Classici e capiscuola del Rock Progressivo Internazionale

G - H

Genesis Gentle Giant Gong Grobschnitt Bo Hansson Henry Cow Hoelderlin





GENESIS

I Genesis sono gli alfieri inglesi di un modello di rock romantico e sinfonico che ha influenzato decine e decine di gruppi in tutto il mondo. Meritano quindi un posto di rilievo in una galleria ideale dei nomi decisivi per la scena 'progressive': almeno per quanto riguarda la prima parte degli anni settanta, quando s'impongono con dischi oggi considerati imprescindibili.

Nascono nel 1967 nell'ambiente universitario di Godalming (Surrey), e in una formazione a cinque, della quale già fanno parte Peter Gabriel, Mike Rutherford e Tony Banks, con John Silver e Antony Phillips, incidono nel 1968 due singoli, e quindi un album come "From Genesis to Revelation"(1969), che non suscita nessuna reazione positiva. Dopo una pausa ci riprovano nel 1970, con John Mayhew al posto di Silver come batterista: "Trespass" è un disco molto più interessante, con titoli come "The knife", articolato e intrigante brano che mostra le notevoli doti istrioniche di Peter Gabriel, cantante che diverrà in breve una vera 'icona' del nuovo rock progressivo, e in generale un primo sviluppo sinfonico di temi e suggestioni romantiche, nutrite spesso, nelle liriche, di richiami colti alla mitologia classica. Mayhew lascia la band dopo il disco, sostituito da Phil Collins, mentre alla chitarra Steve Hackett rileva Phillips: il quintetto che si viene a formare è quello destinato ai maggiori successi.

In "Nursery Cryme"(1971, qui a fianco) il processo di maturazione sembra già compiuto. E' un album sorprendentemente equilibrato nelle sue parti: si passa dalla solenne epica di "The fountain of Salmacis", spezzata da break pulsanti e accattivanti di chitarra e percussioni, alla romantica "Seven stones", con la voce di Gabriel che attraversa con grande eclettismo toni aspri e più delicati, mentre la band suona compatta una musica che sa essere vigorosa quanto enfatica. Ma tutto ruota attorno alla personalità del cantante e delle storie che riesce a colorire in una performance davvero vicina al teatro: valga per tutti la suite "Musical box", truce e fantastica piece di sangue e magia infantile, certamente da annoverare tra i caposaldi del 'progressive' di sempre. Non è certo da meno "The return of giant hogweed", con un magnifico intermezzo di piano, tastiere e chitarra elettrica a fare da ponte al canto multiforme di Gabriel. Il breve ma vivacissimo episodio di "Harold the barrel", col piano martellante assieme alla batteria di Collins per star dietro al canto, mostra quanto sia vasto il bagaglio tecnico-espressivo dei Genesis.

Ormai lanciatissimi, i cinque sfondano anche in America col successivo album "Foxtrot"(1972). Siamo ancora sui livelli eccellenti del precedente, con i ventitre minuti di "Supper's ready", che replica l'exploit di "Musical box" in intensità e sagacia strumentale, e con un brano tra i più alti nella storia del gruppo: "Watcher of the skies", col suo attacco inconfondibile di tastiere che spalanca altri mondi, e la superiore malinconia delle liriche, incalzate da un grandissimo lavoro ai fianchi della chitarra di Hackett e di basso e batteria appaiati. Una prova magistrale. Alla galleria dei pezzi forti si unisce anche "Can-utility and the coastliners", con il mellotron in grande evidenza, e soprattutto "Get 'em out by friday", nervosa e altalenante sarabanda ritmica intorno a una voce che s'impenna e ricade all'infinito, con un flauto dolcissimo di sfondo. A far da contrappunto la consumata eleganza di "Time table", uno di quegli episodi che stilizzano in una dimensione quasi 'da camera' l'enfasi di altri brani, con un gioco efficace tra pianoforte e voce, e ancora la parentesi squisita di chitarra classica offerta dalla delicata "Horizons".

All'indomani del primo "Live", firmato dal gruppo l'anno seguente, esce "Selling England by the Pound"(1973, qui a destra). In questo caso l'ispirazione di Gabriel prende le mosse dalla nativa Inghilterra, un paese che già il titolo condanna pesantemente, ma che le liriche, in una vera apoteosi di satira, epica tragicomica e malinconie crepuscolari a doppio fondo, bersagliano in lungo e in largo. Sul fronte delle musiche siamo sui livelli di eccellenza ormai consolidati nelle tappe precedenti. La band suona a memoria, si direbbe, denotando una fluidità strumentale invidiabile che giustifica in pieno l'entusiasmo crescente dei fans. Dopo l'enfatica e smagliante apertura di "Dancing with the moonlit knight", il disco include un altro hit come "I know what I like", col suo arioso refrain cantabile, ma anche la suggestione romantica e potente di un pezzo come "Firfth of fifth", cucita dal pianoforte nelle sue varie fasi fino alla superba coda strumentale in cui si distingue la chitarra elettrica di Hackett. In breve, è un altro capitolo fondamentale nella discografia dei Genesis.

La summa dell'ispirazione del cantante è però contenuta nell'ambizioso doppio album dell'anno seguente: "The Lamb Lies Down on Broadway"(1974, a sinistra) è una di quelle opere che facilmente suscitano accuse di egotismo e irritazione nei critici. Gabriel immagina una sorta di surreale avventura di un suo alter-ego (Rael) nel cuore di New York, con tutti i risvolti possibili, tra satira di costume, tentazioni sociologiche e gusto puramente 'fantasy': e il risultato rimane comunque di prim'ordine, anche sul piano delle musiche. Si direbbe, anzi, che in questa nuova prova discografica i Genesis abbiano allargato ulteriormente il loro bagaglio espressivo, in una direzione più sperimentale. Accanto a pezzi che rimandano alle prove precedenti, come la stessa title-track di apertura, o la delicata "Carpet crawlers", un vero tappeto di note in crescendo, la band dà pienamente corpo alle fantasie del proprio frontman in brani 'rumoristici' e meno immediati, come "The waiting room", tra percussioni assortite e suoni distorti. Il maggiore spazio a disposizione facilita una dilatazione strumentale e soluzioni meno sintetiche, così che Tony Banks, ad esempio si permette diverse libertà coi synt e l'intera band sperimenta la fascinosa alternanza di pieni enfatici e ritmicamente sostenuti ("Back in N.Y.C.", con una voce poliedrica in primo piano) e pause strumentali di grande atmosfera evocativa, come ad esempio "Silent sorrow in empty boats". Disco giocato sapientemente sui chiaroscuri dettati dalle liriche, tra tradizione e azzardo, "The lamb lies down on Broadway" è il capitolo più composito e cerebrale dei Genesis: ma forse, nella sua estrema varietà, quello destinato a durare nel tempo.

Non è probabilmente casuale che Gabriel abbandoni i compagni proprio dopo un album così compiutamente 'suo', per iniziare una carriera solistica altrettanto fortunata, segno di grande personalità. La svolta sembra fatale al gruppo, ma il primo disco senza il cantante, "A Trick of the Tail"(1976), risulta invece un prodotto di ottima levatura. Stupisce soprattutto la padronanza di Phil Collins nel ruolo di voce solista, e non solo per la strana somiglianza col timbro di Gabriel, perlomeno nei toni più acuti. E' ancora un disco nel più classico stile-Genesis, impreziosito da brani eccellenti quali "Dance on a volcano", potente attacco nel segno di Banks, la romantiche ballate di "Entangled" e "Mad man moon" e il vivacissimo strumentale che suggella il disco, "Los Endos". Dal vivo intanto il gruppo recluta un secondo batterista come Bill Bruford, per lasciare più spazio a Collins.

Anche "Wind & Wuthering"(ancora del 1976) è una prova di buon livello, nella sua vena crepuscolare e malinconica, come pure il sontuoso doppio live "Seconds Out"(1977), in gran parte registrato durante l'ennesima tournée americana. Dopo di che anche Steve Hackett lascia il gruppo per proseguire da solo. Da questo momento la stella dei Genesis inizia la sua parabola discendente. A partire dall'eloquente ( nel titolo) "...And Then There Were Three"(1978), così come pure nei seguenti, tra cui "Duke"(1980), per arrivare al più recente "Calling All Stations"(1997), realizzato dai soli Rutheford e Banks con un nuovo cantante dopo l'abbandono di Collins, peraltro tutti fortunati dal punto di vista delle vendite, niente di davvero significativo si aggiunge alla storia già esemplare della band, fissata per sempre dalla fantastica successione degli album usciti tra il 1971 e il 1976. Quello dei Genesis resta un nome assolutamente basilare nello sviluppo del sound progressivo degli ultimi trent'anni.

Dischi consigliati:

  • "Nursery Cryme" (1971)
  • "The Lamb Lies Down on Broadway" (1974)

    · Sito ufficiale                 Guarda lo show di circa un'ora (Live, 1973)



    GENTLE GIANT

    Tra i più sofisticati interpreti di certo rock barocco che fece scuola nei primi anni settanta, i Gentle Giant hanno avuto una carriera lunga e piuttosto coerente.

    Imperniato sui tre fratelli di origine scozzese Ray, Phil e Derek Schulman, che fondano il gruppo sulle ceneri dei Simon Dupree and the Big Sound (unico album realizzato nel 1969: "Without Reservations"), il Gigante Gentile si è rivelato nel primo disco omonimo (a sinistra ecco la copertina), pubblicato nel 1970, dimostrando subito una qualità tecnica superiore alla media nell'assemblare una straordinaria serie di richiami e influenze: musica da camera, echi sinfonici e barocchi, folk e rock puro convivono in un contesto di grande eleganza che non esclude affatto la ricerca di sonorità più sperimentali e audaci. Un ruolo importante, a parte le ricche tastiere di Kenny Minnear (impegnato anche al violoncello), è ricoperto dai fiati, specie tromba e sax (Phil Schulman) e anche dall'ottima impostazione delle voci, a tratti corali, che creano suggestive armonie. L'esempio migliore è il brano più lungo del disco, "Nothing at all", ma non da meno è "Alucard", nel consueto intreccio di spunti roccheggianti nei quali spicca l'incisiva chitarra solista di Gary Green. Rifinito e complesso in ogni sua sfumatura, il disco propone anche temi più colti e virtuosistici, proposti con ammirevole affiatamento da una band in stato di grazia.

    E' soprattutto nel successivo "Acquiring the Taste" (1971, a destra), forse il più impeccabile della loro discografia, che la formazione britannica stupisce per la disinvolta assimilazione di tanti elementi diversi all'interno di composizioni ricercate e godibili al tempo stesso. Brani come "Pantagruel's nativity", che apre sontuosamente l'album, "The moon is down", dalla magica e umbratile atmosfera, o la più robusta "Wreck", arricchita da splendide aperture di flauto e chitarra, restano tra le cose più ragguardevoli del decennio. I Gentle Giant si divertono tra l'altro a giocare col proprio nome e affollano i loro testi di allusioni più o meno esplicite ai vari Gargantua, Panurge e Pantagruele, cioè i giganti protagonisti dell'opera letteraria di Francois Rabelais.

    Questo perfetto equilibrio si conserva anche nei lavori successivi, dove prima Malcom Mortimer e quindi Pugwash Weathers rimpiazzano alla batteria Martin Smith, in una sequenza di autentici gioielli. Si parte con il raffinato concept-album "Three Friends"(1972), un imperdibile affresco sonoro dedicato alla storia di un'amicizia nel corso del tempo, e dilatato in sei momenti di classe cristallina e tecnica impressionante. Si prosegue quindi con il superbo "Octopus" (ancora 1972): si tratta di un'altra prova magistrale, impreziosita da perle assolute quali "The Advent of Panurge", e la dolcissima atmosfera di "Think of me with kindness". Soprattutto è da rimarcare, una volta di più, come la complessità strumentale dei singoli pezzi fluisca con apparente semplicità, in un impasto brillante e cesellato con cura certosina, eppure mai pesante per l'ascoltatore. Un album praticamente perfetto. Quanto a "The Power and the Glory" (1974, sotto), è un episodio generalmente meno celebrato nella discografia della band inglese, ma in realtà ugualmente pregevole, nel quale il gruppo fa valere il suo estroso e multiforme talento, sia pure con un tocco leggermente più immediato rispetto agli inizi: basti citare ad esempio l'iniziale "Proclamation" e la più breve "Cogs and Cogs", dall'incalzante motivo tastieristico.

    Sono tutti titoli, comunque sia, accompagnati da un grande favore di critica e di pubblico, specialmente in Italia dove il gruppo effettua tours molto applauditi in un clima di crescente entusiasmo: un disco complesso come "Three Friends", per dire, arriva fino alla quinta piazza tra gli album più venduti del 1972. Intanto però Phil Schulman ha lasciato, subito prima di "In a glass house" (1973), e varcata la metà del decennio il pubblico europeo manifesta una certa freddezza verso i nuovi prodotti del gruppo.

    Prima
    "Free Hand" (1975) e quindi "Interview" (1976) non riscuotono il successo dei precedenti: come tutto il movimento progressive, in effetti, anche i Gentle Giant risentono del repentino cambiamento nei gusti del pubblico, ormai attratto da nuovi fenomeni come il 'Punk', che guadagna considerevoli quote di mercato. Nel 1977, comunque, viene dato alle stampe il primo live ufficiale del gruppo: si tratta di "Playing the Fool", un disco doppio registrato nel corso dell'autunno 1976.
    Curiosamente, proprio nello stesso periodo, cresce enormemente il loro seguito negli Stati Uniti, dove la band britannica finisce per stabilirsi nel 1979, giusto nello scorcio finale della propria attività: è proprio in terra americana, infatti, che viene registrato nel 1980
    "Civilian", cioè l'ultimo disco ufficiale del Gigante Gentile.

    Nonostante un leggero calando qualitativo, in ogni caso, chi davvero voglia afferrare la complessità e il generoso spirito di 'contaminazione' che ha nutrito il rock progressivo nel suo momento d'oro, non può assolutamente prescindere da questo gruppo di geniali strumentisti: i loro dischi, specie quelli del periodo 1970-'74, restano di fatto imperdibili.

    Dischi consigliati:

  • "Acquiring the Taste" (1971)
  • "Octopus" (1972)

    · Sito ufficiale              Guarda il video di "The Advent of Panurge" (BBC Live, 1974)



    GONG

    L'utopia dell'universo freak applicata allo space rock tipicamente anni Settanta: questa in sintesi potrebbe essere la migliore definizione per i Gong. Il gruppo è una creatura di Daevid Allen, australiano di Melbourne dallo spirito nomade, che nel 1967 non può seguire i Soft Machine in Inghilterra per problemi di passaporto, e rimane in Francia. Qui, oltre a vivere intensamente i fermenti del '68, stringe diverse collaborazioni con musicisti locali, conosce Gilli Smith e Didier Malherbe e fonda i Bananamoon Band, poi rinominati Gong, che incidono un primo disco ("Magick Brother, Mystic Sister", 1970) e iniziano così la loro ascesa nel rock di quegli anni.

    "Continental Circus" (1971) è la colonna sonora per un film/documentario dedicato all'ambiente del motociclismo. Solo pochi mesi dopo, ancora per un'etichetta francese, esce "Camembert Electrique" (a destra), vero atto di nascita della formazione. Schierati a cinque, i Gong sviluppano un singolare impasto di rock spaziale, dominato dai fiati di Didier Malherbe, la chitarra di Allen e la voce femminile della sua compagna Gilli Smyth. Undici tracce colorate, suonate con un gusto molto anarchico per i paradossi, le invenzioni vocali e le improvvisazioni, non ancora calibrate ma già molto personali, come l'iconografia hippie che circonda la band. L'accoppiata di sax e chitarre acide incide in "You can't kill me" e in certe filastrocche stranianti ("Mister long shanks: O mother I am your fantasy" e "Tried so hard"), accanto a richiami cosmici e suggestive atmosfere drammatiche. "Fohat digs boles in space" è tra i momenti più aperti, tra liquide tastiere, vocalizzi e pulsazioni ritmiche, mentre la lunga "Tropical fish: Selene" compendia le anime del disco allineando umori irriverenti e audaci accostamenti musicali. Nei titoli compaiono alcuni accenni all'ossatura della vera saga spaziale che prenderà corpo solo dal disco seguente.

    Nel 1972 la band si lega alla Virgin e si trasferisce così in Inghilterra, dove esce "Flying Teapot" (1973, a fianco). Primo atto della trilogia del pianeta Gong, l'album è un passo avanti decisivo nell'immaginario anarchico-libertario di Allen, più serio di quel che traspare dai toni fantasy della storia: Zero e altri compagni sbarcati su Gong dalla teiera volante del titolo, che ospita una radio pirata dall'eloquente nome di Radio Gnome, incontrano strani personaggi e situazioni che trascendono ovviamente ogni logica. Chiaro che i suoni risentano di un tale spunto, anche grazie all'ingresso stabile di tastiere e synth (Tim Blake) e di un chitarrista nuovo di zecca come Steve Hillage, altro personaggio basilare del giro di Canterbury e fresco reduce dall'esperienza coi Khan, mentre subentrano al basso l'ex-Magma Francis Moze, con Christian Trisch che torna alla chitarra, e Laurie Allan alla batteria. Gli ingredienti sono gli stessi del disco precedente, ma messi a fuoco in maniera più organica. Bella soprattutto la traccia che intitola l'album, con l'efficace bilanciamento tra la progressione di basso e batteria, il sax di Malherbe e le avvolgenti spirali sintetiche. L'altro pezzo forte, oltre al cantabile girotondo di "The Pot Head Pixies", è "Zero the hero and the witch's spell", che attraverso un fitto tappeto percussivo scivola in lunghe variazioni jazzistiche ancora dominate da sax, basso, synth e vocalizzi di sfondo della Smyth, che diventa insinuante protagonista nella conclusiva "Witch's song, I am your pussy". Sicuramente prezioso, anche se poco convenzionale, è l'apporto di Hillage alle sonorità del gruppo.

    Nel successivo "Angel's Egg" (ancora 1973, qui a fianco) la sua chitarra sarà più in evidenza. E' un album meglio prodotto, che porta a maturazione i temi già espressi, con qualche idea più melodica e accattivante. La chitarra caratterizza episodi come "Castle in the clouds" e soprattutto "Love is how y make it", in combutta con il sax di Malherbe. Restano in mente brani come "Sold to the higest Buddha" e più ancora "Oily way", dal facile giro armonico, ma non mancano i consueti sapori esotici molto speziati: in particolare "Other side of the sky", "Flute salad" e "Outher temple", altro esempio di space-rock contrassegnato dall'accoppiata vincente di sax e synth. Gilli Smyth caratterizza vocalmente un altro pezzo di sensualità esibita come "Prostitute poem". Il disco, sofisticato punto di equilibrio tra estrosa creatività e impeccabile cura dei suoni, cristallizza definitivamente il valore e il seguito della band, anche se da qui comincia una lenta parabola discendente.

    "You" (a sinistra), pubblicato nel 1974, gode di una produzione eccellente, ma per la prima volta affianca l'umorismo trasgressivo degli inizi con motivi più seri e pensosi. E' il caso dell'apertura per flauto e voce ieratica di "Thoughts for naught" e anche della sequenza "Magic mother invocation"/"Master builder", vero mantra che cresce sulle percussioni del nuovo Pierre Moerlen e impasta poi sax, synth e chitarra elettrica in uno schema di buon effetto. Suggestiva la lunga cavalcata elettronica di "A springkling of clouds", degna dei corrieri cosmici tedeschi, con un finale più mosso nel quale spicca il flauto di Malherbe. I restanti pezzi recuperano i toni di sempre, a partire dal breve "Perfect mistery", e soprattutto con la chiusura di "You never blow yr trip forever", che sfoggia il consueto repertorio di voci alterate e beffarde, ritmi irregolari, cromatismi elettronici e spunti improvvisati. "The isle of everywhere", invece, è un cadenzato jazz-rock dai contorni liquidi e un po' di maniera, con lunghe tirate della chitarra di Hillage.

    Allen abbandona con Gilli Smyth l'anno seguente, e Hillage dopo "Shamal" (1975). Quest'ultimo, seppure privo dell'impronta psichedelica e genialoide di Allen, è un album discreto, dominato da un morbido jazz-rock dai confini elastici, con i fiati di Malherbe in primo piano ("Wingful of Eyes" o l'eterea "Mandrake"), intriganti influenze orientali ("Bombooji") e buone parti di violino dell'ospite Jorge Pinchevsky ("Cat in Clark's Shoes") integrate nel sound del gruppo. In seguito però i Gong, guidati a questo punto da Pierre Moerlen, infilano dischi più convenzionali che portano la band, brillante capostipite di tanto space-rock alternativo, a perdere le sue qualità migliori. Con fasi alterne ma immutata verve, Hillage e Allen proseguono comunque le rispettive carriere solistiche. A sorpresa, però, in pieni anni Novanta l'australiano resuscita la sigla Gong per incidere nuovi capitoli della saga incompiuta, a cominciare da "Shapeshifter" , un album del 1992 che riaccende l'interesse intorno a un gruppo storico che, indiscutibilmente, non merita affatto l'oblio.

    Dischi consigliati:

  • "Angel's Egg" (1973)

    · Sito ufficiale        Guarda il video di "Oily Way" (Live 1990)



    GROBSCHNITT

    Formati ad Hagen nel 1970 come evoluzione di una formazione degli anni Sessanta, The Crew, i Grobschnitt sono uno dei gruppi più noti e singolari della scena prog tedesca. La loro peculiarità è nel carattere eminentemente teatrale e cabarettistico che soprattutto nelle esibizioni live li rendeva davvero unici: questo lato della loro musica, che fatalmente si perde nei dischi a parte un bizzarro umorismo qua e là, si riflette anche nei nomi dei componenti, tutti di fantasia: Lupo, Eroc, Wildschwein (cioè "maiale selvatico"), Baer ("orso"), e così via.

    Dopo i primi concerti nel 1971, il gruppo viene messo sotto contratto dalla Brain e realizza il suo primo album omonimo nel 1972, con un curioso organico a sei, nel quale spicca la presenza di ben due batteristi come Joachim Ehrig (Eroc) e Axel Harlos (Felix), accanto alle tastiere di Hermann Quetting (Quecksilber), la chitarra solista di Gerd-Otto Kuhn (Lupo) e quella ritmica del cantante Stefan Danielak (Wildschwein), oltre al bassista e flautista Bernhard Uhlemann (Bear). Si tratta di quattro composizioni che offrono tutto il versatile repertorio dei Grobschnitt, capace di spaziare tra rock sinfonico e le sonorità spaziali tipiche del kraut-rock. Esemplare in tal senso è soprattutto la lunga "Symphony", dove l'organo gotico e una chitarra solista carica di effetti incidono in un quadro elegante e ben articolato. L'altro pezzo forte, che per alcuni versi sembra anticipare la celebre suite "Solar music", è la finale "Sun trip", che scorre tra spirali di vento e voci ieratiche, prima di aprirsi su scenari imprevedibili, effetti speciali inclusi, tra spunti jazzati, curiose marcette, e il pathos dell'organo a legare i diversi momenti insieme alla chitarra. Eccellente anche la voce di Danielak, che diverrà il marchio di fabbrica del gruppo, di volta in volta sopra le righe oppure calda e persuasiva. "Travelling" è invece un robusto rock, ma con ritmica di forte impronta latinoamericana e chitarra alla Santana, mentre nel breve "Wonderful music" il flauto e le chitarre acustiche mostrano un lato ancora diverso del gruppo tedesco.

    L'esordio mette subito i Grobschnitt in evidenza nel panorama rock teutonico, ma il gruppo deve ancora esprimere le sue vere potenzialità. In realtà, quando nell'estate del '72 Quetting e Harlos lasciano i compagni, la band attraversa mesi di incertezza, finché si sceglie di continuare, ma su basi del tutto nuove: da questo momento Grobschnitt diventa sinonimo di un vero e proprio "happening" itinerante, quasi una compagnia circense che sintetizza musica, teatro e satira in spettacoli che cominciano a fare sensazione. E infatti "Ballermann", il doppio LP pubblicato nel 1974 con l'ingresso del nuovo tastierista Volker Kahrs (Mist), mostra subito una verve diversa. Se l'attacco di "Sahara", cantato da Eroc con un buffo sproloquio introduttivo ("Do you like it? Yes, you do!"), è un rock sincopato attraversato da umori decisamente "alcolici", il resto della raccolta ci mostra una band tecnicamente più esuberante e ricca di sorprese. "Nickel-odeon" evidenzia la qualità d'interprete di Danielak, all'interno d'un brano atmosferico che varia poi sulle corde della chitarra solista e le tonalità dell'organo, con potenti breacks ritmici nel mezzo. "Morning song" è un sapiente manifesto dell'arte minimalista dei cinque, costruito su semplici giri armonici che cullano il canto solista, fino a impennarsi nel finale sulla chitarra elettrica. Bella anche l'atmosfera trasognata di "Drummer's dream", ravvivata da gustosi cambi di tempo, ma il pezzo forte dell'album è indubbiamente la lunga suite in due parti "Solar-Music". Portando a maturazione le sonorità cosmiche tipiche del krautrock, ma immerse stavolta in un tessuto rock aperto e variegato che funge da cornice, la band esprime finalmente tutto il suo potenziale in una musica estremamente evocativa. Arpeggi di chitarra galleggiano sospesi in una dimensione diversa, finché l'organo, le percussioni e infine la chitarra solista ritrovano il loro spazio in un crescendo frastagliato, tra pieni e vuoti di grande suggestione. Psichedelia e space-rock al grado più sperimentale, concorrono in ugual misura al sontuoso risultato finale, nel quale è facile cogliere richiami alla lezione dei Pink Floyd, ma trasfigurata in un contesto strumentale eclettico e ricco di sfumature che approda poi, paradossalmente, a un delicato tema da camera. Spicca, accanto alla smagliante chitarra solista di Kuhn e agli effetti elettronici di Kahrs, il grande lavoro percussivo di Eroc, ma è uno di quegli episodi che mostrano soprattutto l'amalgama perfetto tra le parti e l'affiatamento raggiunto tra i singoli.

    L'album che segue segna una piccola svolta stilistica. In "Jumbo", realizzato nel 1975 col nuovo bassista Wolfgang Jèger (Popo) al posto di Uhlemann, il gruppo sterza verso un rock più fluido e compatto, con toni decisamente meno umorali del solito, anche se non del tutto privi di ironia. Proprio per questo, comunque, è un album molto bello, che soprattutto lascia emergere una godibile vena melodica, esaltando le parti vocali e le brillanti combinazioni tra chitarra e tastiere. Tutte caratteristiche evidenti nell'atmosfera della lunga "Sunny sunday's sunset", piuttosto vicina ai Genesis, basata s'un efficace crescendo sonoro. Della stessa pasta l'apertura di "The excursion of Father Smith", con un testo molto critico verso la superficialità di certi ambienti sociali. Al tema si ricollega anche "The clown", segnata dai brillanti riff chitarristici, mentre "Dream and reality" parte in sordina e nella seconda parte cresce d'intensità grazie alla pungente chitarra e al synth di Kahrs. Un disco molto curato, non a caso registrato nello studio dal famoso produttore Conny Plank, che piace molto al pubblico e che viene realizzato l'anno seguente anche in lingua tedesca.

    A questo punto, la crescente popolarità raggiunta in patria spinge la band a impegnarsi in un progetto ancora più vasto. "Rockpommel's land", pubblicato nel 1977, è infatti una sorta di ambiziosa rock-opera d'argomento fantastico, basata sulle avventure del piccolo Ernie, che fugge da casa e attraversa avventure e pericoli sulle ali della sua curiosità, accompagnato dal favoloso uccello Maraboo, e confrontandosi spesso con realtà che rappresentano il Bene e il Male. Il tema scelto influisce sulla musica che si ammorbidisce ulteriormente, privilegiando atmosfere soffuse, complessi arrangiamenti e parti di taglio sinfonico. Anche se non mancano dissensi nel gruppo stesso, con Eroc che definisce il disco "musica intellettuale, estremamente complicata", e insomma meno "rock" del solito, non c'è dubbio che si tratti di un grande disco, e per molti anzi il vertice espressivo dei Grobschnitt. Abbastanza inediti ma perfettamente inseriti nel contesto sono certi episodi acustici, come la breve "Anywhere", dove risalta la voce di Danielak, mentre gli altri tre momenti privilegiano strutture sinfonico-classicheggianti, orchestrate con grande cura per ogni dettaglio. "Ernie's reise", che apre il disco, introduce il carattere positivo del protagonista, passando gradualmente da morbidi passaggi acustici a più incisive parti strumentali. In grande spolvero le tastiere di Kahrs che sorreggono lo sviluppo progressivo del tema. In "Severity town", che rappresenta l'incontro con il Male, il tessuto strumentale prende corpo sul piano classicheggiante e cresce d'intensità con una voce sopra le righe e poi sulla chitarra solista di Lupo: l'andamento più mosso e l'uso di effetti elettronici suggeriscono l'aspetto ostile della metropoli. La lunga traccia finale che intitola il disco sviluppa in circa venti minuti, ancora più organicamente, la complessa natura dell'opera: è una sorta di ramificato crescendo sottolineato dalla batteria marziale di Eroc, dalle tastiere avvolgenti e sontuose, i limpidi inserti di chitarra e il pathos delle parti vocali, tutto unificato da una complessa orchestrazione che sancisce il lieto fine del viaggio.

    L'album supera le centomila copie in Germania, e dunque è un vero successo popolare oltre che di critica. Sull'onda del momento propizio, nel 1978 la band realizza un disco come "Solar Music Live", dove la suite contenuta in "Ballermann" viene riproposta dal vivo in una versione doppia e davvero irresistibile: è forse uno dei migliori dischi "live" dell'epoca, superbo nella sua fusione di qualità sonora e straordinaria capacità esecutiva. Un'ora di musica potente e ipnotica, senza un attimo di pausa, che lascia il segno e diventa un altro successo commerciale.

    Seguono dischi come "Merry-go-round" e "Illegal", ancora premiati dal pubblico, ma subito dopo la formazione comincia a mutare pelle. Se ne vanno prima il bassista Jager, poi Kahrs e poi lo stesso Eroc nel 1983, e i ricambi di organico indirizzano lo stile della band verso un rock diverso, in sintonia con il neo-prog degli anni Ottanta. Nel dicembre 1989, infine, i Grobschnitt chiudono la loro intensa parabola con un concerto d'addio nella loro città d'origine, Hagen. A conti fatti, restano uno dei nomi basilari della scena progressiva germanica, e non solo per la ricca discografia che abbraccia due decenni, ma per il carattere estroso e creativo col quale hanno sempre vissuto la loro esperienza di musicisti rock.

    Dischi consigliati:

  • "Ballermann" (1974)
  • "Solar Music Live" (1978)

    · Sito non ufficiale                       Ascolta "Solar Music I"



    BO HANSSON

    Il nome del tastierista svedese Bo Hansson, non sempre ricordato nella storia del progressive, merita invece un suo spazio di rilievo tra coloro che hanno segnato l'affermarsi e l'evoluzione di questo genere. Non c'è dubbio, infatti, che la sua opera abbia anticipato diverse esperienze successive: quella di Mike Oldfield, ad esempio, ma anche i raffinati racconti strumentali dei Camel.
    Nato a Göteborg nel 1943, come molti della sua generazione comincia adolescente una trafila tra i molti gruppi che suonano rock and roll a Stoccolma, ma ancora in veste di chitarrista. Forma anche un suo complessino che suona blues, The Merrymen, ma tutto cambia nel 1966, quando Hansson vede esibirsi in concerto l'organista jazz americano Jack McDuff: decide di mollare il suo gruppo e acquista il suo primo organo. Di lì a poco entra in contatto con il batterista Janne Carlsson, e i due decidono di sviluppare insieme una nuova proposta musicale sotto la sigla
    Hansson & Karlsson. Il sodalizio frutta tre dischi, a partire da "Monument" (1967), e il duo guadagna una grande fama in patria. Tra l'altro Jimi Hendrix, colpito dalla loro musica, li vuole con sé sul palco in un paio di serate in terra svedese, e più tardi registrerà anche un pezzo firmato da Hansson: "Tax Free". La musica del duo, che miscela in maniera ingenua atmosfere psichedeliche e ambizioni classiche, per quanto oggi datata, suona comunque piuttosto innovativa per l'epoca, e Hansson ha modo di affinare lentamente la sua tecnica in queste lunghe sgroppate all'organo, assecondato dalla batteria del compagno.

    Quando poi Carlsson diventa un attore di successo, alla tivù svedese e poi al cinema, Hansson sceglie di proseguire per suo conto l'attività di musicista. Lo spunto vincente per la sua parabola solista è la lettura del celebre romanzo fantasy "Il signore degli anelli" di Tolkien, che mette in moto alcune suggestioni destinate a tradursi nel suo album d'esordio, intitolato appunto "Sagan Om Ringen", e pubblicato nel 1970 dalla Silence Records. Interamente strumentale come i tre che seguono, è un disco diviso in dodici quadri, in genere piuttosto brevi, capace di creare atmosfere rarefatte e al tempo stesso esotiche, in bilico tra folk, pop sinfonico e psichedelia. Come si nota fin dall'apertura ad effetto di "Första vandringen", Hansson predilige trame sognanti e spesso minimaliste, basate soprattutto sull'organo e il synth, lasciando però il giusto spazio ai musicisti chiamati a collaborare, specie alle chitarre. Tra i momenti più felici c'è sicuramente "Den gamla skogen - Tom Bombadill", con le sue progressioni di organo bilanciate da suoni ad effetto della chitarra, e poi "Lothlórien", più misteriosa nel suo incedere. Compassata e intrisa di fascinosi richiami gotico-psichedelici scorre anche "I Elronds hus - Ringen vandrar söderut", mentre l'atmosfera si scalda in brani come "Rohans Horn - Slaget vid Pelennors slätter", con la chitarra elettrica in evidenza, il sassofono, e percussioni molto latine, come avviene anche in "De svarta ryttarna - Flykten till vadstället", dove si ascoltano le congas di Bill Öhrström. Anche se oggi la sequenza può apparire "naive" in alcuni momenti, rimane un progetto davvero originale, per l'idea di partenza e la sua realizzazione strumentale, che ha finito per ispirare l'immaginario prog degli anni a venire.

    L'album suscita interesse anche fuori dalla Svezia, tanto che due anni dopo la Charisma ne pubblica una versione inglese dal titolo "Lord of the Rings", che arriva al 34° posto delle charts britanniche, facendo conoscere il nome del tastierista in gran parte d'Europa.
    Intanto Hansson, dopo aver suonato in due dischi del gruppo svedese Fläsket Brinner, prosegue nella stessa scia dell'esordio e realizza nel 1972
    "Ur trollkarlens hatt" ("Magician's Hat" nell'edizione inglese), disco che consolida la sua reputazione. In effetti, è una sequenza che suona più rifinita rispetto all'esordio, con una morbida ma decisiva patina fusion che affianca la dimensione sinfonica e folk ancora prevalente. Cresce soprattutto il ruolo dei fiati, soprattutto per il sax di Gunnar Bergsten dei Fläsket Brinner: è il caso della lunga apertura di "Storstad" ("The City" nell'edizione Charisma), con l'ottimo lavoro congiunto di synth e organo, e le congas in evidenza nei ripetuti cambi di tempo. Tra i molti frammenti brevi che compongono il disco, spiccano la sognante "Elidor", dominata dal flauto incantato di Sten Bergman (anche lui Fläsket Brinner), e quindi la magica atmosfera di "Findhorns sång", brano con mellotron e organo in primo piano. La chitarra, l'organo e l'armonica caratterizzano invece "Uppvaknande" ("The Awakening"), altro episodio dall'andamento trasognato, ma costellato di piccole accelerazioni che vivacizzano lo schema. E' soprattutto l'altro brano lungo del disco, "Solen (Parallellt eller 90 grader)" a mostrare davvero l'affinamento del suono rispetto all'esordio: scandito dal basso ossessivo di Owe Gustavsson, il pezzo si ramifica splendidamente, senza forzature, sull'intreccio di piano elettrico e chitarra solista. Un vero gioiello. Sebbene generalmente ben accolto dalla stampa britannica, tuttavia, il disco non replica il successo commerciale del precedente.

    Forse deluso dal responso, invece che dedicarsi a tour promozionali come vorrebbero i suoi discografici, il tastierista si isola per comporre del nuovo materiale. A questo proposito, va sottolineato che il musicista svedese non ha mai eseguito dal vivo la sua musica da solista, privilegiando sempre il lavoro di composizione e registrazione in studio. Passano comunque tre anni prima che Hansson si affacci di nuovo sul mercato: lo fa con uno dei suoi album più ambiziosi, ma disuguali, cioè "Mellanväsen", registrato ancora a Stoccolma e pubblicato in patria nell'Ottobre del 1975. La Charisma lo fa uscire invece all'inizio del 1976 col titolo "Attic Thoughts". Con la solita ricca strumentazione, stavolta garantita soprattutto da diversi membri del gruppo Kebnekaise, l'album parte alla grande con la stupenda minisuite in tre tempi "Funderingar på vinden", dove le tastiere del leader, che si destreggia a dovere tra organo, synth e pianoforte, sono ben assecondate dalla chitarra e dalla batteria. E' tra i momenti più alti di Hansson, ma il disco vive di alti e bassi. L'altra suite dell'album è "Kaninmusik" ("Rabbit Music"), e segue un andamento più pittoresco e fantasioso. Ancora molto bella è "Väntan..." ("Waiting..."), dominata da un motivo solenne e malinconico che permea tutta la composizione, con l'improvvisa accelerazione ritmica nel finale. "Dag och natt" ("Day and Night") colpisce per il contrasto cromatico tra la frenesia del giorno e l'assorta atmosfera notturna, sottolineata dal moog e da pacati arpeggi chitarristici, mentre decisamente briosa è la chiusura di "Lyckat upptåg", sviluppata sui brillanti fraseggi dell'organo e della chitarra. "Vals för mellanväsen"("Waltz for Interbeings"), tra ritmi quasi funky e inserti di violino, sviluppa una sorta di folk trasversale con il synth a fare da collante. Sono brani interessanti, per via di certi accostamenti inusuali, anche se in verità non sempre riusciti.

    Il successo internazionale sembra aver abbandonato il tastierista, che due anni dopo pubblica comunque il suo quarto disco, intitolato "El-ahrairah", realizzato con il solito gruppo di strumentisti fidati, ma col nuovo produttore Pontus Olssen. Il nome del titolo è quello di uno dei conigli che popolano il racconto "Watership Down" di Richard Adams (tradotto in Italia come "La collina dei conigli"), opera che aveva già ispirato la suite "Kaninmusik" nel disco precedente, e infatti l'edizione inglese dell'album si chiama "Music Inspired by Watership Down". Considerata a volte una prova più debole delle precedenti, è invece un esempio di maturità raggiunta dal tastierista, soprattutto negli arrangiamenti, come è facile notare ascoltando la brillante suite che apre la sequenza, "Utvandring". Fresca e vivace, con il consistente apporto chitarristico di Kenny Håkansson, vero protagonista di tutta la sequenza, la composizione scorre dinamica e ricca di finezze, incorporando anche pause più raccolte di grande fascino nelle quali si fa notare il flauto. Non sfigurano affatto al confronto la breve "Skogen", divisa tra pieni e vuoti strumentali di notevole impatto, e soprattutto la lunga "Watership Down", immersa in un clima ancora più sinfonico, che procede elegante e alla fine solenne sul synth di Hansson affiancato a dovere dalla chitarra solista. In coda, il tastierista sigilla col suo pianoforte meditativo un altro disco di valore e al tempo stesso il suo ciclo maggiore.

    Seguono infatti lunghi anni di silenzio, abbastanza misteriosi, finché nel 1985 è pubblicato, ma soltanto in Svezia, un ultimo disco intitolato
    "Mitt i livet" (cioè "La mia vita"). E' una semplice raccolta di canzoni pop e folk in lingua svedese, con voci femminili e maschili, che per quanto gradevoli non hanno davvero nulla da spartire con i quattro dischi precedenti. Una tardiva riunione col vecchio compagno Janne Carlsson per una serie di concerti, con l'uscita di una compilation ancora firmata Hansson & Karlsson nel 1998, pone di fatto fine alla parabola del tastierista. La sua bella musica conosce peraltro una rinnovata popolarità, e non solo in Svezia, dove l'artista è considerato giustamente una leggenda, soprattutto in seguito alla ristampa del catalogo 1970-1977 curata dalla Silence Records. All'età di sessantasette anni, Bo Hansson si è spento a Stoccolma il 23 Aprile 2010.

    Dischi consigliati:

  • "Ur trollkarlens hatt" (1972) / edizione inglese "Magician's Hat"

    · Bo Hansson sul sito Silence Records                      Ascolta "Solen (Parallellt eller 90 grader)"





    HENRY COW

    Questa valida formazione inglese, non sempre ricordata come meriterebbe, riassume i tratti migliori del cosiddetto RIO (Rock In Opposition), movimento di avant-prog transnazionale che ha portato avanti per anni un'idea di musica indipendente e aliena da ogni compromesso, per forza di cose dunque condannata a una certa marginalità rispetto alle formule più popolari. Restano comunque sia, di questa coraggiosa esperienza, dischi affascinanti, di grande personalità artistica e senz'altro da riscoprire.

    A formare gli Henry Cow nel 1968 sono Fred Frith (chitarra, violino) e Tim Hodgkinson (tastiere, fiati), nell'ambito della rinomata università di Cambridge: data e contesto sembrano sintomatici, perché mettono insieme i fermenti politici dell'epoca con un certo grado di intellettualismo che sono indubbiamente alla base della musica realizzata dal gruppo. Dopo una prima apparizione al Festival di Glanstonbury nel 1971, la band si stabilizza come quintetto. Di lì a poco, viene quindi scritturata dalla Virgin e nel 1973 pubblica "Leg End" ( a sinistra), un primo atto discografico che contiene già l'essenza di un'ispirazione destinata a diventare proverbiale. Tra free jazz, improvvisazione e voci disturbanti qua e là, il disco regala momenti suggestivi come "Amygdala", una splendida deriva a schema aperto con i fiati e la chitarra in particolare evidenza, ma senza nessuna forzatura. Ci sono poi dissonanze, suoni sperimentali e spigolosi con il sax di Geoff Leigh in primo piano, il violino di Frith, e la ritmica elastica, che tiene il passo delle svolte imprevedibili dello spartito: il basso saltellante di John Greaves e la batteria di Chris Cutler. Questo è pure il condensato di un episodio emblematico come "Teenbeat", che davvero cattura uno stile. La chitarra solista balza in cattedra in "Teenbeat Reprise", brano che non stonerebbe nel repertorio dei King Crimson più neri e affilati: ancora splendido il basso, mordente il tempo percussivo, eccentrico il pianoforte. Anarchia e rumorismo ("The Tenth Chaffinch") vanno di pari passo con coretti stranianti cullati da organo e violino in una dimensione ancora inedita ("Nine Funerals of the Citizen King"), che suona melodica e inquietante al tempo stesso. Magistrale.

    In confronto all'esordio, "Unrest" (a destra), uscito nel 1974 dopo un tour inglese con i Faust, suona per certi versi anche più ostico e composito. Leigh se n'è andato, mentre entra in organico la brava Lindsay Cooper, musicista che si divide abilmente tra oboe e fagotto, assicurando nuove suggestioni di ascendenza classica al sound della band. Lo si vede già nell'iniziale "Bitten Storm over Ulm", trasognato brano per il resto giocato sulla chitarra elettrica e il basso, e poi nella più lunga "Half Asleep, Half Awake": è una musica colta, cerebrale, come dice il titolo sempre in bilico tra sogno e realtà, dalle tonalità sommesse eppure cangianti, dunque inafferrabili. Qui sta forse il maggior legame, da molti sottolineato, con l'anima della coeva scuola di Canterbury. Tutto questo viene dilatato nella lunga "Ruins", altro pezzo forte del repertorio, a volte rarefatto fino al silenzio, con ampio spazio per i fiati e il violino tra improvvisi sussulti ritmici. Se le prime quattro tracce dell'album sono scritte, il resto è invece costituito da improvvisazioni poi rielaborate in sede di missaggio: cosa che, ovviamente, rende molto più alto il tasso sperimentale della musica, a cominciare da "Linguaphonie", costruito sulle voci, fino alla conclusiva "Deluge", fascinosa progressione di percussioni e labili tracce di una melodia superstite.

    Del 1975 è l'incontro artistico con il trio Slapp Happy, formazione di avant-pop ai confini del cabaret, capitanata dalla cantante tedesca Dagmar Krause: il risultato è il controverso
    "Desperate Straights", disco nel quale le ambizioni sperimentali di Frith e compagni vengono diluite in uno schema più cantabile, ma per niente canonico, mentre il reticolo dinamico dei suoni è basato soprattutto sui fiati. Non solo sax e clarinetto, ma anche la tromba e il trombone di Mongezi Feza e Nick Evans sono protagonisti del disco, anche se è la vocalità camaleontica della Krause, ironica e nutrita di echi brechtiani, a dominare la scena. Brillanti soprattutto "The Owl" e "In the Sickbay", ad esempio, inframmezzate da strumentali jazz fin troppo canonici, come la title-track.

    Il trio di Amburgo confluisce quindi nella band inglese per un lavoro più riuscito come "Praise of Learning", ancora del '75 (a sinistra): il folto organico è più o meno lo stesso, ma più affiatato e consapevole. Dopo la grintosa apertura di "War", in linea col disco precedente, la lunga "Living in the Heart of the Beast" recupera le sonorità tipiche dei primi lavori firmati Henry Cow, integrate dalla raffinata voce femminile. C'è nella musica qualcosa di più incombente, torbido a volte, che seduce l'ascoltatore, nonostante la voluta frammentarietà dell'impianto, gremito di pause e sincopi percussive, melodie trasversali, lunghe fughe ritmiche e violini dissonanti. La bella voce della Krause si fa più drammatica e teatrale in "Beautiful as the Moon - Terrible as an Army with Banners", scandito a dovere dal pianoforte, oppure affoga nel magma sonoro più estremo di episodi quali "Lovers of Gold", che sigilla l'intera sequenza nel suo imbuto claustrofobico. È sicuramente un altro album di spessore.

    L' ultimo disco di studio della formazione britannica arriva dopo quattro anni e s'intitola "Western Culture" (1979). Schierata a cinque senza la cantante, che abbandona nel 1977 per motivi di salute, e senza un bassista di ruolo, la band organizza una scaletta divisa in due parti intitolate "History & Prospects" e "Day by Day", scritte rispettivamente da Hodgkinson e da Lindasy Cooper. Fred Frith si cimenta anche con la chitarra acustica ("The Decay of Cities"), ma a dominare sono ancora i fiati (sax, clarinetto, oboe, fagotto, trombone) e il fitto lavoro percussivo di Cutler, spesso decisivo, come nell'iniziale "Industry". Bella l'atmosfera più pacata di "On the Raft", morbida bolla sonora che si dilata sui fiati, mentre nella seconda parte si fa notare il pianoforte dissonante di Irene Schweizer in "Gretel's Tale". Tuttavia è proprio lo splendido epilogo di "1/2 the Sky" che riassume magistralmente, tra virtuosismi di sax e una maestosa progressione sinfonica, la tensione ideale del gruppo.
    Una volta sciolta la band del calzino (bizzarra icona scelta per le copertine), Frith e Cutler, ancora insieme alla cantante tedesca, proveranno a portare avanti il discorso sotto la nuova sigla Art Bears, un progetto inaugurato già nel 1978 e discograficamente attivo fino ai primi anni Ottanta.

    Dischi consigliati:

  • "Leg End" (1973)

    · Scheda Wikipedia                       Ascolta "Amygdala"



    HOELDERLIN

    Non tutta la scena tedesca degli anni settanta era dedita alla cosiddetta 'musica cosmica' di gruppi famosissimi, quali i Tangerine Dream. Ne sono una dimostrazione appunto gli Hoelderlin, una band di ottimo livello, sicuramente più vicina al rock romantico e sinfonico di scuola inglese.

    Già nel 1972 la band fa il suo esordio con "Hoelderlin's traum", con una voce femminile, i testi ancora in tedesco, e una musica decisamente poco legata al resto del krautrock in voga. E' un prog-folk di eccellente fattura, dominato da delicate armonie ("Peter"), ma spesso immerso in atmosfere oniriche e sospese ("Requiem fur einen Wicht"), di notevole fascino e tensione, come la conclusiva "Traum". La voce di Nanny De Ruig non passa inosservata, come il prezioso tessuto strumentale prevalentemente acustico (viola, violoncello, flauti, chitarre, pianoforte), con qualche iniezione di mellotron. Le reazioni in Germania sono molto buone, ma dopo l'abbandono della cantante al termine di un intenso tour nel 1973, il gruppo è costretto a voltare pagina.

    Passano però tre anni prima che certe idee prendano compiutamente forma: l'album omonimo "Hoelderlin"(1975, a fianco), suona quasi come una seconda partenza, grazie anche alla produzione di Conny Plank. Come in precedenza la band è basata sui fratelli Christian (chitarre) e Joachim Grumbkow (tastiere, flauto, voce), con Christoph Noppeney (viola, chitarre, voce), Michael Bruchmann (batteria) e Peter Kaseberg(basso) a completare il quintetto. In realtà gli Hoelderlin restano uno di quei gruppi spesso aperti a collaborazioni diverse che ne arricchiscono il suono. I risultati del nuovo corso sono subito visibili nell'attacco strumentale di "Schwebebahn", raffinata divagazione per viola, piano e inserti di chitarra, in un clima che riecheggia i migliori King Crimson più maturi. Questo aspetto di sofisticato fusion-rock compare anche in "Honeypot", con il flauto in evidenza, innervata però da una morbida vena acustica e crepuscolare, e soprattutto nel lungo brano di chiusura, "Death-Watch-Beetle", oltre diciassette minuti che offrono un brillante saggio delle qualità di base del gruppo tedesco. Una buona capacità di orchestrare motivi diversi e intrecciati tra loro, a comporre un paesaggio sonoro prezioso e sempre mobile, tra classicismo sinfonico e spezzature più moderne, sempre temperate da un senso della misura che si direbbe il tratto caratteristico della band. I brani più brevi, come "I love my dog" ( con un bel sax in primo piano) e soprattutto "Numberg", mostrano il rovescio più melodico e romantico degli Hoelderlin.

    Nel successivo album "Clowns and Clouds"(1976, a fianco) la formazione si ripresenta con la sola variazione del bassista Hans Baar che rileva Kaseberg, e se possibile arricchisce ancora il proprio bagaglio espressivo. La musica si muove con la consueta eleganza, ma stavolta con minore discrepanza stilistica tra i pezzi, tutti improntati a un pop morbido e ritmicamente vario, con i soliti apporti esterni di sax (Jorg-Peter Siebert), come nell'apertura di "Madhouse", e la bella dimensione della viola di Noppeney nel successivo "Your eyes". Il momento più ambizioso del disco è però la suite centrale di "Circus", divisa in tre segmenti, tra marcette, accenni di tango e ripartenze guidate dall'organo di Joachim Grumbkow, con la voce solista multiforme e teatrale sulle orme di Peter Gabriel. Un certo eclettismo di toni e colori rimanda effettivamente ai Genesis, ma gli Hoelderlin possono annoverare come tratto distintivo una spiccata propensione a variazioni sul tema in stile fusion, con la viola sempre in grande spolvero nel cuore del pezzo in questione. Gli altri due titoli dell'album scivolano invece con bella disinvoltura verso una dimensione più liquida, con le tastiere e il flauto a duettare intorno al canto trasognato, e la chitarra elettrica a fare da morbido contrappunto prima del sax (la suggestiva "Streaming"). In "Phasing", che chiude la sequenza, i temi precedenti vengono come depurati e filtrati da archi, tastiere e flauto di grande eleganza, per poi evolvere dietro la batteria e il basso in una lunga coda immaginifica, a carattere prettamente sinfonico. Insieme al precedente, è probabilmente il disco più compiuto e riuscito degli Hoelderlin.

    Nel 1977 esce "Rare Birds"(a sinistra), che riconferma le qualità già espresse. Sono da segnalare un paio di cambiamenti nell'organico: Christian Grumbkow infatti fa un passo indietro e rimane autore dei testi, mentre cede la chitarra solista al nuovo Pablo Weeber.
    Musicalmente il disco non mostra particolari inversioni di tendenza: è ancora un solido prodotto, con una trama sonora ricca e sinfonica, piena di bei passaggi dominati dalla viola, dalle tastiere, e da più frequenti inserti di chitarra elettrica, in uno schema che si apre forse meno rarefatto e più intenso nell'approccio ritmico. L'esempio più eloquente è "Before you lay down rough and thorny", felicemente in bilico tra morbido pop d'atmosfera e vivaci spezzature 'fusion', che sembrano poi avere la meglio. Ancora una volta, però, il meglio viene dall'episodio strumentale: in questo caso "Necronomicron" (firmato dal nuovo Weeber), gotico e notturno andirivieni di chitarra e viola, tra improvvise pause e belle aperture di tastiere.
    Il brano posto in coda, "Sun rays", sembra quasi voler sintetizzare quest'ispirazione più sofisticata con la melodia morbida e sognante che emerge nella title-track, interpretata dalla delicata voce di Joachim Grumbkow.

    La fase migliore degli Hoerlderlin in pratica si chiude qui. Poi, con i dischi che seguono, tra i quali "New Faces"(1979) e "Fata Morgana"(1981), l'indirizzo stilistico della band si sposta verso un pop più melodico e meno collocabile nei confini del 'progressive'. Il loro nome, comunque, può tranquillamente essere citato come una delle migliori realtà 'sinfoniche' della scena rock tedesca.


    Dischi consigliati:

  • "Clowns & Clouds" (1976)

    · Sito MySpace                  Ascolta "Madhouse"




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