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Sahara Saint Just Salamander Samadhi Samurai Sandrose Sangiuliano Saturnalia

Sebastian Hardie Second Hand Seconda Genesi Secret Oyster Semiramis Sensations' Fix Shylock

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  Sahara   - Una band tedesca di Monaco, che nasce in realtà sulle ceneri dei Subject ESQ. In questo gruppo, attivo fin dagli anni Sessanta, già suonano il fiatista Michael Hofmann e il bassista e cantante Stefan Wissnet, che con altri tre elementi realizzano quindi l'album omonimo () nel 1972 per la Epic. E' una sequenza solida e vivace di progressive dalle sfumature jazz-rock, con i fiati in grande evidenza accanto alle tastiere e qualche momento più melodico, come "What Is Love". L'armonica a bocca di Alex Pittwohn insaporisce episodi come la lunga "Mammon", forse il picco del disco, con la tipica ritmica martellante e il sax di Hofmann in primo piano. Di buon effetto anche l'hard prog di "Alone", spezzato da gradevoli inserti melodici, e lo strumentale "5:13", con flauto e sax che duettano e il fraseggio dell'organo di Peter Stadler a supporto. Un disco notevole. Quando nel gruppo entra il tastierista Hennes Hering (ex Out Of Focus) la sigla viene aggiornata in Sahara, e con l'aggiunta del chitarrista Nicholas Woodland la band realizza due altri dischi piuttosto diversi tra loro. "Sunrise" (1974) è il più ambizioso, fin dall'attacco di "Marie Celeste". Citazioni classiche ed enfatiche parti di tastiere danno alla composizione un tono altalenante: sax e chitarra solista, oltre all'altisonante organo da chiesa, fanno da sfondo alle parti vocali, un po' sacrificate dal missaggio. "Rainbow Rider" ha un andamento frammentario tra spunti jazz-rock guidati dal piano elettrico e una versatile chitarra solista, mentre "Circles" suona come un omaggio al country-rock americano, con spunti di armonica e voci corali tenute insieme dal piano di Hering. Molto meglio la lunga suite che intitola l'album, ventisette minuti di prog sinfonico che mostrano le qualità del gruppo tedesco: musica oscura e suggestiva insieme, che procede tra tonalità rarefatte e ossessivi riff elettrici, con il basso protagonista insieme all'organo e al synth. In confronto, comunque, il successivo "For All the Clowns" (), realizzato nel 1975, appare più organico e lineare. Con il nuovo chitarrista Günther Moll, in grande spolvero per tutto l'album, il rinnovato quintetto propone sei tracce in una chiave decisamente più melodica, ma tutt'altro che banale. Bella ad esempio l'apertura di "Flying Dancer", una rock-song ben cantata da Wissnet, e di indubbio effetto anche "Dream Queen", lento e romantico episodio sviluppato sul flauto e dall'epilogo trascinante. Sulle morbide tastiere di Hering scorrono le due parti di "The Source", arricchite dalla chitarra solista di Moll e dalle voci corali, in un impasto che richiama i migliori Barclay James Harvest, come la stessa title-track. L'altro pezzo forte della sequenza è "The Mountain King", lunga e variegata composizione articolata a dovere sulle tastiere, con incisivi picchi di flauto e chitarra, e sonorità misteriose che preludono ad un finale molto dinamico. Sciolta infine nel 1977, la band si è poi riunita nel 2005: notizie nel sito ufficiale.

"For All the Clowns"

  Saint Just   - Il nome dei Saint Just, band originaria di Napoli, va senz'altro annoverato tra i più originali della scena alternativa italiana dei Settanta. Ne sono protagonisti la cantante e autrice Jane Sorrenti (sorella di Alan), il bassista e chitarrista Antonio Verde, e il sassofonista Robert Fix: questo trio, coadiuvato da una schiera di valenti ospiti del giro partenopeo(da Toni Esposito al chitarrista Gianni Guarracino), realizza nel 1973 il suo disco d'esordio omonimo(). Si tratta di un album lontano dai modelli rock più in voga, e vicino semmai a certo folk-rock inglese, ricco di fascino soprattutto per la voce straordinaria di Jane Sorrenti, che sa personalizzare al meglio le sofisticate atmosfere strumentali, rarefatte e a tratti sperimentali, dei sei brani in scaletta. Bellissimo in particolare l'attacco acustico de "Il fiume inondò", con un pianoforte evocativo e romantico, e così pure "Una bambina", mentre "Risveglio" e "Triste poeta di corte" offrono passaggi strumentali irti di spezzature e invenzioni, con il sax in evidenza. I testi arcani e poetici, firmati dalla stessa cantante, si sposano perfettamente alla suggestione sprigionata dalle musiche, creando un impasto decisamente fuori dagli schemi, che ancora oggi cattura l'ascoltatore. In sostanza, per quanto non esente da qualche ingenuità, è un disco davvero ragguardevole. Il secondo e ultimo album realizzato dal trio, è invece "La casa del lago"(1974). In questa occasione, però, manca il sax di Robert Fix, anche se il gruppo conserva la sua struttura aperta: la presenza di eccellenti strumentisti come Vince Tempera (fiati e archi), e il chitarrista Tito Rinesi tra gli altri, rende il tessuto strumentale più corposo e vario, anche se fatalmente meno sperimentale rispetto all'esordio. Spicca nella sequenza un episodio come "Nella vita, un pianto", per archi, voce e chitarra acustica, malinconico e struggente. "Viaggio nel tempo" ha invece una bella dimensione roccheggiante e quasi country, mentre mossa e trascinante è anche la canzone del titolo, come pure "Messicana", vivacissima composizione con il canto di Jane assecondato da una robusta ritmica. Segue poco dopo lo scioglimento, e la cantante realizza dopo qualche anno "Suspiro" (1976), iniziando un percorso solistico ancora oggi vitale, così come piuttosto attivo rimane il bassista Antonio Verde. Diverse le ristampe disponibili, come BTF, Mellow e altre ancora.

"Saint Just"

  Salamander   - Questa formazione inglese nasce su iniziativa del cantante e chitarrista Dave Titley, in precedenza membro dei Revolver, band minore con un singolo all'attivo e nella quale suonano anche il batterista Chris Cooke e il tastierista Alister Benson. Con l'aggiunta di Dave Chriss al basso si forma il nuovo quartetto che nel 1971 realizza il suo unico disco per l'etichetta Young Blood. Come indica il titolo, "The Ten Commandments" è un classico concept dedicato ai comandamenti, presi in esame in ciascuna delle dieci tracce in scaletta. Musicalmente è un prog morbido e sinfonico, influenzato dai Moody Blues, con l'organo di Benson protagonista insieme alle parti orchestrali: lo si nota nell'apertura di "Prelude - He's My God", una lunga traccia di buon livello nella quale si fa notare l'espressiva voce solista di Titley. Probabilmente è il momento più riuscito di una sequenza non sempre eccitante, ma neppure disprezzabile, che alterna spunti interessanti ad altri fin troppo lineari nel loro sviluppo. Ci sono pezzi più mossi sotto la guida dell'organo, ad esempio "Images", con buone parti vocali, ma anche qualche ibrido che prova senza successo a far convivere archi, fiati e il fraseggio tastieristico nello stesso schema: è il caso di "Steal". La scrittura del gruppo, in verità mai troppo complessa, riecheggia a volte stilemi del pop anni Sessanta, incluso l'uso del testo parlato ("Kill"), oppure abbraccia un certo folk-rock acustico, come nella ballata "Thou Shalt Not Commit Adultery", con percussioni e flauto in evidenza sotto le voci corali. Tra i pezzi meglio congegnati si segnala "False Witness", altra buona performance organistica di Benson, qui affiancato a dovere dai fiati, e con uno dei pochi inserti chitarristici di Titley da ricordare, e quindi "People", con l'arpeggio di chitarra abbinato all'organo e un motivo melodico ad effetto. La sequenza si lascia ascoltare, pur senza trovare mai la soluzione che lasci davvero il segno, e questo colloca i Salamander a una certa distanza da altre band minori più originali della scena britannica. Sciolto il sodalizio, Titley ci riprova poi con i Saraband, autori di un solo album intitolato "Close to It All..." (1973). Varie le ristampe in circolazione: Laser's Edge, Progressive Line, la giapponese AMR Archive e infine Guerssen (vinile).

"The Ten Commandments"

"Prelude - He's My God"

  Samadhi   - Anche in Italia c'è stato qualche supergruppo, inteso come unione di musicisti già noti che provengono da altre esperienze discografiche. Nel caso dei Samadhi, che in lingua sanscrita significa all'incirca "unione spirituale", confluiscono infatti da RRR (Luciano Regoli e Nanni Civitenga), Kaleidon (Stefano Sabatini), Uovo di Colombo (Ruggero Stefani) e Teoremi (Aldo Bellanova). La formazione si compatta allo scioglimento della Raccomandata su iniziativa di Regoli e Civitenga, e contrariamente ad altri esempi del genere, non sempre riusciti e spesso pretenziosi, i sette componenti della band, che include anche il batterista Sandro Conti e il fiatista Stevo Saradzic, danno vita a un buon disco omonimo pubblicato dalla Fonit nel 1974. La semplicità e insieme il grande equilibrio strumentale, lontano da ogni forzatura o protagonismo dei singoli, lasciano la musica fluire con felice disinvoltura tra canzoni ariose e melodiche di buona fattura cantate a dovere da Regoli: oltre alla malinconica apertura di "Un uomo stanco", si segnalano "L'angelo", con la chitarra elettrica in evidenza, fino a "Silenzio", con la brillante alternanza di pieni e vuoti. In generale, prevalgono spesso i toni acustici, a tratti supportati dall'orchestra, con qualche spunto di morbido jazz, ad esempio nello strumentale "Passaggio di Via Arpino", caratterizzato da flauto, piano elettrico e percussioni. L'album mostra insomma una dimensione accattivante e quasi "pop", e se questo lo allontana dai vertici più celebrati della scena prog italiana, lo rende ancora oggi di piacevole ascolto. A testimoniare comunque l'ottimo livello dei musicisti resta un brano più ambizioso e ricco di 'pathos' drammatico, come il conclusivo "L'ultima spiaggia", col suo testo quasi mistico tratto, come tutti gli altri, da una raccolta del poeta Enrico Lazzareschi. Dopo lo scioglimento, i più attivi restano Stefani e Sabatini che in seguito formano con altri elementi il gruppo Mediterraneo, senza però trovare sbocchi discografici.

"Samadhi"

  Samurai   - Quando il fiatista Tom Harris abbandona The Web, il gruppo decide di continuare l'attività con il nuovo nome di Samurai e ottiene un contratto con la Greeenwich Gramophone. Il quintetto, che ha tra le sue fila il valido tastierista Dave Lawson, registra quindi il disco omonimo() nel 1971: sette tracce di morbido progressive venato di umori jazz e sofisticata melodia. L'uso peculiare del vibrafono di Lennie Wright, che affianca il batterista Kenny Beveridge, e la bella voce di Lawson sono l'arma vincente dell'album, anche se nella scena del tempo il gruppo poteva apparire poco incisivo con le sue raffinate soluzioni strumentali. In realtà già l'attacco di "Saving It Up For So Long" chiarisce il talento dei Samurai: il vibrafono crea uno sfondo prezioso al motivo cantato da Lawson, mentre con misurata eleganza intervengono la chitarra di Tony Edwards e soprattutto i fiati di Don Fay e Tony Roberts, ospiti di rilievo nell'economia del suono. Uggiosa e fascinosa segue "More Rain", dominata dal flauto e dalle percussioni, mentre altri episodi ribadiscono quest'atmosfera sospesa e ricercata: ad esempio la conclusiva "As I Dried The Tears Away", dove le sincopi del batterista increspano appena la linea rarefatta del brano, con la chitarra solista che ricama placida il tema e l'organo che trova sonorità cerebrali. Davvero interessante è "Face In The Mirror", col piano che ripete a iosa le stessa frase mentre Lawson incide il suo canto in uno schema aperto agli spunti di chitarra, vibrafono e fiati. Bello anche "Give A Little Love", scandito dai fiati e con il canto particolarmente efficace di Lawson. Anche se manca forse l'acuto che cattura subito l'attenzione, l'unico album dei Samurai è insomma un episodio da rivalutare del prog inglese meno fortunato: richiede un ascolto paziente, però, per coglierne tutte le originali sfumature. Dave Lawson partecipa in seguito all'avventura dei Greenslade.

"Samurai"

  Sandrose   - Rinomata formazione francese che vanta un solo album omonimo (), realizzato nel 1972 su etichetta Polydor e ancora oggi molto considerato nell'ambito del prog transalpino, ma non solo. La mette insieme nel 1971 a Parigi il chitarrista Jean-Pierre Alarcen, musicista già attivo dalla metà dei '60, e poi membro degli Eden Rose insieme al tastierista Henri Garella. Una volta terminata quell'esperienza, i due ci riprovano quindi con i Sandrose, che si schierano a quintetto (chitarra, tastiere, basso, batteria e voce solista). Nelle otto tracce della raccolta, a cominciare dalla serrata apertura di "Vision", il nuovo gruppo sfoggia una felice vena in bilico tra rock immaginifico e romantico, con suggestioni blues dovute alla bellissima voce solista di Rose Podwojny, cantante dal timbro scuro e molto espressivo, che caratterizza soprattutto una ballata in crescendo come "Old Dom is Dead". In linea più generale, tuttavia, l'asse strumentale che domina la sequenza, e la colora in maniera inconfondibile, è costituito dalle morbide tastiere di Garella e dalla chitarra solista del leader: si ascolti, ad esempio, il lungo e sinfonico strumentale "Underground Session (Chorea)", che è un vero trionfo di mellotron e organo, impreziosito da una chitarra limpidissima di grande presa. In un altro episodio eccellente come "To Take Him Away" spicca ancora la grintosa voce della Podwojny, contrappuntata a dovere dal mellotron e da note lunghe e cristalline di chitarra: è una musica evocativa, di grande effetto, con un finale che regala brividi. Anche in "Never Good At Sayin' Good-Bye", sebbene costruita sulla chitarra acustica, il medesimo schema risulta vincente, mentre tra i restanti episodi si segnala soprattutto "Summer is Yonder", un traditional rielaborato da Alarcen e sviluppato abilmente tra l'intensa voce solista e un organo dal sapore psichedelico. Insomma, l'unico album dei Sandrose è davvero da non perdere per tutti i seguaci del progressive sinfonico, e resta un gioiello indiscutibile della scena francese dei Settanta. In seguito allo scioglimento precoce della band, Jean-Pierre Alarcen è responsabile come solista di alcuni dischi davvero interessanti, tra prog e fusion, giusto sul finire del decennio (ad esempio "Tableau n.1", 1979), mentre la cantante, mutato il nome in Rose Laurens, diventa interprete del più tipico synth-pop anni Ottanta. Varie le ristampe disponibili in CD e anche vinile: Musea, Lion, Si-Wan, Belle e altre.

"Sandrose"

"To Take Him Away"

  Sangiuliano   - Tra i non molti solisti della scena prog italiana, affollata soprattutto di gruppi, Sangiuliano è un tastierista toscano che vanta un solo album datato 1978: "Take Off". Realizzato per la RCA, e prodotto da Adriano Monteduro, è in effetti un progetto abbastanza singolare per la musica nostrana, visto che si colloca decisamente nel solco delle sonorità elettroniche dei corrieri cosmici tedeschi. Il disco si compone di tre soli episodi interamente strumentali, il più lungo dei quali, "Time Control", occupava da solo la prima facciata del vinile originale. E' una composizione che può anche riecheggiare alcuni lavori di Vangelis, o del francese Jean Michel Jarre, ma senza concessioni melodiche e minor fantasia: un organo maestoso dal timbro gotico, cori enfatici di sfondo, un po' di pianoforte classico e soprattutto un uso massiccio di suoni sintetici sono il cuore della musica. Il grande lavoro del tastierista è supportato soltanto dalla batteria di Derek Wilson, e dalla voce della soprano Elisabetta Delicato, che interviene in maniera episodica, come una suggestione aggiunta in alcuni frammenti del pezzo. La buona tecnica di Sangiuliano si palesa chiaramente, ma da sola non è sempre in grado di evitare una certa prolissità, come avviene spesso per questo genere di operazioni quando il solista si lascia prendere la mano. La seconda traccia, "Saffo's Gardens", ripropone gli stessi ingredienti, con i larghi spazi di organo, synth e piano intervallati dai serrati interventi del batterista. In coda sta la title track, con la sola novità di un altro batterista come Enzo Restuccia ad affiancare Sangiuliano: la musica invece è la stessa, ben suonata, però anche ripetitiva e sempre insidiata da una certa freddezza di fondo. Un secondo disco inciso poi dal tastierista, "Out Of Breath", non è mai stato pubblicato. Sangiuliano si è dedicato in seguito alla realizzazione di colonne sonore per il cinema.

"Take Off"

  Saturnalia   - Guidati dalla bella e carismatica Aletta, cantante-attrice di origini austriache, i Saturnalia suscitano un certo interesse nell'ambito dell'underground inglese di fine anni Sessanta. Il loro solo album è "Magical Love" (1969), e si compone di nove tracce nelle quali la parte musicale sembra sovrastata da una ricca iconografia di contorno, intrisa di simbolismo esoterico, pacifismo e amore universale, fino all'astrologia. Nel quintetto le tastiere hanno un ruolo marginale e l'enfasi poggia sulle parti vocali di Aletta e di Adrian Hawkins, che si alternano s'un tappeto musicale di chitarre piuttosto acide a cura di Rod Roach. L'insieme ha un'impronta più psichedelica che veramente progressiva, e con qualche eccezione il disco non è all'altezza delle ambizioni che mette in campo. La voce della cantante, tra toni recitativi e qualche trillo sopra le righe, è spesso insufficiente ("And I have loved you"), e se Hawkins se la cava un poco meglio le stesse trame musicali sono piuttosto disuguali nei toni e negli effetti. La lunga "Winchester town", tra i momenti più incisivi, è decisamente un brano aperto alle tirate chitarristiche di stampo rock-blues, mentre altrove il colore dominante è prossimo a un genuino hard-rock di taglio melodico. "She brings peace" sembra un pezzo alla Zeppelin prima maniera, ma molto lontano da Page e soci. Il resto sono manifesti di sapore generazionale costruiti intorno alla voce solista di Aletta, come la title-track o anche la più delicata "Dreaming", accompagnata dalla chitarra acustica. Accurata ristampa digitale della Akarma (2003).

"Magical Love"

  Sebastian Hardie   - Una delle più note band australiane a suonare progressive nei Settanta, Sebastian Hardie è una formazione di Sidney dalla lunga genesi. Nel 1967 Peter Plavsic (basso) e Graham Ford (chitarra) fondano infatti la Sebastian Hardie Blues Band, che riscuote un certo successo come cover-band, assumendo presto la sigla definitiva. Nel 1972, in seguito a varie defezioni, la band rinasce su nuove basi: grazie soprattutto all'arrivo del chitarrista Mario Millo che rileva Ford, e al tastierista Toivo Pilt, il rinnovato quartetto trova la sua strada e realizza finalmente l'album "Four Moments" nel 1975. La parte principale del disco consiste nella suite omonima, divisa in quattro episodi: è qui che la musica del gruppo si palesa nella sua essenza sinfonica, morbida e a tratti melodica. Le tastiere di Pilt, tra synth e corpose dosi di mellotron, guidano le operazioni con l'abile contrappunto della chitarra di Millo, indubbiamente solista di buona qualità. C'è qualcosa dei Camel più trasognati, ad esempio nell'evocativa "Dawn Of Our Sun", ben cantata da Millo: pur senza raggiungere il livello del gruppo inglese, i Sebastian Hardie compongono un piacevole arazzo musicale dalle placide atmosfere. Sullo stesso tenore i due strumentali che seguono, cioè "Rosanna", con la chitarra ancora protagonista ad effetto, e quindi la più lunga "Openings", a ribadire una musicalità sognante e senza sorprese: qui l'organo di Pilt guida le danze nella cornice ovattata creata dal basso, con la chitarra che ricama note lunghe e cristalline fino all'accelerazione finale. Lo stesso organico realizza poi il secondo e ultimo disco, "Windchase" (1976): la formula musicale è identica, così che l'album suona un poco ripetitivo. La lunga suite omonima occupa tutta la prima parte, e conferma comunque uno stile di prog sinfonico solidamente ancorato alle romantiche atmosfere create dalle tastiere, con spunti chitarristici e parti vocali in tono. Tra gli altri episodi va segnalata la ficcante "Hello Phimistar", con il chitarrista che incide sul ritmo sostenuto della batteria, in uno stile fusion più moderno. Dopo lo scioglimento, Millo e Pilt danno vita al nuovo gruppo Windchase, che pubblica l'album "Symphinity" nel 1977.

"Four Moments"

  Second Hand   - Una delle più geniali incarnazioni della scena psico-progressiva inglese, i Second Hand vantano due album ufficiali, ma è solo il secondo (dopo l'esordio di "Reality", 1968) a garantire loro un posto di rilievo negli annali dell'underground. Alla base di "Death May Be your Santa Claus"(), pubblicato nel 1971, è un film con lo stesso titolo di cui ancora oggi poco si sa, nel quale la band recitava e suonava il tema dominante. Un progetto dunque perfettamente in linea con i multiformi fermenti creativi dell'epoca. La formazione che suona nel disco è imperniata sul tastierista Ken Elliot e il batterista Kieran O'Connor, già presenti nel primo nucleo, affiancati ora dal cantante Rob Elliot (fratello di Ken), dal bassista e violinista Georg Hart, e da altri musicisti di spalla, come il chitarrista Malcom Mead. La sequenza è un concentrato coloratissimo, folle e visionario di suggestioni barocche, pop, psichedeliche, condite da una dose massiccia di humor anglosassone e uno spirito mordace che sembra irridere anche un certo messaggio satanista che traspare dai titoli: "Lucifer and the egg" ad esempio, con lunghe divagazioni dell'organo e voci sopra le righe. Cori inopinati e rumorismo, nastri registrati a rovescio ed effetti elettronici d'ogni tipo, indirizzano l'umore del disco fin dalla title-track iniziale, che prosegue su questo tenore con brani a tratti travolgenti, come "Somethin' you got", tra i momenti migliori, e poi "Cyclops", prima sepolcrale e quindi risolta in una continua serie di fughe organistiche e fosche sonorità, fino a "Revelations Ch.16, Vs. 9-12", ancora più drammatica, e all'elettronica di "Take to the skies", che precorre davvero molta musica che verrà. I Second Hand si fermano qui, ed è un peccato, visti i risultati raggiunti in questo progetto assolutamente innovativo e ricco di spunti che è difficile tradurre in parole. Un ascolto consigliato agli appassionati aperti alla musica più avventurosa. La ristampa in CD (See For Miles Records, 1997) include due bonus-tracks non comprese nel vinile originale.

"Death May Be your Santa Claus"

  Seconda Genesi   - I Seconda Genesi, provenienti dai dintorni di Roma, sono una delle molte band minori della scena prog italiana. Il solo album uscito a loro nome è "Tutto deve finire"(1972) e ci presenta un quintetto (tastiere/voce, chitarra, basso, sax/flauto, batteria) dall'ispirazione frammentaria, per quanto non privo di ambizioni dal lato strumentale. Gli spunti musicali offerti nelle otto tracce del disco, però, sono interessanti ma quasi sempre privi di adeguato sviluppo, in prevalenza affidati al binomio di organo e fiati, come ad esempio nell'apertura di "Ascoltarsi nascere": una composizione prima rarefatta, che prende corpo gradualmente sulla chitarra e il sax e comunica una certa tensione, come pure il brano seguente, "L'urlo", con la sua ritmica ossessiva. Per il resto, nonostante qualche buona parte di flauto (Gianbattista Bonavera) e la voce non malvagia del tastierista Alberto Rocchetti, soprattutto in "Dimmi padre", o anche nella breve "Giovane uomo", non c'è molto altro di veramente apprezzabile, anche se qua e là si colgono tracce di una certa personalità ancora in embrione. Il 33 giri originale (Picci) fu stampato in circa 200 esemplari, ognuno con una copertina dai diversi colori: ecco forse spiegato il motivo che fa dell'album, ancora oggi, un articolo piuttosto ricercato dai collezionisti. La riedizione digitale a cura di Akarma (2002) abbina il disco a "Naufrago in città", album realizzato nel 1971 dal gruppo Paride e gli Stereo 4, prima formazione del chitarrista Paride De Carli. Dopo lo scioglimento, Rocchetti ha collaborato con Vasco Rossi.

"Tutto deve finire"

  Secret Oyster   - Un vero supergruppo danese, con membri che arrivano da band quali Burnin' Red Ivanhoe, Coronarias Dans e Hurdy Gurdy. Nati nel 1972 su iniziativa del fiatista Karsten Vogel, i Secret Oyster firmano dischi di grande spessore, improntati a una straordinaria fusion mista a elementi psichedelici e spazi d'improvvisazione, ancora oggi godibilissima. Sin dal primo album omonimo (), uscito nel 1973, il quintetto conquista con sette episodi interamente strumentali, sorprendenti per la qualità tecnica dei singoli e l'amalgama raggiunto: la smagliante chitarra elettrica di Claus Bøling, il sax virtuoso di Vogel e il piano elettrico di Kenneth Knudsen s'intrecciano magicamente con l'agguerrita sezione ritmica in brani come "Dampexpressen", "Fire & Water" o la lunga "Public Oyster", tiratissimi e ricchi di pregevoli sfumature. E' un jazz-rock vibrante, teso e imprevedibile, non disgiunto da qualche spunto più rarefatto e sperimentale ("Ova-X"), che guadagna al gruppo grande seguito in patria e in altri paesi. Più rifinito, anche se meno esplosivo, è il successivo "Sea Son" (1974), con i nuovi Jess Staehr (basso) e Ole Streenberg (batteria), che accentua il lato ipnotico del suono: ad esempio "Mind Movie", superba progressione di piano e chitarra elettrica, con un motivo di sax che aggiunge una seducente nota onirica. Meraviglioso! Di alto livello sono pure l'iniziale "Oyster Jungle", con un quartetto d'archi aggiunto, "Pajamamafia", che riecheggia atmosfere coeve del Perigeo, e la trascinante chiusura di "Paella", ossessiva cadenza di basso e batteria con una chitarra psichedelica, effetti di synth e la tromba dell'ospite Palle Mikkelborg. Nel 1975, i Secret Oyster fanno da supporto al tour europeo di Captain Beefheart, e realizzano con "Vidunderlige Kælling" la musica per un balletto del coreografo Flemming Flindt. E' una parentesi anomala, estranea al loro tipico stile: musica illustrativa e poco mordente, basata soprattutto su piano elettrico e sintetizzatore ("Intro" o "Solitude"), con sporadiche impennate ritmiche, come l'esotica "Sirenerne/Astarte" o anche "Bellevue", che ricorda Herbie Hancock. Molto meglio il successivo "Straight To the Krankenhaus" (1976): il quintetto ritrova smalto in nove pezzi improntati a una fusion moderna e più immediata. Senza toccare i vertici degli inizi, l'album allinea bei momenti come l'accattivante title-track, quindi "My Second Hand Rose", dominata dal sax di Vogel, il crescendo ritmico di "Traffic & Elephants" e il raffinato epilogo di "Leda & the Dog", con Bøling protagonista. Alla fine del decennio la band si scioglie. Riunitisi poi per alcuni concerti in Europa e USA i danesi hanno pubblicato anche "Live in USA 2007" (2008). CD di Laser's Edge. Altre info qui.

"Sea Son"

  Semiramis   - Godono ancora di molta considerazione tra gli appassionati i romani Semiramis. Formato nel 1970 dal tastierista Maurizio Zarrillo insieme a Memmo Pulvano (batteria) e Marcello Reddavide (basso), il gruppo si stabilizza come quintetto dopo un paio di cambi in organico: entra il sedicenne Michele Zarrillo (voce solista e chitarra), fratello di Maurizio, oltre al batterista Paolo Faenza (che rileva Pulvano) e Giampiero Artegiani (chitarra classica e synth). Dopo la partecipazione ai primi Festival Pop dell'epoca, come il Villa Pamphili di Roma nel 1972, sono messi sotto contratto dalla Trident e realizzano l'unico loro album: "Dedicato a Frazz" (1973), anche se nel solco di un certo rock inglese e con piccole ingenuità qua e là, dovute alla giovanissima età dei musicisti, ha indubbie qualità di base e dimostra soprattutto una forte personalità. Il quintetto romano propone una musica ricca di trovate, estremamente mossa e giocata su repentini cambi di tempo. A volte perfino troppo esuberante nella sua altalena di toni diversi (vedi "Uno zoo di vetro" o "Luna park"), tra intermezzi di chitarra classica e vibrafono (la finale "Clown"), e brillanti inserti di synth ("Per una strada affollata"), il disco ha però il merito fondamentale di non annoiare mai: risulta al contrario ricco di suggestioni liriche e spunti strumentali ad effetto, di grande varietà, con la chitarra elettrica e le tastiere sempre in primo piano, insieme a incisive parti vocali. Oltretutto, l'album si avvale dei testi davvero intriganti firmati dal bassista Reddavide, e imperniati sul rapporto tra maschera e verità. Sicuramente un esordio di grande valore, per qualità tecnica e contenuti, che meritava un seguito. Invece, nonostante gli elogi degli addetti ai lavori e un'intensa attività live, i Semiramis si sciolgono nel 1974, prima di poter realizzare un secondo disco, come tanti altri gruppi italiani dell'epoca. Michele Zarrillo si afferma come cantautore alla fine degli anni Ottanta, collaborando anche con lo stesso Artegiani, a sua volta molto attivo come solista e poi autore per altri interpreti (come il Massimo Ranieri di "Perdere l'amore").

"Dedicato a Frazz"

  Sensations' Fix   - Non sempre ricordati tra i nomi della scena italiana dei settanta, i Sensations' Fix hanno una storia particolare e piuttosto intricata. Fondati dal fiorentino Franco Falsini (chitarra/voce), già animatore negli anni sessanta del gruppo Noi Tre con Agostino Nobile (poi nei Triade), hanno sempre operato tra Italia e Stati Uniti, dove il fondatore ha vissuto per anni, in un pendolarismo che forse li ha svantaggiati nonostante una buona frequentazione dei vari festival pop dell'epoca. Indubbiamente originale è comunque l'esordio di "Fragments of Light" (1974), che li avvicina ai cosmici tedeschi, per una vena elettronica e rarefatta condita però da momenti melodici, e nel complesso dominata da un'atmosfera sognante molto suggestiva. Dopo il secondo album, "Portable Madness" (1974), e un disco in sola versione "promozionale" come "Sensations' Fix", la band pubblica finalmente quello che rimane il suo capolavoro: "Finest Finger" (1976). In effetti, l'incontro tra le tastiere spaziali del nuovo arrivato Stephen Head e la chitarra pungente del leader si rivela davvero vincente, dando vita ad una ben dosata miscela di sonorità cosmico-psichedeliche e rock melodico dai contorni ipnotici: la felice vena di "Strange about your hands", di "Yardbirds Dream" e di "Map", oltre all'incisiva title-track, cantata con bella grinta dallo stesso Falsini, sembra davvero fotografare uno stato di grazia creativo del gruppo, in seguito raramente eguagliato. La medesima formazione registra quindi negli Stati Uniti "Boxes Paradise" (1977): lo stile è abbastanza simile al disco precedente, del quale rielabora un paio di tracce con piccole o grandi modifiche: è il caso di del brano di chiusura, "Vision Fugitives", che riprende insieme "Just a Little Bit More on the Curve" e "Yardbirds Dream" con l'aggiunta però di parti vocali. La sequenza rimane comunque di buon livello, con un suono pieno e ancora più scorrevole, dall'iniziale "The Flu" fino alla più tesa "Luna Slain": i brani stavolta sono tutti cantati a parte l'unico episodio strumentale "Short Flights". Seguono quindi altri dischi come "Vision's Fugitives" (ancora 1977), pubblicato solo negli U.S.A., e "Flying Tapes" (1978), che riunisce vecchi brani strumentali e nuove proposte. A questo punto la band, con Falsini, Richard Ursillo e Keit Edwards, si trasferisce stabilmente in America, cambiando il nome in Sheriff e realizzando "Observatory" per il solo mercato americano. Tornati nuovamente in Italia, i Sensations' si sciolgono quindi alla fine del decennio senza aver trovato nuovi sbocchi discografici. Franco Falsini è anche responsabile di un album da solista come "Cold Nose", una colonna sonora realizzata nel 1975 per un cortometraggio, e in seguito ha lavorato soprattutto come tecnico del suono e produttore tra New York e Londra. Le ristampe digitali disponibili sono inserite in alcuni cofanetti del progetto "Progressive Italia - Gli anni '70" a cura della Universal: volumi 1, 2, 3, 4, 5 e 6.

"Finest Finger"

"Yardbirds Dream"

  Shylock   - Il nome degli Shylock, band di origini nizzarde, è ricordato come uno dei più originali del progressive transalpino. Più che l'album d'esordio ("Gialorgues", 1977) è il secondo e ultimo disco da loro inciso, "Île de fievre" (1978), a collocarli in una posizione di spicco. Dopo varie traversie e la scelta di un nuovo bassista, il quartetto registra l'album al celebre Aquarius Studio di Ginevra. "Île de fievre" tiene indubbiamente fede al suo titolo, e offre sei brani all'insegna di un notevole pathos, elaborando una musica sempre vibrante, spesso tesa e drammatica, esclusivamente strumentale. Non si può negare che la traccia iniziale, che intitola l'album, sia una spanna sopra il resto del materiale: è un ottimo esempio di come gli Shylock sappiano giocare s'un duplice registro, alternando le lussureggianti tastiere di Didier Lustig alla chitarra elettrica di Frédéric L'Epee, affilata e imprevedibile. Il pezzo ha una struttura singolare, ricca di fratture ritmiche e riprese inopinate dello stesso motivo iniziale. Le altre tracce soffrono il confronto, ma non sono meno interessanti. Sperimentale e ostico è "Le sang des capucines", con un grande lavoro di basso e batteria (Serge Summa e André Fisichella rispettivamente) a sottolineare atmosfere torbide e notturne. Soluzioni sempre pulsanti e ossessive, disturbanti a tratti, dominano "Himogène", mentre il finale è affidato al lungo "Laocksetal", ancora più inquietante: note tiratissime di chitarra e frequenti spezzature, colorate dal synth di Lustig, compongono un paesaggio sonoro che ricorda da vicino i King Crimson del secondo periodo. Disco per niente accomodante, contrassegnato invece dalla ricerca di nuove sonorità, tra jazz-rock, romanticismo e avanguardia, "Île de fievre" è l'ultimo atto discografico della band francese, e si raccomanda agli ascoltatori più attenti.

"Île de fievre"

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