Classici e capiscuola del Rock Progressivo Internazionale

F

Family Faust Fermáta Focus





FAMILY

Uno dei gruppi inglesi più originali in ambito progressive, ma lontani dalle formule che avranno maggior successo (sinfonico, barocco, dark), e per questo forse meno popolari, i Family nascono a Leicester nel 1967 sulle ceneri di un gruppo chiamato Roaring Sixties. Il quintetto si stabilizza con l'arrivo del cantante Roger Chapman nel 1966, e l'anno dopo fa il suo esordio con un 45 giri che passa inosservato. Subito dopo, il batterista Rob Townsend subentra ad Harry Ovenall nel gruppo.

La pubblicazione del primo album, "Music in a doll's house" (1968), è favorita dall'interesse di Dave Mason ( Traffic ), che produce il disco e collabora in un brano. Si tratta di uno degli esordi più celebri della scena britannica: dodici episodi (più tre brevi riprese "alternative") che riescono a fondere in maniera molto estrosa le radici soul-blues e un rock pieno di sfaccettature che si esalta nel canto di Roger Chapman, dotato di un caratteristico "vibrato" molto espressivo. C'è posto per atmosfere romantiche ("Mellowing grey"), con gli archi di Ric Grech in primo piano, focosi blues per armonica e sax intervallati da stranianti armonie vocali ("Hold songs for new songs"), ma anche per manifesti di sapore psichedelico come "Winter" o "Peace of mind", con suoni di sitar e arditi giochi vocali. A tenere insieme suggestioni tanto diverse, a volte perfino stridenti, è la grande fantasia degli arrangiamenti, che privilegiano sempre la soluzione meno prevedibile: i fiati di Jim King, il violino creativo di Grech e il camaleontismo vocale di Chapman impongono una cifra stilistica unica e sorprendente. Si ascoltino "Voyage", o il bandismo inopinato della finale "3 x time".

Il passo successivo, non agevole dopo un primo disco così brillante, è invece il capolavoro assoluto della band: "Family entertainment", pubblicato nel 1969, conferma infatti la genialità di Chapman e soci, in un insieme più organico che focalizza al meglio il potenziale sonoro del gruppo. Le tracce sono undici e praticamente ognuna è un piccolo gioiello che lascia il segno, in una sequenza senza punti deboli. Splendido l'attacco di "The weaver's answer", s'un ritmo sincopato nel quale la voce di Chapman fa valere il suo vibrato inconfondibile, poi doppiato dal sax di King in un crescendo strumentale di grande effetto. Basso e batteria introducono la trascinante "Hung up down", con il violino di Grech e i fiati abili a colorire lo sfondo del brano. L'esotismo orientale degli archi e delle percussioni di "Summer '67", il solo strumentale dell'album, è un omaggio alla famosa "estate dell'amore" inglese, una stagione magica per la psichedelia del tempo. Ora però i Family mostrano una verve più matura, meno ingenua, che incarna perfettamente i nuovi stimoli della musica progressiva: ad esempio "Observations from a hill", al tempo stessa melodica e corposa, ben costruita sulle chitarre di John Whitney e il violino. Struggente è anche "Face in the cloud", immersa in una vera nuvola di nostalgia con echi indiani e note delicate di piano. Colpisce nella band questa capacità di far convivere passato e novità in un contesto strumentale davvero "progressivo": è il caso di "Past from archives", introdotto dall'armonica e poi capace d'incorporare con naturalezza le movenze classicheggianti degli archi e il jazz dei fiati, intorno al canto malinconico di Chapman. Si respira un'aria più consapevole anche nei contenuti, come testimonia "How-Hi-The-Li", dai toni molto critici sulle sorti del mondo in mano a politici non sempre consapevoli. L'epilogo di "Emotions" è invece un movimentato rock costruito sul pianoforte e le voci, in un concentrato dei migliori umori del gruppo, con Roger Chapman che impazza da par suo nel solito crescendo strumentale arrangiato con gusto, fino alla lunga coda che sfuma s'un suono di campane.

Dopo aver toccato l'apice creativo, la band entra in un periodo più controverso, a cominciare dall'uscita di Jim King e Ric Grech, due colonne portanti del suono-Family. Al loro posto entrano in formazione comunque due validi polistrumentisti come John Palmer (piano, flauto, vibrafono) e John Weider (basso, chitarra e violino), che concorrono alla pubblicazione di "A song for me" (1970). Palmer si mette in mostra al vibrafono, come nel frizzante rock di "Love is a sleeper", un brano che fotografa la tendenza del gruppo a lasciarsi indietro i sapori più psichedelici in favore d'un suono nervoso e ruvido, a cominciare dal rock abrasivo di "Drowned in wine", e piuttosto alterno nei risultati. La chitarra acustica e il flauto sono protagoniste di "Wheels", mentre "Song for sinking lovers" esalta il violino di Weider in un'atmosfera vagamente country, al pari di "The cat and the rat", sempre con le chitarre in evidenza. Singolare l'episodio di "93's Ok J", uno strumentale rarefatto dominato dal vibrafono e il flauto, con chitarre acustiche e violino in appoggio: interessante, ma con qualcosa d'incompiuto dentro. La chiusura di "A song for me", oltre i nove minuti, è un altro esempio di hard-rock cadenzato da chitarre e piano, incisivo nei suoni elettrici e nel canto acido di Chapman, ma non proprio originale se paragonato all'album precedente. Alla fine, si tratta del classico disco di transizione, dove i nuovi arrivati stanno ancora prendendo le misure, e le sonorità, perduta fatalmente la magia iniziale, si muovono verso altri scenari.

Paradossalmente, è il momento della massima affermazione del gruppo nelle classifiche inglesi (n.4), e Chapman e compagni cercano di cavalcare l'onda di consensi con un altro disco pubblicato ancora nel '70 come "Anyway...". Di quello che doveva essere un doppio album resta un singolo ellepì piuttosto curioso, con quattro brani registrati "live" (Fairfields Hall, Londra) e quattro in studio che non fugano del tutto i dubbi del disco precedente. Nella parte dal vivo, indubbiamente, i Family sanno farsi valere, con un rock duro e graffiante, ben interpretato dall'istrionica voce di Chapman. Sul ruvido riff della chitarra di Whitney prende corpo l'iniziale "Good news-Bad news", manifesto esemplare del suono "radicale" della band, sia pure intervallato dal vibrafono di Palmer. Molto vivace soprattutto "Strange band", con l'irrequieto violino di Weider che dialoga con la voce secondo un andamento sussultorio che piace al pubblico. I quattro episodi di studio cercano soluzioni più raffinate, nel solco di un folk-rock suonato con la classe di sempre: ad esempio "Part of the load", per chitarra e piano, o la più acustica canzone che intitola l'album, cullata ancora dal violino. "Normans", interamente strumentale, è forse il pezzo più elegante, costruito sul pianoforte di Palmer e sulle corde del violino che ripete il suo motivo fino al termine. E' un disco interlocutorio, sia pure ricco di ottimi spunti strumentali come mostra la finale "Lives and ladies", con la chitarra solista in bella evidenza.

Un successivo rimescolamento in organico, nel giugno 1971, porta all'ingresso del bassista John Wetton che rileva Weider. Poco prima, in marzo, è uscita la prima compilation della band, intitolata "Old songs new songs", e in ottobre viene finalmente realizzato "Fearless". E' senz'altro il miglior disco dei Family dai tempi di "Entertainment": una raccolta brillante di dieci tracce suonate con grinta, ma anche ricche di trovate strumentali negli arrangiamenti. Un anticipo del nuovo corso è ravvisabile anche nel singolo "In my own time" (retro "Seasons"), unico 45 giri di successo del gruppo, che arriva al quarto posto nelle "charts" inglesi, ma non viene incluso poi nell'album. "Fearless" si apre con l'ottima "Between blues and me", prima modulata in sordina dal canto di Chapman e poi innervata dalla chitarra solista di Whitney nel suo sviluppo, secondo un modello di sicuro effetto. Il pianino in stile jazz del nuovo arrivato John Wetton è spesso protagonista, magari in coppia con i fiati, ad esempio in "Sat D-Y barfly". Molto bella è "Spanish tide", costruita s'un giro armonico di chitarra acustica piuttosto originale, che poi evolve in lenta progressione elettrica con l'intervento del vibrafono. Un altro episodio in puro stile-Family è "Save some for thee", ritmica e trascinante, che si giova anche d'una sezione fiati e offre l'affiatato binomio piano-chitarra sotto la voce solista. Il basso di Wetton introduce la più umbratile "Take your partners", con lunghe tirate chitarristiche nello schema ritmico ancora sostenuto dai fiati. Il caratteristico vibrato di Chapman è invece l'anima vera di "Blind", uno dei momenti più graffianti della sequenza, con vivaci variazioni di chitarra e tastiere nel giro armonico di base: un vero gioiello che conferma la ritrovata felicità espressiva del gruppo. Il sigillo è la splendida "Burning bridges", dall'incedere lento e avvolgente sulle chitarre e il mandolino di Whitney, e con la multiforme voce solista che trascina la band in un finale di grande intensità, pur senza mai forzare i toni, secondo un marchio di fabbrica che resta ineguagliato nel progressive inglese.

Il quintetto comincia a riscuotere buone vendite anche sul difficile mercato americano, e nel 1972 realizza un nuovo album come "Bandstand". Sin dalle prime battute di "Burlesque", l'impasto vibrante tra la voce solista e la chitarra mostra la predisposizione a un rock più corposo, senza eccessivi fronzoli: anche in "Ready to go", ad esempio. Tutto il disco pare in effetti aver scelto una formula accattivante di musica dall'appeal immediato, che punta sulle sue carte di sempre e fa centro. Nella sequenza spiccano rock-songs sanguigne come "Broken nose", con la voce di Chapman doppiata da cori femminili ed effetti di moog abbastanza inediti per il gruppo, ma anche "My friend the sun", ballata dai toni più pacati, modulati sulla chitarra acustica. Pur in questo solco musicalmente più sobrio e melodico, un episodio come "Bolero baby", con la singolare coesistenza di effetti elettronici e archi, mostra ancora il segno d'una personalità incisiva e mai banale. Lo stesso vale per "Glove", rarefatto crescendo di tensione strumentale per chitarra elettrica e voce, enfatizzato dall'arrangiamento orchestrale. Il disco è indubbiamente valido, anche se la band trova soluzioni meno innovative che in passato e fa valere soprattutto il suo grande mestiere.

Alla pubblicazione segue un tour negli States e in Canada, ma senza Wetton (passato ai King Crimson) rimpiazzato da Jim Cregan. Poco dopo anche Palmer lascia i Family, e il gruppo, rimpolpato dal tastierista Tony Ashton, incide quello che resterà il suo canto del cigno, cioè "It's only a movie" (1973). La coppia Chapman/Whitney scrive tutti i pezzi in perfetta simbiosi, eccetto la conclusiva "Check out", tra i momenti più efficaci, che porta anche la firma del bassista Cregan. In effetti la voce solista e la chitarra elettrica costituiscono il binomio che domina l'album, con l'appoggio del versatile piano di Ashton e talvolta dei fiati, come nello strumentale "Banger". E' questa la ricetta della title-track di apertura, condita da effetti sonori da western, o della bella "Boom bang", dove Chapman regala uno dei suoi numeri vocali più tipici. Il pianino di Ashton trova cadenze quasi rag-time, in "Suspicion" ad esempio, o anche in "Sweet desiree", con l'apporto consueto dei fiati. Nella sua ultima prova che precede lo scioglimento, insomma, il suono del gruppo si fa disinvolto e godibile, in una sorta di spensierato "divertissement" niente affatto da buttare, perché la classe non è acqua, e questa sentenza calza davvero a pennello ai Family: comunque la si voglia etichettare, una delle incarnazioni più genuine e talentuose della scena progressiva inglese.

Dischi consigliati:

  • "Entertainment" (1969)

    · Sito non ufficiale    Guarda il video di "Strange Band" (Tv Live 1970)



    FAUST

    Della serie: quali sono i confini del progressive e più in generale di tutta la musica moderna? Un gruppo come i Faust sembra nato apposta per smentire ogni definizione troppo canonica dei singoli generi e stimolare invece domande e risposte, con una proposta sempre diversa e imprevedibile che si dipana per quattro dischi nella prima metà dei settanta e, dopo alterne vicende, fino ai nostri giorni.

    Dopo una sorta di isolamento creativo, in una vecchia scuola di campagna presso Wumme, la band tedesca registra in tre soli giorni il disco d'esordio omonimo nel 1971(a fianco), sotto la guida del produttore Uwe Nettlebeck. Il nucleo base della formazione comprende due tastieristi come Gunther Wusthoff e Hans Joachim Irmler, le chitarre di Rudolf Sosna e Jean Hervé Peron (anche voce principale), oltre al batterista Werner Diermaier, ma suonano nel disco anche altri musicisti, coinvolti in quella che pare una esplosiva miscela di improvvisazione pura, provocazione intelligente e mirata, e sonorità stranianti. I due brani della prima parte, più studiati, contaminano (affogandole) citazioni pop di Beatles e Rolling Stones con debordanti atmosfere elettroniche, in cui convivono nastri manipolati, ossessive marcette jazz e bandistiche, più una serie di effetti vocali e slogan recitati in più lingue da Peron, sempre al limite del non-sense: in particolare è questo il calderone ribollente di "Why don't you eat carrots?" che apre il disco. Con il seguente, "Meadow meal", si transita per il rumore ambientale, frammenti di rock elettrico al grado zero e ritornelli corali abbinati a siparietti introspettivi, con straniante coda d'organo finale. Il lunghissimo brano che sigilla l'album è "Miss Fortune", inciso in diretta in maniera totalmente libera, ed è ancora diviso tra ritmiche ossessive, distorsioni per chitarra con tipico effetto wha-wha, e temi estemporanei sui quali Peron si cimenta anche con un buffo esempio di bel canto all'italiana, presto inghiottito da spirali di jazz elettronico ed estremo, versi indecifrabili, suoni e voci da radio impazzita. Un esordio che rende i Faust un gruppo di culto, decisamente inclassificabili e unici, anche nel vivacissimo contesto del krautrock tedesco di quegli anni.

    Ciò che rimane, oltre la bomba sonora, è il tentativo di lasciare il suono ancora libero e informe, dunque veramente esplosivo e ribelle a ogni omologazione. Un pugno nello stomaco, come quello radiografato con sinistra efficacia dalla copertina. Con il secondo capitolo, "So far"(1972), sembra di avere davanti un gruppo meno giocherellone, sempre irriverente ma nei limiti stavolta d'una musica più organica, a tratti perfino seria. Le provocazioni sono affidate agli ossimori di certi titoli, come l'iniziale "It's a rainy day, sunshine girl", martellante formula intonata da Peron sulle sincopi percussive di Diermaier, integrate da inserti di tastiere elettroniche. Raffinato intermezzo per chitarra classica è "On the way to Abamae", mentre addirittura sinfonico è l'attacco per organo e corno inglese di "No harm", cullato poi da delicati arpeggi di chitarra, prima che il pezzo evolva tra raffiche elettriche di Sosna e interferenze di synt verso il non-sense della frase ripetuta da Peron ("Daddy take a banana/tomorrow is sunday"). Prevale comunque, rispetto all'esordio, l'iterazione ossessiva dei singoli temi, spesso portati avanti senza vero sviluppo o variazioni. Pulsanti e ipnotiche ritmiche dance con trombe e synt in combutta con la chitarra ritmica, contrassegnano anche la title-track, forse la migliore fotografia di questo disco, che regala altri episodi intriganti: come l'alienante ritornello per famiglie di "I've got my car and my TV", che sfocia nel motivetto da spot di "Picnic on a frozen river". Le stesse formule da slogan, o da pop-song, svuotate di senso, tornano anche in "Mamie is blue", ma immerse dentro un impasto di sonorità avvolgenti, rumori ed effetti speciali. I due tempi, legati nel titolo, di "Me lack space…" e "…In the spirit", chiudono la sequenza in un clima da cabaret confidenziale, tra il facile swing dei fiati e le voci beffarde. Comunque sia, è un altro album fuori dagli schemi, ricco di umori corrosivi, pur se calati in strutture meno labili e dispersive.

    I Faust firmano a questo punto un contratto con la Virgin inglese, a testimonianza che il potenziale alternativo della loro musica ha varcato i confini tedeschi. Esce così, nel 1973, un disco-omaggio come "Tapes", in pratica una serie di nastri privati in origine non destinati alla pubblicazione. E' ancora musica ostica, ma anche liberatoria, e il disco è molto venduto, visto che l'etichetta lo distribuisce al prezzo d'un 45 giri!

    Lo stesso anno è poi la volta di "Faust IV"(a sinistra) da molti considerato il più sofisticato album della band tedesca. Come in "So far", l'ardita formula sperimentale tende a calarsi in brani meno dissonanti e più curati, e tuttavia carichi di una forza estremistica e dirompente, come ad esempio nel micidiale attacco di "Krautrock", vero muro sonoro di tastiere e synt, bombardato da scariche e interferenze incrociate. Tra le consuete commistioni di forme apparentemente popolari e facili con sonorità disturbanti (soprattutto la chiusura di "It's a bit of a pain"), spiccano le atmosfere rarefatte e sospese di "Jennifer", con la voce glaciale e ipnotica, e soprattutto il beffardo reggae di "The sad skinhead". Il riferimento alle teste rasate (ancora oggi di attualità!) e il testo, in realtà ferocemente ironico, fanno piovere sul gruppo l'accusa assurda di complicità con l'ideologia nazista…Va invece sottolineato che i Faust sono qui in netto anticipo sui tempi, dato che il reggae di massa è fenomeno databile solo a qualche anno più tardi. Interessante anche l'accostamento di proposte stilistiche diverse nella ripresa di "Picnic on a frozen river-Deuxieme tableau" (il motivetto centrale era presente nel secondo album): l'incontro tra il sax e l'elettronica, con l'ossessiva iterazione del tema, stravolto da chitarra e synt, fotografa al meglio l'anima dissacrante e irrequieta della band e di un disco che resta davvero il più rappresentativo della prima fase.

    Esiliati dalla Virgin per scarsa produttività, quando in realtà il gruppo voleva solo evitare di ripetersi, i Faust entrano in un periodo oscuro e complesso, in pratica ripresentandosi su disco solo nel 1986 con "Munich & Elsewhere"/"Return of a legend", che contiene brani inediti dei primi anni oltre a qualche traccia di un quinto album mai realizzato. Con Peron che va e viene, i Faust riprendono il discorso in modo continuato solo negli anni Novanta, a partire soprattutto dal live "Edinburgh 1997"(1998) per arrivare, dopo l'uscita definitiva del cantante, a "Ravvivando" (1999), nel quale i vecchi Irmler e Diermaier sono affiancati da quattro altri musicisti. La storia dei Faust continua.

    Dischi consigliati:

  • "Faust IV" (1973)

    · Sito ufficiale



    FERMÁTA

    Formati nel 1973 a Bratislava dal chitarrista František Griglák (nato nel 1953), già membro di Collegium Musicum e Prúdy, e dal tastierista TomᚠBerka (classe '47), a lungo gli unici punti fermi tra i continui cambi di organico, i Fermáta restano una delle più valide band slovacche, e non solo, dedite all'incontro di jazz e rock. Nella loro corposa discografia, prevalentemente strumentale, non c'è dubbio che la prima fase, cioè dagli esordi fino all'inizio degli anni Ottanta, rimanga la più memorabile e degna anche oggi del massimo interesse.

    Il primo album, un semplice omonimo pubblicato nel 1975 (a sinistra), è il grande biglietto di presentazione del quartetto: cinque tracce scintillanti, tecnicamente ineccepibili, che si muovono nel solco della Mahavishnu Orchestra, creando una fusion moderna e imprevedibile. Tra jazz-rock vorticoso, come nell'apertura di "Rumunská rapsódia", e lunghe jams improvvisate, la chitarra pirotecnica di Griglák domina la scena, assecondato a meraviglia dalle tastiere di Berka (organo, synth e piano elettrico), ma anche da una straordinaria sezione ritmica che non perde un colpo. Spiccano soprattutto "Perpetuum II" e "Perpetuum III", lunghe galoppate di sapore ipnotico e quasi psichedelico, dominate da una tensione sottile, fino al minimalismo in chiaroscuro della breve "Postavím si vodu na čaj".

    Nel successivo "Pieseñ Z Hôľ" (1976), registrato da un quintetto rinnovato, lo stile si perfeziona: le influenze rock scompaiono in favore di una fusion di altissimo livello. Come si nota nella lunga title-track di apertura, la chitarra di Griglák e il basso ossessivo di Anton Jaro sviluppano quasi sempre ritmi serrati, ben coadiuvati dal synth fantasioso di Berka e dalla batteria, come pure nella trascinante "Priadky". Eccellente anche "Posledný jarmok v Radvani", col piano elettrico protagonista, mentre la chiusura di "Vo Zvolene zvony zvonia" crea un'atmosfera evocativa, più varia, grazie anche al violino melodico del nuovo arrivato Milan Tedla.

    Il disco che segue, dopo l'ennesimo rimescolamento in organico, è lo splendido "Huascaran" (1977). Album dedicato al rovinoso terremoto che devastò il Perù nel 1970, con epicentro presso la città del titolo, è composto di quattro lunghe tracce che mostrano un nuovo, magico equilibrio stilistico che si connota come un originale forma di jazz-rock dalle tinte sinfoniche. Lo dimostra la lunga apertura di "Huascaran I", dove pianoforte, synth, chitarra e anche il violoncello compongono uno spartito di grande maturità espressiva, che procede tra pause evocative, più gravi, e riprese di forte impatto ritmico. Da notare la presenza del cantante Peter Oláh, che pur senza vere liriche, sottolinea vocalmente alcuni momenti del pezzo. In "80.000" (che poi è il numero delle vittime) la musica procede più drammatica, cadenzata da potenti riff di chitarra e basso che illustrano il pathos dell'evento, mentre "Solidarity" e la finale "Huascaran II" segnano il graduale ritorno alla vita dopo la tragedia. Nel primo brano ancora il synth pittorico di Berka e la chitarra sviluppano una fusion eclettica e tiratissima, dagli accenti funky a tratti, che si accentua nella traccia conclusiva, con il basso di Ladislav Lučenič e la batteria assoluti protagonisti insieme al synth.

    Dopo questo exploit, la band slovacca si ripresenta solo nel 1980, stavolta con l'organico ridotto a quattro, per la pubblicazione di "Dunajská Legenda". Come indica il titolo, la musica di questo disco evoca una serie di leggende dell'area del Danubio, riportando così il gruppo nell'ambito delle proprie radici slave: il tono generale si fa più romantico e sinfonico, i brani più brevi, ma si tratta comunque di un'altra prova di livello. Griglák apre con un raffinato solo di chitarra acustica la bella "Chotemir", senz'altro tra i momenti migliori: è un episodio che vive di un'atmosfera retrò e nostalgica, sottolineata anche dagli archi e dal timbro sinfonico delle tastiere, ma anche ricco di fratture e ripartenze. Trascinante è pure "Trebiz", col synth sempre in primo piano insieme alla sezione ritmica, mentre in "Witemir" la chitarra acustica, ma anche elettrica, dipingono insieme alla voce un'atmosfera melodica più rilassata. Il basso di Fedor Frešo (ex Collegium Musicum) è il vero protagonista di un brano più nervoso come "Unzat", dove si fa notare anche il piano elettrico prima del consueto lavoro di synth.
    Con
    "Biela Planéta" (cioè "pianeta bianco"), ancora del 1980, la band conserva per una volta la stessa line-up del precedente disco, e dedica gli otto episodi in scaletta ad altrettanti esploratori più o meno celebri. Il disco è ancora brillante, immaginoso e ricco di spunti all'insegna di un jazz-rock più colorato e descrittivo, dominato più che mai dal massiccio uso del synth. Molto bello soprattutto l'attacco di "Cook", scandito dal piano jazz di Berka in combutta con la chitarra solista, ma sono notevoli anche la delicata "Kolumbus", costruita sulla chitarra acustica, fino a "Magellan", dominata invece dal synth insieme al basso di Frešo.

    Il bassista lascia all'indomani di un disco piuttosto altalenante come "Generation", pubblicato nel 1981. È una raccolta di pezzi ancora notevoli, ad esempio la lunga "Viña del mar", con la chitarra di Griglák ancora sugli scudi, ma anche qualche momento tutt'altro che memorabile ("Gastronomické radosti"), mentre nella conclusiva "K.O." l'atmosfera più liquida, quasi rarefatta, è arricchita dal sax. In seguito, il solo chitarrista tiene ancora a galla il nome dei Fermáta, con altri compagni di strada, per una serie di album sempre dignitosi, seppure lontani dallo spessore artistico delle prime uscite.

    Dischi consigliati:

  • "Huascaran" (1977)

    Guarda il video di "Huascaran I" (Live 2007)



    FOCUS

    Celebri esponenti del rock progressivo olandese, i Focus nascono alla fine degli anni sessanta e si mettono in luce nella versione tedesca del musical "Hair"(1970). Del primo nucleo , ispirato ai Traffic, faceva già parte il flautista e tastierista Thijs Van Leer, studente al conservatorio di Amsterdam e vera anima del gruppo negli anni a venire.

    Nell'album d'esordio, "In and out of Focus"(1970), entrano stabilmente in organico anche il talentuoso chitarrista Jan Akkerman e il batterista Pierre Van Der Linden, entrambi provenienti dai Brainbox, ma il disco non ottiene il successo sperato. E' solo con il successivo "Moving waves" , in Olanda uscito come "Focus II", pubblicato nel 1971 ancora per la Polygram inglese (sotto vedete la copertina), che il nome dei Focus s'impone finalmente su scala europea.

    Si tratta infatti di un brillante esempio di 'progressive', nel quale l'educazione classica di Thijs Van Leer e le indubbie qualità di Akkerman danno vita a una vivace sequenza di brani: dal fulminante attacco di "Hocus pocus", un hard rock spezzato dal canto 'yodeling' di Van Leer, che diventa il primo "hit" della band, a "Le clochard" e "Focus II", eleganti episodi di rock barocco suonato con grande leggerezza. Un flauto veramente magico e una chitarra calligrafica pennellano squisite atmosfere evocative, con rari inserti cantati. Nella lunga suite "Eruption" il quartetto, comprendente anche Cyril Havermans al basso, mostra tutto il suo potenziale sonoro, grazie a un perfetto amalgama tra le parti. Sulla stessa scia esce un anno dopo "Focus III" che conferma lo stato di grazia del gruppo olandese. Oltre alle due parti di "Anonymous", ennesimo manifesto di classe che si esprime in un rock vivacissimo al limite dell'improvvisazione, si colloca un altro "hit" come lo strumentale "Sylvia". Su alti livelli anche il resto del materiale: Akkerman è responsabile di nuove suggestioni evocative come "Elspeth of Nottingham" e la delicata "Love remembered", mentre Van Leer firma la più intrigante "Carnival fugue", impregnata di echi jazz.

    Dopo questi due capolavori, i Focus attraversano una fase più confusa al loro interno, anche se escono altri dischi notevoli, come il 'live' "At the Raimbow" del 1973, eccellente conferma della popolarità raggiunta anche fuori dai confini olandesi. In "Hamburger concerto"(1974, a fianco), sempre pieno di ottime idee, riappare il canto "yodeling", sia pure all'interno della lunga suite omonima divisa in sei movimenti: è probabilmente la composizione più ambiziosa dei Focus in senso barocco e classicheggiante. Tra gli altri brani del disco, vanno segnalate la breve apertura di "Delitae Musicae" di Akkerman, raffinato tributo acustico alla musica rinascimentale, e l'atmosfera evocativa di "La Cathedrale de Strasbourg", mentre "Harem Scarem" è uno strumentale più brioso, ricco di accelerazioni guidate dal piano. Va notato però che qualcosa scricchiola in seno alla formazione: per la prima volta infatti suona il batterista inglese Coolin Allen (ex Stone the Crow) al posto di Pierre Van Der Linden, il quale inizia una nuova avventura con i Trace. Il bassista Bert Ruiter e lo stesso Akkerman lasciano invece dopo "Mother Focus" (1975), uno strano album decisamente in tono minore, e Van Leer prosegue chiamando in formazione strumentisti di valore, come il chitarrista belga Philip Catherine, attivo nel circuito jazz, presente in "Focus", uscito alla fine del '75.

    In realtà il gruppo, come altri protagonisti del progressive europeo, nella seconda metà del decennio ha perso lo smalto creativo degli esordi, mentre ormai la scena musicale si evolve rapidamente in altre direzioni. In ogni caso, almeno i dischi realizzati dagli olandesi nel periodo 1971-1974 vanno senz'altro considerati tra le cose più gradevoli e rappresentative che il rock dei settanta abbia prodotto.

    Dischi consigliati:

  • "Moving Waves" (1971)

    · Sito ufficiale          Guarda il video di "Hamburger Concerto part 2" (Live)

    A - E   G - H   I - O   P - S  T - Z    ITALIA A - N  ITALIA O - Z

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