Archivio Prog

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Rick Wakeman Warm Dust The Web Wind Wlud Writing On The Wall

 

 

  Rick Wakeman   - Il tastierista e compositore inglese Rick Wakeman (classe 1949), è un personaggio emblematico del progressive anni Settanta. Diventato celebre con gli Strawbs e soprattutto con gli Yes, si è poi dedicato a una lunga carriera solista ricca di alti e bassi, variamente giudicata. Se il primo disco a suo nome è il dimenticato "Piano Vibrations" (1971), è con il successivo "The Six Wives of Henry VIII" (1973) , interamente strumentale, che comincia la sua stagione più rinomata. Il riferimento alla storia inglese del '500 esalta le capacità evocative del tastierista, che mostra una vena fluente e articolata, all'insegna del più classico rock barocco-sinfonico. Molto bella "Anne of Cleves", col fraseggio serrato dell'organo e continue cesure ritmiche in un impasto trascinante. In "Catherine Howard", con stacchi di moog e un piano in stile rag-time accanto a spunti più solenni, viene fuori lo spirito iconoclasta del musicista. "Jane Seymour" è dominata da un maestoso organo da chiesa, mentre l'episodio più virtuosistico è sicuramente "Anne Boleyn", che include notevoli parti di pianoforte, più moog, organo e cori femminili che convivono in una partitura molto dinamica. La finale "Catherine Parr" è ugualmente frizzante, con indiavolati fraseggi all'organo e moog e un'atmosfera che richiama gli Yes del periodo. È il disco più convincente di Wakeman, prima di una serie di prove discutibili. Un esempio è il successivo "Journey to the Centre of the Earth" (1974), registrato dal vivo con la London Symphony Orchestra: un progetto ambizioso, che prevede stavolta l'utilizzo di voci e arrangiamenti pomposi, sempre sull'orlo del kitsch. Nelle due lunghe suites il rock è quasi assente, in favore d'una scrittura sinfonica immaginifica, con lunghi e noiosi interludi narrativi, cori enfatici e strani spunti "funky" nella seconda parte di "The Journey/Recollection". Nell'altra suite, "The Battle/The Forest", affiorano citazioni da Edvard Grieg ("Peer Gynt") e un uso massiccio del synth. Un progetto ridondante. Lo stesso può dirsi di "The Myths and Legends of King Arthur and the Knights of the Round Table", uscito nel 1975. Orchestra e coro sono rimasti, anche se la struttura è forse meno pesante. L'iniziale "Arthur" è un momento discreto, con Wakeman al moog e buone parti vocali. Il resto invece è prolisso, altisonante, con accostamenti inopinati, che solo a volte funzionano. Interessante comunque "Sir Lancelot and the Black Knight", con una melodia contrappuntata dal coro (English Chamber Choir), molto synth e un andamento ritmico ad effetto. Degli altri, oltre a qualche colonna sonora (come "Lisztomania" di Ken Russell), vanno ricordati "No Earthly Connection" (1976), con la suite "Music Reincarnate", e soprattutto "Rick Wakeman's Criminal Record" (1977), un concept quasi interamente strumentale che rimanda in parte agli inizi: due album discreti che mostrano le qualità del tastierista quando non si fa prendere la mano da progetti faraonici. Nella sterminata discografia di Wakeman, sempre attivo, spiccano numerose collaborazioni e anche due dischi realizzati con l'italiano Mario Fasciano. Altre notizie nel sito ufficiale.

"The Six Wives of Henry VIII"

  Warm Dust   - Catalogati come "brass rock", gli inglesi Warm Dust soffrono di una sottovalutazione ingiusta, come dimostrano i tre dischi realizzati. L'esordio di "And it Came to Pass" (1970) è addirittura un doppio album di grande energia creativa e spunti musicali eterogenei. La voce esuberante di Dransfield Walker è protagonista di un disco che offre un jazz-rock dai contorni molto elastici, con i fiati di Alan Soloman e John Surgey in costante evidenza insieme all'organo di Paul Carrack, e la chitarra pressoché assente. Suggestive atmosfere vicine a Canterbury prevalgono nella lunga apertura di "Turbulance", ravvivata dai picchi del sax, e armonie inconsuete in "Achromasia", affiancata da ficcanti cambi di tempo e brillanti inserti fiatistici, come pure in "Man Without a Straw" e nella morbida "Circus", con il flauto in primo piano. Più accorata è "Wash My Eyes", mentre spazi più sperimentali si aprono nella lunga title-track, tra ironiche citazioni e variegato jazz. Una prova che impressiona per l'eclettismo del gruppo, ma che forse manca di una cifra stilistica più riconoscibile. Il sestetto ci riprova con "Peace for Our Time" (1971) che ripropone la medesima ricetta in sette brani più asciutti e compatti. E' un "concept" contro ogni guerra, con titoli e testi in linea, a cominciare da "Blood of my Fathers", ben punteggiata dal basso di Terry Comer e la voce filtrata di Walker. Bella la prova del vocalist in "Very Small Child", supportato dal coro in un episodio molto intenso. "Justify" mette insieme un fitto gioco percussivo oltre a un organo ribollente e le staffilate del sax in uno schema molto libero, al limite dell'improvvisazione, mentre "Song for a Star" scorre sul colore aspro dei fiati e delle parti vocali. Tra i momenti migliori c'è "Winds of Change", brioso manifesto di jazz-rock fiatistico dal ritmo sostenuto, e poi la pacata "Rejection", uno strumentale di gran classe con la chitarra acustica di Surgey in primo piano insieme a un flauto leggiadro. L'accorato finale di "Peace of Mind", costruito sul pianoforte di Carrack e l'oboe, suona come un auspicio a futura memoria. Il terzo e ultimo album a nome dei Warm Dust è un omonimo (), pubblicato nel 1972 per la BASF con un nuovo batterista. E' forse il disco più lineare della band inglese, per arrangiamenti e felicità melodica. Allinea rock-blues di grande impatto ("Lead Me To The Light" o "Long Road"), mordenti rock-song dal riff che non perdona e Walker sugli scudi ("Mister Media") e fantasiosi jazz-rock dal timbro esotico, come la splendida "Hole in the Future". A parte la breve cover da Musorgskij "A Night on Bare Mountain" (cioè "Una notte sul Monte Calvo"), il vero pezzo forte, del disco e dell'intero repertorio firmato Warm Dust, rimane però la suite finale "The Blind Boy": oltre diciotto minuti meravigliosi di un'intensa e spesso trascinante partitura tra jazz-rock e sinfonismo, con voce e flauto da brividi, che rimane il superbo congedo di una band da rivalutare nel contesto del prog inglese. CD Red Fox Records.

"Warm Dust"

  The Web   - Una band inglese formata nel 1967, che conosce due fasi ben distinte nella sua breve storia. Schierato a settetto il gruppo esordisce con "Fully Interlocking" (1968): con il cantante afroamericano John L. Watson, due chitarristi, un vibrafonista e un fiatista, lo stile è un fusion-rock interessante ma dispersivo, venato di umori blues, soul e jazz. La scaletta è molto eclettica: strumentali guidati dai fiati di Tom Harris ("Green Side Up" o la tribalistica "Watcha Kelele") si alternano a discreti pop d'atmosfera con il rinforzo degli archi ("Hatton Mill Morning"), più qualche episodio molto datato ("Reverend J. McKinnon"). La suite finale "War or Peace", in cinque tempi, è il momento più ambizioso: l'enfasi dei fiati e degli archi, però, non convince troppo e ricorda le musiche altisonanti di certo cinema americano, soprattutto "Theme" o "Conscience". La ricetta non cambia nel successivo "Theraphosa Blondi" (1970), che però focalizza meglio il repertorio, puntando anche su cover come "Sunshine of Your Love" dei Cream. Il punto forte è sempre Tom Harris, che s'ingegna al sax e al flauto per vivacizzare la sequenza: da "Like the Man Said", apertura tesa e jazzata, con il riff mordente della chitarra e Harris impegnato tra sax, flauto e clarinetto, alla spigliata "One Thousands Miles Away", ben cantata da Watson. "Bewala" è un altro brano in stile tribale imperniato su marimba, congas e percussioni varie, mentre "Kilimanjaro" è una ninna-nanna africana ancora cullata dalla marimba di Lennie Wright e dai fiati. In coda una spumeggiante "Tobacco Road/America", che incorpora il celebre motivo di Bernstein in una jam colorata da chitarre e flauto, il canto vibrante e la ritmica trascinante. L'abbandono di Watson, con l'arrivo del tastierista e cantante Dave Lawson, apre la seconda fase dei Web: in effetti "I Spider" (1970) è sicuramente il miglior disco del gruppo, che vira decisamente al progressive. Sin dall'attacco di "Concerto For Bedsprings" l'organo, il piano e il canto di Lawson mostrano un lato più drammatico che cattura l'attenzione: è una suite in cinque segmenti che lascia spazio al vibrafono di Wright e al sax di Harris, con modalità espressive più acide. Mordente anche "Love You", prima distesa sul mellotron e poi sviluppata in dure cadenze rock, con la voce aspra del leader integrata da interventi di chitarra e sax. La title track, con l'organo in primo piano e il canto multiforme, trova suggestive sonorità gotiche, come la finale "Always I Wait", che scorre nel lungo duettare di organo e chitarra, col morbido contraltare di sax e vibrafono, mentre "Ymphasomniac" è un jazz-rock strumentale dominato ancora dai fiati e dal piano, con ritmi tribali in evidenza. E' anche l'ultimo atto della band, riunita poi sotto la sigla Samurai. Lawson suonerà anche con i Greenslade ed è oggi compositore e sound engineer: info nel sito ufficiale.

"I Spider"

  Wind   - Le origini remote di questa band tedesca di Erlangen (Baviera) risalgono a metà degli anni Sessanta, quando un gruppo chiamato Bentox suona nei locali delle forze americane di stanza in Germania. Nel 1969, tornati in patria dopo un disastroso tour in Asia, assumono prima il nome Chromosom e poi, con l'arrivo del nuovo cantante Steve Leistner nel 1971, quello definitivo. Scritturati dalla Miller International, i cinque realizzano lo stesso anno il primo album, "Seasons"(), che vende 30.000 copie e li impone tra i migliori esponenti del krautrock. Si tratta di sei tracce improntate a un esplosivo heavy-prog tinto di psichedelia, con chitarra elettrica e voce solista in grande evidenza assieme al timbro acido dell'organo di Lucian Büeler. Fulminante l'apertura di "What Do We Do Now", con brevi inserti di flauto a punteggiare l'incandescente rock del quintetto, che procede tiratissimo per oltre otto minuti. Bello anche "Springwind", nel quale il tessuto elettrico è spezzato da ariose armonie vocali e da parti di piano, prima che la chitarra solista di Thomas Leidenberger e l'organo si riprendano la scena, come avviene anche in "Dear Little Friend", con la voce selvaggia di Leistner al centro di un rock senza respiro. Fa eccezione la parentesi di "Now It's Over", delicato manifesto di psichedelia basato su arpeggi di chitarra e il canto assorto, con l'organo di sfondo, mentre la lunga coda di "Red Morningbird" sfugge a ogni classificazione. La voce e l'armonica di Leistner si fanno strada in un rarefatto spartito ch'evoca il Morricone più celebrato (quello dei western di Leone), tra arpeggi chitarristici e vibrafono, ma con improvvisi sussulti guidati ancora da organo e chitarra. Subito dopo, i Wind hanno un'intensa attività live (anche di spalla ai Pink Floyd) e nel 1972, passati alla CBS, pubblicano il loro secondo album, "Morning", che lascia davvero interdetti. La grintosa vena del debutto è scomparsa in favore di un pop classico-romantico che non convince: già l'attacco di "Morning Song", placida ballata col mellotron di sfondo alla voce di Leistner, sottolinea un repentino passaggio stilistico. Lo si nota soprattutto in "The Princess and the Minstrel", con il testo più parlato che cantato s'un tappeto tastieristico lezioso e poco mordente. Il pezzo migliore è forse "Carnival", con la sua solenne atmosfera a base di mellotron che richiama da vicino i King Crimson della prima ora, con vivaci parti vocali, mentre la chitarra solista si fa notare in "Dragon's Maid", ma solo in appoggio alle tastiere. "Schlittenfahrt" è un gradevole gioco di armonie vocali che però stona col resto, mentre "Puppet Master" prova, inutilmente, a legare il sanguigno rock degli esordi con le tastiere classicheggianti di Lucian Büeler: la confusione regna sovrana. Dopo un ultimo 45 giri nel 1973 ("Josephine/Puppet Master") la band si scioglie, e il batterista Lucky Schmidt entra negli Aera. CD Second Battle e Trick Music.

"Seasons"

  Wlud   - Gruppo minore del prog francese, originario di Colmar in Alsazia, che vanta due album realizzati sul finire dei Settanta. Il primo disco dei Wlud (sigla formata dalle iniziali dei quattro cognomi Wendling, Labroche, Untersinger e Drago) è "Carrycroch´", autoprodotto e pubblicato nel 1978, con distribuzione limitata. Composto da cinque brani, è un album interamente strumentale che tradisce spesso il suo lato "amatoriale": il quartetto guidato dal chitarrista Bernard Labroche si pone nel solco del prog sinfonico di gruppi come i Camel, con qualche tocco di space-rock e una leggera patina jazz qua e là, ma senza spunti di rilievo. L'iniziale "Amazone" compendia pregi e difetti della proposta: apertura sognante su tastiere liquide e arpeggi di chitarra, prima di uno stacco rock fin troppo netto nel quale si distinguono la chitarra solista e il piano elettrico di Philippe Wendling. La title-track è un jazz-rock più mosso, con breaks ritmici del batterista Gianni Drago, e un discreto lavoro di organo e chitarra. Carino, ma in generale c'è qualcosa di scolastico nello stile del quartetto alsaziano che non aiuta la musica a decollare. Lo confermano episodi come "Remember Song", sospesa tra pause rarefatte e sussulti rock, e "Holiday Maker", con chitarra e piano Fender in evidenza senza molta fantasia. Nella chiusura di "Sweet Bridge" prevale la componente cosmica grazie al synth, con inserti chitarristici che non lasciano il segno. Un disco acerbo, penalizzato anche da una produzione mediocre. Sicuramente migliore il successivo disco, "Second", realizzato nel 1979 e più orientato verso una dimensione fusion: si nota almeno una maggiore varietà nei temi sviluppati dal quartetto, e arrangiamenti più calibrati. L'iniziale "Rocky" è un pezzo ad effetto dal ritmo sostenuto e vivaci trame tastieristiche, supportate a dovere dalla chitarra elettrica. "Ay" si fa notare invece per il suo jazz-rock intrigante dominato dal piano elettrico, e con la chitarra di Labroche ancora protagonista, mentre nel finale di "Le Tigre" la band lascia emergere elementi di space-rock interessanti, con l'ottimo apporto del bassista Untersinger e accenti di marca fusion scanditi dalle fratture ritmiche della batteria. Anche se qualche episodio è meno convincente, la seconda prova dei Wlud è senz'altro il loro migliore contributo alla scena prog dei Settanta, che pure ha regalato proposte più originali, anche in terra di Francia. Cd Musea che include i due singoli, stavolta con parti vocali, pubblicati nei primi anni Ottanta.

"Second"

  Writing On The Wall   - In origine erano The Jury, una band dedita al soul che operava dal 1966 in Scozia, e già l'anno seguente diventava un nome di punta della scena di Edimburgo. Cambiato il vento, a partire dal 1968 il nome diventa Writing On The Wall, e la musica si sposta verso il nuovo verbo progressivo, ma in maniera alquanto originale. L'unico album firmato dal quintetto scozzese per la piccola etichetta Middle Earth è "The Power of the Picts" (1969), titolo che chiama in causa l'antica popolazione britannica dei Pitti. Le colonne portanti sono Willie Finlayson (chitarra solista) e i due fratelli William e Jake Scott (tastiere e basso rispettivamente), ma soprattutto la voce solista di Linnie Paterson. E' la sua versatilità d'interprete che caratterizza tutti i nove episodi del disco, soprattutto "Shadow of man", mirabile manifesto di pathos e ironia abbinate a una formidabile coesione, e la travolgente "Aries", che chiude splendidamente la sequenza. Se il cantante passa con disinvoltura dai toni foschi e ieratici a buffe coloriture vocali, l'impasto strumentale non è da meno. L'enfasi poggia sull'organo caldo e imprevedibile di William Scott e sulle belle incursioni chitarristiche di Finnlayson, ora più dure (come in "It came on a sunday"), ora eleganti, mentre particolarmente energico ed efficace è il contributo percussivo di James Hush. Il rock suonato dagli scozzesi è a tratti così godibile ed eccitante che perfino la qualità non impeccabile dell'incisione passa decisamente in secondo piano: più facile farsi contagiare dal canto così personale di Paterson e dalle continue invenzioni strumentali degli altri, che sempre conservano il tipico approccio, sanguigno e abrasivo, delle loro radici soul, sia pure calato nel contesto progressive. Rimasto senza seguito, e a lungo dimenticato come il gruppo (che si scioglie nel 1973), "The power of the Picts" ha tutte le carte in regola per essere riscoperto e apprezzato secondo i suoi molti meriti. La ristampa digitale della Repertoire, del 2000, aggiunge due altri brani usciti come singolo lo stesso anno: "Child on a crossing"/"Lucifer corpus".

"The Power of the Picts"

 

 

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Hiro Yanagida Yatha Sidhra

 

  Hiro Yanagida   - Vivace esponente dell'underground giapponese, il tastierista Hiro Yahagida mette insieme una lunga serie di collaborazioni in gruppi come The Floral, Food Brain e Apryl Fool prima di esordire da solista con l'album "Milk Time" (1970) , che rimane anche la sua prova più convincente in un'ottica squisitamente prog. Il tastierista è parte di un sestetto ben affiatato, nel quale spicca il chitarrista Kimio Mizutani, protagonista nella lunga "Running Shirts Long": è una sorta di selvaggia jam che include anche il violino elettrico indiavolato di Hiroki Tamaki e l'organo debordante del leader. Umori simili, tra psichedelia e rock aperto all'improvvisazione, si respirano anche in "Fingers of a Red Typewriter", col violino sempre in evidenza, mentre altrove l'andamento è più articolato: "Happy, Sorry" ad esempio, con l'organo in cattedra a reggere le fila tra i vari spunti dei solisti. Non mancano un paio di composizioni trasognate, quasi cameristiche, con il flauto di Nozomi Nakatani grande protagonista: soprattutto la leggiadra "Yum", sottolineata dalla celesta di Yanagida, ma anche la più breve "When She Didn't Agree" e la finale "Me and Milk Tea and Others", col violino languido al proscenio. Al contrario, "Fish Sea Milk" suona come una rarefatta scheggia psichedelica del tutto cervellotica. L'anno seguente è pubblicato "Hiro Yanagida", sicuramente meno riuscito. La mancanza del violino lascia protagonisti tastiere e chitarra, come si nota nell'apertura di "The Butcher", con ficcanti interventi di flauto. Yanagida si destreggia anche al piano e canta in "Always", una curiosa pop-song: in effetti, tutto l'album miscela vibranti jam strumentali ("The Murder In The Midnight") a insipide canzoncine anni Cinquanta come "My Dear Mary", un motivetto cantato da Joey Smith che lascia perplessi. Molto meglio i pezzi classicheggianti come "Fantasia", per celesta e flauto, o "Good Morning People", che abbina piano e organo alle staffilate chitarristiche di Mizutani. Segue nel 1972 "Folk & Rock Best Collection - The World of Hiro Yanagida", ovvero una serie di cover del repertorio folk e rock americano, e quindi il tastierista volta pagina. Escono prima "Hiro" (ancora 1972) e quindi "Hirocosmos" () nel 1973. In quest'ultimo la vena si avvicina a un certo jazz-rock moderno e tecnicamente pregevole: piano elettrico e synth fanno la parte del leone già nell'iniziale "The Sea Of Tempest", che evoca scenari marini, mentre in un paio di tracce il sax di Takeru Muraoka domina la scena: è il caso di "Ode To Taurus" soprattutto, sempre col synth in evidenza e una sezione ritmica mordente. Molto bella anche "Happy Cruise", con la chitarra solista protagonista insieme a piano elettrico e mellotron in una sequenza di pause e ripartenze, fino alla tiratissima "Uncertain Trip", dove al sintetizzatore incisivo del leader si affianca il grande lavoro del batterista Robert Rosenstein. Un disco notevole, anche se totalmente diverso dagli esordi. Più tardi, lasciata la scena, Yanagida scrive colonne sonore e musiche pubblicitarie. I primi due album sono stati riuniti su di un unico CD da Second Harvest.

"Milk Time"

"Running Shirts Long"

  Yatha Sidhra   - Effimera ma eccellente formazione tedesca, Yatha Sidhra è fondata dai fratelli Rolf e Klaus Fichter (tastiere e percussioni rispettivamente) nei primi anni Settanta. In realtà il primo nome del gruppo è Brontosaurus, ma una volta registrato il disco, il nuovo contratto con l'etichetta Brain fa propendere per una diversa sigla in lingua sanscrita, che sta per "equilibrio interiore". "A Meditation Mass"(), unico album firmato appunto Yatha Sidhra, esce nel 1974 e passa quasi sotto silenzio nell'affollata scena tedesca del tempo. In realtà, se anche la musica composta dai fratelli Fichter si colloca nel novero della cosiddetta musica cosmica, lo fa con un rigore e un'impronta stilistica davvero peculiare. Il quartetto, che include il chitarrista e bassista Matthias Nicolai oltre al flautista Peter Elbracht, si cimenta con una sorta di sinfonia divisa in quattro parti. Come il titolo promette, si tratta di una composizione rarefatta, di forte inclinazione contemplativa e a struttura circolare, che si esalta nelle sfumature e le variazioni minime all'interno di un disegno sonoro molto unitario. Nella splendida "Part 1", aperta da spirali di synth, il flauto e le percussioni fanno da elementi portanti di un tema sospeso e ipnotico, con voci lontane e reiterati arpeggi di chitarra. La più breve "Part 2" vede il flauto affiancato dal piano elettrico, che sposta leggermente il tono verso sponde di sofisticato jazz. Si scivola così nel terzo episodio, dove fa il suo ingresso anche la chitarra solista di Nicolai: il fraseggio si fa più vivace, con accelerazioni ritmiche e squarci improvvisativi di ottima fattura che lasciano poi riemergere il suggestivo motivo centrale, rimarcato dal pulsare discreto del basso. La chiusura di "Part 4", ancora con il flauto in primo piano, si raccorda così all'inizio del disco suggellando coerentemente una vera messa in musica dal fascinoso timbro psichedelico. Lo scarso successo del progetto porta alla fine prematura del gruppo, ma i fratelli Fichter ci riproveranno poi con una band chiamata Dreamworld, titolare di due dischi nella medesima scia. Ristampa digitale Motor Music (2004).

"A Meditation Mass"

 

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Zakarrias Zao Zauber

 

  Zakarrias   - A lungo dimenticato, o relegato tra i minori del prog inglese, Zakarrias è una singolare meteora dei primi anni Settanta. Dietro la sigla si cela l'austriaco Robert Haumer, che milita dapprima nel gruppo viennese Expiration, titolare di un singolo inciso nel 1968, e quindi si trasferisce a Londra, dove suona tra l'altro con Noel Redding (ex-Jimi Hendrix Experience) prima di fondare nel 1970 la nuova band con lo pseudonimo Zakarrias. L'anno seguente viene pubblicato per la Deram l'album omonimo (): nove tracce in straordinario equilibrio tra pop sofisticato, folk-rock, blues e una patina jazz negli arrangiamenti che ancora oggi suona godibilissima. In effetti con il leader, che si destreggia ottimamente tra chitarre e basso oltre a mostrare una bella personalità di cantante, suonano validi strumentisti come Peter Robinson dei Quatermass alle tastiere e Geoff Leigh (in seguito con Henry Cow) ai fiati, insieme al batterista Martin Harrison. In una scaletta eccellente, che non perde un colpo, è perfino difficile segnalare i brani migliori. "Who Gave You Love" è una splendida pop-song venata di umori jazz, quasi alla maniera dei Traffic, con il piano sincopato, la chitarra acustica e la voce perfetta nell'esaltare il tema melodico: è forse il picco del disco, ma il resto è comunque su alti livelli. Decisamente intriganti sono "The Unknown Years", scandito dal piano elettrico di Robinson, tra pause e riprese ad effetto e il basso di Haumer in evidenza, e poi "Sunny Side", compatto rock per organo e chitarra acustica. Ci sono episodi di trascinante immediatezza, ad esempio l'apertura di "Country Out of Reach", con il riff di chitarra elettrica e la sezione ritmica in grande spolvero, e altri pervasi da un lirismo struggente: è il caso soprattutto di "Spring of Fate", dominata dagli archi e dal pianoforte in una chiave molto romantica. Il leader dimostra grande padronanza alla chitarra acustica in "Let Us Change", coi suoi umori blues e gli ottimi impasti vocali, mentre il flauto di Leigh corrobora episodi come "Never Reachin'" e il sax sale al proscenio in "Don't Cry", che abbina le cadenze rock alle coloriture degli archi. Insomma, da qualunque parte lo si approcci, il solo album a nome Zakarrias si rivela un vero gioiello della prima stagione prog, a dispetto dell'oblio che l'ha circondato così a lungo. Il mancato permesso di lavoro di Haumer costrinse comunque la band a interrompere ogni attività live dopo un solo concerto, e quindi a sciogliersi per mancanza assoluta di risorse. Robert Haumer rientrò in Austria, mentre il disco, subito cancellato dal catalogo Deram, diveniva un oggetto di culto: varie invece le ristampe in CD oggi disponibili.

"Zakarrias"

"Who gave You Love"

  Zao   - Gruppo francese, gli Zao si formano nel 1971 su iniziativa di due ex-Magma come Francis Cahen (tastiere) e Yochk'o Seffer (sax e clarinetto), che decidono di mettersi in proprio puntando sulla grande voce solista della cantante Mauricia Platon e sull'apporto del violino elettrico di Jean-Yves Rigaud. Il disco d'esordio, "Z=7L"(1973), ci mostra un sestetto che sicuramente risente della lezione del gruppo madre della cosiddetta 'Zeuhl music', ma che sperimenta anche una vena meno drammatica e più sciolta, con le calde e vibranti atmosfere suggerite da una voce usata spesso come strumento aggiunto, dal buon lavoro dei fiati, e in generale da un discreto amalgama. Dei sei brani in scaletta si segnalano l'attacco morbido ed evocativo insieme di "Marochsek", il pulsante jazz elettrico di "Atart", con la sua nervosa ritmica (Joel Dugrenot al basso e Jean-My Truong alla batteria), e il finale intrigante di "Satanya", con un violino dal riff contagioso e diabolico a guidare la danza. A ricordare certe suggestioni proprie dei Magma c'è invece una traccia come "La soupe". Il gruppo prosegue con album ancora eccellenti, a cominciare dallo splendido "Osiris"(1975): Mauricia Platon se n'è andata, e la band focalizza ancora meglio le sue notevoli qualità strumentali, ad esempio in episodi quali "Shardaz" e "Yog". In seguito, dischi come "Shekina"(1975), con l'apporto di un quartetto d'archi, e poi "Kawana"(1977), nel quale si unisce al gruppo l'eccellente violinista Didier Lockwood (già con i Visitors), sviluppano un vivace jazz-fusion aperto a elementi sinfonici e folk in un discorso sempre stimolante. Seffer abbandona i compagni poco prima dell'uscita di "Typhareth" (1977), che rimane anche l'ultimo atto della band nella sua prima fase. Un'effimera reunion dei Novanta produce poi un altro album come "Akhenaton " (1994), che rimane però senza seguito.

"Z=7L"

  Zauber   - Questo gruppo torinese, fondato da Mauro Cavagliato (basso e chitarra), esordisce nel 1978 con un disco omonimo, poi riedito come "Il sogno", in una fase che certo non è la più propizia a un esordio del genere. La musica proposta dal quintetto, con una ricca strumentazione che mescola strumenti elettrici e acustici, è infatti una sorta di rock da camera colto e raffinato, anche se suonato con lodevole scioltezza: in particolare titoli come "Valzer su Bach" o "Glockenturm", dominati da pianoforte, violoncello e flauto, con largo utilizzo anche di chitarra classica, sembrano lontano anni luce dalla ruvida new wave allora in voga. Non mancano neppure un paio di ballate in stile più cantautorale, con liriche interessanti, come "Dietro la collina" o "Canzone per un'amica", interpretate dalla voce di Liliana Bodini. In generale, il collante tra i pezzi è costituito dalle morbide tastiere di Paolo Clari, mai troppo invadenti, e dal gusto per una disinvolta contaminazione di sonorità barocche e più melodiche, con un occhio al prog più romantico dei Settanta. Non ci sono forse spunti memorabili, ma gli Zauber sanno indubbiamente scrivere musica estremamente gradevole, che poggia s'una buona preparazione di base. Una segnalazione particolare merita la bonus-track strumentale che intitola la riedizione in CD della Vinyl Magic: davvero un piccolo gioiello dominato dal flauto di Anna Galliano. Dopo alcuni anni dedicati a iniziative musicali di carattere sociale e benefico, e diversi avvicendamenti in organico, negli anni Novanta gli Zauber hanno ripreso il discorso interrotto con nuovi dischi come "Est"(1992), "Phoenix"(1992), che in realtà recupera materiale inedito dei Settanta, e il 'live' "Venti"(1993).

"Il sogno"