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Ocarinah Odissea The Old Man & the Sea Ophiucus Opus Opus Avantra Os Mundi Osage Tribe Out Of Focus

 

 

  Ocarinah   - Originari di Oyonnax, gli Ocarinah sono un trio francese dalla breve esistenza. Alla fine del 1977 incidono il loro unico album in forma privata, "Première vision de l'étrange" (), che verrà realizzato solo all'inizio dell'anno seguente. Seppure in chiaro ritardo sui fermenti maggiori del decennio, e con una produzione per forza di cose appena sufficiente, il disco lascia comunque un'ottima impressione complessiva: sono cinque episodi interamente strumentali, di media e lunga durata, che sviluppano sonorità in bilico tra space rock e Canterbury, con tracce di jazz-rock ben distillate. Il disegno sonoro poggia essenzialmente sulle tastiere di Jean-Michel Valette, occasionalmente impegnato anche alla chitarra, ben coadiuvato però dal basso fantasioso di Marc Perdrix e dal batterista Charles Bevand, una sezione ritmica protagonista di un lavoro intensivo, dinamico e vigoroso insieme, come sempre accade nelle formazioni triangolari di questo tipo. La lunga title-track iniziale, fosca e misteriosa nel suo incedere frantumato, racchiude la cifra stilistica della band: sulla scia del sintetizzatore fioriscono lunghe progressioni ritmiche, con ipnotiche cadenze spesso intervallate da pause cariche di tensione, con il basso di Perdrix sempre abile a legare tra loro le varie fasi del pezzo. Lo schema si conferma in "m2c", con la sezione ritmica che guadagna spazio e Valette che sfodera anche la chitarra. E' un brano ancora più tirato, che sintetizza bene il potere evocativo di questa musica, mentre un episodio come "Cascades" lascia affiorare serrati fraseggi d'impronta jazz tra basso e batteria che integrano a dovere il lavoro del synth. Un'atmosfera più marcatamente cosmica prevale in "Cycles cosmiques", ma qui, come nella più breve "La marche inouïe de Kasar (L'homme-robot)", che chiude splendidamente la sequenza, il contributo davvero scintillante del duo ritmico evita ogni stucchevolezza: il tessuto strumentale procede invece sempre agile e cangiante, guidato dai vivaci cromatismi del synth, senza mai cadere nell'algida freddezza tipica di molte esperienze similari. Alla fine, l'unica prova discografica degli Ocarinah merita senz'altro l'attenzione che non ebbe all'epoca della sua prima pubblicazione. La ristampa in CD è curata da O-Music.

Ocarinah_cover

"Première vision de l'étrange"

  Odissea   - Forse più vicini a un certo raffinato pop d'atmosfera che al progressive vero e proprio, i biellesi Odissea, in precedenza noti come Pow-Pow, entrano quindi in contatto col produttore Sandro Colombini che li porta in sala d'incisione. Il gruppo realizza così il suo unico album omonimo (1973), da cui è tratto anche un 45 giri, prima di farsi da parte. La musica offerta dal quintetto (chitarra, tastiere, basso, batteria e voce solista) è soprattutto molto compatta e priva di spunti solistici di rilievo, con un grande equilibrio strumentale attorno alla bella voce solista di Roberto Zola che interpreta liriche di sapore crepuscolare e malinconico, a tratti quasi in stile cantautorale. Degli otto brani in scaletta, con un solo episodio strumentale di sapore sinfonico, ma poco riuscito, come "Crisalide", si fa notare soprattutto la struggente "Giochi nuovi carte nuove": il testo molto intenso ruota intorno al passaggio del testimone tra due generazioni, e risulta inserito a dovere nell'impasto evocativo creato dalle chitarre di Luigi Ferrari e dalle tastiere di Ennio Cinguino. Nella stessa scia stilistica, sempre introspettiva e romantica, scorre il resto del materiale, a cominciare dall'apertura efficace di "Unione", sicuramente tra i momenti migliori. Tutt'altro che ingenua la voce infantile che interroga il mondo in "Domanda", mentre "Cuor di rubino" riadatta in italiano un testo lirico di Jacques Prévert. Anche se certe soluzioni strumentali peccano di eccessiva timidezza rispetto al progressive italiano maggiore, il disco degli Odissea è molto gradevole e sicuramente da ascoltare. Nonostante la scarsa fortuna discografica, la band piemontese ebbe anche una discreta attività live, culminata con l'apertura per i Genesis nel 1972, ma può vantare anche un tour insieme a Rocky's Filj ed il Banco, oltre ad una partecipazione al Festival d'Avanguardia di Mestre. Dopo il 1974, Roberto Zola tentò senza fortuna la carriera da solista, mentre una nuova versione del gruppo ha continuato per anni a suonare dal vivo, con qualche puntata all'estero, e poi soprattutto per il cantante Michele. CD Vinyl Magic.

"Odissea"

  The Old Man & the Sea   - Un'altra band danese, originaria dello Jutland, che prende corpo nel 1968. Inizialmente dediti a un semplice repertorio di covers, i cinque musicisti realizzano quindi il loro primo e unico disco omonimo() su etichetta Sonet nel 1972. Ispirato anche nei testi in lingua inglese da un racconto molto popolare nell'area baltica, il gruppo mette insieme sette tracce di pregevole hard progressive, con corposi innesti rock che bilanciano le convincenti parti vocali del cantante Ole Wedel, a partire dalla bella apertura di "Living Dead". Nel potente tessuto strumentale si distinguono anzitutto l'organo di Tommy Hansen e la chitarra solista di Benny Stanley, ma anche il basso corposo di Knud Lindhard, che punteggia a dovere la scansione del brano. Di rilievo anche "Jingoism", un episodio davvero accattivante con vivaci parti vocali e un andamento nervoso che nel mezzo include un assolo chitarristico molto acido, mentre s'un registro molto diverso si segnala la bella melodia della romantica "Princess", cantata a più voci, sempre con il piano in evidenza e improvvise accelerazioni ritmiche. L'anima più eclettica dei danesi si palesa soprattutto nelle due parti di "The Monk Song": nella prima, un attacco rock molto tirato si evolve poi in un tema atmosferico ch'esalta ancora il canto solista insieme all'organo, prima di un leggero crescendo finale valorizzato dall'intervento del flauto in una chiave vagamente jazz. Compatta e martellante, la seconda parte è invece un potente hard rock che rimarca le doti vocali di Wedel e richiama il dark prog inglese del periodo (ad esempio gli Atomic Rooster), con la chitarra che si riprende la scena assieme ai fraseggi organistici di Hansen. L'amalgama tra i cinque è notevole, così come fluida la scrittura musicale e sempre di prim'ordine il livello tecnico dei singoli interventi. La chiusura di "Going Blind", che porta la firma del bassista, regala un caldo rock-blues ricco di sfumature e le consuete armonie vocali, prima di lasciare spazio all'incisiva chitarra solista di Stanley, con flauto, pianoforte e organo che fanno da corona all'evoluzione del lungo tema chitarristico. Il disco, ancora godibilissimo, rimane un gioiellino della brillante scena prog danese del tempo. La band si disperde nel 1975, e solo nel 2003 appare la compilation "1972-75" che raccoglie appunto brani composti nel periodo successivo all'esordio. Ristampe in cd a cura di Walhalla, Won-Sin e Karma.

"The Old Man & the Sea"

  Ophiucus   - A lungo dimenticata, questa oscura formazione francese vanta due album realizzati nella prima metà dei Settanta. I quattro musicisti s'incontrano in occasione d'un festival musicale poi cancellato, nell'estate del 1971, e formano quindi la nuova band che prende il nome dall'omonima costellazione. Tra loro ci sono i fratelli Alain e Bernard Labacci (già attivi come Tom & Jerry), più il noto turnista Jean-Pierre Pouret (detto "Chinoise") e Michel Bonnecarrere, a suo tempo fondatore e membro della band Zoo. Ospiti per un certo periodo del piccolo borgo di Flagy, gli Ophiucus vi mettono a fuoco con calma la loro musica, che vede poi la luce nel primo album omonimo (), realizzato nel 1972 per l'etichetta Barclay. Nella sequenza di dodici episodi che compone il disco, si apprezza subito l'approccio molto personale del quartetto: un peculiare insieme di delicate melodie acustiche, ballate blues e piccoli esperimenti di matrice psichedelica e folk, assemblato con insolito rigore e bella freschezza esecutiva, spesso sostenuto da misurati interventi orchestrali. Siamo davanti a un progetto chiaramente lontano dal prog transalpino più noto, di tipo sinfonico e barocco, e questo rende l'ascolto ancora oggi piuttosto interessante, a volte sorprendente. Si segnalano le poetiche armonie vocali di "Patiemment", ben cantata da Alain Labacci su delicati arpeggi chitarristici e l'intervento dei fiati a conferire una nota più classica. Sullo stesso tenore sono belle anche "Ne cherche plus", con l'apporto di flauto e violoncello, e la conclusiva "Univers", splendido crescendo psichedelico con le voci corali e gli archi in evidenza accanto alla chitarra cosmica di Pouret: un episodio ad effetto, che ricorda da vicino il folk-rock americano di quegli anni. Si apprezzano però anche suggestioni più variegate: da "L'eveil de notre temps", che cattura la nevrosi moderna con chitarre ossessive scandite da un metronomo impazzito, al folk etnico di "Au hasard", con le percussioni in primo piano, fino a un paio di classici blues come "Djukela", con la chitarra elettrica protagonista, e "T'inquiete pas m'man", tutto in chiave acustica. Da notare che l'album fu registrato anche in versione inglese, che però non venne mai pubblicata. Il secondo e rarissimo album firmato dagli Ophiucus è "Salade Chinoise" (1973), dopo di che della band francese si perdono le tracce. Ristampe digitali di Musea e Lion, con bonus-tracks delle versioni in inglese.

"Ophiucus"

  Opus   - Per quanto misconosciuta all'epoca, la scena rock della ex Jugoslavia è stata molto vivace: in Serbia, ad esempio, agivano gli Opus. Formata a Belgrado nel 1973 dal tastierista Miodrag Okrugiċ e dal chitarrista Miodrag "Bata" Kostiċ, entrambi ex-Yu grupa, con il bassista Dušan Ćuċuz, la formazione sbanda però quasi subito, e Ćuċuz se ne va per formare i Tako. Okrugiċ la rimette insieme con nuovi elementi: il bassista Slobodan Orliċ, il batterista Ljubomir Jerkoviċ e soprattutto il potente vocalist Dušan Preleviċ, ex-Korni Grupa, un eclettico personaggio che fu anche giornalista e scrittore. In questo nuovo assetto gli Opus realizzano prima il 45 giri "Veče" / "Sam" (1974) e quindi l'album "Opus 1" () nel 1975. Nonostante una qualità di registrazione tutt'altro che impeccabile, il quartetto serbo mostra buona caratura in otto tracce divise tra sonorità barocche e melodia, con le tastiere di Okrugiċ protagoniste delle trame strumentali, anche per l'assenza della chitarra: lo si vede fin dall'iniziale "Magija - Zveri u nama" ("Magia-La bestia in noi"), con l'enfasi dell'organo Hammond che prelude al pathos vocale di Preleviċ tra pause e accelerazioni improvvise sul pianoforte. Lo stesso schema si ripete in "Čudno je u magli" ("È strano nella nebbia"), dallo schema ritmico sincopato ad arte, e un refrain corale molto efficace che caratterizza il brano, come le fughe organistiche: è sicuramente uno dei picchi dell'album. La musica degli Opus risente ovviamente dei modelli inglesi del tempo: "Dolina Bisera" (cioè "Valle di lacrime"), richiama ad esempio un certo dark prog, con la voce aggressiva di Preleviċ in primo piano e le dure scansioni ritmiche guidate da pianoforte e batteria a dettare i tempi, mentre l'organo veramente torrido di Okrugiċ si scatena nel finale. Nel più tumultuoso episodio "Opus - Žena tame", salgono in cattedra anche la batteria di Jerkoviċ e il basso di Orliċ in bella combinazione con l'organo. La più melodica "Skupljač zvona", e anche "Viđenje po Grigu", riecheggiano i migliori Procol Harum , mentre "Frida - Žena oblaka" suona piuttosto come una sorta di vigoroso blues, con il canto solista a tratti supportato dal coro. La bella chiusura di "Memento Mori", cantata stavolta da Zlatko Manojloviċ (del gruppo Dah), presenta ancora un martellante prog di spiccata impronta ritmica, con il basso che affianca a dovere l'organo e il pianoforte virtuosi di Okrugiċ. L'album non ebbe successo e la band si sciolse. Una terza incarnazione degli Opus, sempre animata da Okrugiċ ma con nuovi elementi, realizzò il 45 giri "Ne dam da budeš sreċna" / "Ona je dama" nel 1977, ma dopo vari avvicendamenti fece perdere le tracce nel 1979. La ristampa CD di Atlantide include come bonus i due brani del primo 45 giri.

"Opus 1"

  Opus Avantra   - Interessante esempio, e tra i più seri, di incontro tra musica colta e nuove sonorità. Fondato dal poliedrico Giorgio Bisotto, che funge da 'regista sonoro', il progetto Opus Avantra (dove Avantra sta appunto per AVANguardia + TRAdizione) è portato avanti musicalmente dal pianista e compositore Alfredo Tisocco e dalla cantante Donella Del Monaco, con ospiti di prestigio. Nel primo disco, "Introspezione"(1974), dove alle percussioni interviene Toni Esposito, la scaletta distribuisce con efficace alternanza raffinate composizioni da camera, come "Les plaisirs sont doux"(tra i momenti più alti) o l'operistica "Ah, doleur", per voce e archi, suggestioni vicine al pop ("L'altalena" e "Il pavone"), e qualche spunto più sperimentale, con il piano di Tisocco nel ruolo principale, specie nella title-track iniziale, o in "Monologo", con gli archi ancora protagonisti. Il pezzo più teso e spigoloso, con la voce in crescendo serrato con gli strumenti, è comunque "Rituale", con una buona presenza del flauto traverso di Luciano Tavella. Nel successivo "Lord Cromwell"(1975), dedicato ai sette vizi capitali, la musica si affina ancora in direzione sperimentale e contemporanea, con il coinvolgimento del batterista Paolo Siani (ex Nuova Idea) e rinuncia alla voce di Donella Del Monaco, sostituita da un gruppo corale, per concentrarsi su composizioni strumentali e ambiziose. A parte qualche morbida parentesi più melodica ("Gluttony"), nel tessuto strumentale sempre interessante spiccano soprattutto il pianoforte eclettico di Tisocco e il flauto di Tavella (ad esempio "Flowers on pride"), mentre nei momenti più sperimentali, come "Envy", il piano è affiancato dalle percussioni. Nel 1989, dopo che Tisocco ha operato come produttore a largo raggio (dal jazz alla new age), esce anche "Strata", contenente vecchio materiale degli Opus Avantra, e nel 1995 "Lyrics". Donella Del Monaco porta avanti invece, come solista, un progetto molto originale (vedi la scheda).

"Introspezione"

  Os Mundi   - Band tedesca formata a Berlino nel 1970 dalla fusione di due gruppi come Safebreakers e Orange Surprise, e tra i primi esempi del cosiddetto "Krautrock". Nel primo album realizzato per la Metronome, "Latin Mass" (1970), il quartetto firma un'operazione non del tutto inedita all'epoca: una messa con le parti vocali in latino, in una chiave musicale rock-psichedelica. Composta dal chitarrista e tastierista Udo Arndt con Klaus Hoffer, è una sequenza di sette episodi tutt'altro che noiosa, come altre dello stesso genere. Senza complessi, la band offre una versione dinsinvolta e ben suonata della messa cattolica, a cominciare dall'ottima "Overture": spicca il ruolo gotico dell'organo, ma anche i fiati di Dietrich Markgraf e la chitarra solista incidono in maniera efficace nel pezzo. E' un suono corposo e anche cantabile, come in "Kirie", con la voce filtrata ad arte, o nelle due parti del "Credo", ma spesso sanguigno e sperimentale, con spazi improvvisativi ad effetto: ad esempio "Sanctus", con inserti di flauto e una chitarra molto acida. Un esordio ben accolto dalla critica, ma con il successivo "43 Minuten" (), pubblicato per la Brain nel 1972, si volta pagina. La formazione si allarga infatti a Buddy Mandler (percussioni) e Raimund Rilling (violoncello) e il nuovo sestetto si sposta verso un raffinato jazz-rock molto eclettico, con testi molto politici, nel quale si nota anche la mano esperta del produttore Conny Plank. L'apertura di "Question of Decision" è forse il picco dell'album, con il motivo melodico inserito in una trama psichedelica ad effetto, con i fiati, la chitarra e le percussioni in primo piano. Il resto è comunque all'altezza, si tratti di episodi all'insegna di un jazz-rock colorato e ipnotico ("Isn't it Beautiful" o "Missile"), oppure di pagine più personali: spiccano "It's All There", con le parti vocali s'una bella base di organo e flauto, e il contributo del violoncello di Rilling, ma anche la lunga "Children's Games", ideale punto d'incontro tra il jazz fiatistico e i sussulti rock della chitarra solista. "But Reality Will Show" è un altro brano ad effetto, con un ritmo sostenuto che si apre poi sulle note languide degli archi, e la voce solista che sale di tono fino a un'intensa progressione finale. Il flauto di Markgraf apre le danze della vivace "Erstickübungen", tra i momenti migliori, dove free jazz, psichedelia e rock chitarristico si alternano senza pause, mostrando un potenziale sonoro di tutto rispetto. È la prova più convincente degli Os Mundi, che subito dopo, però, entrano in una fase problematica. Pur sopravvivendo fino al 1980 infatti, la band non riesce a incidere altri dischi, limitandosi alle esibizioni live. Una nuova edizione del gruppo porta infine alla pubblicazione di un disco come "Os Mundi" nel 2004. Ristampe a cura di Mason, Repertoire e Germanofon.

"43 Minuten"

  Osage Tribe   - Nati nel 1971 da un'idea di Franco Battiato per dare voce alle culture indiane, gli Osage Tribe incidono il 45 giri "Un falco nel cielo" (sul retro "Prehistorik Sound"), che diventa sigla del fortunato programma televisivo per ragazzi "Chissà chi lo sa". Subito dopo l'artista catanese è costretto a partire per il servizio militare, e così il gruppo ridotto a trio realizza per l'etichetta Bla Bla l'album "Arrow Head" (1972). L'atmosfera creata dalla chitarra di Marco Zoccheddu (ex Nuova Idea), in combinazione con il basso di Bob Callero e la batteria di Nunzio Favia è molto vicina alla musica rock-blues di analoghe formazioni triangolari senza tastiere (a parte sporadici inserti di Zoccheddu), come ad esempio i Cream, ma in questo caso con maggiori divagazioni strumentali di spiccato sapore progressivo. Sono cinque brani piuttosto lunghi, con deboli inserti vocali di Zoccheddu che riecheggiano canti e filosofia degli indiani d'America, ma soprattutto grandi spazi improvvisativi che mettono in luce le ottime qualità tecniche dei tre componenti e un amalgama ammirevole. Nella scaletta si segnalano soprattutto la progressione iniziale di "Hajenhanhowa", firmata da Battiato con Zoccheddu, dove si ascolta anche l'armonica a bocca, e soprattutto "Cerchio di luce", con belle combinazioni strumentali del terzetto in uno stile fusion a tratti davvero scintillante: vibranti passaggi di basso e chitarra, continue fratture ritmiche e anche inserti di piano in stile jazz. Si tratta in effetti di una sequenza molto vivace e ancora oggi godibile, nel quale si respira un'aria più libera e creativa del restante pop italiano dell'epoca, spesso legato a formule sonore prefissate: si ascolti ad esempio "Orizzonti senza fine", con il basso pirotecnico di Callero in grande spolvero. Nonostante le buone premesse, neppure un'intensa attività live del terzetto, con Favia ora alle prese con nuovi musicisti come Red Canzian e Piero Marchiani, riesce a evitare lo scioglimento di lì a poco. In seguito, dopo la parentesi con Zoccheddu nel gruppo Duello Madre, Bob Callero entra quindi nel Volo, rimanendo sempre molto attivo con svariate collaborazioni. Il batterista suona invece a lungo coi Dik Dik e collabora poi con Giuni Russo. Nel 2013, una nuova edizione della band, ancora con Favia e Callero, registra il nuovo disco "Hypnosis" (AMS). Ristampe a cura di Vinyl Magic e BTF, anche in vinile.

"Arrow Head"

  Out Of Focus   - E' un gruppo tedesco che si forma a Monaco nel 1968. Il primo disco è "Wake Up" (1970), vivace miscela degli stilemi prog di tendenza da parte di un quintetto aperto agli spazi improvvisativi. Fin dall'apertura di "See How a White Negro Flies" emergono i tratti distintivi della proposta: il flauto e la chitarra elettrica di Remigius Drechsler sono protagonisti di un cadenzato rock-blues con l'organo di supporto, mentre il canto del fiatista Moran Neumüller è molto espressivo, seppure non impeccabile, come si nota in "God Save the Queen, Cried Jesus". Riferimenti politici, com'è tipico del primo krautrock, affiorano in "World's End", che cita Nixon, e nella parte centrale dominata da organo e flauto sotto la voce recitante può ricordare i Doors. Altrove le spirali flautistiche e certe sonorità in bilico tra rock, blues e folk richiamano invece i Jethro Tull: è il caso di "No Name", soprattutto, mentre la conclusiva "Dark, Darker", tra brusche impennate e pause rarefatte guidate da organo e flauto, resta tra i momenti più interessanti. Lo stesso organico realizza quindi un secondo disco omonimo () nel 1971: in apparenza gli ingredienti sono identici, ma si tratta di un bel passo avanti. Accanto ai consueti rock-blues dal suono martellante con sax e chitarra in primo piano (l'iniziale "What Can a Poor Boy Do"), fanno la loro comparsa episodi più eleganti dominati da pianoforte, flauto e chitarra acustica, come l'eccellente "It's your Life". Molto bella è "Blue Sunday Morning", con il suggestivo crescendo guidato dall'organo di Hennes Hering nella seconda parte che rimane tra le cose migliori firmate dagli Out Of Focus. Meglio calibrati anche gli apporti del flauto e del canto solista, come dimostra "Fly Bird Fly", brano di grande pulizia formale dove con misura incidono anche organo, basso e chitarra. Il picco del disco, però, è forse la lunga "Whispering", dove chitarra e sax procedono appaiati in una brillante chiave fusion dal ritmo pulsante e ipnotico. Con il terzo album invece, il doppio "Four Letter Monday Afternoon" (1972), il gruppo vira a sorpresa verso un jazz-rock ambizioso e cerebrale dai risvolti folk-psichedelici, con un secondo chitarrista e un'intera sezione fiati. Il risultato è sicuramente interessante, ma accanto a momenti di rilievo, come le tre parti largamente improvvisate di "Huchen 55", dominate dai fiati, trovano posto episodi meno riusciti in uno stile irrisolto. Una volta sciolta la band nel 1978, Hennes Hering suona con i Sahara. Tra il 1999 e il 2002 sono quindi pubblicati i dischi postumi "Not Too Late" e "Rats Road".

"Out Of Focus"


 

 

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