Classici e capiscuola del Rock Progressivo Internazionale

A - E

Amon Düül II   Ange   Kevin Ayers   Burnin' Red Ivanhoe   Camel   Can  Carpe Diem
  Clearlight   Colosseum  Emerson Lake & Palmer





AMON DÜÜL II

Una delle più alte espressioni del cosiddetto "Krautrock", gli Amon Duul II nascono quando dal primo ceppo della band sorta all'interno di un collettivo di freak e anarchici nei pressi di Monaco, si staccano in cinque: John Weinzierl (chitarre, basso), Chris Karrer (violino, chitarre), Falk Rogner (tastiere), Peter Leopold (batteria) e la cantante Renate Knaup-Krotenschwanz. E' il 1968. Se i primi Amon Duul suonavano una musica in larga parte improvvisata e ipnotica, piuttosto elementare, la nuova formazione si segnala ben presto per un suono più complesso e sperimentale, oltre che per il radicalismo dei testi. In un periodo socialmente vivacissimo, dove l'eco delle proteste contro la guerra in Vietnam si mischia alle tensioni politiche che interessano anche la Germania, Renate Knaup e compagni danno voce all'ala più estrema della controcultura, che si concretizza anche nel nuovo cinema di autori come Rainer Fassbinder e Werner Herzog.

AmonDuul_PhallusDei

Il primo frutto della nuova band, già miracolosamente maturo, è "Phallus Dei", pubblicato nel 1969: un album che per molti rimane il capolavoro ineguagliato del rock alternativo tedesco. Il primo lato contiene quattro composizioni, mentre sul secondo trova posto la lunghissima traccia che intitola il disco. Colpisce soprattutto la ricchezza dei suoni e la libertà strumentale: più delle tastiere di Rogner sono il violino di Chris Karrer e le chitarre a guidare le danze fin dall'apertura di "Kanaan", sostenuta dal variegato apporto delle percussioni di Peter Leopold. Le voci di Renate Knaup e degli altri hanno già la carica sferzante, sempre fuori dalle righe, che sarà il vero marchio di fabbrica della band: ad esempio in "Der guten, shonen, wharen", con sinistre cadenze che richiamano i trip allucinati dell'acid rock californiano o la psichedelia dei Pink Floyd di Barrett, ma anche in "Luzifer ghilom", che si evolve tra incalzanti cambi di tempo e ruvide progressioni chitarristiche. Il risultato è un rock senza barriere, dai confini elastici, volutamente provocatorio e spigoloso. La cantante sfodera stranianti toni sopranili nella breve "Henriette Krotenschwanz", ma è proprio la lunga title track a mostrare il potenziale sonoro degli Amon Duul II: atmosfere inquietanti, malsane, rumorismo anarchico e voci stravolte firmano uno dei primi cavalli di battaglia del gruppo di Monaco. E' una cavalcata ossessiva costruita sul basso e le percussioni, nella quale le voci, il violino e le chitarre incidono senza tregua in una sorta di delirante sabba ipnotico. L'impatto è dirompente e indica la strada all'intero underground tedesco.

AmonDuul_Yeti

Il passo successivo è addirittura un ambizioso doppio album come "Yeti" (1970), che per certi versi focalizza meglio, in forme musicali più compiute, la vena acida e innovativa del gruppo. La suite iniziale, "Soap Shop Rock", è una vivace carrellata di umori rock tenuti insieme dal violino spiritato di Karrer: si avverte l'influenza benefica del rock psichedelico più estremo, dai Velvet Underground fino ai Jefferson Airplane, con un tocco satirico e politico inconfondibilmente europeo. Si segnala soprattutto "Archangels Thunderbird", con le chitarre taglienti e la splendida voce vagamente androgina di Renate Knaup, protagonista assoluta in un pezzo che la consacra nuova musa indiscussa del Krautrock. Di rilievo anche la psichedelia orientaleggiante e visionaria di "Eye-shaking king", lacerata dal suono sporco delle chitarre e da voci filtrate ad arte. Sul secondo disco gli Amon si lanciano invece in tre lunghe improvvisazioni davvero trascinanti, all'insegna di un suono sempre più libero e contaminato, ora tiratissimo ("Yeti"), ora solenne e quasi ieratico sull'organo ("Yeti Talks to Yogi"), che non lascia dubbi sul carattere radicalmente alternativo della loro musica, lontana da ogni sterile imitazione dei modelli rock più accattivanti. E' un'altra pietra miliare del progressive europeo.

Il momento felice della band si conferma anche con "Tanz der lemminge", pubblicato nel 1971. E' un altro doppio album, quasi a ribadire un momento di fertile ispirazione, ancora costruito su tre suites principali. "Syntleman's March of the Roaring Seventies", in apertura, abbina lunghe progressioni ad effetto con inserti di violino e chitarre acustiche, in una specie di intrigante dark folk-rock dai contorni volutamente ambigui; più elettrica e aperta a soluzioni estemporanee è invece "Restless Skylight-Transistor-Child/Landing", con Karrer che spinge il suo violino in territori ignoti, tra i riff chitarristici di Winzierl, tonalità cosmiche e inserti esotici di sitar; infine "Chamsin Soundtrack: The Marilyn Monroe Memorial Church", sulla terza facciata del disco originale, è una lunga improvvisazione dominata dai suoni del synth e dell'organo, con altri richiami ai corrieri cosmici di quegli anni, ma più sperimentale e dissonante. Con l'aggiunta in coda di tre altri brani, dove riemerge il rock più mordente e distorto, in "Stumbling Over Melted Moonlight" soprattutto, si chiude un altro album notevolissimo, da situare sullo stesso piano dei precedenti. Il momento d'oro, per molti, termina qui: in effetti, se il potenziale sonoro resta di prim'ordine, anche se via via meno dirompente rispetto agli inizi, comincia una certa altalena nei risultati discografici.

"Carnival in Babylon" ad esempio, uscito nel 1972, offre composizioni meno tirate, improntate a un morbido folk-rock melodico che prende il sopravvento: ascoltando episodi come l'iniziale "C.I.D. in Uruk" o "All the Years 'Round", per altro ben intepretate da Renate Knaup, è facile intuire un certo sconcerto nei fans della prima ora. AmonDuul_WolfCityAl disco manca un vero pezzo forte, e anche il rock psichedelico della conclusiva "Hawknose Harlequin" suona stranamente sottotono. Molto meglio invece il successivo "Wolf City" (a destra), pubblicato lo stesso anno, dove la band sembra ritrovare la carica giusta, in sette tracce molto più interessanti. "Surrounded by the Stars", che apre il disco, è un altro cavallo di battaglia firmato da Renate Knaup e compagni, con la cantante ben sostenuta da violino e organo in sinistre cadenze capaci di sprigionare ancora bagliori visionari. "Wie der wind am ende einer strasse" mescola tastiere spaziali, sax soprano e percussioni etniche in un insieme originale e di buon effetto. Trascinante anche "Jail-House Frog", un rock elettrico grezzo e potente, con le voci corali che fanno da ponte a una seconda parte più misteriosa, e ancora belle la title track, oltre alla più breve "Deutsch Nepal", un episodio basato sulle tastiere e un canto enfatico dai risvolti satirici. Intanto, quasi a sancire la crescente fama del gruppo in tutta Europa, esce poco dopo un disco dal vivo come "Live In London" (1973), che ripropone brani ormai famosi accanto a nuove improvvisazioni.

AmonDuul_Trance

Di tutti i dischi di studio che seguono, il migliore è "Vive la Trance" (1973) che sfodera composizioni più brevi e soluzioni più accattivanti, ma niente affatto minori nei risultati. Non tutto funziona, ma in una sequenza rifinita e prodotta in modo impeccabile, ci sono pezzi pregiati, sia pure lontani dai furori espressivi di un tempo. Su tutti la splendida "Mozambique", fotografia di una realtà devastata, con liriche sferzanti cantate da una ritrovata Renate Knaup e una lunga coda rock davvero travolgente. Accanto a qualche momento di stanca, sono belle e originali anche "A Morning Excuse", il crescendo di "Fly United", lo strumentale "Im krater bluhn wieder die baume", costruito sull'organo di Rogner, e la conclusiva "Ladies Mimikry", con un violino dissonante in evidenza.

Francamente spiazzante è invece "Hijack", uscito nel 1974: una raccolta di pezzi rock non troppo personali ("Mirror"), con strane sonorità folk e ritmiche funky, inserti di fiati e percussioni tribali senza nessuna coerenza interna ("Da Guadeloop"). Sembra di ascoltare un altro gruppo, alle prese con un materiale fin troppo eterogeneo: "You're Not Alone" ad esempio, sembra un pezzo di David Bowie, neppure malvagio, ma senza legami con il resto. Va solo parzialmente meglio con l'ambizioso "Made in Germany" (1975), sorta di doppio concept-album dedicato a personaggi emblematici della storia e dello spirito tedesco. Diluita in venti segmenti, con inediti inserti orchestrali aggiunti qua e là, questa sorta di rock-opera patisce proprio una frammentazione eccessiva, e un camaleontismo stilistico, che alla fine manca di unità e di forza espressiva. L'influenza variegata della musica americana (country, rock'n'roll classico, folk, pop song) è palese, ma lascia fuori proprio l'anima più oscura tipica della band, privilegiando una raffinata forma-canzone con pochi episodi da ricordare. Non mancano ovviamente momenti più interessanti, come l'ironica "Wilhem, Wilhem", o la potente "Krautoma", ma chi ha amato la prima fase degli Amon Duul II resterà ancora interdetto.

Renate Knaup abbandona la band subito dopo (collabora poi con i Popol Vuh), e il chitarrista Weinzierl se ne va nel 1978. L'ultimo album di studio è "Vortex" (1981), quindi il gruppo si disperde. Nel 2001 però Renate e compagni sono tornati insieme per suonare dal vivo, facendo ancora rivivere l'eco del migliore Krautrock, che loro per primi hanno forgiato con la loro musica, anche presso il pubblico più giovane.

Dischi consigliati:

  • "Phallus Dei" (1969)
  • "Yeti" (1970)

    · Sito ufficiale      Guarda il video di "Surrounded By The Stars" (Live 1975)



    KEVIN AYERS

    Quella di Kevin Ayers è una figura essenziale della scena rock inglese a cavallo di due decenni come i Sessanta e i Settanta, densi di fermenti e innovazioni del quale il musicista nativo di Herne Bay (classe 1944) ha saputo farsi interprete assolutamente originale. Subito di casa, per affinità e circostanze biografiche, nel giro che conta di Canterbury, Ayers è uno dei fondatori dei Wilde Flowers e poi dei Soft Machine, ad esempio, con i quali realizza il primo disco nel 1968 come cantante e bassista. Irrequieto e soprattutto refrattario alle regole dello "show-business" se ne va però poco dopo, rifugiandosi a Ibiza, uno dei suoi luoghi preferiti per comporre e rilassarsi. Da qui comincia in pratica il suo percorso solistico.

    Il materiale composto sull'isola spagnola trova infatti posto nel disco d'esordio "Joy of a Toy", pubblicato dall'etichetta Harvest alla fine del 1969. I dieci episodi che lo compongono ci mostrano un autore già padrone di un suo mondo espressivo coerente: piccoli quadri soffusi di grazia psichedelica e trasognata e qualche corposa provocazione strumentale (come l'ipnotico crescendo di "Oleh Oleh Bandu Bandong", col piano dissonante) danno vita ad un esordio tra i più personali del periodo. La voce inconfondibile di Ayers, col suo timbro basso e indolente, diventerà una dei riferimenti più alti della scuola di Canterbury, e domina brani memorabili: da "Town Feeling", cullata dall'oboe, alla splendida "Girl on a Swing", con la sua squisita atmosfera psichedelica, passando per ballate ormai classiche del repertorio, cominciando da "The Lady Rachel". Deliziosa anche la più intimista "Eleanor's Cake", costruita su chitarra acustica, violino e flauto, mentre "Song For Insane Times" ricorda da vicino l'esperienza con i Soft Machine: non a caso qui e altrove suonano i vecchi compagni del gruppo, da Robert Wyatt a Mike Ratledge e Hugh Hopper. L'album si giova inoltre dei brillanti arrangiamenti di David Bedford, e ancora oggi suona estremamente godibile nel suo calcolato dosaggio di umori, tra morbide sfumature jazz, esperimenti di marca psico-prog e ballate pop dai toni crepuscolari, sempre venate di ironia: rimane uno dei vertici nella produzione di Ayers.

    Poco dopo, l'artista mette insieme un suo gruppo chiamato The Whole World, col quale realizza un secondo disco ugualmente pregevole: "Shooting at the Moon" (1970) conferma in effetti tutte le migliori qualità del precedente. Dal punto di vista strumentale la nuova formazione garantisce un suono più corposo e ricco di sfumature: lo dimostra la sequenza "Rheinhardt & Geraldine/Colores Para Dolores", poco meno di sei minuti divisi tra sonorità dissonanti e un robusto tema jazz-rock. Il giovane Mike Oldfield, non ancora esploso come solista, dimostra una bella verve nel lungo assolo chitarristico di "Lunatics Lament", uno degli episodi più abrasivi della raccolta, per il resto dominata da altre ballate di valore, come "May I?" e "Red Green and You Blue", valorizzate dal duttile sax di Lol Coxhill, uno dei protagonisti del disco. Gli spunti dissonanti e avant-prog si fanno più espliciti in un paio di episodi strumentali: tra i più estremi c'è la lunga deriva di "Pisser Dans un Violon", otto minuti disarticolati tra distorsioni di basso e organo, sax e chitarra. Sulla stessa linea d'onda anche "Underwater", mentre la title-track recupera un vecchio tema del periodo-Soft Machine: una sarabanda ossessiva scandita dall'organo, il sax e il basso pulsante di Oldfield, con la voce istrionica del cantante in evidenza. A parte sta invece la grazia tutta acustica di "The Oyster and the Flying Fish", dove Ayers è affiancato dalla voce femminile di Bridget St John, giovane cantautrice dell'epoca.

    La band viene di fatto congedata da Ayers subito dopo il tour promozionale, ma nel successivo disco,
    "Whatevershebringswesing", pubblicato solo nel 1972, compaiono ancora i fedeli Mike Oldfield e David Bedford, insieme a Wyatt e al noto fiatista Didier Malherbe dei Gong. E' un album che offre una maggiore varietà nei colori strumentali: ad esempio la suite di apertura "There is Loving/Among us/There is Loving", sorretta dall'arrangiamento orchestrale di Bedford, che sembra sollevare la voce intimista del leader s'un piano più ambizioso e "progressivo". Lo stesso può dirsi a proposito di "Song From the Bottom of a Well", episodio dalla plumbea atmosfera, con il canto sibilante di Ayers tra scariche elettriche di chitarra e percussioni marziali piuttosto sinistre. Tra le ballate, spiccano soprattutto la title-track, con il duetto vocale tra Ayers e Robert Wyatt immerso in un'atmosfera davvero intrigante, incluso il calligrafico solo chitarristico di Oldfield, oltre alla fluida "Stranger in Blue Suede Shoes", con il piano estroso di Bedford in bella evidenza. Se "Champagne Cowboy Blues" è una singolare escursione nei territori del country americano, sottolineata dal violino elettrico di Gerry Fields, la breve "Margaret", sviluppata dalla voce inconfondibile sul morbido tappeto di violino e vibrafono, è invece un delicato ritratto femminile.

    Il successivo passo è la formazione di una band nuova di zecca, denominata Archibald, della quale fanno parte Archie Legget (basso e chitarra) e il batterista Eddie Sparrow, ma in "Bananamour", ultimo disco uscito per la Harvest nel 1973, ritroviamo ancora i compagni Wyatt, Ratledge, oltre ai fidati Bedford e Oldfield, fino al nuovo ospite Steve Hillage. La raccolta non è considerata in genere tra le migliori di Ayers, eppure contiene tracce innegabili del suo estro creativo, a partire dall'attacco di "Don't Let It Get You Down", con il ritornello del coro femminile che resta subito in mente. Il pezzo forte è sicuramente la lunga "Decadence", ipnotica dichiarazione d'amore per Nico, la celebre modella apparsa a suo tempo nella "Dolce Vita" di Fellini e musa indimenticata del primo, leggendario disco dei Velvet Underground. Scandita da un petulante riff chitarristico, la composizione si espande in cerchi sempre più ampi secondo un suggestivo mood cosmico-spaziale che ricorda da vicino i Gong di "Angel's Egg". La chitarra di Hillage, che proprio nei Gong è di casa in quel periodo, si ascolta invece nell'accattivante ballata rock "Shouting in a Bucket Blues", mentre colpisce soprattutto per il tono spensierato l'omaggio a Syd Barrett contenuto nella pop-song "Oh! Wot a Dream".
    Il passaggio all'etichetta Island, vede il musicista circondarsi di nuovi collaboratori, come il tastierista Rupert Hine e il chitarrista Sam Mitchell, oltre al rinomato batterista Mike Giles, a suo tempo con i
    King Crimson. Nell'album che viene pubblicato nel 1974, "The Confessions of Dr. Dream and Other Stories", non mancano comunque gli amici di sempre, da Oldfield a Lol Coxhill, fino alla stessa Nico, che presta la sua voce nella lunga suite che intitola il disco, divisa in quattro segmenti. E' l'apice di un disco dai molti sapori, a volte disuguale, e anche uno dei picchi assoluti del genio musicale di Ayers: l'atmosfera strisciante e psichedelica, con le voci filtrate, s'increspa di coretti stranianti e sussulti rock proiettati nel cosmo, fino al quarto tempo, caratterizzato dall'organo di Mike Ratledge e dal crescendo marziale della batteria di Giles. Per il resto ci sono canzoni ammiccanti nel tipico stile dell'artista, come "Day By Day", con il coro femminile di rinforzo, e un rock davvero trascinante come "Didn't Feel Lonely Till I Thought Of You", valorizzato dal vibrante solo chitarristico di Ollie Halsall e dalle voci. Bella anche la lunga sequenza "It Begins With A Blessing/Once I Wakened/But It Ends With A Curse", con il testo recitato dal vocione del leader sullo sfondo dell'organo e la musica frantumata ad arte, tra pianismo jazz e un sax lontano, incalzata dal coro femminile.

    Sempre del 1974 è la partecipazione di Ayers al famoso disco live "June 1, 1974", un concerto registrato al Rainbow di Londra, e accreditato anche a Nico, John Cale e Brian Eno: ben cinque sono i brani del musicista che finiscono sull'album. Ayers non si presta al tour promozionale voluto dalla Island, però, e preferisce dedicarsi al disco successivo. Per l'occasione forma una nuova band dal nome ineffabile, i Soporifics, con al centro il chitarrista Ollie Halsall, che suona in "Sweet Deceiver" (1975). Variamente giudicato, è una rassegna di materiale eterogeneo, che oscilla tra il torrido rock elettrico di "Observations" e placide ballate come "City Waltz", per piano e chitarra acustica, più il coro. Molto bella è "Toujours la Voyage", con la sua intrigante atmosfera francese, mentre in "Guru Banana" il pianoforte è suonato addirittura da Elton John, in uno spiritoso spartito dove Ayers sembra prendere in giro la sua ossessione per il frutto esotico che caratterizza tutta la sua carriera. Altri buoni momenti sono "Circular Letter", scandita dal piano s'un ritmo vagamente jazz, e la più tirata title-track che include un bell'assolo di chitarra. L'insuccesso commerciale dell'album segna in ogni caso uno spartiacque: le prove successive sembrano pallide copie delle prime, e Ayers si prende intervalli sempre più lunghi tra un disco e l'altro. Tra gli anni Ottanta e Novanta escono soprattutto vecchie sessioni live, raccolte antologiche, oltre a pochi dischi nuovi di scarso seguito, mentre il nostro soggiorna placidamente al caldo sole delle isole Baleari.

    Il colpo di coda è la ricomparsa del musicista nel 2007: il nuovo disco,
    "The Unfairground", è una raccolta di dieci tracce incise con il supporto di amici come Phil Manzanera e Robert Wyatt, e ancora permeate dal magico stile che ha reso Ayers un'icona della scena alternativa inglese. Atmosfere solari, come nell'attacco di "Wide Awake", si alternano a splendidi episodi in bilico tra ironia e malinconia: su tutti "Cold Shoulder", con una tromba struggente, la fluida title-track cullata da un avvolgente arrangiamento orchestrale, e poi "Shine a Light", nella sua dimensione incombente e sospesa dalle sfumature drammatiche. E' il vero testamento artistico di un musicista che rimane unico, per coerenza e fantasia creativa, nella pur prolifica scena rock degli anni Settanta, e non solo nel contesto di Canterbury. Kevin Ayers muore nella sua casa di Montolieu (Francia) nel febbraio del 2013.

    Dischi consigliati:

  • "Joy of a Toy" (1969)
  • "Shooting at the Moon" (1970)

    Guarda il video di "Shouting in a bucket blues" (Live, Barcellona 1981)

        



    BURNIN' RED IVANHOE

    Il battesimo di uno dei nomi seminali del prog danese è datato 22 maggio 1967, con la prima esibizione della neonata formazione in un seminterrato di Copenaghen. Guidati dal poliedrico fiatista Karsten Vogel, i Burnin' Red Ivanhoe si stabilizzano però come quintetto soltanto nel dicembre 1968: i punti focali, oltre al sax di Vogel, sono l'armonica a bocca e il flauto di Kim Menzer e la chitarra solista di Ole Fick, sostenuti peraltro da una scintillante sezione ritmica.

    La loro musica, perfettamente sintonizzata sulle coeve esperienze della scena inglese (Colosseum in testa), è un formidabile jazz-rock dalle venature acide, come conferma il doppio album d'esordio, "M144", pubblicato nel 1969. Con liriche spesso in lingua madre, cantate da Fick e da Menzer, il gruppo denota una vena effervescente ma ancora troppo dispersiva: venti tracce eterogenee, che passano da infuocati R&B ("Indre landskab" o "Kaj") a intriganti melodie psichedeliche ("Purple Hearts" e "Sensitive Plant"), fino alle audaci sperimentazioni per il sax di Vogel ("Saxophone Piece" 1 e 2). Nei momenti di maggiore coesione le varie anime trovano tuttavia uno smagliante equilibrio espressivo: dall'attacco di "Ivanhoe i brøndbyerne", con l'organo a fare da collante tra i ficcanti inserti del flauto e il chitarrismo psichedelico di Fick, o il lungo epilogo "allucinogeno" di "Ksilioy". Bella anche "Medardus", aperta dal trombone e sviluppata su riff tiratissimi della chitarra, con il motivo cantato che s'incide subito in testa, sostenuto dalle spirali di sax e armonica e un ritmo quasi tribale. Vogel fa valere il suo talento soprattutto nella misteriosa "Inside", e poi in "Antigue Peppermint" e "Oziyl", episodi di trascinante jazz-rock: sax e chitarra elettrica sono protagonisti nel primo, mentre il secondo si segnala per la tensione creata dal tour de force del batterista insieme al violino esasperato di Kim Menzer. Splendido anche il rock-blues di "Ida Verlaine", con chitarra e armonica in primo piano, mentre in "Ivanhoe in the Woods" Vogel fa il verso a "Satisfaction" degli Stones.

    Subito dopo, notati quasi per caso dal bassista dei Colosseum Tony Reeves, che decide di produrli, i danesi realizzano il loro secondo disco anche in Inghilterra. In effetti "Burnin Red Ivanhoe", pubblicato nel 1970 con il nuovo bassista Jess Staehr, è un album più maturo e compatto del precedente: livellate certe discrepanze stilistiche e qualche ingenuità molto "sixties", il gruppo si esprime al meglio in sei tracce ispirate a un jazz-rock creativo, emotivo e ineccepibile al tempo stesso. La splendida ballata "Near the Sea", dolce e romantica nella bella interpretazione di Ole Fick, è la punta melodica di una sequenza senza punti deboli. Oltre a un rock-blues lento e avvolgente come "Rotating Irons", si segnala soprattutto "Gong-Gong, the Elephant Song", eloquente esempio delle virtù strumentali di Vogel e compagni: aperta dai fiati, è una scorribanda ritmica che incornicia gli spunti di sax e armonica, con il basso pulsante di Staehr in evidenza. Molto vivace è pure l'apertura del disco, "Across the Windowsill", costruita sull'organo e la chitarra solista, impreziosita dagli spunti sempre originali del sax soprano. Vogel domina anche "Canaltrip", inventivo spartito in odore di psichedelia dove il sax disegna ispirate figure s'una raffinata base ritmica, e la conclusiva "Secret Oyster Service", una rarefatta fantasia nordica che s'impenna poi in una splendida progressione.

    Il disco è un gioiello, e tra la sorpresa degli addetti ai lavori entra nelle charts inglesi del 1971, fatto all'epoca piuttosto inusuale per un gruppo non anglofono. Per un paio di stagioni, i Burnin' Red Ivanhoe raccolgono elogi e allori, con un'attività live molto intensa e frequenti apparizioni televisive. Tra una cosa e l'altra, il gruppo (in realtà solo Fick, Menzer e Vogel) collabora con il celebre folk-singer danese Povl Dissing nell'album "6 Elefantskovcikadeviser": la canzone folk convive con qualche tocco di blues, in un disco interessante anche se fuori dallo stile consueto della band, con la parziale eccezione della lunga "Tingel-Tangelmanden". Qualche mese più tardi i BRI realizzano quindi il loro nuovo album, "W.W.W." (1971), una sequenza di sette brani che ribadisce lo stato di grazia del quintetto. Per certi versi, anzi, è il disco più progressivo della band danese, con una musica ancora più fluida eppure ricca di elementi innovativi, imprevedibile nei suoi sviluppi strumentali. Se l'apertura di "2nd Floor Croydon" abbina grintose parti vocali al tribalismo percussivo di Bo Thrige Andersen, con delicati inserti del flauto di Menzer, è davvero ipnotica la progressione di organo, basso e chitarra in "Avez-vous Kaskeleinen?", un saggio di classe assoluta al pari di "Kaske-vous Karsemose", mentre la chiusura di "Cocumber-Porcupine" scorre intrigante tra le staffilate dei fiati (sax e flauto) e il canto svagato di Fick. In mezzo stanno l'evanescenza psichedelica della title-track, deriva liquida per organo, fiati e suoni lontani, e "All About All", che si colloca felicemente nella scia dei VDGG più accattivanti.

    E' l'ultimo momento di gloria per la formazione danese. Sfiancati da un periodo ricco d'impegni, i cinque entrano in crisi e in pratica cessano l'attività dopo l'uscita di
    "Miley Smile/Stage Recall" (1972), curioso live in studio che recupera anche tre vecchi cavalli di battaglia, sia pure in nuove versioni: "Rotating Irons", ad esempio, è riproposto senza le parti vocali. Prevale un suono spontaneo e ancora godibile, decisamente orientato verso il rock-blues, con l'eccezione dell'affilato jazz-rock di "Bareback Rider", ma il meglio della band è ormai depositato nei dischi precedenti. Sciolto il sodalizio, Vogel fonda poi i Secret Oyster insieme a Fick e Andersen, più altri musicisti danesi. A nome dei Burnin' Red Ivanhoe però appaiono ancora due dischi come "Right On" (1974), oggi praticamente introvabile, e quindi "Shorts", pubblicato nel 1980: frutto di una tardiva reunion dei cinque membri storici, offre dieci tracce improntate a un pop-rock sciolto e melodico, ben suonato, che appare tuttavia solo un pallido ricordo della prima fase di questa rinomata formazione danese.

    Dischi consigliati:

  • "Burnin Red Ivanhoe" (1970)

    · Sito ufficiale di Ole Fick      Guarda il video di "Avez-vous Kaskelainen?" (Live 2009)



    ANGE

    Gli Ange sono senza dubbio, con i Magma, la principale formazione del progressive francese. Fondati nel 1969 da Christian Décamps (nato nel 1946), in qualità di cantante e tastierista, con il fratello minore Francis (tastiere), più Jean-Michel Brézovar (chitarra e flauto), Patrick Kachanan (basso), Jean-Claude Rio (chitarra ritmica) e Gerard Jelsch (batteria), si mettono in luce presentando nel 1970 l'opera-rock satirica "Le Fantastique Epopée du General Machin".

    Dopo l'abbandono di Rio e del bassista Kachanan, rilevato da Daniel Haas, il quintetto comincia a farsi conoscere in diversi festivals pop e in qualche apparizione televisiva, fino a incidere il singolo "Tout feu tout flamme", che ottiene buoni riscontri commerciali. L'anno dopo appare il primo album, "Caricatures"(1972), accolto in maniera contrastante dalla stampa francese, tra entusiasmo e qualche riserva, ma che vende circa 60.000 copie.

    Il vero salto di qualità avviene però con il successivo disco: "Le cimetière des arlequins" (1973), che già presenta un gruppo affiatato e contraddistinto da uno stile personale, incentrato sul canto solista e incisivo di Christian, le originalissime sonorità dell'organo, e la buona presenza della chitarra solista. Oltre alla intrigante e personalissima cover di Jacques Brel, "Ces gens-là", si avvicendano episodi più potenti e suggestivi, come "Aujourd'hui c'est la fête de l'apprenti sorcier", ma anche ballate melodiche di ampio respiro, come "De temps en temps". La chiusura, affidata al lungo brano che intitola il disco, compendia efficacemente la natura misteriosa e il pathos che la musica degli Ange riesce a sprigionare, innestando sulle note organistiche frequenti spezzature ritmiche e liriche enfatiche, a tratti recitate teatralmente, che culminano poi in un zenith espressivo che ha pochi uguali.

    La fama del gruppo, già notevole a questo punto, si riafferma anche fuori di Francia con la trionfale partecipazione al Festival di Reading (Inghilterra), dove 30.000 persone consacrano Christian e soci. E trova ulteriore alimento con il nuovo album, "Au-delà du delire"(1974, a fianco). In questo caso, infatti, siamo di fronte a un vero capolavoro, probabilmente da inserire ai primi posti in un ideale olimpo del progressive europeo. Tutto suona perfettamente calibrato nelle otto tracce del disco: la voce di Christian non è mai stata così intensa e persuasiva, sia negli episodi più intimisti (la stupenda "Ballade pour une orgie"), che in quelli più potenti e drammatici, ad esempio in "Les longues nuits d'Isaac". Certi attacchi d'organo entrano subito in mente, prima d'evolvere poi dentro la consueta esposizione lirica, con la voce solista a tratti raddoppiata, e i cambi di tempo repentini nei quali spicca la chitarra di Brezovar: è il caso di "Exode". Il vertice di questa musica, romantica e moderna, teatrale e ricca di umori, sta forse nei due brani successivi: ne "La bataille du sucre", che rievoca antiche carestie in un clima inquietante e quasi biblico, e soprattutto in "Fils de lumiere", dove ancora l'organo a un certo punto trascina la band in una fantastica progressione ascensionale, che non lascia certo indifferenti. Il disco ha davvero un fascino tutto suo: le liriche, nutrite di leggende, voci e fatiche della terra, sembrano trasmettersi alle musiche, la cui innata propensione al grandioso acquista un risalto e un'intensità inconfondibile.

    Non sono da meno, anche nella concezione, i successivi dischi. "Emile Jacotey"(1975, a destra), ad esempio, inciso col nuovo batterista Guénole Biger, è l'originale tentativo di raccontare in musica una vita, quella appunto del titolo. Anche qui, dunque, sono molti i riferimenti al mondo delle campagne, ai ricordi aspri o sentimentali che vengono dal passato: da titoli eloquenti come antiche filastrocche ("Bêle, bêle petite chèvre", che apre la scaletta), a piccoli manifesti di individualismo sognatore e orgoglioso ("Ego et deus", un rock molto intrigante con le sue accelerazioni ritmiche), passando per momenti più alti, in puro stile-Ange, come in "Sur la trace des fées", con la bella voce solista incastonata nella trama romantica delle tastiere. Tra un pezzo e l'altro si ascolta anche la voce colloquiale dell'anziano protagonista, ad aggiungere un tocco di verità al disco. Per il resto gli ingredienti sono ancora quelli, e non mancano un paio di parentesi più delicate, per chitarra acustica, come "Jour après jour". In sostanza una conferma eccellente del talento di questo gruppo, che vale un nuovo disco d'oro e diversi riconoscimenti critici.

    Quindi, dopo l'ennesimo cambio alla batteria (stavolta arriva Jean-Pierre Guichard), esce "Par les fils de mandrin" (1976, a sinistra). Questo concept, imperniato sulle vicende di una banda di piccoli criminali, sarà ancora disco d'oro, confermando tutte le qualità di base della formazione francese. E' interessante notare la freschezza creativa dei fratelli Décamps, mai tentati di appesantire la loro musica oltre una certa misura, e spesso capaci di giocare egregiamente su un registro minimalista: brani come "Saltimbanques", semplice quanto vivace danza circense, o il rock spezzato dagli inserti cantati di "Des yeux coleur d'enfants", e "Au cafe du colibri", mostrano la dimensione ancora schietta e godibile di questa musica. E questo anche nei passaggi più crepuscolari, quando basta la voce sussurrata e recitante, come in "Ainsi s'en ira la pluie", a regalare emozioni. La bella suite in tre tempi che chiude il disco, "Hymne a la vie", firmata da Christian Décamps con il chitarrista Brezovar, riassume gli umori positivi, spesso cantabili, di tutto l'album.

    Al culmine della loro fama, gli Ange effettuano una lunga e trionfale tournée francese, poi immortalata dal doppio album live "Tome VI"(1977), che sembra chiudere un ciclo esaltante. L'abbandono del gruppo di Brezovar e Haas incrina infatti certi equilibri, e dopo "Guet-apens"(1978), problemi di varia natura e un calo dell'ispirazione faranno declinare la stella della band. Christian stesso incide vari album da solista, a partire da "Le mal d'Adam" (1980), come il fratello Francis, e "Les larmes du Dalaï- Lama", pubblicato nel 1992, è l'ultimo della "prima generazione" degli Ange. In seguito, sia pure tra alti e bassi, e con una rinnovata formazione che incorpora ormai anche Tristan Decamps (figlio di Christian), il gruppo prosegue la sua intensa attività live, e anche discografica, fino ai nostri giorni, come dimostra l'uscita dell'album "Le bois travaille, même le dimanche" nel 2010. Con ben sei dischi d'oro, oltre tre milioni di copie vendute e una ancora fedelissima schiera di seguaci, bisogna senz'altro collocare gli Ange tra le più alte espressioni del progressive europeo.

    Dischi consigliati:

  • "Au-delà du delire" (1974)

    · Sito ufficiale              Guarda il video di "Le nain de Stanislas / Fils de lumière" (Live 1977)

          



    CAMEL

    I Camel sono tra le band inglesi che hanno raccolto la pesante eredità del progressive della prima ora, privilegiando un repertorio di romantica raffinatezza e coloriture sinfoniche arricchite da un godibile gusto melodico che, in una fase più matura, tende a prendere il sopravvento. Per quanto inseriti nel filone di Canterbury, ne mantengono solo in parte le tipiche caratteristiche: appena una svagata dolcezza, ad esempio, ma non la predilezione per la contaminazione tra rock e jazz, molto più sfumata.

    All'origine del gruppo c'è l'incontro tra il tastierista Peter Bardens, che per tutti gli anni Sessanta collabora con diversi artisti, fonda qualche formazione minore di poca fortuna (come gli On), incidendo anche due dischi solisti, e un trio a nome The Brew, che comprende Andy Latimer (cantante e ottimo chitarrista/flautista), il batterista Andy Ward e il bassista Doug Ferguson. L'esordio è un album omonimo (1973) che indica subito la strada: sette tracce che scelgono un placido tono medio, e puntano a lavorare sulle combinazioni tra le tastiere di Bardens e la brillante chitarra solista, in una sequenza che scorre gradevole, e forse ancora un po' scolastica, quasi timida. Si segnalano comunque episodi come "Mystic queen", ben distribuita tra chitarre acustiche, elettriche, l'organo e le voci delicate. Il mellotron caratterizza "Never let go", composizione di grande atmosfera, che abbina felicemente un sofisticato tessuto strumentale alla bella linea melodica, con la voce di Latimer in primo piano, e il pulsante lavoro di basso e batteria che si esalta nei cambi di tempo, fino al gran finale chitarristico. Molto ritmico e più sanguigno, ma forse di minore effetto, è pure un brano come "Separation", mentre "Curiosity" ha un andamento più frastagliato e sornione, con peculiari giochi di chitarra e pianoforte a mescolare un po' le carte. L'unico strumentale è il conclusivo "Arubaluba", più enfatico e drammatico nelle sue scansioni e l'accoppiata Bardens-Latimer che svela tutte le sue potenzialità.

    Il disco successivo, con la nuova etichetta Deram, è "Mirage" (1974, accanto), e ha indubbiamente una marcia in più: i suoni ancora abbozzati acquistano una nuova fluidità e diventano stile. Bello l'attacco dinamico di "Freefall", seducente la breve "Supertwister", contraddistinta dal flauto dolcissimo di Latimer, tra sterzate ritmiche e il fraseggio sempre limpido e accattivante. Il repertorio dei Camel acquista anche uno spessore diverso, e compaiono composizioni più lunghe e articolate, mini-suites decisamente affascinanti: "Nimrodel/The procession/The white rider" procede tra evocative tastiere, flauti e un canto assorto, ma si colora di fughe improvvise e un synt particolarmente efficace. La chitarra solista di Latimer sembra meglio inserita nel contesto sonoro, e spicca per una tecnica cristallina e molto melodica, oltre che per alcuni effetti speciali in un finale nel quale fa pure ottima figura il duo ritmico Ferguson-Ward. Dopo un altro episodio di solida struttura e molto tirato, come "Earthrise", l'album si chiude con la suite più lunga, "Lady Fantasy": firmata dalla band al completo, è un articolato saggio dell'arte-Camel, sintesi di squisitezze strumentali e delicato melodismo, con il fraseggio all'organo di Bardens a dominare la prima parte, e Latimer signore della seconda, tra note lunghe e sospese e inopinati riff quasi hard.

    La fama del gruppo è destinata alla consacrazione definitiva con un disco memorabile come "The snow goose" (qui a fianco), realizzato nel 1975 e liberamente basato sul racconto omonimo dello scrittore Paul Gallico: il titolo completo del disco in realtà è "Music inspired by The Snow Goose", poiché lo scrittore, credendo che la band facesse pubblicità alla marca di sigarette con lo stesso nome, volle prendere le distanze dall'operazione. Sta di fatto che il terzo capitolo della discografia dei Camel, nonostante le iniziali perplessità dei media, è un piccolo capolavoro che esalta a perfezione la maturità sinfonica-descrittiva raggiunta dalla coppia Bardens-Latimer, ben supportata dagli arrangiamenti orchestrali a cura di David Bedford. I sedici episodi, a volte brevissimi, compongono un paesaggio lirico ricco e tuttavia sempre fresco, che fa perno sull'ampia gamma espressiva delle tastiere (pianoforte, organo, mellotron, synt), come pure sulle squisite armonie del flauto, i picchi cesellati della chitarra e il giusto dinamismo garantito da una sezione ritmica spesso decisiva. Si segnalano momenti particolarmente riusciti, come "Rhayader goes to town", con la chitarra solista in bella evidenza, l'ariosa apertura di "Migration", e ancora le cadenze sincopate sull'organo e il progressivo crescendo emotivo di "Dunkirk", fino a "La princesse perdue", dove Bardens è molto brillante al synt e le fratture ritmiche preparano il lungo e articolato intervento della chitarra solista sullo sfondo orchestrale. In realtà ognuno dei singoli episodi cela interessanti trovate strumentali, distillate con cura e sapiente eleganza, e mai come in questo caso siamo di fronte a un concept-album veramente compatto, da ascoltare in sequenza per meglio afferrare le diverse risonanze che contribuiscono al disegno musicale complessivo. Al successo del disco concorre in larga misura anche la presentazione teatrale, con l'orchestra diretta da Bedford, alla prestigiosa Royal Albert Hall di Londra(ottobre 1975). Con "Moonmadness" (1976), la band decide invece di enfatizzare l'aspetto delle parti vocali, soprattutto per accontentare i discografici americani, convinti che questo faciliti la diffusione negli States della loro musica. In ogni caso, il quartetto sforna un altro esempio di sognante e rifinito progressive melodico, che riafferma le loro qualità migliori. La malinconica "Song within a song" scivola placidamente sul flauto e vira poi con eleganza sulla chitarra elettrica, mentre "Another night" è più mossa sulle voci e i cambi di tempo, con un bell'interludio di basso a metà brano, e "Air born" affonda nell'atmosfera sospesa ed evocativa del miglior Canterbury sound, con il canto delicato di Latimer, gli arpeggi di chitarra acustica e il tappeto tastieristico ad effetto. Deliziosa è la breve "Spirit of the water", intervallo per pianoforte e voce dello stesso Bardens, che può esprimere tutta la sua verve con l'amico Latimer nell'unico strumentale posto in coda, "Lunar sea": una ritmica pulsante (ancora eccellente il basso di Ferguson) e davvero trascinante, condita da rapidi inserti chitarristici e ricche coloriture di synt e tastiere elettroniche.

    A questo punto il bassista Doug Ferguson lascia la band, e al suo posto arriva un musicista di lusso come Richard Sinclair (ex Caravan e Hatfield and The North), che contribuisce a rifinire ulteriormente il sound del gruppo, che nel nuovo "Rain dances" (1977, accanto) si fa ancora più morbido e melodico, ma non senza qualche sorpresa. Anche se gli equilibri compositivi sono saldamente nelle mani del duo Latimer-Bardens, la voce inconfondibile di Sinclair colora i brani di una suggestione aggiunta, e tutto l'album ha un'impronta sognante di grande fascino. In questo solco sono da segnalare soprattutto due perle come "Tell me" e lo strumentale "Elke", mentre la tessitura strumentale è più corposa in episodi come "First light" e anche "Metrognome": qui il grande lavoro al basso di Sinclair, e le tastiere elettroniche di Bardens, dipingono paesaggi sonori molto evocativi, arricchiti da belle sterzate sotto il segno della chitarra solista. "Highway of the sun", uscito come singolo, è la conferma del potenziale melodico-commerciale dei nuovi Camel, mentre interessante e inedita è la vena quasi fusion di "One of these days I'll get an early night", con i fiati e il piano elettrico di Bardens in primo piano. Accattivante anche "Skylines", che si avvita intorno a un giro vizioso di basso e si apre ariosamente sulla chitarra di Latimer affiancata da spirali di synt. L'anno seguente va ricordata l'uscita del doppio "A live record", cioè il documento della spettacolare presentazione teatrale di "Snow goose".

    Il successivo album di studio, "Breathless" (1978), vede la band riconfermare la medesima vena, mentre al quartetto si aggiunge ufficialmente il noto fiatista Mel Collins (già con i King Crimson), in realtà presente anche in "Rain dances", e spesso di supporto ai Camel nelle esibizioni dal vivo. Il quintetto approfondisce ulteriormente la sua svolta melodica, fino ai confini di una sofisticata pop-song, mai banale e piena di piccole-grandi trovate strumentali. Godibile e disarmante l'apertura della title-track, splendida nel gioco vocale, e anche "Down on the farm", mentre altri momenti ricalcano da vicino l'epopea canterburiana dai toni languidi e indefiniti, innervati però dalle solite accensioni ritmiche: è il caso di "Summer lightning" o "The sleeper", con il sax di Collins protagonista. Se "Starlight ride" costituisce una squisita parentesi di sapore cameristico, i sette minuti di "Echoes" recuperano invece i Camel più veri, con i riff melodici di chitarra e le pause atmosferiche colorate dal synt di Bardens. Il disco è decisamente buono, ma la band lascia già intravedere un cambio di orizzonte artistico, lontano dalle ambizioni iniziali. Non a caso, forse, Bardens e Collins lasciano prima di "I can see your house from here", realizzato nel 1979 con il nuovo tastierista Kit Watkins, e che ottiene comunque discreti risultati commerciali. Latimer e soci proseguono poi per tutti gli Ottanta e oltre, sia pure con minor seguito e un'ispirazione altalenante, con album come "Nude" (1981), "Stationary traveller"(1984), con l'ex Kayak Ton Scherpenzeel alle tastiere, e "Rajaz" (1999) tra gli altri. I dischi del periodo 1974-1978 testimoniano comunque di una parabola artistica di tutto rispetto, che colloca i Camel subito alle spalle dei giganti indiscussi dell'era progressive.

    Dischi consigliati:

  • "The Snow Goose" (1975)

    · Sito ufficiale            Guarda il video di "Rhayader/Rhadayer Goes to Town" (Live, 1984)



    CAN

    I Can sono da annoverare tra le band più innovative della scena alternativa europea, grazie a un percorso ricco di esperimenti, coerenza e preparazione tecnica. Nascono a Colonia nel 1968 ad opera del pianista Irmin Schmidt e Holger Czukay (basso, voce ed effetti elettronici): entrambi sono allievi di Stockhausen, e il fatto che preferiscano comunque staccarsi dall'ambito accademico per questa nuova avventura è molto tipico del periodo. Il batterista Jaki Liebezeit proviene invece dal circuito jazz, mentre il chitarrista Michael Karoli suonava il banjo come dilettante. A questi quattro musicisti, che costituiranno il nucleo forte dei Can, si uniscono all'inizio, ma per poco, un cantante di colore come Malcolm Mooney e il fiatista David Johnson. Le battagliere intenzioni della nuova formazione si traducono dapprima nell'allestimento di un proprio studio d'incisione, lo Inner Space, presso il castello di Schloss Norvenich, e quindi nella creazione d'una etichetta autonoma, chiamata Music Factory, per la quale escono due lavori ancora embrionali come "Monster movie", tutto registrato in diretta, e il successivo "Canaxis", attribuito al solo Czukay, che comincia a dimostrarsi un vero mago di effetti speciali e tecniche di missaggio. Siamo nel 1969. Dopo l'album "Soundtracks" (1970), raccolta di colonne sonore e altre composizioni sparse, con l'uscita di scena di Mooney e Johnson, e mentre già cresce la curiosità degli addetti ai lavori per il gruppo, i Can inseriscono in organico un oscuro cantante giapponese come Damo Suzuki e con lui incidono quello che rimane il disco della loro consacrazione.

    "Tago mago" (1971, a destra), in origine un album doppio, mostra tutte le migliori potenzialità di questa musica: uno stile già definito e personale, che dietro l'apparenza minimalista e improvvisata, colpisce poi per le suggestioni ipnotiche e insieme esotiche. Invece che pompose architetture sinfoniche, la band sceglie un tessuto ritmico uniforme e costante, volutamente grezzo, arricchito dalla voce estemporanea e imprevedibile di Suzuki, la chitarra senza frontiere di Karoli, e naturalmente le invenzioni elettroniche di Schmidt e Czukay. Questo il biglietto da visita di "Paperhouse", di "Oh yeah", rumoristica e piena di trovate, come la registrazione delle parti vocali al contrario, e soprattutto dei brani più estesi, dove il passo flemmatico ma sempre aperto, infarcito di echi, dissonanze e citazioni, del suono-Can può esprimersi compiutamente. Significative sono soprattutto "Halleluhwa", scandita dalla batteria ossessiva di Liebezeit, e "Pecking O", collage di suoni, scioglilingua verbali, rumori e frammenti d'una realtà in pezzi, e un pianino che va cocciutamente per conto suo dentro questo caos.

     Il successivo "Ege bamyasi" (1972, a sinistra) è, in confronto, meno esplosivo e più raccolto, eppure probabilmente più maturo. E' tra l'altro l'album che regala ai Can l'unico hit commerciale, sia pure non travolgente, con il singolo "Spoon", ma soprattutto è una raccolta di sette tracce che offrono ancora lunghe divagazioni esplorative, come "Soup", con l'ottimo lavoro di basso e percussioni in uno schema rarefatto e sempre ribollente, ma anche molto altro. L'iniziale "Pinch" aggredisce con la sua scansione ritmica, il canto ondivago, le sonorità sempre sporche, irregolari, anarchiche. Tra gli episodi più brevi si segnalano un rock stradaiolo come "I'm so green", che richiama addirittura i primi Velvet Underground, ma anche "Vitamin C", ancora con la sezione ritmica esaltata attorno al vociare irrequieto di Suzuki, per finire con "Sing swan song", autentico gioiellino che seduce con la sua miscela avvolgente e sapientemente distillata di tastiere, effetti atmosferici e percussivi, e le liriche più assorte del solito. Davvero un pezzo di grandissima classe. Ma l'elemento ritmico, danzante e ossessivo, resta forse l'elemento che meglio caratterizza la musica dei Can, e lo dimostra un altro brano intrigante come "One more night", con la chitarra solista di Karoli che svaria e s'incrocia s'un timbro minimalista con le tastiere elettroniche di Schmidt e il gioco costante e dinamico delle percussioni.

    Ormai realtà tra le più note e apprezzate dell'art-rock europeo, la band tedesca infila con il medesimo organico un altro disco di valore, come "Future days" (1973). Dei quattro componimenti, tre sono di media o breve lunghezza, e il quarto, "Bel Air", con i suoi venti minuti e passa, è un altro celebre manifesto del gruppo. Non che la title-track, in apertura, sia da meno: somiglia a una bolla di note che si dilata, galleggia sul tappeto ritmico e naturalmente, senza mai scoppiare, sposta ancora più in là la ricerca di una musica altra. Come del resto "Spray", bella variazione un po' sulla falsariga di "Sing swan song". Però "Bel Air" è senz'altro il culmine espressivo della migliore stagione dei Can: l'effetto ipnotico è spinto qui fino al limite, fino a risucchiare gli scarti umorali della prima parte, le pulsanti oscillazioni sonore e le filastrocche di Suzuki, tutte catturate nel gorgo delle tastiere e del synt di Schmidt, che crescono in sordina come un pensiero recondito, sotterraneo, che alla fine dilaga come un sogno sinistro, di grande potenza visionaria, dentro un idillio impossibile.

    L'abbandono improvviso di Suzuki, che si unisce ai testimoni di Geova, apre una piccola falla negli equilibri della band, anche se la raccolta "Limited edition", con qualche inedito, pubblicata dalla United Artists inglese ancora nel 1973, conferma la crescente fama dei Can in tutta Europa. Nella nuova formazione a quartetto, con Schmidt e Karoli che si dividono le parti vocali, esce quindi "Soon over Babaluma" (1974, a fianco). Nonostante goda di uno scarso credito rispetto ai suoi predecessori, si tratta ancora di un disco interessante e ricco di spunti, a cominciare dall'utilizzo del violino da parte di Karoli, ad esempio nel curioso "Come sta, la luna", che cerca evidentemente nuove suggestioni esotiche. Belle sonorità trova anche la chitarra nel successivo strumentale "Splash", con una inedita ritmica di sapore quasi sudamericano, e ancora un violino, tutt'altro che accademico, in coda. Notevole l'enfasi percussiva, molto caliente e latina, che apre "Chain reaction" in combutta col violino, prima di una repentina serie di cambi di tempo. Un episodio che mostra forse una certa stanchezza per le formule precedenti, e la tendenza a trovare nuova ispirazione in sonorità più calde e meno compassate. Fatto sta che, in piena ascesa anche fuori dai confini tedeschi, i Can firmano un contratto con la prestigiosa Virgin inglese.

    "Landed" (1975) è un disco che effettivamente allontana i Can dalla loro fase migliore, o comunque modifica il loro profilo artistico. Senza essere un brutto album, è semplicemente indirizzato verso una dimensione più sciolta e a tratti perfino melodica, con una vivacità ritmica assecondata da voci e suoni più immediati: ruvidi e aggressivi rock come "Full moon on the highway" e brillanti suggestioni a struttura circolare, come "Half past one", mentre la strumentazione si apre al sax ospite di Olaf Kübler (in "Red hot indians") e lo stesso batterista Liebezeit si cimenta con i fiati. Complessivamente, con l'eccezione del lungo brano finale "Unfinished", l'enfasi dell'elemento ritmico, gli spunti elettronici e i vari effetti speciali, acquistano uno spessore più fruibile, meno ostico che in passato, fuori dalle suggestioni ipnotiche degli esordi, senza ovviamente scadere nel commerciale. "Vernal equinox", per esempio, non è certo un pezzo facile, ma le sue asprezze sonore sono meno interessanti del solito. L'album comunque ha un discreto riscontro, come il successivo "Flow motion" (1976). Con l'innesto in organico di due ex-Traffic come Rosko Gee (basso) e Reebop Kwaku Baah (percussioni), a partire da "Saw delight" (1977), la musica dei Can vira decisamente verso un sound più accattivante, quasi funky, lontano dagli inizi. Dischi dello stesso filone si susseguono fino agli anni Ottanta, ma le ambizioni soliste dei singoli membri portano di fatto alla conclusione dell'esperienza di questa importante, creativa e fondamentale formazione tedesca.

    Dischi consigliati:

  • "Tago Mago" (1971)
  • "Ege Bamyasi" (1972)

    · Sito ufficiale             Guarda il video di "Vitamin C" (Live 1972)

        



    CARPE DIEM 

    Ecco una band francese misconosciuta e invece degna del massimo rispetto. Formatisi a Nizza nel 1970, i Carpe Diem suonano all'inizio nei locali della riviera covers dei gruppi più in voga, prima di sviluppare pienamente un proprio repertorio e ottenere un contratto per l'etichetta Crypto. Schierato a quintetto (tastiere, chitarra, fiati, basso e batteria), il gruppo incide due soli dischi a metà dei settanta per cadere poi nell'oblio. Nel clima di revival e ristampe 'progressive' dei primi anni '90 anche il loro nome torna fortunatamente a galla per sprigionare un fascino immutato.

    Del 1975 è il loro disco d'esordio: "En regardant passer le temps" (qui a fianco la copertina) è un prodotto che esibisce un talento innegabile nel mescolare un'ispirazione colta e raffinatissima, condita da cambi di tempo e preziose sfumature timbriche, a più caldi passaggi di 'space rock'. I rari, delicati inserti cantati del tastierista Christian Truchi, lasciano tutto il campo a una musica che riesce sempre vivace, anche nei suoi momenti più compassati, con le sue movenze eleganti e feline. Questo gruppo suona davvero 'insieme', lontano da ogni protagonismo: il sax soprano e il flauto di Claude-Marius David (scomparso nel '93, e alla cui memoria sono dedicate le due ristampe) assieme alle tastiere di Truchi si dividono perfettamente i compiti, supportati da una robusta sezione ritmica (Alain Bergé al basso e Alain Faurat alla batteria), e dalla chitarra di Gilbert Abbenanti, anima rock della formazione. Davvero difficile scegliere tra i quattro brani dell'album, anche se forse "Reincarnation" e il finale "Publiphobie" hanno qualcosa in più.

    Alla fine del 1976 il gruppo di Nizza registra il secondo disco, "Cueille le jour", che esce a marzo del 1977. E' un altro gioiello, se possibile ancora migliore del precedente. Stavolta scelgono di cimentarsi con una lunga 'suite', "Couleurs", divisa in cinque momenti, e lo fanno da par loro. Forse, anzi, è proprio questo il loro capolavoro, per la capacità di suggerire atmosfere morbide e voluttuose in maniera accattivante, e variare continuamente i tempi e i colori del loro jazz-rock, con il sax di David in grande spolvero. Senza mai strafare, con gusto e misura, ma soprattutto con un senso davvero corale della musica, che colpisce anche nei restanti pezzi, tutti brevi ma davvero 'cesellati', come il favolistico "Le miracle di Saint-Gaston" o "Tramontane", più in stile 'fusion'.

    E' un peccato che la versione inglese del disco, già pronta, non sia mai uscita, ma questa è un'altra storia, come lo scioglimento del 1979, nell'impossibilità di trovare un nuovo contratto discografico in piena era 'punk' : rimangono due album di splendida musica, senza etichette di sorta, vivamente consigliati a tutti i palati più esigenti.

    Dischi consigliati:

  • "Cueille le jour" (1977)

    Guarda il video di "Couleurs"



    COLOSSEUM

    Quella dei Colosseum è senz'altro tra le esperienze decisive della scena inglese alla fine degli anni sessanta, specie per la felice contaminazione di jazz e rock che farà scuola per tutto il decennio successivo.

    Alle origini della band c'è la Graham Bond Organization, pregevole formazione che mescola jazz e blues, dove militano appunto il batterista Jon Hiseman e il fiatista Dick Heckstall-Smith: entrambi entrano poi nei quotati Bluesbreakers di John Mayall ai tempi di "Bare Wires". Dopo questa esperienza, è di Hiseman l'idea di creare un gruppo nuovo che unisca il jazz e il blues alle nuove sonorità del rock. I Colosseum nascono così nel 1968.

    Nel primo disco uscito agli inizi del 1969, "Those who are about to die salute you"(traduzione inglese del celebre 'morituri te salutant'), Hiseman e Heckstall-Smith sono insieme a tre altri complici: il tastierista Dave Greenslade, il bassista Tony Reeves e il cantante e chitarrista James Litherland. L'album è notevole, anche se oggi l'approccio strumentale dei cinque può suonare leggermente datato, nella sua disinvolta mistura di umori improvvisati e solide radici bluesistiche. Certe divagazioni dell'organo di Greenslade, come in "Plenty had luck" ad esempio, risentono effettivamente del tempo trascorso e parlano un linguaggio prettamente 'sixties'. Eppure già l'attacco di "Walking in the park" (un pezzo del maestro Graham Bond) è trascinante: la ritmica sincopata, il riff ipnotico dei fiati (la tromba ospite di Henry Lowther) e l'energica voce di Litherland sono di prim'ordine. Quello che non è in discussione è la capacità d'improvvisare all'interno d'uno schema consolidato, in particolare del trio Hiseman/Greenslade/Heckstall-Smith, perno del gruppo: è il caso di "Debut", con il sax in evidenza, e dell'accattivante title-track posta in chiusura, con vivaci divagazioni a turno di chitarra, tastiere e ancora sax. Per quanto riguarda "Beware the ides of March" si tratta d'una citazione dell'"Aria sulla quarta corda" di J. S. Bach, la stessa dei Procol Harum di "A whiter shade of pale": in questo caso la ripresa è prettamente strumentale, e dopo l'intro squisito si apre a ventaglio verso soluzioni più roccheggianti e improvvisate, con la chitarra elettrica e le distorsioni del sax in primo piano. In conclusione, si tratta di una prima prova eccellente, dove il meglio però viene ancora dalle radici blues dei componenti, come dimostra a sufficienza la scintillante ripresa di un classico come "Backwater blues".

    E' solo col successivo "Valentyne suite"(ancora del '69, a fianco) che la musica dei Colosseum entra a pieno titolo nell'alveo del suono 'progressivo'. Se il brillante attacco di "The kettle", come pure "Butty blues", rimandano ancora alle atmosfere del disco precedente, e "Elegy" è un blues interessante per l'inedita presenza d'una sezione d'archi che dialoga col sax, la lunga suite che intitola l'album è invece una delle composizioni-chiave della scena inglese. Divisa in tre tempi per un totale di quasi diciassette minuti, "Valentyne suite" può tranquillamente essere indicata come il punto di svolta del jazz-rock giusto agli albori degli anni settanta, riuscendo a fondere mirabilmente l'estro improvvisativo e umorale della musica nera con il gusto più intrigante delle citazioni classicheggianti e sinfoniche. Le dinamiche tastiere di Dave Greenslade, stavolta impegnato anche al piano, acquistano in spessore e varietà timbrica, assumendo spesso il comando delle operazioni, e con lui l'intero ensemble sembra raggiungere un picco creativo difficilmente uguagliabile. La pirotecnica verve percussiva di Hiseman, ora impetuosa, ora morbida e sofisticata, e il gran lavoro al sax di Heckstall-Smith, a sua volta protagonista del tema ricorrente, sviluppano i primi due temi ("January's Search" e "February Valentyne"), più pensosi ed eleganti, ma intervallati da splendidi breaks con l'organo in cattedra. Nel terzo tempo ("The Grass is always greener") la chitarra elettrica di Litherland sposta verso un rock di grande intensità l'anima della composizione, prima della squisita frase di sax che la suggella. E' il capolavoro dei Colosseum.

    Difficile ripetere un esito di questa portata e infatti non succederà. Nel successivo disco di studio, "Daughter of time"(1970), inciso senza Reeves e Litherland (rimpiazzati rispettivamente da Mark Clarke e Dave Clempson, ex Bakerloo), si nota una strana mescolanza di spunti diversi che raramente trovano un punto di equilibrio. La potente voce del nuovo Chris Farlowe caratterizza brani come "Three score and ten, amen", o l'incandescente blues di "Downhill and shadows", ma solo a tratti sembra di ascoltare i migliori Colosseum. Succede quando Greenslade sale in cattedra all'organo, come nel dinamico strumentale "Bring out your dead", o anche nella più roccheggiante "Take me back to doomsday". In generale però domina una certa confusione, ad esempio nell'accostamento per niente efficace di archi e fiati in "Time lament" o nell'enfasi un po' manierata di "Theme for a imaginary western".

    Quello che rimane invece l'ultimo album della band, "Colosseum live"(1971), registrato in due date diverse con la medesima formazione del precedente disco, riporta Hiseman e soci alla loro dimensione più vera, di grandi e consumati musicisti di razza. Tra riprese di vecchi cavalli di battaglia, come "Walking in the park" in una magnifica versione, e cover quali "Stormy monday", i Colosseum chiudono qui, in bellezza, la loro breve e fulminante carriera.

    Il tastierista fonderà per l'appunto i
    Greenslade (assieme al vecchio Tony Reeves) realizzando alcuni album interessanti, mentre Jon Hiseman, dopo i Tempest, fonda i Colosseum II coi quali pubblica tre dischi tra il 1976 e il 1977.

    Dischi consigliati:

  • "Valentyne Suite" (1969)

    Guarda il video di "Debut" (Live 1969)





    EMERSON LAKE & PALMER

    Supergruppo inglese fondamentale nello sviluppo di gran parte del progressive barocco e sinfonico, gli ELP sono però naufragati presto in una sorta di involuto ipertecnicismo che ha finito per deludere anche molti fans della prima ora. In qualche modo la loro parabola ribadisce una verità difficilmente confutabile: non basta mettere insieme tre grandi strumentisti per avere una band che suoni sempre grande musica. Ogni loro capitolo discografico, di fatto, presenta indubbie idee innovatrici accanto a spunti di gusto discutibile, solo di rado trovando una vera omogeneità di tono e stile.

    Dopo aver guidato i Nice, nei secondi Sessanta, e aver quindi aperto per primo la strada al pop contaminato con la classica, il tastierista Keith Emerson ci riprova con due altri complici: il cantante/bassista Greg Lake (dai già mitici King Crimson), e il potente batterista Carl Palmer, reduce dagli Atomic Rooster. Il primo album di questo trio è un omonimo (1970, a sinistra) che rimane forse il loro miglior prodotto: Emerson domina già la scena con la lunga suite per organo e pianoforte "The Three Fates", e il tutto suona ancora nuovo e stimolante. Non si era mai sentita una tale disinvoltura nel mescolare le sonorità del rock elettrico con il repertorio classico, soprattutto con tanta padronanza tecnica. Lake canta da par suo la melodica ballata "Lucky Man" (grande successo come singolo) e poi la splendida "Take a Pebble", un pezzo di gran classe con eleganti dialoghi tra basso e pianoforte, mentre Palmer furoreggia coi suoi tamburi specie nella lunga "Tank", prima che Emerson sfoderi il suo moog devastante. E' un disco che sicuramente spiana nuovi orizzonti a centinaia di band che proveranno a rifarlo in tutte le maniere.

    Segue quindi il celebre "Tarkus"(1971, a fianco), che presenta sul primo lato la lunga suite omonima s'una guerriglia tra mostri tecnologici, e brani di vario genere sul secondo lato. Già questo spunto, comunque, facilita l'invadenza del parco-tastiere, con l'utilizzo sempre più massiccio dei sintetizzatori accanto a pianoforte e organo. In effetti è un disco ricco di pregevoli spunti strumentali, va da sé, con soluzioni di grande impatto sonoro, ma la tendenza a enfatizzare i toni è già evidente, e inaugura una fase segnata da eccessi e forzature. L'apoteosi per un genio iconoclasta come Emerson è appunto il passo successivo: "Pictures at an Exhibition", realizzato interamente dal vivo nel 1971, che sin dal titolo dichiara l'intento di riscrivere in chiave rock la celebre partitura di Modest Musorgsky, con aggiunte personali del trio. L'album è un'occasione per sfoggiare ancora il talento del tastierista, ma anche di Palmer e Lake: il batterista scandisce il disco a suon di poliritmi molto inventivi, mentre il cantante interpreta tra l'altro la delicata "The Sage" accompagnandosi alla chitarra classica. La sequenza è sempre in bilico tra sonorità classiche e spunti rock, per un risultato finale che oscilla continuamente tra spunti d'innegabile bravura tecnica ("The Gnome" ad esempio) e discutibili aggiornamenti dell'opera di riferimento. Musica ad effetto, comunque, che per alcuni rappresenta l'apice del trio inglese, e per altri il loro risultato più "kitsch".

    Più equilibrato il successivo "Trilogy"(1972), che tra l'altro contiene un ottimo pezzo come "From the Beginning" (un altro hit del gruppo), oltre al riferimento classico di turno, cioè "Abaddon's Bolero", ispirato da Ravel, e le due parti di "Endless Enigma", sia pure con tonalità sintetiche che si fanno sempre più fredde. Il trio realizza quindi un album come "Brain Salad Surgery" (1973, a sinistra), il primo uscito con la loro etichetta Manticore: al solito, alterna momenti pregevoli come l'iniziale "Jerusalem", ripresa di un motivo liturgico inglese su testi del poeta William Blake, a pesanti barocchismi classicheggianti ("Toccata"), tra partiture articolate con buona vena dal tastierista (la suite "Karn Evil") e parentesi del tutto fuori contesto ("Benny the Bouncher"). Il monumentale triplo live che segue, "Welcome Back my Friends"(1974), rappresenta il culmine di questa prima fase, e preannuncia il declino. Tra progetti solistici e stanchezza creativa, passano infatti tre anni prima di un nuovo disco come il doppio "Works 1" (1977), seguito quindi l'anno dopo da "Works 2".

    Seguiti sempre da fans in delirio, specie dal vivo, dove Emerson ingaggia dei fisici corpo a corpo con le sue mostruose apparecchiature (molto emblematico, no?), e premiati spesso singolarmente come i migliori strumentisti dell'anno, i tre perdono però il favore di parte della critica e, dopo un primo scioglimento nel 1978 all'indomani di "Love Beach", vivono di crisi alternate a enfatiche 'reunions' finite regolarmente su disco.
    Un grande talento in larga parte dissipato, si potrebbe dire in estrema sintesi, ma nonostante tutto almeno il primo dei titoli citati e singoli elementi dei successivi, fino al 1973, vanno considerati un riferimento necessario del progressive barocco che verrà, nei pregi come pure nei difetti.

    Dischi consigliati:

  • "Emerson Lake & Palmer" (1970)

    · Sito ufficiale                Guarda il video di "Take a Pebble" (Live 1971)



    CLEARLIGHT

    Dietro la sigla si cela il tastierista e compositore francese Cyrille Verdeaux (classe 1949), che un po' come Florian Fricke con i suoi Popol Vuh, costituisce da solo l'anima di questa band dall'organico spesso mutevole. A volte trascurato nel panorama prog-sinfonico dei Settanta, Verdeaux ha invece scritto pagine di grande interesse, e non solo per la scena transalpina, senz'altro meritevoli di una riscoperta.

    Brillante studente al Conservatorio di Parigi, ne viene espulso per il suo estremismo politico nel 1968, e quindi completa la sua formazione musicale presso quello di Nizza. Tornato in seguito a Parigi, forma la band Babylone con il chitarrista Christian Boule, che sarà suo compagno in diversi progetti futuri.
    L'anno di grazia è il 1973, quando Verdeaux ottiene un contratto con la Virgin inglese e realizza finalmente il suo eccellente album di debutto intitolato
    "Clearlight Symphony" (a sinistra). Il disco comprende due lunghe suites strumentali, che vedono il leader affiancato da un organico duttile, di grande prestigio. "First movement", più pacata e romantica nel suo incedere, è costruita con mirabile equilibrio su pianoforte, mellotron e synth, in un graduale crescendo che può ricordare l'opera coeva di Mike Oldfield, ma con maggiori influssi sinfonici, congiunti a qualche inopinato intervento più sperimentale. Di grande effetto, nel disegno sonoro, è la chitarra elettrica di Boule, che utilizza una tecnica tutt'altro che canonica, quasi per contaminare fecondamente le sonorità più eleganti delle tastiere. Nel secondo movimento, suonato in pratica insieme ai Gong, la musica ha invece un'impronta più genuinamente rock e potente: la chitarra di Steve Hillage, ma anche il sax di Didier Malherbe e il synth di Tim Blake integrano le tastiere di Verdeaux in una vigorosa progressione ipnotica dove confluiscono anche colorati umori space-rock, minimalismo e jazz senza confini. Verdeaux si esalta soprattutto all'organo e naturalmente al piano, strumento guida del tema principale che apre e chiude la fascinosa suite.

    Dopo un fortunato tour inglese, sempre insieme ai Gong, l'artista realizza ancora per la Virgin "Forever Blowing Bubbles" (1975, a destra). Diverso l'organico, a parte Boule e il batterista Gilbert Artman (Lard Free) che suonavano già nel disco precedente, e diversa anche l'impostazione del disco, sette tracce indirizzate stavolta verso un corposo rock-fusion con influssi psichedelici qua e là.
    Nella sequenza, priva di momenti deboli, brilla di luce propria la splendida "Without Words", una progressione irresistibile articolata sul pianoforte e poi via via suffragata dall'impetuosa chitarra solista insieme al grande lavoro di synth e batteria: è un pezzo dominato da una vibrante tensione che richiama certe cose della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin. Lo schema si ripete molto simile in altri pezzi, in particolare in "Ergotrip", con il brillante violino di David Cross (
    King Crimson) in evidenza, mentre c'è spazio anche per morbide ballate folk dominate dalla voce femminile, con flauto, chitarra classica e violino al proscenio: è il caso di "Narcisse et Goldmund". Più o meno nello stesso periodo, Verdeaux collabora alla realizzazione della colonna sonora del film "Visa de censure n. X" di Pierre Clementi, pubblicata poi con il titolo "Delired Cameleon Family" e ugualmente molto apprezzata in Francia.

    Il passo successivo, un po' a sorpresa, è un disco che volta pagina come
    "Les Contes du Singe Fou" (1976), realizzato non a caso con una formazione quasi totalmente nuova. E' un concept di argomento fantascientifico, con la scimmia pazza del titolo al centro delle liriche, che alle sonorità fusion del precedente abbina un rock più melodico e morbido. Se il cantante solista, l'inglese Ian Bellamy, offre una prova altalenante, le note più felici vengono dal noto violinista Didier Lockwood, protagonista di quasi tutti gli episodi a cominciare dall'attacco di "The Outsider", che apre la suite intitolata "The Key". Il pianoforte di Verdeaux è sempre più il cuore della scrittura, comunque, e i temi strumentali si sviluppano a partire dal suo timbro eclettico, spesso classicheggiante: ad esempio in "Soliloque", dal morbido crescendo sinfonico vicino ai Genesis. La seconda suite, "Time Skater", segue la stessa falsariga tra suoni preziosi ed evocativi, a volte rarefatti, oppure pervasi da una tensione sottile grazie al violino di Loockwood: avviene in "The Cosmic Crusaders", fitto di rotture e riprese, senz'altro uno dei momenti più intriganti dell'album, insieme alla finale "Return to the Source".

    Con il quarto album pubblicato a nome Clearlight nel 1978, "Visions" (a sinistra), si chiude un ciclo nella vita musicale di Verdeaux, che qui appare per la prima volta anche come produttore. Il musicista abbraccia inedite suggestioni indiane, come si nota fin dalla copertina del disco, e il risultato è una miscela originale, seppure poco omogenea, di sinfonismo, jazz-rock e musica etnica. Oltre alla conferma di Didier Loockwood, c'è da notare il ritorno in gruppo di Boule alla chitarra e di Malherbe ai fiati, oltre a diversi ospiti alle percussioni e ai sintetizzatori. La traccia più indicativa del nuovo corso è la lunga "Full Moon Raga", impregnata di umori indiani, con il sitar in evidenza, tra sonorità sintetiche, trascinanti ritmi tribali, curiosi innesti jazz per piano, oltre alle spirali violinistiche di un Loockwood sempre in grande spolvero. Non mancano però tracce classicheggianti per pianoforte, ad esempio la squisita "Songe de cristal", oppure escursioni tipicamente fusion garantite dal sax e dal synth, come nell'iniziale "Spirale d'amour". Il momento più intrigante della raccolta, però, è probabilmente "Au royaume des mutants", una composizione misteriosa che acquista corpo in progressione sulle corde del violino, del sax e delle voci malate.

    Dopo il nuovo tour insieme ai Gong, nel 1979, la band termina la sua attività. La morte improvvisa del figlioletto Jonathan, inoltre, spinge l'artista francese verso un nuovo approccio alla musica e alla vita stessa, con viaggi in India, dove la pratica dello yoga e della meditazione influiscono anche sulla sua ispirazione, che si fa più spirituale. Soggiorna anche in America e più stabilmente in Brasile, continuando a produrre dischi di musica elettronica ed etnica. Periodicamente, cura anche rivisitazioni delle sue prime incisioni, in particolare l'esordio: come in
    "Clearlight Symphony II" (1990). Verdeaux si è speso soprattutto per la "Kundalini Opera", un ciclo di sette album, ognuno dei quali abbinato a un Chakra, che culmina probabilmente con "Infinite Symphony", complessa sinfonia in sei movimenti che vede il ritorno di Malherbe al sax: il disco viene realizzato nel 2003.

    Dischi consigliati:

  • "Clearlight Symphony" (1973)
  • "Forever Blowing Bubbles" (1975)

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