Classici e capiscuola del Rock Progressivo Internazionale

T - Z

Traffic   Van Der Graaf Generator   Wallenstein   Wigwam   Yes





TRAFFIC

La storia discografica dei Traffic si lega indissolubilmente all'irrequieta vena del suo fondatore, l'enfant prodige del rock inglese Stevie Winwood (classe 1948). Entrato giovanissimo nello Spencer Davis Group, preferisce poi formare una band nuova di zecca con il batterista Jim Capaldi, il chitarrista Dave Mason e il fiatista Chris Wood: i Traffic nascono in questa formazione nel 1967.

Le prime uscite discografiche collocano il gruppo nell'area del folk-rock più stimolante: "Mister Fantasy"(1967) si caratterizza subito per una accattivante miscela di sapori diversi, nel quale spicca il talento polistrumentista di Winwood (che suona tastiere, chitarre, basso) oltretutto dotato d'una voce inconfondibile in area 'soul'. E' lui la vera anima di un progetto comunque ricco di soluzioni vincenti, a cominciare dal flauto e dal sax di Wood, ed alle tentazioni più psichedeliche di Mason, impegnato anche al sitar in "Utterley Simple". Quanto a Jim Capaldi, che asseconda spesso il canto di Winwood, firma in proprio un brano nervoso come "Dealer", con ritmiche irregolari e spagnolesche spezzate da un flauto lontano. Crepuscolare perla è la ballata sentimentale di "No Face, No Name and No Number", ma i momenti davvero trascinanti sono la più potente "Dear Mr Fantasy", carica di un feeling vibrante, e l'attacco di "Heaven Is in your Mind", per piano sincopato e ritmica secca di rincalzo al canto: sono questi titoli a dare il senso del nuovo suono targato Traffic, sempre rafforzato da estri vocali e trovate strumentali dei singoli. Calda e in piena atmosfera soul, ad esempio, è "Coloured Rain", con l'organo e il canto solista in grande spolvero, assecondati da un gran lavoro al sax di Wood, mentre il finale di "Giving to you" consacra un modello di rock già progressivo nella mescolanza ribollente di vocalizzi improvvisati, distorsioni chitarristiche in stile blues, flauti ondivaghi e tempi ritmici serrati scanditi dietro a un organo ossessivo.

Dopo la replica dell'omonimo "Traffic"(1968), inaspettatamente Winwood si concede una parentesi con i Blind Faith, dopodiché entra in sala d'incisione per quello che doveva essere il suo primo album solista. La band sembra di fatto sciolta, tanto che la Island pubblica uno strano album come "Last Exit"(1969), composto di materiale eterogeneo (singoli, versioni alternative, con due tracce live). Invece dalle sedute di registrazione esce fuori il quarto disco dei nuovi Traffic, stavolta senza Dave Mason, ed è un gioiello: "John Barleycorn Must Die"(1970, a sinistra) rimane un album fondamentale e unico per come sa fondere, esaltandole, le qualità poliedriche della band e al tempo stesso è uno di quei titoli che da soli bastano a caratterizzare tutto un periodo musicale.

 Fin dall'attacco martellante e jazzato di "Glad", ci accorgiamo d'essere al cospetto d'un disco da incorniciare: il piano e il sax s'incrociano prima a spron battuto, poi indugiando meravigliosamente s'un tappeto d'organo fino a sfumare nell'intro del successivo "Freedom Rider". La combinazione pare la stessa, piano e sax, ma arricchita dalla voce solista: e Chris Wood ci mette poi anche il suo flauto leggiadro, in un amalgama perfetto scandito dalla ritmica molto dinamica di Capaldi. Ma si tratta di un album senza pause, come si conviene ai capolavori. "Empty Pages" procede tra sincopi regolari dell'organo, che s'apre intorno alla voce, e si sviluppa in meravigliosa scioltezza s'un piano jazz sopraffino, davvero godibile. In "Stranger to Himself", che apre il secondo lato, il terzetto integra la chitarra elettrica nel consueto intreccio strumentale, e la scansione ritmica diventa incandescente: ancora s'un tempo medio, arricchito da suoni di sitar e pennate limpide di chitarra, il gruppo si lascia andare a un lungo 'surplace' da brividi, caldo e ammaliante. La ballata del titolo, un traditional rielaborato dal ritornello inconfondibile, ci riporta alle atmosfere care al folk britannico: il canto solista (ma raddoppiato di frequente) si accompagna stavolta alla sola chitarra, mentre gli fa eco un flauto antico e sapiente, e la dimensione acustica così raggiunta è una delle pagine più alte nella pur ricca stagione della musica progressiva. A chiudere il disco è "Every Mother Son", magmatica e tirata, con la batteria più irregolare e il canto vibrante, emozionale: a un certo punto l'organo stacca e inizia una fuga lunga e atmosferica, risucchiando tutti nelle sue spirali avvolgenti, prima del vero finale ad alta temperatura.

Un capolavoro del genere raramente viene uguagliato. Nonostante non siano mancati altri capitoli notevoli nella discografia dei Traffic, il gruppo rimarrà fatalmente legato a questo vertice di raro equilibrio, che condensa uno stile proverbiale. Dopo il live "Welcome to the canteen"(1971), nel quale rifà capolino anche Dave Mason, la band sposta il suo stile verso una forma molto sofisticata di soul-rock, che riscuoterà molti consensi soprattutto sul mercato americano. "The low spark of high heeled boys"(1971, a destra) presenta ad esempio una formazione più ampia, che include l'ex Blind Faith Ric Grech, il percussionista nigeriano Rebop Kwaku-Baah e il batterista Jim Gordon, per consentire a Capaldi maggiore libertà come cantante. I brani si dilatano in ritmiche sempre più rarefatte, nelle cui pieghe i solisti inventano come sanno, spesso fino al gigionismo, ma non senza colpi di classe sopraffina: la title-track lo dimostra a sufficienza, placida e ipnotica sequenza per piano liquido e percussioni, costellata da un canto etereo e singoli apporti di chitarra e sax. Così è pure in "Many a Mile to Freedom" e nella conclusiva "Rainmaker", che tuttavia offre l'indiscussa suggestione di un flauto elegante e suadente di sfondo alle liriche. La stessa cosa avviene in "Hidden Treasure", compassata ballata posta in apertura di quello che rimane comunque un altro disco di valore.

Poco dopo, Grech e Gordon lasciano la band, rilevati rispettivamente da Roger Hawkins (batteria) e David Hood (basso). E' in questo organico che i Traffic effettuano un lungo tour americano nel 1972 e quindi, nel 1973, realizzano il successivo disco "Shoot out at the fantasy factory"(1973): cinque tracce che rispettano le direttrici del precedente, con un rock-jazz flemmatico e ricco d'atmosfera, che conferma il grande bagaglio tecnico-espressivo di Winwood e compagni. Oltre alla title-track in apertura, dalla ritmica accattivante, si segnalano soprattutto la lunga "Roll Right Stones", impreziosita da un pregevole lavoro al sax di Chris Wood, e la languida chiusura di "(Sometimes I Feel So) Uninspired", con lungo assolo chitarristico e la voce "nera" di Winwood s'un tappeto avvolgente, sottolineato anche dalle percussioni di Rebop Kwaku-Baah.

All'indomani del nuovo 'live' "On the road"(ancora 1973), che rivisita i più celebri cavalli di battaglia del gruppo, si arriva quindi all'atto conclusivo del gruppo, dopo che Winwood ha dovuto fermarsi per una peritonite. L'album è "When the Eagle Flies"(1974, a fianco), e con i tre di sempre stavolta c'è solo il nuovo bassista Rosko Gee. Stranamente sottovalutato, il disco è invece tra i migliori prodotti della ditta-Traffic, offrendo alcune delle gemme più luminose del loro repertorio. La formula più sintetica dell'organico permette maggiore equilibrio alla vena di Winwood e Capaldi, che sembrano recuperare la felicità compositiva degli inizi e anche il gusto di suonare insieme. Splendida è "Dream Gerrard", condita da squisite schegge di morbido jazz nel mezzo, per piano, batteria e un sax petulante di rincalzo, ma soprattutto per l'inedito apporto del mellotron: prima di sfondo, poi in crescita fino ad un dialogo mozzafiato con il basso di Rosko Gee e la batteria. I due minuti in coda regalano brividi autentici, da antologia. Ma sono belle anche "Walking in the Wind", con l'organo in evidenza, e soprattutto "Graveyard People", col piano elettrico protagonista in un tessuto strumentale arricchito da effetti di synt, e un tappeto percussivo davvero trascinante. Un delicato lirismo autobiografico connota "Memories of a Rock'n'Rolla", mentre in "Love" si esalta ancora il flauto di Wood. Infine, nel più limpido stile-Traffic, con l'organo e la voce vibrante dei tempi migliori in evidenza, la scaletta si chiude con la title-track, sorta di accorato appello alla forza elementare della natura. Davvero un corollario di lusso per la travagliata ma intensa avventura di questa grande band inglese.

Dischi consigliati:

  • "John Barleycorn Must Die" (1970)

    · Sito ufficiale di Steve Winwood          Guarda il video di "Freedom Rider" (Live, Santa Monica 1972)





    VAN DER GRAAF GENERATOR

    I VDGG nascono a Manchester nel 1967 su iniziativa di Peter Hammill (nato nel 1948). Il primo disco "The aerosol grey machine"(1969) era in realtà progettato come suo lavoro solista, ma alla fine portò il nome del gruppo, che comprendeva Hugh Banton alle tastiere, Guy Evans alla batteria e Keith Ellis basso e voce. E' già un buon album, contrassegnato dalla vena malinconica e introspettiva di Hammil, ma il meglio deve ancora venire.

    Risulta indubbiamente decisivo, per il salto di qualità del Generatore, l'ingresso in formazione del poliedrico fiatista David Jackson in occasione di "The least we can do is wave to each other"(1970). Solo a questo punto infatti la band sembra trovare il suo compiuto equilibrio e con una strumentazione così arricchita dal talentuoso nuovo arrivato, può cominciare a sviluppare quella musica potente, gotica e sperimentale che farà la sua fama. Il disco, nel quale suona anche il nuovo bassista Nic Potter, si dilata in sei lunghi brani tra i quali spicca la struggente "Refugees", dove il leader canta con la sua voce inconfondibile di una pienezza sempre sfuggente. In altri episodi, come "Darkness" e soprattutto in "White hammer", l'atmosfera si fa invece più aspra e complessa, proprio grazie all'apporto del sax di Jackson, che ne arricchisce la portata con la sua costante ricerca di sonorità inedite: un contributo che finisce per caratterizzare il suono-Van Der Graaf almeno quanto la bella voce solista.

    Alla fine dello stesso anno esce poi "H to he who am the only one"(a sinistra), che consacra i VDGG come qualcosa di realmente originale nel contesto della scena progressiva. Hammill, certo una delle personalità più creative della sua generazione, ha ormai esteso la sua vena lirica in una direzione più profonda, dove ogni metafora rimanda a una condizione di solitudine universale. "Killer", cupa e martellante, e "The emperor in his war room", con Robert Fripp ospite eccellente alla chitarra, sono classici esempi di un rock adulto e sofisticato, aperto a sonorità affascinanti e mai scontate. E' comunque un album che invoca continuamente l'amore, anche, specie in "House with no door", che pare scritta in un castello raggelato dal silenzio, e in "Lost", più mossa e accorata. Amore e morte, insomma, si danno la mano in un complesso gioco di equilibri. L'organo di Hugh Banton, sempre discreto sullo sfondo, è il collante prezioso di questa musica che si svolge sempre in una dialettica serrata di opposti, tra rabbia e poesia, orgoglio e malinconia, fino a perdersi nelle sue stesse domande esistenziali. Come in "Pioneers over c.", che è una vera deriva nello spazio siderale. A questo punto i Van Der Graaf Generator hanno valicato i confini inglesi per diventare un gruppo di culto in Italia e in Francia, a dispetto di una certa freddezza riscontrata in patria.

    E' soprattutto il successivo album "Pawn hearts"(1971, qui a destra) a tributare loro i massimi consensi. Si tratta dell'ultimo capolavoro, prima di un lungo travaglio interno. Tutte le qualità dei precedenti lavori si condensano in tre soli brani di grande potenza espressiva. "Lemmings" è tra le più drammatiche riflessioni di Hammil sul destino degli uomini, col suo parallelo inquietante tra i roditori suicidi e la nostra specie. Il sax sempre inventivo di Jackson, l'organo gotico di Banton e i picchi vocali del leader fanno del brano un pezzo forte del repertorio VDGG. Lo stesso vale per "Man-Erg", preziosa e disperata ricerca d'identità sul confine tra bene e male presenti in ciascuno. Qui, come nella lunghissima suite di "A plague of Lighthouse Keepers", lo stile della formazione inglese è fissato per sempre in una dimensione sospesa tra le ossessioni ricorrenti di una civiltà alienante e i residui momenti d'una serenità interiore minacciata. Di qui quell'altalena suggestiva di tonalità spettrali, perfino sgradevoli, e il miracolo di certi passaggi dolcissimi, di rara intensità, con la voce accorata di Hammill sul pianoforte.

    Dopo "Pawn Hearts" questo equilibrio si spezza, anche perché Hammill si dedica soprattutto alla sua pregevole carriera solista, anch'essa ricca di belle pagine. I rari album firmati VDGG che costellano la seconda metà del decennio, dopo la reunion, non hanno più la stessa magia dei primi, anche se "Godbluff"(1975) e soprattutto "Still life", pubblicato nel 1976, non mancano di attrattive e nuove suggestioni, sia pure nel solco d'un rock meno sperimentale e più compatto.

    I pochi titoli succitati, di valore assoluto, sono più che bastevoli a garantire al gruppo un posto di rilievo nella storia del rock progressivo, ma nel 2004, a sorpresa, la band si riforma: nel 2005 Hammill e soci realizzano il doppio "Present", e quindi "Trisector" tre anni più tardi.

    Dischi consigliati:

  • "Pawn Hearts" (1971)

    · Sito non ufficiale           Guarda il video di "Refugees" (Live, Gardone Riviera 2005)



    WALLENSTEIN

    Ancora un gruppo dalla Germania, che s'inserisce a pieno titolo nell'ambito del pop sinfonico e romantico. E romantici sono davvero questi Wallenstein, fondati nel 1971 a Vieser dallo studente d'arte Jürgen Dollase, ma in un modo tutto loro: sin dall'inizio infatti appaiono sospesi tra mire classicheggianti e robuste sterzate elettriche molto coinvolgenti. Curiosamente, nonostante manchi un vero punto di sutura e compiuto equilibrio strumentale tra le due anime, i dischi della band tedesca conservano una loro attrattiva.

    L'esordio di "Blitzkrieg"(1972, a destra) è a suo modo fulminante e indica già il doppio registro stilistico che si confermerà in seguito. Da una parte il pianoforte del leader Jurgen Dollase, prezioso e raffinato, e dall'altra l'aggressiva chitarra elettrica di Bill Barone, che interviene sempre al culmine del tema, spesso corroborato dalla batteria infaticabile di Harald Grosskopf. Proprio quest'ultimo è protagonista dell'attacco energico dell'album, "Lunetic", uno dei migliori risultati espressivi dei Wallenstein, forse ineguagliato. Tra le molteplici tastiere ad effetto di Dollase, che procedono come una spirale avvolgente, e le iniezioni roccheggianti di Barone, il batterista sfodera una vena inesausta su piatti e tamburi per tutto la vorticosa sgroppata del brano. Negli altri pezzi sale in cattedra il pianoforte e Dollase (che compone in perfetta solitudine) sperimenta la sua vena più schietta: intro da camera sui tasti, squisito e rarefatto, con tanto di voce languida (e a volte incerta) e poi una sorta di crollo progressivo del tema, sfiancato sotto i colpi vigorosi e lancinanti di chitarra elettrica e batteria. E' lo schema, più volte poi replicato, di "Theme", e del conclusivo "Audiences", con un mellotron sognante di sfondo alla voce solista prima d'una marziale progressione verso il finale cantabile. "Manhattan project", coi suoi quattordici minuti scarsi, è invece l'apoteosi del dialogo tra piano e chitarra solista, con Barone che svisa alla maniera blues, in un duetto sincopato e snervante, scandito dalle rullate poderose di Grosskopf, che precipita e risale senza fine nel tipico andirivieni di questo rock aperto e iconoclasta.

    La band prosegue sulla stessa falsariga nel successivo "Mother universe" pubblicato sempre nel '72 (a fianco la cover che ritrae la nonna di Dollase), ulteriore conferma della doppia anima del leader: dal canto accorato della title-track, tra mellotron e pianoforte, al quasi hard-rock di "Braintrain", (con organo e chitarra in vivace altalena, e un pianino suonato a martello), fino alla pulsante atmosfera di "Dedicated to mistery land", dal ritmo serrato che si distende solo sulla voce, e satiriche pop songs a struttura aperta come "Golden antenna", che chiude la scaletta. Un disco altalenante, e forse meno compatto del precedente, ma comunque ben accolto dalla critica. La novità del successivo passo discografico dei Wallenstein, "Cosmic century"(1973), oltre al cambio del bassista (è Dieter Meier a rilevare Jerry Berkers), sta nell'ingresso in organico del violinista Joachim Reiser che si aggiunge al quartetto di base. Ne risulta una maggiore vivacità nella struttura dei pezzi: lo si vede subito, nella riuscita "Rory Blanchford", contrassegnata da variazioni sul tema principale, elegante e romantico, di chitarra e violino in sequenza.  Ancora il violino protagonista nella più corposa trama di "Silver arms", nel quale fa la sua comparsa anche il flauto ospite di Ralf Dollase (fratello di Jurgen), complice della consueta frattura di piano e voce a metà pezzo, prima del gran finale. E' forse il momento migliore del disco, con il quintetto che sprigiona un buon amalgama e una notevole scioltezza nell'interpretare la vena irrequieta del suo leader. "The marvellous child", ad esempio, ha un cuore di antico rock, ma arricchito da sterzate e accelerazioni sempre godibili. Dopo la più enfatica "Song of wire", l'album sceglie per chiudere la chiave prettamente strumentale di un titolo come "The cosmic couriers meet south Philly Willy", che in realtà è uno splendido rock-blues suonato alla grande. 

    Il ciclo migliore della band termina con "Stories, Songs & Symphonies"(1974, a sinistra), inciso senza Rolf Dollase e Dieter Meier, sostituito da Jurgen Pluta. Già il titolo sembra prender atto di una proposta musicale sempre eterogenea, anche se i cinque si autodefiniscono in copertina 'orchestra di rock sinfonico'. Bella comunque la dimensione volutamente ambigua, ancora tra rock, melodia e accenni di fusion, di "The priestess": il violino ha ora maggiore spazio, e non solo qui. Per il resto, Dollase si conferma protagonista col suo pianoforte, sul quale canta spesso con accenti che rammentano il Peter Hammill più intimista, ed è il caso della title-track, peraltro sviluppata dal gruppo intero in costante bilico tra intriganti sincopi blues, con Barone padrone assoluto con la sua chitarra, e inserti di violino. Un brano di gran classe. A parte l'omaggio esplicito di "Sympathy for Bela Bartok", tre tempi suonati in bella scioltezza senza nessun complesso e con una grande prova di Reiser al violino, il culmine del disco sta forse nella lunga galoppata di "Your lunar friends": aperta in sordina da arpeggi in libertà, e quindi svolta in elegante crescendo, con un violino languido e petulante che si tira dietro la chitarra solista e poi il pianoforte, in una sorta di magnifico corteggiamento suggellato ancora dalla voce solista.

    Lo stile dei Wallenstein è questo, e il quarto album lo riconferma, prima che Grosskopf, Barone e Raiser lascino al solo Dollase il compito di proseguire con un organico diverso e con dischi via via meno interessanti fino ai primi anni Ottanta. E' una musica colta e raffinata che però non si chiude mai, aprendosi invece a sonorità più moderne, alla ricerca di un linguaggio diverso e a volte stridente, che ha comunque il pregio della libertà espressiva e della scommessa. I quattro dischi citati, e specie il primo, sono consigliati come uno dei frutti più originali di una corrente felice di sperimentare e gettare ponti tra stili e tradizioni diverse: quello che era e dovrebbe essere, appunto, l'essenza del 'progressive'.

    Dischi consigliati:

  • "Blitzkrieg" (1972)

    · Sito di Harald Grosskopf         Guarda il video di "Lunetic"



    WIGWAM

    Senza dubbio la prog band finlandese più rappresentativa, i Wigwam (nome della tipica abitazione degli indiani d'America) si formano nel 1968 a Helsinki sulle ceneri di un altro gruppo chiamato Blues Section. Qui suonano il batterista Ronnie Österberg e il cantante inglese Jim Pembroke, che poi, insieme a Jukka Gustavson (tastiere), Vladimir Nikamo (chitarra) e Mats Huldén (basso) danno vita alla nuova formazione.

    Con influenze composite nel loro bagaglio, i cinque musicisti esordiscono con "Hard 'n' Horny" (1969), inaugurando una discografia che per almeno un lustro rimane di prim'ordine, sia pure con fasi disuguali. L'album già mostra la costante dialettica stilistica tra Gustavson e Pembroke: il tastierista firma cinque brani, con liriche in finnico e inglese, mentre Pembroke è autore di una fantasiosa suite in nove parti intorno alle avventure di un certo Henry. Quello che affiora limpido nelle quindici tracce, però, è il talento della band: è un pop-rock magistrale, tra melodie raffinate e passaggi dominati dall'organo che già odorano di progressive (la sequenza "Pidan Sinusta/En aio paeta"), con una vena soul-rock spalmata sapientemente qua e là ("Guardian Angel, The Future", con il canto di Gustavson alla Winwood). Pembroke mostra invece un'anima più irrequieta ("Henry's Mountain Range Or Thereabouts" ad esempio) con un gusto per la trovata grottesca che lo avvicina a certe cose di Robert Wyatt ("Hard And Horny All-Niter").

    L'esordio non passa inosservato, ma la fase migliore del gruppo comincia solo con il successivo "Tombstone Valentine", pubblicato nel 1970: col nuovo bassista e violinista Pekka Pohjola, uscito dal conservatorio di Helsinki, e rinunciando al chitarrista di ruolo, i Wigwam realizzano una prova ancora più rifinita e compatta. Se "In Gratitude" conferma l'amore di Gustavson per Stevie Winwood, Pembroke firma ben sei episodi, e di questi "Frederick & Bill" insieme a Pohjola: è un rock per piano e chitarra (l'ospite Jukka Tolonen), ben sostenuto dalla base ritmica e col violino che duetta insieme alla chitarra solista. "Wishful Thinker" è davvero una grande ballata, perfetta per le corde di Pembroke, interprete sempre più convincente, al pari di "Let The World Ramble On". Il nuovo arrivato è autore invece di "1936 Lost In The Snow", breve strumentale dominato dal suo violino in un clima che miscela abilmente folk crepuscolare e morbide sfumature jazz. Pienamente jazz è anche "For America", col brillante pianoforte di Gustavson al proscenio, ben assecondato dal bassista e dal solito Tolonen alla chitarra. Esempi di un talento vero che varca i confini: è infatti, per la cronaca, il primo album di un gruppo finlandese a venire stampato negli Stati Uniti.

    La tappa successiva è il doppio album "Fairyport", del 1971, esatto compendio di atmosfere struggenti e umori strumentali raffinatissimi, arricchito da melodie di notevole felicità espressiva. A parte la stupenda apertura di "Losing Hold", tra i vertici del disco, cito soprattutto "Lost Without A Trace" e la più delicata "Every Fold", ma quasi ogni traccia rimane in superbo equilibrio tra la canzone pop e un'ispirazione composita che spazia tra jazz, rock e soul, compattati dietro l'organo e il piano di Gustavson, il basso vellutato quanto inventivo di Pohjola e la voce inconfondibile di Pembroke. Il punto d'incontro sembra essere proprio la title-track, aperta dall'oboe e poi sviluppata tra pause evocative con voci corali e belle ripartenze su piano e organo, con escursioni jazzate che s'inscrivono con grande naturalezza nel contesto armonico del pezzo. Il suono Wigwam, fedele alle proprie radici anche quando palesa i suoi riferimenti (dal Canterbury più morbido ai Traffic) rifugge le soluzioni più ovvie in favore di partiture aperte che aboliscono gli steccati di genere: autentico rock progressivo, insomma. Come sempre, Pohjola firma raffinati strumentali ("Hot Mice" ad esempio) e Pembroke si destreggia con più dinamici manifesti di psycho-rock trasversale: "How To Make It Big In Hospital", con la chitarra tagliente di Tolonen e le percussioni protagoniste, e poi "Rockin' Ol' Galway", con l'armonica e i fiati complici del cantante. E' un album dove c'è di tutto, i riferimenti si sprecano, come in "May Your Will Be Done Dear Lord" (di Gustavson), ancora con i fiati in evidenza, eppure niente sembra turbare la cristallina ispirazione di una band in stato di grazia.

    In seguito, Pembroke e Pohjola si dedicano ai rispettivi dischi solistici, usciti nell'arco del '72, così che Gustavson ha tutto il tempo di elaborare a piacimento il nuovo lavoro della band. In effetti "Being" (1974) rimane il più ambizioso progetto firmato dai Wigwam, variamente giudicato per i suoi contenuti, non certo per la qualità musicale. Frutto quasi interamente del tastierista, è un'opera concettuale e ideologica, con accenti pessimistici e sferzanti sulla politica e i suoi effetti nefasti sulla società. Il nucleo profondo, talvolta ostico da penetrare alla lettera, determina una svolta stilistica: le inedite armonie vocali che s'incrociano su trame strumentali intricate (l'iniziale "Proletarian"), i recitativi in falsetto su tappeti di piano e organo ("Petty-Bourgeois" e "Pride of the Biosphere"), mostrano l'evoluzione stilistica dal pop melodico degli inizi a una sorta di cangiante progressive che accoglie movenze sinfoniche, spunti jazz e soul, suggestioni barocche e psichedeliche. Tra i momenti migliori spicca la lunga "Pedagogue", dove il tema delle tastiere e dei fiati (clarinetto e flauto) s'increspa con eleganza sul piano di Gustavson. Non da meno sono "Planetist", con archi, i fiati e il basso protagonisti insieme al piano in fraseggi di strepitosa bellezza, e "Prophet", con il synth in evidenza e il cantato di marca soul che vibra sul filo della musica. Insomma è un disco di valore assoluto, incorniciato dalla bella chiusura di "Marvelry Skimmer", cantata a dovere da Pembroke, che aspetta ancora il giusto riconoscimento. Oltre alle ottime recensioni sulla stampa inglese, comunque, venne premiato in Finlandia come "album dell'anno", e nonostante la sua obiettiva complessità fu un discreto successo commerciale (11° posto nella "chart" nazionale).

    Il clima all'interno del gruppo, però, non è dei migliori: Gustavson, Pembroke e Pohjola hanno idee diverse idee sul futuro dei Wigwam, e quasi a superare lo stallo viene reclutato un nuovo chitarrista di ruolo, Pekka Rechardt. La rinnovata formazione realizza quindi, sempre nel '74, uno strano doppio album dal vivo come "Live Music From The Twilight Zone", quasi il manifesto della crisi interna alla band. Non ci sono composizioni di Gustavson, e a parte due pezzi del nuovo chitarrista, e altri due tratti dai dischi solistici di Pembroke e Pohjola, il resto è una serie di covers: dai Beatles ("Imagine" e "Let it Be") a The Band (la chilometrica "The Moon Struck One"), passando per un classico blues come "Help Me/Checkin' Up On My Baby". La classe non è acqua, e il disco è ben suonato con punte di eccellenza, ad esempio "Nipisty", brillante escursione nei territori della fusion firmata da Pohjola, e la lunga "Grass For Blades", ma resta soprattutto il documento che fotografa la fine di un periodo.

    Senza Gustavson e Pohjola (che inizia un importante percorso da solista), i Wigwam voltano pagina e con il nuovo bassista Måns Groundstroem realizzano nel 1975 "Nuclear Nightclub". Si tratta di un disco eccellente, una zampata di classe del quartetto ora guidato dai "vecchi" Pembroke e Österberg, alle prese con un pop-rock sciolto e frizzante, quasi a riannodare i fili con gli esordi. La sequenza è dominata dal cantante e da Rechardt, autori di un rock melodico che arriva a bersaglio senza forzature: è il caso di "Freddy Are You Ready", e più ancora di "Bless Your Lucky Stars", con la voce filtrata e la chitarra pungente di Rechardt all'interno di una vivace partitura space-rock. Il chitarrista ha tecnica e gusto, come dimostrano anche "Do Or Die", scorrevole rock per chitarra e sintetizzatore, e "Pig Storm", già inserito nel disco live e qui riproposto in una versione smagliante. Dal canto suo, Pembroke si conferma interprete istrionico di sicuro appeal nel pop sofisticato di "Simple Human Kindness". Il pubblico finlandese apprezza e spinge l'album fino al primo posto nelle classifiche. Realizzato all'estero dalla Virgin inglese, il disco raccoglie critiche entusiaste ma l'atteso seguito, "Lucky Golden Stripes And Starpose" (1976), che doveva consacrare la band anche sul mercato internazionale, fallisce invece il suo scopo, nonostante contenga un tema affascinante come "Colossus".

    Molto meglio è accolto "Dark Album", uscito nel 1977 dopo il rifiuto della Virgin e una gestazione travagliata, ma i progetti dei singoli e la scomparsa nel 1980 di Österberg mettono fine alla seconda fase dei Wigwam. La riunione del gruppo, ad opera di Pembroke, Rechardt e Groundstroem negli anni Novanta, porta quindi alla realizzazione di nuovi dischi, che in qualche modo prolungano fino ad oggi la storia di questa grande band finnica.

    Dischi consigliati:

  • "Fairyport" (1971)
  • "Being" (1974)

    · Sito non ufficiale           Guarda il video di "Grass For Blades" (Finnish Tv, Live 1976)

             



    YES

    Tra i giganti del Progressive, è stato il gruppo più vituperato allorché il mercato discografico, nella seconda metà degli anni Settanta, ha voltato le spalle ai concept-album, alle suites classicheggianti e alle contaminazioni d'ogni tipo. Gli Yes, in effetti, riassumono in grande tutti i tratti salienti del periodo, eppure è solo questione di punti di vista, per fortuna. Perché dal 1969 in poi, questo è il nome che a suon di capolavori stabilisce e detta il perfetto decalogo della prog-band per antonomasia.

    La lunga genesi della formazione contempla nomi come Syndicats, poi ribattezzati Syn, dove transitano prima Steve Howe (poi passato ai Tomorrow), e quindi Pete Banks e Chris Squire. Quando al gruppo, diventato nel frattempo Toy Shop, si unisce il cantante Jon Anderson, di fatto nascono gli Yes. Il quintetto (con il batterista Bill Bruford e il tastierista Tony Kaye) realizza il suo primo disco omonimo nel 1969: è un pallido contributo alla giovane scena del brit-prog, con un paio di covers curiose di Beatles ("Every little thing") e Byrds ("I see you"), e uno stile ancora timido, senza i numeri a effetto che faranno la fortuna del suono-Yes. Il successivo "Time and a word" (1970), scorre più o meno sulla stessa falsariga, eppure qualcosa si sta muovendo, a parte la buffa versione (con arrangiamenti in chiave western!), di un pezzo di Ritchie Havens e altri episodi più melodici per la voce di Anderson ("Sweet dreams"): il suono si fa più nervoso e imprevedibile, ad esempio nella corposa "Then", dove l'invadenza orchestrale non frena più di tanto le prime sfuriate del basso pirotecnico di Squire (anche in "Everydays", firmata da Stephen Stills), appaiato dalla verve di Bruford, con l'organo che svaria con bella disinvoltura. Spunti ugualmente interessanti, ma frammentari, si ritrovano anche in "The prophet" e "Astral traveler", infarciti di piccole invenzioni strumentali.

    Con un solo cambio in organico, cioè l'arrivo di Steve Howe al posto di Banks, la band spicca il volo col suo terzo tentativo, "The Yes album" (1971, a sinistra). Abbandonato il repertorio altrui, concentrandosi solo sulle proprie forze, il gruppo sembra improvvisamente rinvigorito: si apre con la brillante "Yours is no disgrace", dove la girandola ritmica propulsa da Bruford incornicia le prime avventurose combinazioni di basso e chitarra sullo sfondo dell'organo. Il talento poliedrico di Howe si palesa nell'eccentrico numero acustico di "Clap", ma è il resto del disco a confermarlo l'asso vincente della svolta. "Starship trooper", divisa in tre tempi, procede sincopata con il canto solista che ascende liberamente al cuore di eleganti fraseggi strumentali, ravvivati da aperture ariose e inopinate fratture. Gli impasti sonori sono splendidi, il seducente flash-rock degli Yes è già quello che li porterà a trionfare su scala mondiale. Magnifica anche la traccia di chiusura, "Perpetual change", un titolo che sembra riassumere un marchio di fabbrica: la voce sofisticata di Anderson si alterna al crescendo di tastiere e batteria, in quello che pare un affresco sonoro che coniuga mirabilmente potenza e fantasia. Ricami di chitarra e piano alimentano fiammeggianti spirali di rock magniloquente, che per la prima volta, non a caso, qualcuno definirà sinfonico. Gli arrangiamenti ricchi, generosi eppure calibrati, fanno splendere anche i pezzi più brevi, come "A venture", con la voce già inconfondibile nel falsetto che farà scuola, come pure nei due tempi di "I've seen all good people" ("Your move" è il primo singolo di successo).

    E' solo l'inizio di un periodo travolgente, segnato soprattutto dall'arrivo di un tastierista virtuoso e già famoso come Rick Wakeman, che ha appena lasciato gli Strawbs: è l'ultimo tassello che permette agli Yes di perfezionare uno stile unico. L'uscita di "Fragile" (ancora 1971, a fianco) lo conferma, e impone la band anche sul mercato Statunitense. Un disco che nasce stellare già dalla copertina, per la prima volta firmata dal genio visionario di Roger Dean, e soprattutto equamente distribuito tra quattro superbe prove corali e altri cinque momenti, più brevi, lasciati all'inventiva dei singoli componenti. I quattro brani più lunghi restano, presi uno per uno, dei classici senza tempo. La traccia più impressionante è forse la conclusiva "Heart of the sunrise", stupenda nel suo incedere maestoso e sinfonico, spezzato però da un riff devastante, e soprattutto apoteosi del falsetto inimitabile di Jon Anderson. "Roundabout" è una tessitura nervosa, dettata da basso, batteria e chitarra, che l'organo innerva di coloriture e riprese estemporanee, fino a un finale splendido di tempi e controtempi mozzafiato, col contrappunto sempre brillante della voce solista. "South side of the sky" è il flash-rock ai suoi massimi livelli, con la chitarra di Howe che svaria nervosa e circolare intorno al canto, e le improvvise rotture classicheggianti sul pianoforte, fino al ritorno graduale, tra belle armonie vocali e ripartenze di grandissima classe, al tema iniziale. Lo stesso può dirsi per "Long distance runaround", ascesa vocale tra strappi e variazioni continue, che punteggiano il motivo centrale con piccole-grandi invenzioni targate soprattutto Stewe Howe, signore assoluto della sua fertile chitarra. Il talento di Wakeman rifulge in lungo e in largo, al servizio di uno schema compositivo che resta però saldamente nelle mani degli altri: sfoggia la sua preparazione classica in "Cans and Brahms" (estrapolando Brahms a modo suo), ma il suo apporto risulta prezioso proprio perchè non esce mai dal seminato, come avverrà invece nelle opere da solista.

    Il successivo capitolo della saga-Yes è il lussureggiante "Close to the edge" (1972, a sinistra), nel quale i cinque scelgono però tempi più dilatati, con una lunga suite e due brani di media durata. I quasi diciannove minuti della title-track enfatizzano la preziosa scrittura sinfonica del gruppo, diluita però in un mosaico complesso nel quale i tempi dispari e le invenzioni jazzate di Howe e Bruford danno un sapore più ricco e sfaccettato. Il motivo di "I Get Up, I Get Down" esalta ancora le doti canore di Anderson, sulle note maestose dell'organo da chiesa, e diventa memorabile. Il secondo brano, "And you and I", dall'architettura più fresca, non è da meno come esempio di rock sinfonico giunto a maturazione: Wakeman si adopera a mellotron, synt e organo con uguale effetto, mentre la chitarra acustica di Howe scandisce i raccordi con antica maestria e il basso di Squire arrotonda le diverse fasi da par suo. Si chiude con "Siberian Khatru", dove per la prima volta Wakeman mette la sua firma: la struttura è agile, incalzanti le parti vocali, con un poliedrico lavoro della sezione ritmica, e ricche divagazioni del tastierista prima della coda, dove si scatena ancora Howe. Un altro disco di grande impatto, e una dimostrazione di qualità strumentali che incorona la band inglese come il fenomeno di punta della scena progressive mondiale. A questo punto Bill Bruford, rilevato da Alan White, decide di unirsi ai King Crimson, e compare solo in alcune tracce del sontuoso "Yessongs" (1973), triplo album dal vivo che cattura il trionfale tour dell'anno precedente, e sicuramente uno dei più celebri dischi live dell'era progressive. Se la storia degli Yes finisse qui, la band avrebbe comunque guadagnato un posto fisso nel firmamento del rock, ma sull'onda del clamoroso successo di pubblico e critica il gruppo va avanti.

    Esce quindi un disco come "Tales from topographic oceans" (1974, a fianco), un doppio che si ispira all"Autobiografia di uno yogi" di Paramhansa Yoganada. Quattro lunghi brani su quattro facciate, dai titoli altisonanti come le liriche, che lasciano perplessa gran parte della critica. L'impressione, davanti a un disco che naturalmente non può essere brutto, dato il livello dei musicisti, è di un'ambizione comunque eccessiva nel progetto, che finisce per condizionare anche la scrittura della band. L'effetto è un suono fin troppo enfatico, appesantito da liriche ingombranti, e soprattutto avaro delle consuete invenzioni che accendevano i dischi precedenti. Il prototipo è il primo dei quattro movimenti, "The revealing science of God - Dance of the dawn", con il canto prolungato di Anderson s'un tessuto strumentale ridondante per l'uso massiccio del mellotron da parte di Wakeman. Non manca qualche spunto più sperimentale (ad esempio l'inizio di "The ancient'- Giant under the sun", col suo gioco percussivo e i suoni straniati della chitarra) ma alla lunga c'è poco di veramente memorabile. Sembra che il gruppo suoni col freno a mano tirato, insomma, ma i fans non concordano e per alcuni si tratta anzi del miglior esempio dello Yes-sound: di fatto, il successo commerciale è sempre enorme, eppure da qui in avanti la band comincia a perdere colpi. Se ne va, ad esempio, Rick Wakeman, rilevato dal tastierista svizzero Patrick Moraz, appena uscito dall'esperienza coi Refugee.

    Il disco che segue, "Relayer" (ancora 1974, a destra) mantiene un profilo più basso, e forse per questo, finisce per essere un bell'album, e comunque più fresco e godibile del mastodontico predecessore. "The gates of delirium", ad esempio, nonostante i suoi ventun minuti condensa diversi spunti validi con un piglio che recupera brillantezza e forza espressiva: le tastiere elettroniche e il synt di Moraz, garantiscono una certa freschezza smarrita e toni mediamente più gradevoli, e a tratti all'altezza dei tempi migliori. Degli altri due pezzi, l'ultimo è "To be over", morbida e avvolgente, con la chitarra di Howe che gioca con effetti slide, mentre il momento più singolare è "Sound chaser", per la prima volta calata in un contesto quasi fusion, con il vivace tappeto percussivo di White e dialoghi serratissimi di basso e chitarra. Disco spesso trascurato, "Relayer" regala invece uno degli ultimi sussulti di vera ispirazione da parte della band, prima di un lento declino. In seguito, non mancano altri episodi di rilievo discografico, come "Going for the one"(1977), che segna il gran ritorno di Wakeman, e altre reunions più o meno indovinate anche nei decenni successivi. Tuttavia il meglio di sé gli Yes l'hanno già dato, lasciando uno dei segni più fecondi e incisivi, a futura memoria, nell'avventurosa vicenda del rock progressivo.

    Dischi consigliati:

  • "Fragile" (1971)
  • "Close to the Edge" (1972)

    · Sito ufficiale          Guarda il video di "Yours Is No Disgrace" (Live 1972)


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