ma da far male al cuore.
    Oh Dio che voglia, ma che voglia di amare!
    Adesso capisci perché io viaggio sdraiato sull'erba
    e non riesco a lottare, ma no, non ti voglio svegliare.
    C'è troppa guerra qui dentro, lasciatemi solo giocare
    con vite vissute lontano: ho tanti, vent'anni d'amore!


       PAOLO E FRANCESCA

    Tu cerchi sempre Paolo
    Francesca cerca te.
    Nel cielo senza nuvole
    la strada che non c'è.

    E la mano tesa cerca lei, va verso lei,
    il loro peccato è sospeso su noi.
    E la mano tesa cerca lui, va verso lui,
    la storia ci dice che è stato così.

    Tu cerchi sempre Paolo
    Francesca cerca te.
    La storia di due anime,
    la storia di un perché.

    E la mano tesa cerca lei, va verso lei.
    La storia ci dice che è stato così.
    E la mano tesa cerca lui, va verso lui,
    il loro peccato è sospeso su noi.


       CHI MI PUÒ CAPIRE

    La gente non mi conosce
    lontana da me, e forse è già la morte.
    Nessuno sa che son solo,
    un idolo che ha vuoto intorno a sé.

    No, chi può capire
    quello che io posso provare?
    Le delusioni, le mie emozioni, l'amore.

    Io senza una meta
    in silenzio andrò,
    e tu verrai con me.

    No, chi può capire
    quello che io posso provare?
    Le delusioni, le mie emozioni, l'amore.

    Tu sola sai la mia storia:
    chiudila in te per sempre, insieme a me.


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         I testi di "Dolce acqua" (Delirium)

    Anche nei testi, l'esordio discografico dei Delirium offre il suo contributo al linguaggio "contaminato" del nuovo prog italiano che nel 1971 è in rapida ascesa. Firmate da Ivano Fossati, le liriche seguono infatti una trama concettuale non troppo stringente, eterogenea e per questo forse più godibile di altre esperienze dell'epoca.

    Si passa così dai toni evocativi di "Favola o storia del Lago di Kriss", dove natura e mondo degli uomini sono posti in dialettico confronto, ai colti richiami letterari di "Johnnie Sayre", derivato dalla celebre "Antologia di Spoon River" di Edgard Lee Masters. I versi di "Preludio" e "Movimento II", invece, si fanno carico dell'ansia di rinnovamento, mista a smarrimento, tipica delle nuove generazioni, che può tradursi a volte nel rifiuto egoistico di ogni legame familiare ("Movimento I"). Nella traccia che intitola il disco e chiude la sequenza, comunque, è proprio la natura a simboleggiare un possibile punto di ripartenza dopo la "tempesta" e la rottura con il passato.

    I chiaroscuri espressivi articolati in modo consapevole attraverso i diversi stati emotivi, mostrano a sufficienza il potenziale di una scrittura che il giovane Fossati avrebbe poi affinato nei molti dischi da solista, una volta lasciati i suoi compagni di strada con il memorabile exploit di "Jesahel" a Sanremo nel 1972.

    Avvertenza: la trascrizione dei testi è basata sull'ascolto diretto della ristampa digitale Fonit Cetra (1989).


       PRELUDIO (Paura)

    Case bianche baciate da un sole che luce non ha:
    strano sole.
    Treni cosmici partono e non ritornano più
    da quel sole.
    La paura che ormai corre dentro di me, che so:
    resterà di noi solo un grande falò.

    Ombre calde che bruciano l'aria al di sopra di noi
    da quel sole.
    Mani fredde si aprono dalle rovine di noi
    a quel sole.
    La paura che ormai corre dentro di me, che so:
    resterà di noi solo un grande falò.

    Il silenzio e la luce ora stanno tornando lassù,
    strano sole.
    Anche se siamo polvere al vento, ora scaldi anche noi,
    strano sole.
    Primavera, se mai passerai per di qua, lo sai:
    porterai con te anche un poco di me.


       MOVIMENTO I (Egoismo)

    Io non ho padre.
    Io non ho madre.
    Nella mia vita non ho amato
    nient'altro che me.

    Io non ho padre.
    Io non ho madre.
    Nella mia vita non ho amato
    nient'altro che me.


       MOVIMENTO II (Dubbio)

    Tutto il buio del passato,
    l'incertezza del futuro
    ho da mille anni chiusi in me.

    La paura di morire,
    una gran voglia d'amare,
    giorni e giorni a chiedermi perché.

    Certo è meglio non pensare,
    avrò tempo di cercare.
    Forse è meglio non sapere,
    non sentire, non vedere,
    non cercare, non cercare.
    Avrò il tempo di sapere,
    di capire forse più.

    Verdi gli occhi della vita.
    Per l'invidia della gente,
    pochi azzurri in cui mi perderò.

    Luce, non mi abbandonare,
    ho paura di mentire:
    sarò solo io davanti a me.
    Griderò che è giusto amare,
    proverò a ricominciare.
    Sarò libero di andare
    di capire, di sentire,
    di parlare, d'imparare.

    Avrò il tempo di morire,
    di morire un po' di più.


      TO SATCHMO, BIRD AND OTHER UNFORGETTABLE FRIENDS (Dolore) [strumentale]


      SEQUENZA I e II (Ipocrisia - Verità) [strumentale]


       JOHNNIE SAYRE (Il perdono)

    Padre, tu non sai l'angoscia del momento
    in cui la ruota di quel treno fu su di me,
    e ti chiedo perdono.

    Mentre mi portavano giù per la collina
    vidi ancora la scuola che saltavo
    per salire a giocare sui treni.
    E pregai di vivere tanto da provare il conforto
    di chiedere perdono a te,
    che ancora non sapevi.

    Dopo venne la tua voce.
    Le tue lacrime grandi
    mi bagnarono il viso,
    e ormai non l'avrei fatto più.

    Treno! Treno! Treno!....

    Padre, tu non sai l'angoscia del momento
    in cui la ruota di quel treno fu su di me,
    ma ti chiedo perdono.


    I Delirium nel 1971
    In senso orario: Ettore Vigo, Ivano Fossati, Peppino Di Santo, Mimmo Di Martino, Marcello Reale



       FAVOLA O STORIA DEL LAGO DI KRISS (Libertà)

    Notte chiara di luna piena,
    notte chiara sul Lago di Kriss.

    Notte chiara di primavera,
    passa un'ombra sull'acqua di Kriss.

    Forse il vento caldo di primavera
    fa da guida all'ombra che va.
    La luna accende fuochi d'argento
    sull'acqua calma del Lago di Kriss.

    "O tu, che puoi camminare sull'acqua,
    rimani un poco a parlare con me".

    L'ombra si ferma ed ascolta la voce,
    parla allora il gran Lago di Kriss.

    "Da mille anni sto fra queste rive:
    non vedo che gli alberi intorno a me,
    il bosco, il prato,
    l'alba e l'imbrunire,
    e la mia preghiera l'affido a te.
    Fa' ch'io possa vedere il mondo, gli uomini,
    le donne e il mare più profondo.
    Le terre più lontane che potrò scoprire,
    la luce più abbagliante che potrò vedere.
    Sto da mille anni fra queste rive
    e la mia preghiera l'affido a te."

    Luna chiara nel cielo scuro,
    è calda la notte sul Lago di Kriss.

    Risponde l'ombra con la voce del vento:
    "Vecchio lago, tu non sai che cosa vuoi!
    Da mille anni stai fra queste rive,
    il mondo non è ciò che credi tu.
    T'inghiottirebbe il mare più profondo,
    le terre più lontane bruciano.
    La luce più abbagliante vedi tu ogni giorno,
    è pace ciò che senti intorno a te."

    Notte cupa di cielo scuro,
    cala la luna sul Lago di Kriss.

    L'ombra è svanita, dissolta nel buio,
    torna il silenzio sull'acqua di Kriss.


       DOLCE ACQUA (Speranza)

    Verde prato
    dentro me.

    La tempesta passata non è,
    ma vedo
    dolce acqua.



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         I testi di "Chocolate Kings" (PFM)

    Disco amato oppure odiato senza sfumature, "Chocolate Kings" ha suscitato a ben vedere critiche perlomeno contraddittorie: da un lato infatti si accusava il gruppo di "svendersi" al dollaro solo per la scelta legittima di cantare in lingua inglese, mentre dall'altro si irrideva la scarsa furbizia di voler conquistare il mercato americano con liriche così irriverenti e niente affatto accomodanti.

    In realtà, i bellissimi testi scritti dalla paroliera statunitense Marva Jan Marrow insieme alla band, a mio avviso esprimono semplicemente, e con più amarezza che astio, la disillusione di una generazione che proprio col mito americano (libertà e pacifismo) è cresciuta e ha fatto le sue prime battaglie, prima di vederlo tradito in ogni maniera possibile. Malinconia e disincanto si respirano soprattutto in "Paper Charms" e "Out of the Roundabout", mentre "Harlequin" esalta l'artista che, almeno, sa dare voce ai sogni infranti.

    Se "From Under" affronta la piaga dilagante delle droghe pesanti, fallace rifugio alla delusione e al male di vivere, l'atto d'accusa più sferzante verso una certa idea di America è proprio quello contenuto nella title-track: satira davvero mordace di un impero, economico e culturale, che si squaglia proprio come cioccolato al sole.
    Nel complesso, sono liriche di forte spessore, e ancora oggi molto efficaci nella grande performance vocale di Bernardo Lanzetti, qui al suo esordio nella PFM.





    La copertina americana del disco

       FROM UNDER

    A lover collecting ladies
    a poet connecting raindrops
    a rock'n'roll star, a gambler's seven
    a saint on a train to heaven
    if you don't like your number
    trying to get out from under
    providence comes and offers sweetly
    swallow the dream you like

    Some buy a dream crutch to survive
    somebody says, "don't sell me lies" ...

    So providence kindhearted lady
    sent round all her salesmen
    with toy revolutions and more ...

    Cadillac gurus
    old jesus new circus
    blind fifties revivals
    the wind up pelvis band
    keeps on playing
    still someone's saying
    "don't sell me lies"

    So providence called her last friend
    heroin the charming ocean
    patient enough for every problem
    silent enough to drown so many good friends

    Providence of illusion
    providence whore of fat kings
    leave them alone!

    Lady you'll never get them
    lady you'll never win
    they are miles from your zoo
    Even sad
    even dying of sadness
    they are the winners
    beautiful winners
    they are the land of your fall ...


       DA SOTTO

    Un amante che colleziona donne
    un poeta che unisce gocce di pioggia,
    una star del rock'n'roll, il sette di un giocatore,
    un santo su un treno per il paradiso...
    Se non ti piace il tuo numero,
    se stai cercando di uscire da sotto,
    la provvidenza viene e offre dolcemente:
    "Inghiotti il sogno che ti piace!"

    Alcuni comprano una stampella di sogni per sopravvivere;
    qualcun altro dice: "Non vendermi bugie!"

    Così la provvidenza, signora gentile,
    mandò in giro tutti i suoi rappresentanti
    con rivoluzioni-giocattolo ed altro...

    Gurus con la Cadillac,
    il nuovo circo del vecchio Gesù,
    revivals dei ciechi anni Cinquanta,
    il super gruppo continua a suonare
    ormai caricato a molla
    e ciononostante c'è ancora qualcuno che dice:
    "Non vendermi bugie!"

    Così la provvidenza chiamò il suo ultimo amico,
    l'affascinante oceano dell'eroina,
    abbastanza paziente per ogni problema,
    abbastanza silenzioso per annegare così tanti buoni amici.

    Provvidenza di illusione,
    provvidenza puttana di grassi re,
    lasciali in pace!

    Signora tu non li avrai mai,
    signora tu non li vincerai mai,
    sono miglia lontano dal tuo zoo.
    Anche se tristi,
    anche se pieni di disperazione,
    loro sono i vincitori,
    meravigliosi vincitori,
    loro sono la terra dove tu tramonti.


       HARLEQUIN

    Harlequin came at night
    bowing to the ghosts of freedom square
    stretching a silver rope
    jester of frozen minds

    And everyone of us
    junkees and ghosts of freedom square
    spoke through his waving hands
    wept on his brother face
    wispered through painted lips
    rusty phrases forgotten lines
    thinking of arrows lost
    shooting them past the pain

    And everyone of us
    losers and lost and underdogs
    just scraps of our younger minds
    we danced all around the square
    jumped to his see-through horn
    screaming shouting forgotten lines
    shooting our rage again
    like arrows far past the pain

    And when the dogs fast arrived
    baying across the town
    we were there
    all of us
    a million harlequins

    And the town
    bloomed alive
    like a beautiful night fair
    and we were there
    all of us
    to be the rite of may ...


       ARLECCHINO

    Arlecchino venne di notte
    inchinandosi ai fantasmi di Piazza della Libertà,
    tese una fune d'argento,
    mimo di menti congelate.

    E ognuno di noi,
    rottami e fantasmi di Piazza della Libertà,
    parlò attraverso le sue mani ondeggianti,
    pianse sulla sua faccia di fratello
    e mormorò attraverso labbra dipinte
    frasi arrugginite e dimenticate.
    Pensando alle frecce che avevamo perduto
    cercando di lanciarle lontano, oltre il dolore.

    E ognuno di noi
    perdenti, sperduti, tristi, emarginati,
    ormai pezzetti di quelle che erano le nostre menti più giovani
    ballò intorno alla piazza,
    saltò al ritmo della sua invisibile tromba,
    gridando e urlando frasi dimenticate.
    Lanciando la nostra rabbia
    di nuovo come frecce lontane, oltre il dolore.

    E quando i cani arrivarono veloci
    abbaiando attraverso la città,
    noi eravamo là,
    tutti noi,
    un milione di arlecchini.

    E la città
    fiorì a rivivere
    come una meravigliosa fiera notturna,
    e noi eravamo là,
    tutti noi,
    per essere la sagra del Maggio.


       CHOCOLATE KINGS

    When I was born they came to free us
    to heal our battle wounds
    with photographs of big fat mama
    the chocolate kings arrived
    to feed us full of good intentions
    and fatten us with pride
    stars and candy bars!

    Shirley Temple dipped her dimples
    in favorite nursery rhymes
    big mamas love was pure and simple
    and gentle dollar signs
    sang out lullabies

    So sorry
    her superman is losing fans
    and I am so sorry
    so sorry
    they've packed her bags
    they've stacked her flags
    and we are so sorry

    Her supermarket kingdom is falling
    her war machines on sale
    no one left to worship the heroes
    her TV gods have failed
    hope she takes a look in the mirror
    while she is on her way home ...

    Her supermarket kingdom is falling
    her war machines on sale
    no one left to worship the heroes
    her TV gods have failed

    So sorry
    her superman is losing fans
    and I am so sorry
    so sorry
    They've packed her bags
    they've stacked her flags
    and we are so sorry

    Now you and I know big fat mama
    she took us for a ride
    but musclemen are out of business
    the chocolate kings are dying
    you don't wanna waste your life for chocolate heaven
    you like to stay alive
    like to stay alive


       RE DI CIOCCOLATO

    Quando sono nato loro vennero a liberarci
    per sanare le nostre ferite di guerra.
    Con fotografie della Grande e Grassa Mamma
    i re di cioccolato arrivarono
    per saziarci pieni di buone intenzioni
    e ingrassarci con orgoglio,
    stelle e stecche di candito!

    Shirley Temple approfondì le sue fossette
    recitando i suoi favoriti versi per bambini.
    L'amore della Grande Mamma era puro e semplice
    e i gentili simboli del dollaro
    cantavano ninna-nanna.

    Come mi dispiace,
    il suo superman sta perdendo ammiratori
    e mi dispiace così tanto,
    così tanto!
    Hanno fatto le valigie,
    ripiegato e messo via le bandiere,
    e ci dispiace così tanto!

    Il suo impero di supermercati sta cadendo,
    le sue macchine da guerra sono in svendita,
    non è rimasto più nessuno ad adorare gli eroi,
    i suoi dei televisivi hanno fallito.
    Spero si dia una guardatina allo specchio
    lungo la strada verso casa...

    Il suo impero di supermercati sta cadendo,
    le sue macchine da guerra sono in svendita,
    non è rimasto più nessuno ad adorare gli eroi,
    i suoi dei televisivi hanno fallito.

    Come mi dispiace,
    il suo superman sta perdendo ammiratori
    e mi dispiace così tanto,
    così tanto!
    Hanno fatto le valigie,
    ripiegato e messo via le bandiere,
    e ci dispiace così tanto!

    Adesso io e te conosciamo la Grande e Grassa Mamma,
    ci ha preso in giro,
    ma i mister muscolo sono fuori causa,
    i re di cioccolato stanno morendo,
    e tu non vuoi buttar via la tua vita per il paradiso di cioccolata,
    vuoi rimanere vivo,
    vuoi rimanere vivo!


       OUT OF THE ROUNDABOUT

    1.
    Got a skin of sun
    i'm breathing celophane
    got a fadin' tan
    to offer to the rain
    who's the refere
    when winter plays the ball?
    runnin out of time
    to celebrate the fall
    out of the roundabout
    out of the roundabout

    Got a cotton hat
    to wear all year round
    got a time disease
    that keeps me upsidedown
    and the willow trees
    are spittin' out some green
    i would give a look
    but springtime looks a scream
    out of the roundabout
    out of the roundabout

    Now all the seasons run together
    and the middle days are gone
    without our weather repetitions
    i can't shake my dice
    can't skip a line no no no no no ...

    2.
    Had my bicycle risin'
    fast wheelin' and climbin'
    the equinox hurdles
    over gates of heat

    Even numbers to bring out
    and courses to follow
    in search of the days
    before i missed their beat

    I ran into a black cat
    good taste for all timing
    his ivory shaker
    couldn't pour out rain

    I've been truckin' and trackin'
    still missin' the rhythm
    of changes that used to
    make me feel all right ...

    I met birds on a cable
    a dark feathered station
    time flown for migration
    but they wouldn't fly

    Askin' cherries and peaches
    to work on their accents
    a natural compass
    but they fooled me good

    I've been joggin' and jugglin'
    still missin' the rhythm
    of changes that used to
    make me feel all right ...


       FUORI DAL CERCHIO

    1.
    Ho una pelle di sole,
    respiro cellophane,
    ho un'abbronzatura che sbiadisce
    da offrire alla pioggia.
    Chi fa le regole
    quando l'inverno gioca a pallone?
    Mentre manca il tempo
    per celebrare l'Autunno
    fuori dal cerchio,
    fuori dal giro.

    Ho un cappello di cotone
    da portare tutto l'anno,
    ho una malattia del tempo
    che mi tiene a testa in giù,
    e i salici
    sputano un po' di verde.
    Vorrei gridare,
    ma la Primavera sembra uno scherzo.
    Fuori dal giro,
    fuori dal cerchio.

    Ora tutte le stagioni corrono insieme,
    e i giorni di mezzo sono andati
    senza le nostre ripetizioni climatiche.
    Non posso gettare i miei dadi,
    non riesco a fare un passo, no no no no no...

    2.
    Avevo questa bicicletta che saliva,
    ruotava veloce e si arrampicava
    sui tornanti dell'equinozio,
    oltre i cancelli del calore.

    Numeri pari da portare alla luce
    e corsi da seguire
    in cerca dei giorni,
    prima di perdere il loro ritmo.

    Incontrai un gatto nero,
    ottimo gusto per ogni tempo ritmico,
    il suo agitatore d'avorio
    non riusciva a far piovere.

    Ho viaggiato coi camion e fatto atletica,
    ma ancora mi manca il ritmo
    di quei cambiamenti
    che mi facevano sentire bene.

    Ho incontrato uccelli su un cavo,
    una scura stazione piumata,
    il tempo dell'emigrazione era già volato,
    ma loro ancora no.

    Chiedendo alle ciliege e alle pesche
    di rafforzare i loro accenti,
    una bussola naturale,
    ma mi presero in giro per bene.

    Ho fatto ginnastica e mi son dato da fare,
    ma ancora mi manca il ritmo
    delle stagioni
    che mi facevano sentire così bene.


       PAPER CHARMS

    How many times, Swan
    we got cold
    you uncorked your wine
    how far we drove drunk
    on a car of paper charms
    light drawing sun cartoons
    sunday fairs and red ballons

    How far we seemed to fly
    calling life a sugar spoon
    pain was a bird to fight
    sending feathered sticky kites
    through the night

    Spring saw us leaving
    thinking to slide down a moony river
    but reaching just a cardboard sea
    the promised wonderland

    Cross the drums
    battle sounds
    soon we lost
    our paper wings.
    Knew the thirst
    knew the pain
    learned to walk

    To the man
    trying to stand
    we composed
    our best songs

    Iron shoes
    tramped on us
    mad fanfare
    of dirty tunes.

    Then we knew
    taste of dust
    learned to fight

    To the man
    shaking fists
    we composed
    our last songs

    Now every morning
    our poems will turn with care
    just like the sunflowers
    cause we know the taste of time

    How, how far we drove, Swan,
    from our fading paper town
    far from your sticky moons
    shiny kites and red ballons
    your nowhere wonderland ...

       INCANTESIMI DI CARTA

    Quante volte, Swan,
    ci venne freddo,
    tu stappasti il tuo vino,
    quanto lontano abbiamo guidato ubriachi
    su una macchina di incantesimi di carta,
    leggeri, disegnando cartoni animati al sole,
    fiere della domenica e rossi palloni.

    Quanto lontano sembrò volassimo
    chiamando vita un cucchiaio di zucchero.
    Il dolore era un uccello da combattere
    lanciando piumati attaccaticci aquiloni
    nella notte.

    La primavera ci vide partire
    pensando di scivolare giù lungo il fiume lunare
    mentre andavamo a raggiungere solamente un mare di cartapesta,
    il promesso paese delle meraviglie.

    Attraverso i tamburi,
    suoni di battaglia,
    presto perdemmo
    le ali di carta.
    Conoscemmo la sete,
    conoscemmo il dolore,
    imparammo a camminare.

    All'uomo
    che cercava di drizzarsi in piedi
    dedicammo
    le nostre più belle canzoni.

    Scarpe di acciaio
    ci calpestarono,
    folle fanfara
    di canzonacce.

    Così conoscemmo
    il sapore della polvere,
    imparammo a combattere.

    Per l'uomo
    che agitava i pugni
    componemmo
    le nostre ultime canzoni.

    Ora, ogni mattina,
    le nostre poesie gireranno con attenzione,
    come girasoli,
    perché conosciamo il sapore del tempo.

    Quanto, quanto lontano abbiamo guidato, Swan,
    dalla nostra evanescente città di carta,
    lontano dalle tue lune attaccaticce,
    i tuoi luccicanti aquiloni e rossi palloni,
    il tuo inesistente paese delle meraviglie.


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         I testi di "Vietato ai minori di 18 anni?" (Jumbo)

    Il terzo album dei Jumbo, uscito nel 1973, si segnala per il tono insolitamente crudo e diretto delle liriche. Scritte dal cantante Alvaro Fella, sembrano davvero voler rompere il velo d'ipocrisia che circondava la società italiana del tempo riguardo ai temi più scottanti e quindi "rimossi".

    Una volontà esplicitata a chiare lettere nella chiusura di "No!", e anche nelle note interne di copertina. In effetti difficilmente, nel restante rock italiano del tempo, si può trovare qualcosa di simile: l'inferno della droga di "Gil", o il mondo della prostituzione ritratto in "Via Larga", sono sbattuti in faccia all'ascoltatore con un linguaggio che non lascia margine all'immaginazione. Sono istantanee livide e prive di fronzoli, quasi da cronaca nera, anche l'impietoso ritratto di "Specchio", la condanna di una distorta educazione che emerge in "Vangelo?", fino alla disperata presa di coscienza di un alcolista che domina "40 gradi".

    Se tutto ciò non bastasse, il timbro sferzante dello stesso Fella aggiunge pathos e indignazione a quello che somiglia a un vero atto d'accusa nei confronti di un paese pesantemente segnato, ieri ancora più di oggi, dall'oscurantismo conformista della morale cattolica, che ha prodotto spesso disagio profondo e solitudine: più che un'opinione, questa è storia.


       SPECCHIO

    Avevo sette anni quella volta che in colonia bagnai il letto:
    mi fecero percorrere il lungo corridoio che portava alle docce
    tirandomi per le orecchie, schernito da tutti. Ero nudo.

    Avevo dieci anni quella volta che d'inchiostro, a scuola, sporcai il banco:
    quattro vergate sulle mani la madre superiora mi rifilò...
    ... come piangevo!

    E in collegio il mio vicino di branda mi faceva gli occhi dolci,
    alla sera mi spiava mentre io infilavo il pigiama.
    Avevo dentro tanta paura e non sapevo cosa fare.

    E a militare il sergente si divertiva a farmi ramazzare il cortile.
    Gli altri mi prendevano in giro perché avevo pochi peli.
    A casa non andavo mai, non c'era mai nessuno ad aspettarmi.

    Ed ora non ho il coraggio di cercarmi una donna mia:
    son sicuro mi prenderebbe in giro e non saprei sopportarlo.
    Continuo a masturbarmi e son convinto non avrò mai un figlio.


       COME VORREI ESSERE UGUALE A TE

    Per anni ho riso, ho cantato, ho recitato
    sul palcoscenico della vita
    la parte dell'uomo felice e senza pensieri:
    non è così, non posso ingannarmi.

    No, non è vero che non mi importa niente
    dei miei occhi spenti.
    Come vorrei una vita diversa,
    c'è tanta amarezza nel mio cuore.


       IL RITORNO DEL SIGNOR K

    Come vorrei essere uguale a te!
    Avere anch'io una donna,
    correre lungo il fiume
    e con gli amici andare ad un concerto.

    Forse la mia storia non ti interessa affatto
    ma ti ringrazio di avermi ascoltato.
    E' la prima volta che mi confido, e ti giuro
    mi sento meno solo,
    mi sento meno solo,
    mi sento meno solo,
    mi sento meno solo...


       VIA LARGA

    Ogni sera in una via del centro
    vendevi te stessa, contrattavi il tuo corpo,
    come si fa al mercato rionale con la carne di maiale.

    Poi al mattino tornavi a casa,
    lui ti vuotava le tasche
    e se i soldi no, non erano sufficienti,
    ti prendeva a ceffoni.

    E tu là in un angolo stavi in silenzio,
    lo guardavi con tenerezza:
    tu l'amavi, amavi quell'uomo.

    Poi hai capito finalmente, hai capito.
    Hai preso coraggio e ti sei ribellata,
    volevi finirla, cambiare la tua vita.
    Te l'hanno impedito e tu hai minacciato.

    Ed ora sei lì in quella pozza di sangue,
    hai gli occhi sbarrati ancora dal terrore.


       GIL

    Gil faceva ballare il suo sangue,
    la mente viaggiava.
    Qualcuno moriva
    nel suo sacco a pelo, soffocato dal suo vomito,
    ed un organo suonava mille bolle di sapone.

    Giù in strada pupazzi di neve trascinavano
    alcuni di noi a calci in bocca in manicomio
    e all'angolo di un bar
    venditori di sogni contavano soldi,
    ridendo contavano soldi.


    I Jumbo: il primo seduto da sinistra è Alvaro Fella


       VANGELO?

    Pensare che tempo fa
    se praticavi l'onanismo
    eri punito per il tuo bene,
    eri salvato dalla pazzia.

    Bimbi e bambine, ragazzi e ragazze
    venivano legati nelle mani e nei piedi,
    venivano picchiati sui genitali,
    venivano salvati da spaventosi malanni.

    Se tutto ciò fosse Vangelo
    noi vivremmo in un mondo di pazzi.
    Se tutto ciò fosse Vangelo
    il mondo sarebbe pieno di mostri.


       40 GRADI

    Ho il viso smunto e tirato,
    gli occhi chiusi ed assonnati,
    le membra stanche, forse malate,
    e tanta voglia di dormire e riposare.

    Ma i miei sogni sono pieni di vermi arricciati,
    vermi schifosi ed affamati,
    di cani rabbiosi che tentano di mordermi le mani.

    Pensavo di aver raggiunto la tranquillità,
    credevo di aver raggiunto la felicità.

    L'alcool: ecco che cos'è la mia tranquillità,
    la mia felicità.
    L'alcool: ecco che cos'è la mia tranquillità,
    la mia felicità.


       NO!

    Diciamo no a ipocriti e borghesi,
    a chi è in malafede,
    a chi non sogna che ricchezza,
    ai falsi venditori di parole.

    Diciamo no ai conservatori,
    a tutta quella gente
    che vuole tutto come sta.
    Diciamo no, diciamo no
    a chi non ci permette di parlare.

    Vietato? Ahahahah!!!


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         I testi di "Contrappunti" (Le Orme)

    Da sempre un nome controverso del prog italiano, a ben vedere Le Orme hanno spesso mostrato un certo coraggio nelle loro scelte, sia musicali che testuali. Lo dimostra proprio un disco come "Contrappunti", pubblicato nel 1974. Il titolo allude da una parte all'arte di combinare con una data melodia una o più melodie, anche autonome, tipica della musica classica, ma forse soprattutto alle tesi urticanti esplicitate nei quattro brani cantati, dove si parla di aborto, di bomba atomica e della morale cattolica in tema di sessualità.

    Fa soprattutto discutere, nel pieno delle battaglie civili allora in corso sul tema, "La fabbricante d'angeli", che dietro le metafore prende chiaramente posizione contro l'aborto clandestino, e quindi implicitamente a favore di quello legalizzato. La cosa avverrà solo quattro anni dopo, nel 1978, con la famosa Legge 194, ma intanto il brano, nel clima infuocato di quel periodo, venne subito censurato dalla RAI. Delicati e poetici sono i versi di "Frutto acerbo", sul sesso giovanile complicato da un contesto spesso bigotto e oscurantista, e interessanti quelli di "Maggio", dove si sottolinea la sostanziale assonanza, per molti versi scandalosa, tra il messaggio umanitario del socialismo e quello della religione cattolica, che sembra averlo sposato anche nelle formule verbali: il riferimento è a una dichiarazione dell'epoca di Paolo VI, che riecheggiava le parole pronunciate da un esponente del partito comunista cinese. Quanto a "India", i versi efficacissimi cantati da Tagliapietra rimarcano la grave contraddizione del paese di Gandhi, che dichiarava di volersi dotare dell'atomica mentre la gran parte della popolazione viveva nell'indigenza, come il trio potè constatare durante un viaggio in quei luoghi.

    Problematiche e soprattutto opinioni non da poco, che infatti suscitarono molte polemiche, anche se il disco, alla fine, non piacque troppo al pubblico italiano. Il quale rimase forse spiazzato, tra le altre cose, da una band identificata a torto o a ragione con un certo background cattolico, e qui invece capace di esprimersi con grande libertà, fuori da ogni conformismo di comodo.


       FRUTTO ACERBO

    Sotto il letto
    il diavolo cantava già vittoria,
    e nel buio la paura prima di dormire,
    per il primo giuramento
    che ho strappato al sole.
    A primavera, il sasso nello stagno
    che rimbalzava così forte in noi!
    Nel rotolarci sotto il fieno
    soffriva il cuore,
    frutto ancora acerbo.

    E l'estate, a sera,
    via di corsa all'osteria
    per ripetere a mio padre: "la minestra è fredda".
    Nel silenzio verso casa,
    la sua mano triste.
    E le ragazze che ridevano
    dietro le spalle dei segreti ardori,
    io mi sognavo di fermarle
    ma la mia voce
    si perdeva al vento.

    Venne poi l'inverno
    dietro il sole grande e bianco.
    Quanto amore, quanto amore
    mi scoppiava dentro.
    Ricordo ancora
    quello strano giorno,
    dissi sincero: "non lo voglio fare".
    Ma la pregavo di restare
    per un minuto,
    un minuto solo.


       INDIA

    Mistica donna dal corpo di bronzo,
    attingi ai tesori di amori ancestrali.
    Deserto immenso di cenere calda,
    il sole conserva le tue febbri antiche.

    Terra feconda d'azzurri diamanti,
    i frutti orgogliosi nel fango imprigioni.
    Pazza sorgente di piogge invocate,
    nei campi assetati riporti la vita.

    Con le tue danze in cieli di fuoco
    nascondi il respiro di bocche affamate.
    Piangi nel fiume viziata dal male,
    ma un tuono più forte ti scopre bugiarda.

    Quale saggezza risuona nel sitar,
    e quanto veleno sprigiona il tuo incenso.



    Retro della copertina (particolare)



    Le Orme al tempo di "Contrappunti"
    (da sinistra: Aldo Tagliapietra, Tony Pagliuca e Michi Dei Rossi)



       LA FABBRICANTE D'ANGELI

    Dal più profondo buio della notte
    due occhi vuoti sfuggono le stelle.
    La fabbricante d'angeli è già scesa,
    ma incespica coi ferri arrugginiti.
    Sul ventre già fiorito
    di una ingenua ragazzina
    la luna si ferisce
    passando i vetri rotti.

    E d'improvviso l'aria si raffredda,
    sui tetti scuri argenta la rugiada.
    Più non respira il seno, ormai di pietra,
    che un dolce inganno
    un giorno aveva sciolto.
    Stanca è ormai la vecchia
    che si perde nella nebbia,
    mentre le campane annunciano la festa.


       MAGGIO

    Il sole a maggio è timido,
    e scompare verso l'ora del Rosario.
    Si sprigiona dalle vecchie travi
    l'aria intrisa dell'inverno.
    La facciata della chiesa bianca
    lentamente si ravviva,
    come il viso di una dolce suora
    che si scopre nello specchio.

    Anche se è passato tanto tempo
    stride ancora la sua porta,
    e ricordo l'ultima occasione,
    una grazia mai avuta.
    Ora stanco e teso come un arco
    per le beffe della gente,
    mi abbandono fra gli accordi tristi
    dove un giorno annegherò.

    Dietro i ceri il canto dei bambini
    che mi scuote il petto come un pugno.
    Una voce libera e lontana
    resta chiusa fra gli altari:
    l'uomo è il primo ed il più grande
    fra i tesori della terra.

    Passi rumorosi nella piazza,
    polvere sui marmi bianchi.
    Braccia sollevate dal lavoro,
    le bandiere e l'acqua Santa.
    Dietro l'uscio chiuso il prete ascolta
    mille voci nella festa:
    l'uomo è il primo ed il più grande
    fra i tesori della terra.


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