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Quatermass Quicksand Quintessence

 


  Quatermass   - Nome sicuramente basilare per lo sviluppo di un certo sound tipico delle formazioni triangolari (basso, tastiere e batteria), i britannici Quatermass, formati a Londra nel 1969, lasciano purtroppo un solo album omonimo (1970) alle cronache musicali. Al potente bassista e cantante John Gustafson si uniscono il tastierista Pete Robinson e il batterista Mike Underwood in una sequenza di nove brani che mostrano un amalgama già invidiabile, con l'organo in cattedra e una sezione ritmica che scandisce lo sviluppo strumentale con sufficiente varietà. Il canto solista di Gustafson è decisamente buono, sia nei momenti più duri ed energici ("Black Sheep of the Family" o "Make Up your Mind") che nelle parentesi più atmosferiche ("Good lord knows", con tanto di clavicembalo al proscenio). Tuttavia, a colpire davvero è proprio la corposità strumentale, ricca di combinazioni vivaci tra organo, basso e la vitaminica batteria di Underwood: è il caso di "Up On the Ground", piena di variazioni e spunti a schema libero, e "Gemini", che alterna un'enfasi ritmica quasi da "hard rock" a delicati intervalli, fino a un gran lavoro di Robinson tra piano e organo. Forse è il pezzo forte del disco, anche se in "Make Up your Mind" e nella più lunga "Laughin' Tackle", che procede da una frase di basso, il trio sfodera sonorità più sperimentali, in chiave decisamente 'dark', con tastiere liquide e massiccio uso di synth. Nel complesso l'album è consigliato come un nobile progenitore di molto progressive successivo: l'attacco all'organo di "Post war, Saturday echo", per dirne una, anticipa "Collage" delle Orme in maniera quasi imbarazzante! In seguito, allo scioglimento del trio, Robinson farà parte dei Brand X, mentre Gustafson suona prima con la band di Ian Gillan per entrare quindi nei Roxy Music. Nel 1997 Mike Underwwod, insieme a nuovi elementi, pubblica invece l'album "Long Road" sotto la sigla Quatermass II. Varie le ristampe in circolazione, in digitale e vinile.

"Quatermass"

  Quicksand   - Questo quartetto originario del Galles ha lasciato alle cronache del rock un solo disco, "Home Is Where I Belong", uscito nel 1973 per la Dawn Records. Si tratta di dieci tracce che non fanno gridare al miracolo ma si ascoltano con piacere, una volta entrati nel placido mondo espressivo della band. La musica dei Quicksand si può definire un incontro di pub-rock e prog melodico, un ibrido stilistico che lascia spazio soprattutto al chitarrista Jimmy Davies e qualche spunto interessante alle tastiere di Robert Collins, senza nessuna traccia o quasi dei contenuti oscuri e a volte pretenziosi che hanno caratterizzato il progressive più noto dei Settanta. Dietro l'apparente linearità della proposta, comunque, i quattro gallesi mostrano se non altro di aver tenuto la barra ben centrata sulle proprie caratteristiche, e alla fine il loro album non demerita affatto. Canzoni di taglio vagamente americano, come l'iniziale "Hideway my song" o "Empty street, empty heart", con le belle voci corali e le chitarre in primo piano, si alternano a qualche atmosfera più ricercata: ad esempio "Flying", che lievita sull'organo e cresce lentamente sulle voci, quindi "Alpha Omega", una fantasia cosmica per chitarra, synth e mellotron, semplice quanto efficace, e la vivacissima "Season". La chitarra solista si fa valere nel rock più tirato di "Overcome the pattern" e soprattutto di "Sunlight brings shadows", tra i momenti migliori della sequenza per il buon piglio della sezione ritmica e le voci sempre incisive. Il resto del disco scorre via tra melodie ariose e compatte, come la stessa title-track, per finire con la bella "Hiding it all", canzone trasognata ben costruita sulla chitarra acustica e poi ancora sostenuta dalle armonie vocali. Versione in CD della Breathless.

"Home Is Where I Belong"

  Quintessence   - Espressione tipica del cosiddetto "Raga Rock" che imperversa nell'underground di fine anni Sessanta, i Quintessence nascono a Londra nel 1969 su iniziativa di Ronald Rothfield (Raja Ram), flautista nato in Australia. Subito ingaggiata dalla Island, la band realizza l'album di debutto "In Blissful Company" () lo stesso anno, suscitando immediato interesse nella folta comunità "hippie" per la mistura originale di psichedelia, spiritualismo e improvvisazione. La musica fluisce in effetti spontanea e godibile, guidata dalla duttile voce del tastierista Phil Jones (Shiva), con la chitarra di Alan Mostert in evidenza, dall'attacco brillante di "Giants" a potenti episodi elettrici come "Body". Nei testi e nelle atmosfere affiorano intriganti richiami al misticismo indiano: ad esempio nella favolistica "Pearl and Bird" e quindi in "Gange Mai", episodio costruito sul basso e con flauto e sitar ben innestati in uno schema trascinante, ma non mancano neppure dei veri mantra vocali come "Chant". Di grande effetto anche il crescendo strumentale della finale "Midnight Mode", guidata da un flauto splendido e dalle percussioni, affiancate gradualmente da chitarra, sitar e dall'organo di Jones sullo sfondo. Un esordio che rimane il vertice di Rothfield e compagni, prima di un lento allontanamento da questo magico equilibrio. Il seguente "Quintessence" (1970) regge ancora bene, ma evidenzia forti discrepanze stilistiche. "Sea of Immortality", ad esempio, è dominata dall'infuocata chitarra solista di Mostert, che si ripete in "Burning Bush" e "St. Pancras", due pezzi registrati dal vivo e in stridente contrasto con l'atmosfera spirituale di episodi come "Shiva's Chant" o "High on Mt. Kailash", con il sitar e le voci evocative. La bella apertura di "Jesus, Buddha, Moses, Gauranga", ben cantata da Jones, con flauto e chitarra in primo piano, mostra comunque il potenziale commerciale del gruppo, ribadito poi da "Twilight Zones", che ricorda i Jethro Tull, anche se il momento più intenso rimane forse "Only Love", suggestivo crescendo sulla voce e il flauto, fino al vorticoso finale con la chitarra protagonista. E' un buon momento per la band, che suona due volte al festival di Glastonbury e al prestigioso Montreaux. Il terzo disco, ultimo realizzato per la Island, è "Dive Deep" (1971). La componente rock qui si affievolisce per lasciare spazio a lunghi brani di folk esotico come "Dance for the One", modulato sul flauto e le percussioni, con lo sfondo di mellotron e un potente finale valorizzato dal canto solista. La title-track è una sorta di folk-rock dal ritmo molto lineare, mentre il resto dell'album mantiene un tono atmosferico e pacato, senza grosse sorprese: ad esempio "The Seer" o la bella "Brahman", brani sempre guidati dal flauto, magari insieme al sitar ("Sri Ram Chant"), mentre la chitarra di Mostert si esprime stavolta con maggiore sobrietà. Il passaggio all'etichetta RCA segna l'inizio di una fase meno interessante, dove anche le suggestioni indiane si diluiscono in un rock più ordinario e melodico: dopo "Self" (1971, con una facciata live) Phil Jones e Dave Codling lasciano per formare i Kala, e "Indweller" (1972) è l'ultimo atto dei Quintessence. Cd Repertoire.

"In Blissful Company"