Archivio Prog

SI-SZ

Simon Luca Síntesis Skin Alley Sky Alan Sorrenti Sperrmüll Spring Steamhammer Still Life

Stone The Crows Strawbs String Driven Thing Symphonic Slam

 

 

  Simon Luca   - Autore e interprete di buon livello, il piacentino Simon Luca (nome d'arte di Alberto Favata, classe 1948) esordisce artisticamente come Alberto Oro nel Beat di fine anni Sessanta. Cambiato poi il nome, mostra di avere tutte le qualità per sfondare come il Joe Cocker italiano, molto prima di Zucchero. Voce ruvida e potente, e una discreta facilità a passare dalla ballata sentimentale in stile blues alla rock-song dal riff incisivo: queste le principali caratteristiche di "Per proteggere l'enorme Maria" (1972), seconda e più matura prova del cantante dopo il precedente "Da tremila anni" (1971), passato sotto silenzio. La partecipazione al secondo disco dei più validi strumentisti del giro milanese (da Ricky Belloni a Lucio Fabbri e Fabio Treves) garantisce un tessuto musicale corposo, con le chitarre in primo piano, e soprattutto un suono da gruppo aperto di buona presa. Tra i pezzi spiccano l'iniziale "Cuore nero", supportata dal coro femminile, quindi "Ridammi la mia anima" e la tiratissima "Mangia con me il tuo pane", un gran pezzo con la chitarra di Ricky Belloni in primo piano insieme all'armonica. Bello anche il crescendo di "Sono un uomo", vagamente battistiana, con il controcanto femminile. La Maria evocata nella title-track venne all'epoca considerata un allusivo omaggio alla marijuana, tanto da insospettire la censura, ma l'artista ha sempre smentito questa interpretazione. È vero, piuttosto, che nel suo gruppo chiamato appunto "L'Enorme Maria", sono transitati personaggi che hanno poi conosciuto una certa notorietà nel pop-rock italiano: oltre a quelli succitati, vanno ricordati tra gli altri Alberto Camerini, Eugenio Finardi e Marco Ferradini, oltre a Roberto Colombo, Donatella Bardi e Walter Calloni. Le discrete vendite e l'intensa attività live, sembrano il preludio alla consacrazione definitiva con il terzo album, "E la mia mente?" (), pubblicato nel 1973 ancora dalla Ariston. La trama concept, articolata in segmenti anche brevissimi, racconta di un uomo che dopo un incidente automobilistico riconsidera in una nuova luce la sua vita, ma soprattutto è una scelta che garantisce una maggiore unità sonora al disco. Se le chitarre sono ancora protagoniste, ad esempio in "E poi la luce" o nel graffiante rock-blues di "Corsa in macchina", con la voce in grande spolvero, la sequenza trova melodie accattivanti come "Finalmente apro gli occhi", con l'organo di sfondo, oltre a inedite parentesi quasi psichedeliche: è il caso di "Dialogo con l'inconscio" e "Dialogo con la morte". Ci sono episodi in chiave acustica e dominati dalle voci corali ("Cercare di prendere il cielo"), con l'apporto consistente di Flavia Baldassarri, e naturalmente efficaci rock-songs dove il leader fa valere il suo grintoso timbro vocale: dalla mordente "Risveglio" fino alla chiusura di "Rinascita", uno splendido crescendo che vibra sulle voci, le tastiere e la chitarra solista di Claudio Bazzari. È senza dubbio il miglior contributo di Simon Luca al nuovo prog-rock italiano, ma dopo che il servizio militare lo ha tolto dal giro la sua carriera si chiude con una serie di singoli, tra i quali merita una citazione almeno "Per favore basta" (1975). In seguito, inizia comunque una prolifica carriera di produttore e autore per altri artisti (Mina, Astor Piazzolla, Bruno Lauzi, Marco Ferradini, Dik Dik tra gli altri), compone diverse colonne sonore per cinema e tivù, oltre a musiche pubblicitarie. Altre informazioni sulla Pagina Facebook. Ristampe in CD a cura di Vinyl Magic.

"E la mia mente?"

"Rinascita"

  Síntesis   - Gruppo cubano fondato a L'Avana intorno al 1976, i Sintesis (anche conosciuti come Grupo Síntesis) esordiscono nel 1978 con l'album "En busca de una nueva flor" (), senz'altro il più noto nel circuito progressivo. Nell'album spiccano le personalità del cantante e chitarrista Carlos Alfonso, già protagonista nel gruppo Tema IV, e del chitarrista-arrangiatore Mike Porcel: il tentativo, dichiarato fin dal nome, è quello di mescolare elementi di rock sinfonico con le sonorità della musica cubana più melodica. Oltre al parco-tastiere di José María Vitier, un ruolo fondamentale hanno le voci, in particolare quella femminile di Ele Valdés, che arricchisce di colore le composizioni. La lunga apertura di "Nueve ejemplares...No tan raros" fissa già i canoni dell'operazione: un'atmosfera magica cullata da piano e synth, nella quale s'inseriscono parti vocali anche corali, oltre a piccoli breaks ritmici che riannodano i fili del morbido tema dominante. E' uno dei picchi del disco. Intrigante il mood di "Somos la flor", che procede lenta sulle note dell'organo con inserti di chitarra elettrica, finché il canto di Ele Valdés balza in primo piano, supportato dal coro. L'anima più romantica del gruppo rifulge nella più breve "Ven a encontrarnos", con la bella voce femminile sorretta da un adeguato arrangiamento orchestrale, mentre "Primera noche", introdotta da suadenti giochi vocali e synth, decolla tra cambi di tempo e splendide armonie vocali sostenute dal pianoforte di Vitier, in un seducente alternarsi di pause e riprese. Se "Poema" mette in musica un testo lirico del grande Pablo Neruda, ancora giovandosi di voci orchestrate con rara eleganza, la chiusura della title-track recupera suggestioni sinfoniche di scuola inglese: una batteria marziale in apertura è seguita dal cantato maschile e quindi da un bel finale in crescendo sulle tastiere (piano, synth, organo). A parte qualche ingenuità, il fascino dell'insieme poggia sull'equilibrio di una scrittura che sa legare tradizione e rock sinfonico, senza forzature, con uno spiccato gusto melodico. Il successivo "Aquí Estamos" (1981), registrato senza Vitier e Porcel, è ancora di buon livello. Pur accentuando l'aspetto melodico più accattivante ("Nubes veloces" o "Los cantares no se inventan"), conserva tracce consistenti di prog nella lunga "Elogios de la danza", sorta di minisuite in due parti, e in "Variaciones sobre un zapateo", che innesta abilmente cadenze e voci folk nello schema guidato dell'organo. Non mancano spunti "fusion", come nella briosa title-track strumentale, col piano e la chitarra solista di Pablo Menendez in evidenza. In seguito, sempre guidati da Carlos Alfonso e Ele Valdés, i Síntesis recuperano con successo le radici musicali cubane, facendo valere qualità tecniche e compositive sempre stimolanti: si segnalano dischi come "Ancestros" (1987) e "Orishas" (1997). Ristampe Sol & Deneb e Qbadisc Records.

"En busca de una nueva flor"

  Skin Alley   - Formazione indubbiamente minore della scena britannica, gli Skin Alley vanno menzionati almeno per i primi due dischi che mostrano spunti di qualche interesse. Formati nel 1969, realizzano un primo album omonimo lo stesso anno per la CBS. Il quartetto ha i suoi punti di forza nel tastierista Krzysztof Juskiewicz e nel fiatista Bob James, e sviluppa un progressive piuttosto estroso e versatile. Lunghe sequenze dominate dall'organo, spesso rinforzato dal mellotron, con ritmica di stampo jazz e corposi interventi di sax (lo strumentale "Marsha" e "All alone"), oppure di flauto e chitarra ("Living in sin"), in un insieme che ricorda esperimenti coevi come quelli dei Colosseum. Manca però l'episodio memorabile, e il meglio sta in certi gradevoli divagazioni jazzate di flauto e pianoforte, come in "Night time". L'anno seguente, dopo un 45 giri, gli Skin Alley realizzano "To Pagham and Beyond" (1970), che rimane il loro disco più riuscito. L'attacco di "Big brother is watching you", un discreto rock-blues con tanto di armonica e intermezzi fuori schema, denota subito maggiore convinzione e un migliore affiatamento. Notevole anche il tema aperto e contaminato di "Take me to your leader's daughter", sorta di jazz-rock in chiave etnica, col flauto di James ancora protagonista sul tappeto percussivo, tra lunghe improvvisazioni di piano e sax di ottima fattura. Altri episodi da ricordare sono "Queen of bad intentions", e la lunga "Sweaty Betty", segnata da picchi di free-jazz e con il basso in primo piano: lo suona il cantante Nick Graham (ex Atomic Rooster), subentrato a metà disco a Thomas Crimble, e anche brioso interprete della cover di "Walking in the park", di Graham Bond. E' senz'altro un buon disco, ma il successo non arriva. Qualche rimpasto in organico e poi il gruppo realizza altri due album prima dello scioglimento: "Two Quid Deal" (1972) e "Skin Tight" (1973).

"To Pagham and Beyond"

  Sky   - All'origine del gruppo Sky c'è il chitarrista classico John Williams, nato in Australia da padre inglese nel 1941, rinomato interprete di musica colta già negli anni Sessanta e allievo del grande Andres Segovia. Versatile e curioso di esperienze diverse, Williams entra poi in contatto con Francis Monkman (tastierista già fondatore dei Curved Air) e il bassista Herbie Flowers, coi quali forma gli Sky nel 1978: ne fanno parte anche Tristan Frey (percussioni) e Kevin Peek (chitarre). Nel 1979 il quintetto registra il primo album omonimo su etichetta Ariola e riscuote subito grande successo in Inghilterra. Tra i sei brani, tutti strumentali, un paio sono riletture di autori classici, come la tranquilla "Gymnopedie No.1" (da Satie), ma a colpire è l'estrema pulizia del suono, l'equilibrio e la voglia di non strafare: ad esempio nella cristallina "Carillon", calibrata esecuzione con la chitarra acustica di Williams affiancata gradualmente da pianoforte e chitarra elettrica. Più mosse sono le composizioni firmate da Monkman: "Cannonball" e soprattutto la suite finale "Where the Opposites Meet", quasi venti minuti nei quali il quintetto esplora sonorità più ariose, in una chiave fusion accattivante. La tendenza a fondere musica classica e nuove sonorità senza gli eccessi di molto prog si conferma in "Sky 2" (1980), da molti ritenuto il picco espressivo della band. E' un doppio album che raduna ancora riletture di classici, da Vivaldi alla celebre "Toccata" di Bach, ma il meglio sta nei pezzi originali: in particolare la bella suite "Fifo" e la stessa "Sahara", con le sue movenze arabeggianti. Le chitarra virtuosa di Williams, eccellente in "El Cielo" e in "Ballet Volta" (da Praetorius), s'incrocia a meraviglia con quella elettrica di Peek, mentre sempre vivace è l'apporto di Monkman, diviso tra synth e piano. Non manca un tocco di umorismo ("Tuba Smarties", in versione live), nè un pezzo più sperimentale con timpani e marimba in evidenza ("Tristan's Magic Garden"). Toccato l'apice, il gruppo vede andarsene Monkman e il successivo "Sky 3" è realizzato nel 1981 col nuovo tastierista Steve Gray. La musica resta gradevole, più spostata verso una fusion dai timbri jazz, ad esempio "West Wind" o "Sister Rose", mentre "Moonroof" è un curioso mix di generi, con accenti da puro rock'n'roll. Peek e Williams danno il meglio in "Chiropodie No.1", mentre la delicata "Hello", rarefatto crescendo di note per piano e chitarre, rimanda alle limpide atmosfere del primo disco. Il seguente "Sky 4-Forthcoming" è il primo disco interamente composto di riletture classiche, ma dopo "Cadmium" (1983) la band perde anche John Williams, riducendosi a quartetto per le incisioni successive. Altre informazioni qui.

"Sky 2"

  Alan Sorrenti   - Una parabola folgorante, come il suo declino, quella di Alan Sorrenti nel clima irripetibile dei primi Settanta italiani. Con una voce dal timbro originalissimo, senza confronti sulla scena nazionale, l'artista napoletano pubblicava "Aria"() nel 1972: atmosfere ammalianti, testi eterei e innovativi, e un tessuto strumentale fatto apposta per esaltare le doti vocali del cantante. E' soprattutto la lunga suite che intitola l'album a rapire l'ascoltatore: suoni dolcissimi e insieme sperimentali, prevalentemente acustici, con il prezioso apporto al violino di Jean Luc Ponty, sono la mobile piattaforma dal quale il canto solista spicca il volo per le sue ascensioni fuori da ogni schema. E' una lunga deriva psichedelica, a volte evanescente fino al silenzio, più spesso in precario equilibrio per quasi venti e fascinosi minuti. Si fa subito il nome di Tim Buckley, per trovare un termine di paragone, ma il disco ha una sua impronta personalissima, avvalorata dai tre brani più brevi ma ugualmente significativi, come "Vorrei incontrarti" e "Un fiume tranquillo", con la tromba e il sintetizzatore in evidenza. Un esordio di tale impatto da rendere impegnativo, fatalmente, il seguito di carriera per Sorrenti. Infatti, la replica di "Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto" (1973), non suscita gli stessi entusiasmi, ma in realtà rimane un disco di grande spessore, con l'unico difetto di venire dopo un simile capolavoro. Registrato a Londra, e ancora con ospiti di prestigio tra i quali Dave Jackson (il fiatista dei VDGG), è un disco di sei tracce, trasfigurate dall'inarrivabile voce solista: tra i momenti più riusciti l'accorata "Serenesse", dolcemente cullata da violino e flauto. Più spigolosa e tirata, carica di pathos visionario, è "Una luce si accende", ancora con la viola e il violino di Toni Markus in primo piano, oltre al pianoforte di Mario D'Amora. Il pezzo forte, come nell'album di debutto è comunque la lunga title-track del secondo lato: sovrapposizioni vocali, tappeti percussivi (a cura di Toni Esposito), effetti elettronici e liriche sospese chiudono una scaletta ancora intensa. La figura di Sorrenti però, in un clima esasperato e a volte intollerante verso una ricerca veramente libera, subisce dure contestazioni durante alcune esibizioni live (ad esempio Licola, 1975). Il disagio dell'artista affiora infatti nei testi del terzo album omonimo (1974), che oltre alla riproposta del classico napoletano "Dicitencello vuje" offre comunque altri episodi molto validi, come "Un viso d'inverno" o "Poco più piano", con l'apporto di archi e fiati. Dopo il nuovo 45 giri "Le tue radici", Sorrenti volta pagina e abbraccia suggestioni musicali diverse, fino alla "dance", realizzando soprattutto singoli di grande successo come "Figli delle stelle" (1977). Nonostante tutto, resta straordinario il livello delle sue prime prove nell'ambito della musica italiana degli anni Settanta. Altre notizie nel sito ufficiale.

"Aria"

  Sperrmüll   - Originari di Aquisgrana, i tedeschi Sperrmüll (cioè "discarica") prendono corpo nel 1971 in formazione triangolare, ma si stabilizzano solo con l'ingresso del diciassettenne tastierista Peter Schneider. Il quartetto spunta quindi un contratto con la celebre Brain, label fondamentale per la scena rock tedesca, e incide il suo unico disco omonimo () alla fine del 1972. Realizzato agli inizi dell'anno seguente, è un album di sei tracce, con i testi in inglese, che mostra una verve insolita per il Krautrock e scorre accattivante dal principio alla fine. Come si nota già nella brillante apertura di "Me and My Girlfriend", costruita sul pianoforte e il mandolino di Helmut Krieg, il quartetto suona un rock eclettico e grintoso, con qualche inserto di sintetizzatore e una spiccata impronta ritmica. Lo si vede soprattutto in "Rising Up", dove il basso martellante di Harald Kaiser guida le danze di un brano tiratissimo, nel quale l'organo e la mordente chitarra solista lasciano il segno. In generale, nella musica degli Sperrmüll l'improvvisazione è una componente importante, e all'interno dello schema si aprono spesso parentesi lasciate ai singoli: ad esempio "Right Now", un torrido hard rock con l'organo e soprattutto la chitarra di Krieg protagonisti, supportati a dovere dal basso e dal vivace lavoro della batteria, con la voce urlata di Kaiser in evidenza. Ancora rock a tinte forti nella finale "Pat Casey", sviluppata s'un classico riff chitarristico e articolata su lunghe variazioni in tema, e poi nella più melodica "Land of the Rocking Sun", con l'organo di sfondo alla voce e al consueto fraseggio della chitarra. Nella scaletta si segnala comunque un episodio a parte come "No Freak Out": l'intro quasi psichedelica, lenta e avvolgente, evoca i momenti più ambiziosi della scena rock tedesca, con le chitarre e la voce solista enfatizzata dall'effetto-eco, prima di lasciare spazio al fraseggio dell'organo e di nuovo a una chitarra elettrica lancinante, anche se il finale si placa nelle tonalità maestose dell'inizio. La band si scioglie poco dopo, quando Schneider decide di tornare ai suoi studi e un tour programmato con i Birth Control viene annullato. Anche se spesso dimenticato nel grande calderone del Krautrock, l'unico disco firmato dagli Sperrmüll merita sicuramente un ascolto, perché la sua godibile ricetta sonora ha retto discretamente, meglio di altre, alla prova del tempo. Ristampe a cura di Brain e Second Battle, anche in vinile.

"Sperrmüll"

  Spring   - Capita a volte di scoprire delle autentiche perle rovistando nel vasto e spesso accidentato mare delle ristampe progressive. È il caso ad esempio di questa band a lungo dimenticata, formata a Leicester nel 1970, che ha lasciato agli annali della scena prog inglese un solo disco, inciso per la Neon, una sotto-label della RCA. "Spring" (1971) merita effettivamente più di una semplice menzione: le otto tracce dell'album s'impongono come uno dei più compiuti affreschi sonori della irripetibile fioritura prog britannica dei primi anni settanta. Il quintetto mostra una sorprendente maturità espressiva all'interno di una sequenza rifinita in ogni dettaglio, con un equilibrio strumentale che sembra appartenere a un gruppo insieme da anni piuttosto che a una formazione al suo debutto. Da una costola dei primi King Crimson sembra emergere il tappeto di mellotron quasi onnipresente (lo suonano in tre), già dall'iniziale "The Prisoner (Eight by Ten)", stupendamente giocato attorno alla duttile, persuasiva voce di Pat Moran, fino alla progressione epica e marziale della batteria di Pique Withers in un grandissimo finale che lascia il segno. Lo schema, romantico e trasognato, si ripete anche in "Grail", mentre in altri casi la band sfodera un convincente piglio rock, più acido e variegato: come in "Shipwrecked Soldier", ad esempio, o "Inside Out". In "Golden Fleece", invece, la morbida e sontuosa atmosfera delle tastiere di Kips Brown è arricchita dalla brillante chitarra solista di Ray Martinez. La chiusura di "Gazing" vira nuovamente verso i prediletti sentieri del primo Re Cremisi: deciso attacco mellotronico e visionario, seguito poi dalle morbide armonie del canto di Moran, ancora con il contrappunto prezioso della chitarra. Nella ristampa digitale Repertoire del '94 vengono pure incluse tre eccellenti bonus-tracks, che dovevano far parte di un secondo album mai realizzato all'epoca, e uscito solo postumo nel 2008 da Akarma col titolo "Second Harvest": un motivo in più per rimpiangere il precoce scioglimento degli Spring, avvenuto nel 1972. Il loro unico disco uscito in tempo reale, comunque, è da acquistare ad occhi chiusi. Curiosità: il batterista Withers, che nel periodo 1965-'69 aveva fatto parte dei Primitives (quelli di Mal), più tardi suonerà invece con Dire Straits e Magna Carta. Molto attivo anche il chitarrista Martinez, che vanta numerose e variegate collaborazioni, mentre Pat Moran (scomparso nel 2011) è stato soprattutto arrangiatore e produttore.

"Spring"

"The Prisoner"

  Steamhammer   - Nella grande ondata del progressive-blues britannico a cavallo di Sessanta e Settanta, spicca il nome di questo gruppo titolare di quattro dischi. Formati nel 1968 a Worthing, gli Steamhammer toccano il loro apice creativo con "MK II" (1969), seconda prova dopo il debutto di "Reflection" lo stesso anno. Con un paio di cambi in organico, e l'arrivo di Mick Bradley (batteria) e soprattutto di Steve Jollife (flauto e sax), il quintetto esce coraggiosamente dagli schemi canonici del british blues e si apre a suggestioni inedite. Il gioco incrociato tra la chitarra solista di Martin Pugh e la calda voce di Kieram White (membri fondatori della band) si arricchisce fecondamente del grande lavoro fiatistico di Jollife, capace di spunti in bilico tra jazz, rock e pura improvvisazione. In "Turn around" il flauto e il clavicembalo sfoggiano un delicato piglio barocco, ma i momenti di grazia sono diversi. Dall'attacco di "Supposed to be free", duttile rock-blues ben scandito da chitarra e sax, come pure la trascinante "Contemporary Chic Con Song", a "6/8 for Amiran", ancora sostenuta dal flauto e da una ritmica nervosa, fino a "Passing through", limpida cavalcata chitarristica. Il potenziale della band è però racchiuso nei sedici minuti di "Another travelling tune", saggio scintillante di rock contaminato e poliforme, aperto da un flauto evocativo e poi sviluppato su cadenze ipnotiche, quasi psichedeliche, con l'estroso apporto del sax, infinite variazioni chitarristiche e la voce di White al suo meglio. Rimane il vertice espressivo del gruppo. Emigrati in Germania dove godono di un seguito maggiore che in patria, gli Steamhammer devono poi rinunciare a Jollife, e realizzano in quartetto "Mountains" (1970). E' senz'altro un disco meno avventuroso, ma nondimeno solido e ancora ricco di ottime cose. Eccellenti esempi di rock-blues a tratti hard, come "I wouldn't have thought" o "Walking down the road", dominati dalla consumata intesa di White e Pugh, ma anche sorprendenti parentesi dai toni più pacati, come la raffinata title-track e "Leader of the ring", con la chitarra acustica e le voci intimiste, prima di un lungo brano live come "Riding on the L&N". Ridotti in tre per le defezioni di White e del bassista Davy, con l'arrivo di Luis Cennamo (ex Renaissance), gli Steamhammer realizzano "Speech" nel 1972, ultimo atto prima dello scioglimento. CD di Repertoire e Akarma.

"MK II"

  Still Life   - Ecco una delle band inglesi più oscure uscite dalla gloriosa scuderia Vertigo. Sono rimasti a lungo nell'ombra, infatti, i nomi del quartetto fotografato all'interno della copertina, e che oggi invece conosciamo: Martin Cure (voce), Graham Amos (basso), Terry Howells (tastiere) e Alan Savage (batteria). Il gruppo è originario di Coventry, e il cantante aveva formato una sua band (Martin Cure and The Peeps) in pieni anni Sessanta, con alcuni singoli realizzati per la Philips nel periodo 1966-1968. Dopo varie vicende e cambi di sigla, la band spunta un contratto con la Vertigo e realizza il suo unico album. "Still Life" (1971) rimane senza dubbio un disco abbastanza rappresentativo del progressive inglese della prima ora, sia pure tra alti e bassi e qualche ingenuità. L'enfasi è sulla bella voce solista di Cure, che ha incisivi toni blues, e sull' organo, che danno il meglio nell'iniziale "People in Black", con la splendida coda strumentale e una buona presenza del basso di Amos, nella sofferta "Don't Go" e "Love Song No.6", che si apre su chitarra acustica e voce, per evolversi tra tocchi di piano e organo verso una serie di variazioni strumentali interessanti. In tema di progressive più canonico, sono da ascoltare invece "Dreams", ritmicamente più sostenuta e cattiva anche nelle parti vocali, e quindi la conclusiva "Time", con il cantante che sembra davvero duettare con l'organo di Therry Howells in una serie di spunti veramente intriganti. L'assenza di una chitarra elettrica in organico conferisce comunque un timbro particolare al suono del gruppo, e così l'unico album degli Still Life si rivela interessante soprattutto per gli appassionati che apprezzano band simili, basate principalmente sulle tastiere. Il disco non è sicuramente un capolavoro, e conserva per molti aspetti una certa incompiutezza, ma merita ugualmente un attento ascolto. Ristampe varie, come Repertoire e Akarma.

"Still Life"

  Stone The Crows   - Nel calderone musicale di fine anni Sessanta gli scozzesi Stone The Crows hanno saputo lasciare il segno. Si formano quando la cantante Maggie Bell incontra a Glasgow il chitarrista Les Harvey, fratello di quell'Alex Harvey che poi fonderà la Sensational Alex Harvey Band: il primo nome è Power, quindi assumono la sigla definitiva nel 1970. L'album d'esordio inciso lo stesso anno è un omonimo dove il quintetto mostra subito un'ispirazione composita: da un lato cover come "Fool on the hill" dei Beatles e vecchi blues rielaborati ("Blind man"), con vibranti soul-rock come "Raining in your hearth", ch'esaltano la voce graffiante della Bell e la chitarra solista di Harvey, e dall'altra una vena più sperimentale. La lunghissima "I saw America" esprime sonorità complesse e variegate, con le tastiere di John McGinnis spesso in cattedra, e una serie di spunti che vanno dal rock acido alla psichedelia e al blues con bella personalità. Ben accolti dalla stampa, i Crows non perdono tempo e realizzano quindi "Ode to John Law" (ancora 1970), che rimane il loro capolavoro e mostra appieno il potenziale vocale di Maggie Bell, fin dall'apertura splendida di "Sad Mary", che lascia emergere la chitarra di Harvey, carica di effetti, in un contesto strumentale caldo e avvolgente. Qualcosa di seducente percorre l'intera sequenza a cominciare da "Love", davvero ipnotica col suo refrain vocale, il timbro ossessivo del piano elettrico e i ricami chitarristici, e "Friend", soul-rock dalla tessitura indolente e irresistibile. Intrigante anche la title-track, carica di un pathos umbratile, con Harvey e McGinnis in pieno trip psichedelico, insieme al basso e alle percussioni. Altrove la band si concede momenti più solari, ad esempio in "Mad dogs and englishmen" e poi in "Things are getting better", episodi che mostrano un perfetto amalgama e grande duttilità strumentale. Nel 1971 Maggie Bell viene eletta miglior voce inglese, e il gruppo raggiunge il vero successo commerciale col successivo "Teenage licks", che vede il tastierista Ronnie Leahy e il bassista Steve Thompson rilevare McGinnis e Jim Dewar. La musica è più fluida e brillante nella confezione, ma forse meno originale. Di sicura presa sono l'iniziale "Big Jim salter", la bella cover di "Don't think twice" (Bob Dylan) e la melodica ballata "Faces". Più interessanti però sono la progressione sincopata di "Mr. Wizard", con la voce della Bell più che mai degna di Janis Joplin, la scintillante "One five eigth" e anche "I may be right, I may be wrong", mentre la trasognata "Seven lakes" è firmata da Leahy, protagonista col suo pianoforte. Ormai lanciatissimi, i Crows subiscono però l'improvvisa tragedia di Les Harvey, folgorato sul palco da un corto circuito, e il quarto e ultimo disco "'Ontinuous performance" (1972) è terminato con il chitarrista Jimmy McCulloch. Sciolto il gruppo, Maggie Bell incide un paio di album solistici.

"Ode to John Law"

  Strawbs   - Gruppo inglese di buona fama formato da Dave Cousins e Tony Hooper, gli Strawbs partono dal folk e nel 1968 incidono un disco in Danimarca con Sandy Denny (poi con i Fairport Convention), pubblicato solo nel 1973 col titolo "All Our Own Work". La vera storia della band comincia però nel 1969, con una formazione rinnovata e l'arrivo del tastierista Rick Wakeman. Escono l'album omonimo e "Dragonfly" (1970) che preparano il terreno a "Just a Collection of Antiques and Curios", registrato dal vivo nel 1970. Le tastiere di Wakeman conferiscono al folk di Cousins e soci un colore più barocco e meno ortodosso. "Temperament of mind" è un virtuoso assolo di pianoforte e in "Where is this dream of your youth?" l'organo vivacizza l'andamento del pezzo, tra percussioni e chitarre. Più sbilanciate sul versante folk sono invece "The antique suite", dominata dagli strumenti a corda e dalle voci corali, e l'esotica "Fingertips", col sitar del batterista Richard Hudson. Nel successivo "From the Witchwood" (1971) le due componenti si fondono in maniera più compiuta. Oltre a "Witchwood", dal riff acustico vincente e belle armonie corali, spiccano il crescendo frastagliato di "The hangman and the papist", con l'organo e la batteria in evidenza, e "Sheep", dove le tastiere sostengono a dovere il canto espressivo di Cousins. A colpire è però l'arrangiamento barocco/sinfonico di "The Shepherd's song", brano arioso e spagnoleggiante, col mellotron, il sitar e belle parti di piano. Wakeman raggiunge gli Yes mentre la band è in tour negli USA, e gli Strawbs lo rimpiazzano con Blue Weaver in "Grave New World" (1972). Come indica il titolo sepolcrale, si accentuano i toni mistico-ieratici di Cousins, condizionato da letture come il "Libro tibetano dei morti". Le tastiere hanno comunque più spazio sin dall'iniziale "Benedictus", e la musica si fa più ricca e quasi maestosa: soprattutto "Queen of dreams" (scritta a Rimini) e la stessa "New world", con la voce sopra le righe in un testo ispirato alla dura realtà dei bambini di Belfast. La chitarra elettrica domina il rock piuttosto aspro ma efficace di "Tomorrow", ben supportato dall'organo e dal basso di John Ford. Non mancano intermezzi di sitar ("It's today, lord?") e folk-song ben confezionate ("The flower and the young man", cantata da Hooper). Subito dopo c'è però la defezione di Hooper, e poi, dopo "Bursting at the Seams" (1973), anche di Ford e Hudson, e gli Strawbs del solo Dave Cousins perdono via via consensi.

"From the Witchwood"

  String Driven Thing   - Questo gruppo scozzese nato nel 1967 esordisce con un disco omonimo del 1970: lo realizzano in trio Chris Adams (chitarre e voce) e sua moglie Pauline (voce e percussioni), insieme al bassista e chitarrista John Mannion, con un repertorio che strizza l'occhio al folk americano degli anni Sessanta. Dodici canzoni di forte sapore melodico, dalla vivace "July morning" in apertura alla pacata "Wonderful places", dove si avvertono echi west-coast soprattutto nelle belle armonie vocali ("I don’t wanna wake up"). Frequenti gli arrangiamenti orchestrali, con gli archi in primo piano ("That's my lady"), e la chitarra elettrica più defilata ("City man"). Il disco passa inosservato e il gruppo si trasforma in quartetto con l'arrivo del violinista di estrazione classica Grahame Smith e del bassista Colin Wilson, mentre continua a mancare un vero batterista. Sotto contratto con la prestigiosa Charisma, gli String Driven Thing pubblicano un nuovo disco omonimo (1972), dove la mutazione stilistica è vistosa. Splendido l'attacco di "Circus", un rock'n'roll elettrico e ossessivo scandito dalla chitarra con il grande apporto dall'estroso violino di Smith, vero protagonista dell'album sia nei momenti più pacati (la bella "Easy to be free") che in quelli che abbinano le armonie vocali alle scansioni roccheggianti delle chitarra di Chris Adams. "Hooked on the road" è un interessante rock con ascendenze country, sottolineato dalle voci, al pari di "My real hero". Il violino è ugualmente incisivo nel finale dell'intensa ballata "Jack Diamond", e più languido in un brano acustico quale "Very last blue yodell". Nel terzo album entra finalmente in organico il batterista Billy Fairley e il miglior affiatamento della band rende "The Machine That Cried" (1973) un capolavoro di prog trasversale e anomalo. L'atmosfera piuttosto cupa del disco risente di un periodo trascorso in ospedale da Chris Adams, ma sin dall'attacco di "Heartfeeder" se ne resta ammaliati. Il violino di Smith si lancia in ardite spirali sonore che incrociano il canto esasperato di Adams in un dark-rock dai tratti inquietanti che lascia il segno, e non da meno sono "Sold down the river", il ruvido folk-rock di "Night club" e la stessa title-track, con le sue splendide armonie vocali e il brillante contrappunto del violinista. Se "Travelling" è una delicata ballata acustica di tono intimista, come "The house", l'acme del disco è nella suite finale "River of sleep", con la sua tensione progressiva che sale nelle voci e poi vibra nel diabolico violino di Smith fino a placarsi nel canto desolato di Pauline Adams. Un grande disco senza fortuna. Rimasto da solo, Smith realizza con altri elementi due dischi come "Please mind your head" e "Keep yer 'and on it". Riformata poi da Chris Adams la band ha realizzato "$uicide - Live in Berlin" nel 1995 e quindi "Moments of Truth" nel 2007. Altre informazioni nel sito ufficiale.

"The Machine That Cried"

  Symphonic Slam   - Personaggio singolare, Timo Laine, finlandese di nascita ma sempre vissuto tra Canada e Stati Uniti, è un chitarrista eclettico di molteplici esperienze. Suona dal vivo con svariati artisti, tra i quali Rolling Stones, Chuck Berry, B.B. King e Tina Turner, ma viene ricordato soprattutto come il primo musicista ad aver messo a punto la famosa "guitar synthesizer", strumento che ovviamente diventa protagonista nei suoi dischi. "Symphonic Slam" è il gruppo e il titolo di questo primo esperimento, registrato a Toronto e pubblicato nel 1976. In formazione triangolare con John Lowery (batteria) e David Stone (tastiere), Laine scrive testi e musica di un album a lungo dimenticato, ma piuttosto interessante anche per il notevole tasso tecnico e la freschezza esecutiva. Si compone di dieci episodi ben suonati, anche se abbastanza ondivaghi: in generale, fin dall'attacco di "Universe" predomina un prog chitarristico con tracce di Pomp Rock, contrassegnato da toni maestosi e buone parti vocali dello stesso Laine, convincente anche in qualità di cantante. Il ruolo del nuovo strumento (ciascuna corda della Les Paul di Laine è collegata a un diverso synth) è sicuramente centrale, ma c'è spazio anche per le tastiere in brani di sicuro impatto come "Every Time" o la più enfatica "Let It Grow", che mettono in luce la preparazione tecnica del trio. Nel vivace strumentale "Days", contrassegnato da continui cambi di tempo, sale al proscenio anche il batterista Lowery, protagonista di un lungo assolo, ma nella sequenza non mancano momenti come "I Won't Cry", dalla ritmica quasi funky, tirati rock'n'roll come "Modane Train", fino all'hard-rock di "How Do You Stand", che mostrano la versatile vena del chitarrista, ancora eccellente vocalist in "Summer Rain", canzone di bella atmosfera costruita sul pianoforte. Un disco che forse non è un classico, ma resta ancora oggi di gradevole ascolto. In seguito, dopo un rifiuto dell'etichetta A&M, Laine produce in proprio il secondo album "Timo SS II" (1978), realizzato con la nuova sigla Timo Laine-Symphonic Slam. Gli ingredienti sono simili a quelli dell'esordio, ma i nove pezzi sono ancora più inseriti nel filone del tipico Pomp Rock americano. Dopo un lungo silenzio, e in seguito alla ristampa in cd della Musea (2001), il chitarrista è tornato attivo realizzando nuovi album da solista. Informazioni nel sito ufficiale.

"Symphonic Slam"