Archivio Prog

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Laurence Vanay Vangelis Visitors Il Volo

 

 

  Laurence Vanay   - La compositrice francese Laurence Vanay, nome d'arte di Jacqueline Thibault (moglie del produttore Laurent Thibault) ha realizzato dischi interessanti, anche se a lungo dimenticati. Talentuosa pianista portata per l'improvvisazione, dopo gli studi al conservatorio di Parigi sceglie la musica pop, anche per i pregiudizi riscontrati in quella sede verso le donne. Alla fine del 1973 registra il materiale del suo primo album, "Galaxies" (), pubblicato all'inizio dell'anno seguente su etichetta SFP. Si tratta di dieci episodi eccellenti, nei quali la tastierista si dimostra anche cantante dal timbro sognante e ispirato. Con una strumentazione essenziale accanto alle tastiere, che include flauto, batteria e qualche spunto chitarristico, il disco alterna morbide parti strumentali come la splendida apertura di "Catalepsie", dominata dall'organo, a delicate melodie con la voce in primo piano: ad esempio la pensosa "Demain", o anche "Le grand-voile", ancora costruita sulle note dell'organo. A tratti la Vanay canta s'un tappeto di chitarra acustica ("Juste te revoir"), ma con poche parentesi ("Le loup qui pleure", dominata dal flauto), il fulcro è costituito dalle sue tastiere, utilizzate con un ammirevole senso della misura per creare atmosfere misteriose e oniriche ("Le bateau"). I pezzi sono in genere piuttosto brevi, ma quasi sempre dotati di una loro personalità: è il caso di "Soleil rouge", con i vocalizzi intriganti sotto la musica, o "Coeur lorde", per pianoforte, flauto e chitarra elettrica. Spicca la tensione sottile di "Deux phares", con il basso che scandisce il tema insieme all'organo e alla voce solista, mentre la title-track finale sceglie sonorità cosmiche dai risvolti psichedelici. Il medesimo organico si ripropone nel secondo disco, ma la piccola label Galloway pretese che fosse firmato da una finta band inglese: così nell'Aprile del 1975 fu pubblicato "Evening Colours" attribuito ai fantomatici Gateway. È una raccolta di undici pezzi, stavolta quasi del tutto strumentale, con atmosfere sospese e raffinate ("Morning Quiet Song" o anche "Lover's Prayer", con piano elettrico e synth), a volte impreziosite da una patina jazz piuttosto seducente: ad esempio "Strange Moment", con la Vanay al pianoforte e la chitarra elettrica di Serge Derrien in evidenza. Come al solito le cose migliori vengono però dall'organo, a cominciare dalla bella apertura di "Alone in the Rain", e poi la vivace "Walk Through Tomorrow", con i vocalizzi e il flauto, oltre all'agile batteria di Jean Chevalier, fino a "Underwater Light Reflection". In un clima tipicamente fusion, pulsante e corposo, scorre anche "Twin Cities", con percussioni e chitarra protagonisti. È ancora un buon disco, e forse meglio prodotto, anche se il primo resta più affascinante proprio nei suoi aspetti "naif". Sempre nel 1975 la tastierista realizzò su commissione l'album "Magic Slows", dimenticata miscela di pop commerciale firmata come Maire Mennesson. In seguito, ha scritto musica per film e realizzato dischi da solista con bands da lei fondate, soprattutto di musica elettronica, oltre a promuovere nuovi artisti. Ristampe di Lion Productions.

"Galaxies"

  Vangelis   - Noto soprattutto come compositore per il cinema, il tastierista greco Vangelis (nato nel 1943 come Evangelos Odysseas Papathanassiou) ha diversi punti di contatto con il progressive. Trasferito in Francia dopo il golpe dei colonnelli, fa parte degli Aphrodite's Child insieme a Demis Roussos e Loukas Sideras, firmando singoli di successo come "It's Five O'Clock" e "Rain and Tears", ma già nell'ultimo album del gruppo, l'esoterico "666" (1972), sperimenta suggestioni che approfondirà più avanti. Fin dal 1970, con "Sex Power", firma colonne sonore per il cinema, ma dimostra una vena irrequieta, come nel curioso "Fais que ton rêve soit plus long que la nuit", sempre del 1972: è una sorta di poema sonoro che documenta il '68 francese tra voci, slogan e canti di strada assemblati in un suggestivo collage. Pubblica quindi "Earth" (1973): affiancato dal chitarrista Argiris Kolouris e dal cantante e bassista Robert Fitoussi, Vangelis si destreggia tra momenti etnico-esotici ("We were All Uprooted" e "Sunny Earth") con forti influenze della tradizione indiana ("He-O"), e largo uso di mellotron, percussioni e voci corali ("Ritual"). In altri brani prevale invece un pop-rock melodico caratterizzato dalla voce solista di Fitoussi, ad esempio nella vivace apertura di "Come On" e nella più evocativa "My Face in the Rain". Un discreto disco, ma solo nel successivo "Heaven and Hell" (1975) il tastierista, che suona qui in totale solitudine, sviluppa quelle soluzioni elettroniche che ne faranno un precursore di tanta musica a venire. Composto in pratica di nove movimenti poi accorpati in due lunghe suites, l'album utilizza ancora enfatiche parti corali (English Chamber Choir) all'interno di strutture molto mobili, con molteplici richiami sinfonici nell'uso di synth e pianoforte: è soprattutto il caso della "Part I", composizione che include il tema di "Movement 3", sigla di un famoso programma di divulgazione scientifica della tivù americana. La breve parentesi di "So Long Ago, So Clear" è cantata da Jon Anderson (Yes), mentre nella seconda parte della suite Vangelis sperimenta sonorità più ritmiche, con le percussioni accanto alle tastiere elettroniche e al coro. L'effetto è davvero suggestivo, dimostrando l'originale talento del musicista. Il disco che segue è "Albedo 0.39"(), realizzato nel 1976: la tematica spaziale insita nel titolo (il potere riflettente del pianeta Terra) esalta le intuizioni elettroniche del tastierista. Tra le nove tracce ci sono episodi ormai celebri come l'apertura di "Pulstar", o anche "Alpha", utilizzati da svariati programmi radiotelevisivi. Questo nulla toglie ai meriti di un album originale e spesso imprevedibile: spiccano brani come "Main Sequence", quasi un jazz-rock cosmico e trascinante, e le due parti di "Nucleogenesis", ancora su ritmi tiratissimi e richiami a Richard Wagner. Subito dopo Vangelis è riassorbito dal cinema, fino a guadagnarsi l'Oscar per il soundtrack di "Momenti di gloria" nel 1981, ed è sua anche la musica di "Blade Runner". Dal 1980, con "Short Stories", inizia poi una lunga collaborazione con Jon Anderson, e resta uno dei compositori più attivi e ricercati per il suo poliedrico talento. Altre notizie qui.

"Albedo 0.39"

  Visitors   - Formazione francese titolare di un solo disco. Dietro c'è il nizzardo Jean-Pierre Massiera, personaggio poliedrico del rock transalpino, musicista e produttore attivo fin dagli anni Sessanta. All'inizio del nuovo decennio fiuta l'aria e concepisce un progetto in stile progressive, che mescoli le nuove sonorità con liriche di tipo fantascientifico allora molto in voga. Mette insieme un gruppo di base, che via via si allarga fino a comprendere oltre quindici musicisti: tra loro i fratelli Francis e Didier Lockwood, il chitarrista Bernard Torelli, il bassista Marc Rolland e diversi tastieristi tra cui Jean-Pierre Stretti. Le parti vocali sono affidate principalmente a Gerard Brent e Marc Attali, con lo stesso Massiera coinvolto nelle parti corali. Il risultato di questo variopinto ensemble e di laboriose sedute d'incisione è un album intitolato semplicemente "Visitors", realizzato nel settembre 1974. Dopo l'attacco di sicuro effetto del "Dies Irae" (brano molto di moda in quegli anni, ripreso anche dalla Formula 3), il disco procede tra alti e bassi mescolando hard-rock e atmosfere misteriose ("L'extra-aventure de Villas-Boas"), oltre a buffi proclami extraterrestri ("Terre-Larbour"), con largo uso di sintetizzatori ed effetti speciali. Nonostante il discreto livello dei musicisti, l'album suona piuttosto datato, e a salvarlo è soprattutto il talento di Didier Lockwood, che con il suo violino arricchisce di spessore almeno un paio di episodi: "Nous" soprattutto, con i suoi vivaci toni fusion, e la stessa title-track. Discreta è anche la chiusura di "Le retour des dieux", all'insegna di un rock martellante e drammatico, con un lungo crescendo corale. CD Musea.

"Visitors"

  Il Volo   - E' un altro supergruppo italiano, formato da ottimi strumentisti, a cominciare da Alberto Radius e Gabriele Lorenzi (già insieme come Formula 3), più Mario Lavezzi, Gianni Dall'Aglio, Vince Tempera e Bob Callero (ex Osage Tribe e Duello Madre). Con la produzione e i testi di Mogol il sestetto incide nel 1974 il primo album omonimo, realizzato per la Numero Uno come il successivo. Nonostante le buone premesse, però, è un disco solo in parte all'altezza delle aspettative e della fama dei singoli partecipanti al progetto. A parte pochi intermezzi ("La canzone del nostro tempo", con il brioso piano elettrico di Tempera in evidenza), la musica proposta rimane decisamente nell'ambito della canzone pop ("Il canto della preistoria" ad esempio, poi incisa anche da Bruno Lauzi), sia pure valorizzata da una confezione ariosa ed elegante. Lo schema più tipico è la partenza in sordina sul canto sommesso di Lavezzi, e il tema che si evolve poi lento e avvolgente, a volte con brusche impennate della chitarra solista di Radius, ma senza mai strafare dal punto di vista strumentale. Nella conclusiva "Sinfonia delle scarpe da tennis" i due tastieristi danno libero sfogo al loro estro, tra l'organo solenne in apertura e quindi il pianoforte che sale in cattedra nel gioco tumultuoso delle percussioni, fino alla coda di clavicembalo. Solo con il seguente "Essere o non essere?" (1975) il gruppo mantiene però le buone premesse iniziali, mostrando finalmente il suo valore. Con un solo motivo cantato su sette ("Essere", interpretata da Lavezzi), e dunque maggiore disponibilità a un rock corale e scorrevole venato di break in stile 'fusion', la scaletta inanella titoli di buon impatto che lasciano spesso il segno. E' il caso soprattutto della sequenza "Medio oriente 249000 tutto compreso" e "Canto di lavoro", con la ritmica aggressiva e un gran lavoro di synth e tastiere da parte del duo Lorenzi-Tempera, in un insieme caratterizzato da suggestivi echi medio-orientali. Atmosfere intriganti connotano anche la traccia strumentale "Alcune scene", fitta di pause e ripartenze sulle tastiere, supportate a dovere dalla vivace batteria di Dall'Aglio. Ancora importante in tutta la sequenza è il ruolo di Radius: la sua chitarra, pungente e sofisticata, viene fuori magistralmente dalle sonorità rarefatte di "Gente in amore", e anche in "Svegliandomi con te alle 6 del mattino", con un crescendo finale ad effetto. Un album indubbiamente valido, che conclude nel modo migliore la breve avventura del sestetto. Sciolto il gruppo, Radius incide diversi dischi da solista, produce altri artisti e apre quindi un suo studio di registrazione. Ristampe digitali BMG/Ariola.

"Essere o non essere?"


 

 

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