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"In guerra per amore" di Pif (Italia, 2016)

Dopo il felice esordio di "La mafia uccide solo d'estate" nel 2013, Pierfrancesco Diliberto in arte Pif ci riprova e fa di nuovo centro, nonostante, com'è risaputo, la seconda prova sia spesso la più difficile. Pubblico e critica ormai ti hanno identificato col primo film, e quindi puoi sbagliare in due modi opposti: o perché scegli di fare un film troppo diverso ("chi si crede di essere?"), oppure perché ne fai uno troppo uguale ("ha già finito la benzina"). Ebbene, a me pare che il regista nato a suo tempo come stralunato inviato televisivo, abbia saputo scansare entrambi i rischi. È vero infatti che anche stavolta si parla di mafia, e che perfino i nomi dei due fidanzati sono gli stessi del film precedente, però non si può negare che in questo caso l'angolazione del racconto e la confezione stessa siano più calibrate rispetto all'esordio.

Arturo è un ragazzo di origine italiana che in America fa il lavapiatti in un ristorante e ama la bella Flora (Miriam Leone): lo zio della fanciulla però l'ha promessa in sposa al figlio del braccio destro di Lucky Luciano, temibile e influente uomo d'onore anche in carcere, come la storia ha dimostrato: quel che si dice un ottimo investimento in una certa logica dell'ambiente italo-americano, sempre attento a saldare alleanze strategiche. Siamo nel 1943 e Arturo, più che mai innamorato, accetta di rivolgersi direttamente al padre di Flora, che vive ancora in Sicilia, per chiedergli direttamente la sua mano e scavalcare così l'odioso rivale. Come arrivare però nella lontana terra-madre, senza soldi per il viaggio e soprattutto in piena seconda guerra mondiale? Dilaniato dai dubbi, alla fine Arturo non trova migliore occasione che arruolarsi nell'esercito americano ormai in procinto di intraprendere lo sbarco decisivo sull'isola. Qui, tra buffe peripezie e incontri di vario genere, riesce infine a rintracciare il padre morente di Flora e strappargli il sospirato assenso alle nozze, ma intanto è testimone diretto di qualcosa che lo sconvolge, soprattutto dopo la morte del luogotenente e amico Philip Catelli, che in qualche modo gli apre gli occhi sul vergognoso patto firmato dagli americani con la mafia locale.

Il registro dominante è sempre quello della commedia, intendiamoci: il protagonista interpretato dallo stesso Pif, che non a caso si chiama sempre Arturo, non è diverso dal ragazzone imbranato ma perbene del film precedente, e non sono pochi i momenti che il suo modo di fare candido, quasi disarmante, strappa risate, come del resto i primi e faticosi approcci tra gli alleati e la gente siciliana. Tuttavia, un occhio attento coglie fin dall'inizio, disseminati qua e là con leggerezza sapiente, i segnali di una visione più matura e consapevole, costruita con maggiore attenzione a quei dettagli che, dietro il sorriso, preparano la sorprendente ultima parte del film. In particolare, la sequenza dell'uccisione di Catelli, con la fuga del bambino montata in parallelo con la supplica di Arturo al padre di Flora, ammantata di comiche esitazioni, risulta davvero congegnata ad arte, così come il comizio del neosindaco, sciaguratamente incoronato dagli americani sotto il vessillo scudocrociato, nel suo crescendo di sfacciata retorica mette i brividi per come lascia intuire ciò che sarà: una terra sempre più avvelenata da un potere mafioso strettamente intrecciato a quello politico.

Alla fine, ce n'è abbastanza per dire che Pif è cresciuto e ha trovato il modo di rispolverare un pezzo di storia tristemente vera senza tradire il suo stile, né il personaggio che si porta dietro fin dagli inizi. Bravissimo, il regista, anche nella scelta dei suoi attori: a parte un sobrio ma intenso Andrea di Stefano, nei panni del tenente Catelli, sia la coppia disgraziata dello zoppo e del cieco (Maurizio Bologna e Sergio Vespertino rispettivamente), che il grottesco Don Calò di Maurizio Marchetti, sembrano incarnazioni dolenti, tra degrado, solitudine e arrivismo rapace, di un momento storico che ha lasciato cicatrici profonde nel corpo sociale dell'isola. "In guerra per amore" è un film che pur divertendo nei toni alla lunga fa riflettere sul lascito di quell'incontro tra interessi speculari, in un riuscito concentrato di ironia, amaro disincanto e indignazione: davvero sulle orme della più nobile commedia italiana del tempo che fu, insomma, impersonata tra gli altri da quell'Ettore Scola cui, non per caso, il film è dedicato.

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Libri


200 pag. - 17,00 €


Mox Cristadoro - "I 100 migliori dischi del Progressive Italiano" (Tsunami Edizioni, 2014)

Come mai l'editoria musicale di questi anni continua a sfornare volumi su volumi sul rock progressivo, italiano e non, con una generosità perfino sospetta, quando per troppo tempo ci si è fatti bastare qualche libercolo amatoriale non sempre impeccabile per contenuti e impostazione? Probabilmente l'industria di settore si è accorta, in ritardo, che un certo repertorio musicale dato per morto trent'anni fa continua ad avere un seguito di appassionati tutt'altro che sparuto. Comunque sia: ai posteri l'ardua sentenza, naturalmente, ma il fenomeno è senz'altro da salutare con favore, dopo la lunga carestia.

Ovviamente, tra tante pubblicazioni dello stesso genere, non mancano quelle discutibili: a volte semplicistiche nell'analisi, a volte di smisurata ambizione non sorretta da uguale competenza, o più spesso, peggio, di tono supponente, come se l'estensore vi si fosse dedicato per pura civetteria, distraendosi solo per un attimo dalle sue ben più nobili occupazioni. (E perchè mai, visto il mediocre risultato, viene poi da chiedersi). In quale categoria tra queste rientra il volumetto firmato da Mox Cristadoro? Direi in nessuna, e questa è già una bella notizia. Anzitutto l'autore (classe 1969) è un competente vero del filone musicale preso in esame: da tempo scrive per varie testate e conduce apprezzate trasmissioni radiofoniche sul rock e dintorni (su Rock FM e Radio Lombardia), e oltretutto è musicista egli stesso, cosa che gli consente qualche osservazione tecnica assai pertinente. Altro fattore positivo è la passione evidente che trasuda copiosa dalle sue schede: invece che un'algida sequenza di valutazioni espresse in pagelle o pallini (ahi, contagiosa sindrome delle stellette!), Cristadoro sceglie cento titoli del progressive tricolore degli anni Settanta e ne sviscera i meriti, ma anche qualche limite, con il fervore e la profondità di chi quei dischi ha consumato a suo tempo per il piacere puro dell'ascolto e della scoperta, distillandone alla fine il reale valore. La differenza rispetto ad altri testi similari si sente, e sicuramente si comunica anche al lettore di questa sua guida.

Come sempre, in pubblicazioni del genere, il giochino che viene subito istintivo è andare a scorrere l'indice per scoprire chi è tra gli eletti e chi è rimasto fuori: ognuno valuterà per suo conto. Personalmente, alcuni dischi scelti da Cristadoro non li avrei inseriti nel "centone" (cito il Blocco Mentale, giusto per non fare nomi...), ma si tratta di scelte, mi rendo conto, decisamente soggettive. Conta molto di più, invece, il livello di base della sua trattazione, e quello è notevole. Cristadoro, particolare non secondario a mio avviso, scrive davvero bene, e questo facilita la ricchezza di sfumature nell'esposizione e la lettura stessa: ogni disco analizzato è inquadrato nel suo contesto storico-geografico di pubblicazione, con riferimenti dettagliati ai protagonisti, alle influenze e ai richiami, non di rado lasciando trapelare sorprendenti debiti di molto rock successivo, anche anglofono, verso alcuni gruppi italiani, celebrati o meno. Senza pedanteria, ma con citazioni puntuali che lasciano pensierosi, sulle prime, ma al contempo contribuiscono a scalfire l'idea, fin troppo cristallizzata, di una cronica inferiorità culturale del progressive italiano rispetto a quello dei maestri inglesi. Questo, a mio avviso, è uno dei meriti maggiori del libro in questione, anche se probabilmente farà discutere non poco gli ultras ortodossi del prog, abituati da sempre a considerare le band italiane come semplici copie replicanti, quasi dei "cloni", di quelle britanniche.

Per entrare nel dettaglio, le schede sono distribuite secondo l'ordine alfabetico degli artisti. Di ogni album incluso è riprodotta la cover a colori, e sono forniti l'anno di uscita con l'etichetta di prima pubblicazione, la track-list e l'organico coinvolto nell'incisione. Giustamente, come è spiegato nella succosa introduzione dell'autore, è limitato a tre il numero massimo di titoli per ogni artista (è il caso di Area, Goblin, Orme, Osanna e PFM), così da permettere uno sguardo più vasto sul panorama del prog cosiddetto minore del periodo 1969-'78, spesso trascurato in trattazioni di questo tipo. Mai come in questo caso, a prescindere dal gusto personale, ci si accorge in effetti che il vero tesoro della nostra scena progressiva è proprio nella varietà di stili e proposte che ha saputo sfornare in pochi anni, in quella problematica "decade di piombo" come la chiama Cristadoro, che ha segnato un momento altamente creativo della nostra musica: forse, chissà, davvero irripetibile. Un volumetto consigliato, per tirare le somme, sia ai più navigati ascoltatori che ai neofiti assoluti del genere: come aggiornato ripasso e come introduzione alla materia.

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