Archivio Prog

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National Health Nektar Neuschwanstein Neutrons The Nice Nine Days' Wonder

Nirvana Noir Novalis Numi Nuova Idea

 

 

  National Health   - La sigla National Health nasce sulle ceneri di Hatfield and The North, ad opera di Dave Stewart, Phil Miller e la stessa cantante Amanda Parsons nel 1975. Dopo un paio d'anni di attività puramente live, con un organico mutevole che include tra l'altro Bill Bruford e Mont Campbell (Egg), la band si stabilizza col bassista Neil Murray e il batterista Pip Pyle, per realizzare il primo disco omonimo all'inizio del 1978. La musica è un jazz venato di rock, piuttosto corposo, dominato dalle tastiere di Stewart e il synth cerebrale di Alan Gowen, ex-Gilgamesh, che contribuisce fattivamente alla stesura dei pezzi (due portano la sua firma) anche se esce subito dalla band per riformare la vecchia formazione. Il meglio sta nei due episodi più lunghi, "Tenemos Roads" e "Elephants": nel primo, la robusta e ipnotica pulsione strumentale, con organo e chitarra in primo piano, incorpora anche i vocalizzi inconfondibili di Amanda Parsons a richiamare l'esperienza del gruppo-madre. Nel secondo brano, caratterizzato da effetti elettronici e una progressione più cerebrale, col basso in evidenza, la musica dei National Health si avvicina a certi esperimenti di fusion più moderna, ricca di fratture irrorate dall'uso massiccio del sintetizzatore. E' un disco di grande qualità, così come il secondo, "Of Queues and Cures"(), che esce alla fine dello stesso anno. John Greaves (ex-Henry Cow) ha rilevato al basso Neil Murray, e stavolta manca la voce della Parsons. Senza gli effetti speciali di Gowen, il disco ha un'impronta più genuina e perfino melodica nel suo dinamico tessuto strumentale, spesso con l'apporto discreto di una sezione fiati. "The Collapso" e "Dreams Wide Awake" vedono la chitarra di Miller e l'organo di Stewart dare il meglio in passaggi molto frizzanti, mentre in "Binoculars"(firmato da Pyle) il flauto dell'ospite Jimmy Hastings conferisce al suono della band un tratto più melodioso e sognante, e quell'ineffabile dolcezza davvero molto canterburyana. La composizione più ambiziosa è però "Squarer for Maude", prima rarefatta e poi articolata con straordinaria energia e classe pura sulla chitarra solista e il resto degli strumenti (incluso il violoncello e il clarinetto) che disegnano tra inopinati vuoti e belle ripartenze un magistrale arazzo sonoro. Il gruppo torna all'attività concertistica, e solo nel 1982 appare "D.S. al Coda", disco-tributo che ricorda lo scomparso Alan Gowen.

"Of Queues and Cures"

  Nektar   - Gruppo inglese formato nel 1969 e poi stabilmente trasferitosi in Germania, i Nektar sono un'espressione comunque interessante del progressive cosiddetto minore. Dopo l'esordio di "Journey to the Centre of the Eye"(1971) è il successivo "A Tab In the Ocean" (1972) a mostrare le migliori qualità del suono-Nektar: è un prog apertamente sinfonico e a volte maestoso, con qualche venatura di space-rock, come nella lunga suite omonima che resta forse il vertice espressivo del gruppo. Equamente bilanciato tra le trame delle tastiere e la chitarra solista, senza dimenticare una certa psichedelia ("Desolation Valley") e un rock più abrasivo e acido ("Cryin' In The Dark"), col supporto di una robusta sezione ritmica, il disco è davvero un'opera di ottimo livello. Indubbiamente, si sentono influenze diverse (soprattutto gli Yes), ma la band, all'indomani di "Sound Like This", sa esprimersi ancora con buona personalità in un album come "Remember the Future" (1973), che tra l'altro vende molto bene negli Stati Uniti. Anche in questo caso il quartetto ha i suoi punti di forza nelle morbide, evocative tastiere di Allan Freeman e nella chitarra molto duttile di Roye Albrighton: la musica proposta è così un rock sinfonico elegante, privo di forzature, che si dipana in una lunga suite fantastica, scorrevole quanto ricca di pregevoli atmosfere. Le voci sono spesso corali e ben incastonate nella trama tastieristica, con delicati inserti della chitarra che solo nella seconda parte trova inflessioni bluesistiche. Tra i momenti migliori da segnalare la coda della prima parte, con belle divagazioni organistiche di Freeman. La discografia dei Nektar prosegue ancora tra alti e bassi fino al 1980, in parte condizionata proprio dal successo americano che li spinge a qualche compromesso commerciale. Dopo lunghi anni di silenzio, la band è tornata quindi all'opera con l'incisione di nuovi dischi e frequenti spettacoli dal vivo. Info in proposito nel sito ufficiale.

"Remember the Future"

  Neuschwanstein   - Una band tedesca, originaria del Saarland, che sul finire dei Settanta si colloca sulle orme del più tipico prog favolistico-romantico e in particolare dei Genesis. L'unico disco dato alle stampe dai Neuschwanstein, che prendono il nome dal famoso castello omonimo, è "Battlement", registrato nell'ottobre 1978 e pubblicato solo all'inizio dell'anno successivo. Il sestetto è imperniato sulle tastiere di Thomas Neuroth e sulla voce solista del francese Frederic Joos, con molto spazio anche per flauto, synth e chitarre acustiche: sin dall'attacco di "Loafer Jack", comunque, è chiaro che siamo di fronte a una vera clonazione del suono-Genesis, riprodotto sia nei dettagli che nell'approccio generale. La voce di Joos è quasi identica a quella di Peter Gabriel, per dirne una, e a tratti sembra davvero di ascoltare una versione persino pedante del gruppo inglese. Detto questo, l'album è una raccolta di sei episodi suonati con molto mestiere e anche discreta verve strumentale, vivace nell'alternanza dei timbri e mai noioso, sia pure nei limiti dell'esercizio di stile. La formula prevede le parti vocali, in inglese, sempre in primo piano, con la parte strumentale che ne asseconda gli umori con grande duttilità. In questo senso si apprezza la bucolica "Ice with Dwale", introdotta da chitarre acustiche e flauto, con bei passaggi di piano e la voce che incide con la consueta abilità. Di buona suggestione anche "Beyond the Bugle", col basso che si ritaglia un ruolo primario e qualche coloritura elettronica di spicco, e la progressione ad effetto della title track: organo, percussioni e synth ancora protagonisti. L'unico strumentale è il brano in coda, "Zärtlicher Abschied", ennesima variazione sul tema di un prog romantico e lussureggiante, con la ritmica molto dinamica, e le soavi armonie di un flauto molto evocativo. Insomma, il disco è molto gradevole e ben suonato, peccato però che arrivi con almeno sei-sette anni di ritardo sul modello originale. La ristampa Musea 1992 include una bonus track.

"Battlement"

  Neutrons   - Band inglese di medio valore che realizza due album a metà dei Settanta. A fondarla nel 1973 sono due ex-Man come Phil Ryan (tastiere) e Will Youatt (basso/chitarra), insieme ad altri musicisti come il batterista John Weathers (Gentle Giant). Nel primo disco, "Black Hole Star" (1974) suona un settetto ben affiatato alle prese con un repertorio piuttosto melodico, ben arrangiato e non privo di ambizioni strumentali. Il gruppo è lontano dal progressive barocco-sinfonico più celebrato, e dà il meglio in episodi aggraziati come "Feel", o la bella "Mermaid and Chips", un gioiellino col pianoforte e le voci in primo piano, fino alla trasognata "Going to India", dove spiccano il canto di Caromay Dixon e il violino di Stuart Gordon. L'apertura di "Living in the World Today" mostra invece il versante rock dei Neutrons, con chitarra elettrica e synth protagonisti, mentre nell'epilogo di "Snow covered eyes" la chitarra è affiancata dal fraseggio efficace dell'organo di Ryan. Notevole è anche "Dangerous Decisions", uno strumentale raffinato che può ricordare i Gentle Giant, ancora col synth in evidenza. Il successivo e ultimo disco del gruppo è "Tales From the Blue Cocoons" (1975), inciso senza Weathers e Gordon. La qualità della proposta rimane discreta: "Come Into My Cave", ad esempio, è un dark-rock sincopato di buona atmosfera, così come "Northern Midnight", cantata da Martin Wallace, scivola via intrigante con un pregevole solo di chitarra di Will Youatt. Al primo disco rimanda "L'hippie Nationale", caratterizzata dalla voce delicata della Dixon e un bell'intreccio di chitarre. Più ammiccanti sono "Take your Further", con Ryan impegnato al piano elettrico, e l'attacco molto tirato di "No More Straights", costruito sul synt e le chitarre ritmiche, mentre Phil Ryan si sbizzarrisce in "Wesh R Blunt or the Dexedrine Dormouse", vivace intermezzo tra pianoforte e organo. La mistura ben confezionata di pop melodico, folk-rock e toni acidi dei Neutrons, comunque, conserva ancora oggi una certa attrattiva. I due dischi sono stati riuniti in CD dalla BGO (2003).

"Tales From the Blue Cocoons"

  The Nice   - Una delle prime formazioni inglesi a immettere elementi classici nel rock (con i Procol Harum), i Nice nascono nel 1967 accompagnando la cantante P.P. Arnold. Il quartetto esordisce quindi lo stesso anno su album con "The Thoughts of Emerlist Davjack". Il tastierista Keith Emerson è l'elemento più talentuoso, e alterna con uguale disinvoltura arie già famose (come "America" di Bernstein) alle prime contaminazioni ("Rondò"), destreggiandosi abilmente all'organo. Lo assecondano soprattutto il chitarrista David O'List e il bassista/cantante Lee Jackson, specie nel pop psichedelico di "The Cry of Eugene", "The Diamond Hard Apples of the Moon" e della title-track. Il disco è tutt'altro che omogeneo, ma contiene le prime intuizioni che faranno scuola. Dopo la defezione di O'List, il trio prosegue in un organico inedito per l'epoca e il risultato è il celebrato "Ars longa vita brevis"(1968). Il gruppo inanella nuove tracce di pop melodico sempre brillante ("Happy Freuds"), a volte tinto di jazz ("Little Arabella"), ma ora Emerson attinge a piene mani al repertorio sinfonico. Da una parte il recupero del sottovalutato Sibelius ("Intermezzo from the Karelia Suite") e dall'altra soprattutto il Bach dei concerti brandenburghesi, rivisitato in "Prelude": sei movimenti che affiancano la solennità originale con il virtuosismo impertinente e iconoclasta del rock, tra assoli di batteria, riff elettrici e variazioni per piano e organo. Un disco, comunque sia, di importanza storica per l'affermazione del progressive barocco e sinfonico. A parere di molti è però il successivo "Nice" (1969) il disco più compiuto della band. Tra le parti di studio spicca la cover di "Hang On to a Dream" (da Tim Hardin), una struggente melodia ben cantata da Jackson e infiorettata dal pianoforte squisito di Emerson. "Azrael Revisited" è la trascinante ripresa di un vecchio 45 giri, mentre "Diary of an Empty Day" adatta brillantemente la "Sinfonia spagnola" di Lalo e "For Example" è un bel rock barocco con sincopi di stampo jazz. Le due tracce live sono la sfolgorante "Rondò '69" (nuova versione del vecchio tema) e la lunga "She Belongs to Me", firmata da Bob Dylan, che dimostra il buon piglio scenico dei Nice. Mentre la band si scioglie, escono poi "Five Bridges Suite" (1970), e quindi il postumo "Elegy", del 1971. Emerson si ricicla subito nel fortunato super-trio E.L.P.

"Nice"

  Nine Days' Wonder   - Eccentrica band tedesca formata a Mannheim nel 1966 dal cantante Walter Seyffer. Il quintetto che nel 1971 realizza l'album di debutto omonimo () è una vera multinazionale: irlandese il fiatista John Earle, inglese il batterista Martin Roscoe e austriaco il bassista Karl Mutschlechner, mentre l'altro tedesco oltre a Seyffer è Rolf Henning (chitarra e piano). Comunque sia, il disco è un gioiello di prog trasversale che fonde genialmente improvvisazione pura, estroso umorismo e richiami a Canterbury e Frank Zappa tra gli altri. In una scaletta davvero esplosiva, "Apple Tree" abbina fraseggi jazz ad una voce solista sopra le righe, con chitarra e basso che lasciano il segno, mentre la breve "Moss Had Come" è all'insegna del sax di Earle, ma il potenziale sonoro della band si esprime al meglio nelle due lunghe suites in apertura e in coda. Nella prima spiccano la voce filtrata di Seyffer e la chitarra lancinante di Henning ("Puppet Dance"), ma c'è spazio anche per la viola da gamba e soprattutto per il sax, oltre che per buffi inserti di finte voci femminili ("Morning Spirit"). Nell'altra suite, aperta dalla trascinante "Drag Dilemma", si apprezza il flauto traverso di John Earle, ma anche solari intermezzi con percussioni in evidenza e le versatili parti vocali di un Seyffer in grande spolvero. Subito dopo il gruppo va in pezzi: Earle entra nei Gnidrolog, mentre Seyffer forma i Medusa, che dopo un solo singolo nel 1972 si trasformano nella nuova edizione dei Nine Days' Wonder. Esce così "We Never Lost Control" (1973), diverso ma ugualmente brillante rispetto all'esordio: è un esempio di Krautrock colorato e vibrante, con una voce camaleontica e maggiore spazio per le tastiere di Freddie Münster, impegnato anche al sax. Bello l'attacco di "Days In Bright Light", dal ritmo irregolare scandito da organo e basso, e molto romantica "Fischerman's Dream", con il piano classicheggiante e il mellotron in evidenza insieme alla chitarra solista. L'organo sale in cattedra in "The Great Game", dal tema ossessivo integrato dalla chitarra, e nella finale "Armaranda", mentre il sax domina la tumultuosa "We Grasp the Naked Meat". Di rilievo anche la prova del bassista Bundt e del batterista Karl-Heinz Weiler. Il successivo "Only the Dancers", uscito nel 1975 e registrato da un rinnovato quartetto, sposta il tiro verso un rock orientato alla canzone, solo a tratti interessante. David Jackson dei VDGG suona il flauto nella title-track e nella bella "It's Not My Fault", ma la sequenza è caratterizzata soprattutto dalla vivace chitarra di Henning: ad esempio in "Frustration" o "The Way I'm Living", dei rock'n'roll melodici piuttosto pesanti. Più intriganti l'iniziale "Long Distance Line", ben cantata da Seyffer sul tappeto di chitarra acustica e pianoforte, e la coda sinfonica di "Moment", un misurato crescendo con tanto di mellotron. L'ultimo atto è "Sonnet to Billy Frost" (1976), quasi un concept-album di gusto molto britannico. Seyffer, rinnovato quasi totalmente il gruppo, spadroneggia con la sua vocalità istrionica tra sprazzi rock ("Turn and Go On") e languido pop melodico ("Jamie" e la stessa title-track), con chitarre e pianoforte in primo piano. E' un album che scorre con discreta verve, ma ormai lontano dal formidabile avant-prog degli inizi. Ristampe Bacillus e CMP. Altre notizie nel sito ufficiale.

"Nine Days' Wonder"

"Drag Dilemma"

  Nirvana   - Da non confondere con l'omonima band americana di Kurt Cobain, i Nirvana inglesi sono una creatura di Alex Spyropoulos (tastiere) e del cantante/chitarrista irlandese Patrick Campbell-Lyons. Messa insieme una band nel 1967, esordiscono con il pop psichedelico del concept-album "The Story of Simon Simopath" (1968), pieno di melodie di gusto beatlesiano come "Pentecost Hotel". Lo stesso anno esce quindi "All of Us", ancora per la Island: il disco raccoglie anche alcuni 45 giri già pubblicati, tra cui "Rainbow Chaser", episodio con arrangiamenti ad effetto che ottiene buone vendite. Il terzo album del duo è invece "To Markos III" (1969), pubblicato prima in America che in patria: il titolo è un omaggio allo zio greco di Spyropoulos, che finanziò parte del progetto. E' ancora una sequenza di dieci brani molto melodici, come l'iniziale "The world is cold without you" o "Talk to my room", con delicate armonie vocali e corposi arrangiamenti orchestrali, ad esempio "Aline, cherie". "Black Flower" regala un bel solo chitarristico nel finale, ma il disco non offre grandi sorprese, pur se gradevole. A questo punto Campbell-Lyons, sciolto il sodalizio con Spyropoulos, inizia a produrre nuovi artisti per la Vertigo, e per la stessa etichetta realizza a nome Nirvana un album come "Local Anaesthetic" (1971): due soli episodi molto lunghi, nei quali il cantante è assistito dal fiatista Mel Collins e membri dei Jade Warrior. Sin dalle prime note di "Modus operandi" lo stacco dal passato è netto: suoni d'organo e sax distorti preludono a una miscellanea un po' frammentaria di rock'n'roll, umori country-folk e qualche effetto elettronico, con voci sopra le righe, batteria, chitarra solista e piano in evidenza. "Home" è invece una suite in cinque parti, assemblata con maggior rigore. Dopo l'intro percussiva, Campbell-Lyons recupera il suo cantato più tipico, attraverso atmosfere più fluide che compendiano ballate blues per pianoforte, morbido chitarrismo psichedelico su tappeti di mellotron, voci corali molto "sixties". Il disco è interessante, ma si nota l'assenza di una chiara direzione stilistica. Segue "Songs of Love and Praise" (1972), con nuove versioni di "Rainbow chaser" e "Pentecost hotel" e pezzi inediti. Torna a prevalere un repertorio di pop-songs orchestrali, piuttosto omogeneo nei risultati: soprattutto "Please believe me", "Lord up above" o "Will there be me", col flauto in primo piano. "She's lost it" è invece un nervoso rock-blues per piano, chitarra acustica e percussioni, mentre nella chiusura di "Stadium" suono orchestrale e pianismo jazz si fondono in una progressione efficace, coi fiati protagonisti. Successivamente, Campbell-Lyons firma altri dischi a proprio nome, ma in periodiche reunions con Spyropoulos rispolvera vecchio materiale inedito.

"Local Anaesthetic"

  Noir   - Quartetto inglese piuttosto misterioso, nato con il nome The Power alla fine dei Sessanta, e responsabile di un solo album. Le notizie su questa formazione "all black" (la prima nel rock britannico) sono poche: il batterista e cantante Barry Ford ha suonato in seguito in gruppi minori come Clancy e Merger, ma il più noto è il chitarrista Gordon Hunte, nativo della Guyana e attivo in bands come Gonzalez e Myd Nit Sun, oltre che collaboratore della nota cantante Sade. L'unico disco pubblicato dai Noir è "We Had To Let You Have It" (): registrato nel Settembre 1970 e realizzato solo l'anno seguente, a gruppo già sciolto, passò del tutto inosservato e solo recenti ristampe come quella Breathless l'hanno ripescato dall'oblio. Si tratta di un lavoro insolito ma di buon livello, composto di otto tracce in bilico tra morbida psichedelia, soul, blues e innesti rock-prog piuttosto personali. La cifra dominante della musica è il caldo suono dell'organo di Tony Cole, base pressoché costante per le voci di Ford e Hunte, a cominciare dalla sanguigna "Hard Labour", tra brusche accelerazioni ritmiche e pause atmosferiche, e passando per la suggestiva "Rain", quasi un gospel dalle cadenze ipnotiche, con le belle voci in primo piano insieme ad un piano dalle inflessioni blues. La lunga "The System" nasce s'un riff chitarristico e procede sincopata e irregolare, con pianoforte e percussioni in evidenza, oltre al canto dai vibranti accenti soul: Hunte si dimostra qui un ottimo solista, e il brano riassume bene l'anima multiforme del gruppo. Trascinante anche "Beggar Man", sorta di soul-rock dalle cadenze tribali, dettate dal piano insieme al refrain vocale. In altri episodi l'anima nera del quartetto si mescola ad un certo Latin Rock: ad esempio "How Long", dal ritmo tiratissimo, il fraseggio acido dell'organo e la chitarra pungente di rincalzo, oppure la mordente cover in chiave funk-rock di "Indian Rope Man", fino a "Ju Ju Man", dominata dalla chitarra "hendrixiana" di Hunte. Insomma, per quanto lontano dal prog più canonico e celebrato, l'album dei Noir si segnala come un documento molto rappresentativo di una stagione musicale in pieno fermento, quando stili e tradizioni diverse confluivano in un nuovo linguaggio rock senza confini, e merita senz'altro l'ascolto.

"We Had To Let You Have It"

  Novalis   - Da Amburgo, i Novalis sono uno dei gruppi più noti del progressive sinfonico tedesco. Romantici almeno quanto il poeta cui si richiamano, si formano nel 1971 e arrivano al debutto discografico nel 1973 con "Banished bridge", senza apprezzabili riconoscimenti. Migliori consensi ottiene invece "Novalis" (1975), discreta seconda prova nella quale il rinnovato quintetto (chitarra/tastiere, tastiere, chitarra, basso/voce e batteria), offre un rock imperniato sulle ricche tastiere di Lutz Rahn, i fraseggi eleganti di Detlef Job alla chitarra solista, e in generale un'atmosfera sognante sempre gradevole. Notevole l'apporto del synth nell'iniziale "Sonnengeflet", ma le cose migliori vengono dai brani più estesi, come "Wer schmetterlinge lachen hort": cambi di tempo sul synth, l'organo e il basso pulsante (Heino Schunzel), intervallati da scenari rarefatti e dominati da voci assorte di buona suggestione. Lo stile vira verso un tipico space-rock in "Dronsz", sempre sorretto da una ritmica pulsante. "Es färbte sich die Wiese grün" (posta in chiusura) recupera poi un testo originale (1798) del nume Novalis in persona, al centro di lunghe e cerebrali combinazioni tra chitarra e tastiere, e "Impressionen" riadatta il tema della Quinta sinfonia di Anton Bruckner. Un bel disco, insomma, ma è solo il successivo "Sommerabend" (1976) che impone la band nell'elite della scena tedesca e consacra uno stile. L'abbandono di Karges non modifica più di tanto gli equilibri e così il quartetto insiste sulle sue qualità migliori, affinate da un maggiore amalgama tra le parti. Fra i tre lunghi brani in scaletta spicca la suite conclusiva che intitola il disco, dove i Novalis portano a estrema maturazione certe sonorità di space-rock romantico e contemplativo, con qualche suggestione degli stessi Pink Floyd, costellato da pregevoli incisi chitarristici nella cornice morbida e ovattata del basso di Schunzel, le tastiere liquide e le delicate liriche in lingua tedesca. Nella trasognata "Wunderschätze" torna non a caso un testo del loro poeta preferito, cantato a due voci alternate, a suggerire colori e sfumature peculiari. Il buon momento della band tedesca dura ancora un paio di album, come "Brandung" (1977) e quindi "Vielleicht bist Du ein Clown?" (1978), contrassegnati anche dal nuovo cantante e flautista Fred Muehlboeck. Poi dischi via via meno brillanti finché dei Novalis si perdono le tracce a metà degli anni Ottanta. Ristampe a cura di Brain e Repertoire.

"Sommerabend"

  Numi   - Poca gloria per i Numi, una formazione pavese formatasi nel 1967 dall'unione di musicisti già impegnati in alcuni gruppi beat locali, che realizza l'album "Alpha Ralpha Boulevard" nel 1971 su etichetta Polaris. Al disco contribuisce il cantautore Guido Bolzoni, un estroso personaggio noto anche per le sue collaborazioni eccellenti (Mina su tutti) e per un album solista come "Happening", pubblicato nel 1969 con il nome abbreviato in Guido. In questo caso, Bolzoni firma in solitudine tutti i brani del disco, indirizzando decisamente la musica del quintetto (chitarra/basso, chitarra/voce, chitarra, tastiere e batteria) verso tranquille ballate di morbido pop, con tracce di blues e qualche richiamo al beat del decennio precedente: "325" ad esempio. Con lunghe parti cantate e pochi intermezzi strumentali delle due chitarre da ricordare, la musica dei Numi scorre dunque piuttosto lineare, senza grandi sorprese. Restano piuttosto defilate, oltretutto, le tastiere di Beppe Tiranzoni, a parte qualche momento più psichedelico, come "Luce e gloria per te", con il fattivo apporto del basso di Paolo Buccelli accanto all'organo. Dei sette brani che compongono il disco, conditi da una morbida vena melodica abbastanza gradevole, in particolare "San Miguel" con l'organo di spalla ai buoni riff chitarristici, il solo episodio strumentale in odore di prog, con tanto di flauto alla Jan Anderson, è il breve "Furma materiae progredientis", ma oltre a mancare di sviluppo adeguato rimane scollegato rispetto al resto della sequenza. I testi, romantici e sentimentali, interpretati con vena alterna da Roberto Tava (ma la lunga title-track è cantata dallo stesso Bolzoni) sono anche interessanti, però in buona sostanza il progressive vero e proprio, che si affermerà in Italia di lì a poco, non abita ancora qui e i Numi escono rapidamente di scena nel 1972, quando il batterista Furio Sollazzi entra nel gruppo di Lucio Dalla. Un'effimera reunion del 1975, con l'organico parzialmente rinnovato, ha prodotto poi una lunga suite in stile molto più eclettico (tra hard rock, pop sinfonico e covers) registrata dal vivo a Pavia e pubblicata soltanto nel 1993 con il titolo "Storia di Zero".

"Alpha Ralpha Boulevard"

  Nuova Idea   - I genovesi Nuova Idea sono la classica dimostrazione che ad un gruppo 'progressive' serve tempo per trovare la sua strada ed un linguaggio davvero personale. Le radici deIla band affondano negli anni Sessanta, con Paolo Siani (batteria) ed Enrico Casagni (basso) che suonano nei Plep, poi ribattezzati J. Plep, autori di un singolo nel 1969. Solo nel 1970 si opta per la nuova sigla e il quintetto è scritturato quindi dalla Ariston che pubblica il primo album "In the beginning" (1971): la musica però è ancora in bilico tra canzone pop e rock avanzato. Alla lunga "Come, come, come...", che occupa tutto il primo lato e mostra una genuina vena prog-psichedelica, con buone combinazioni tra la chitarra solista di Marco Zoccheddu e l'organo di Giorgio Usai, seguono quattro brani decisamente più melodici e meno interessanti, con soluzioni che rimandano fin troppo ai concittadini New Trolls. I cinque (due chitarre, basso, tastiere, batteria) fanno però un deciso passo avanti con "Mr. E. Jones" (1972), inciso senza Zoccheddu, che forma gli Osage Tribe, e col nuovo chitarrista Antonio Gabelli. E' un album-concept prodotto da Gianfranco Reverberi, basato sulla tremenda giornata-tipo di un comune impiegato. La musica ora acquista spessore e scivola piacevolmente tra spunti di robusto rock melodico, come nell'incisiva title track, e momenti strumentali più elaborati, come "Un'ora del tuo tempo" e soprattutto "Illusione da poco", senza perdere di vista la vivacità degli impasti vocali che caratterizza tutte le band genovesi. Infine, nel 1973, esce "Clowns"(): con questo album, ancora prodotto da Reverberi e inciso col chitarrista e cantante Ricky Belloni (ex - Il Pacco), i Nuova Idea si pongono nella scia dei nomi più celebrati del rock progressivo italiano. Se i testi seguono ancora una trama "concept", la musica è un dinamico e compatto hard progressive centrato sulla dimensione eclettica delle tastiere di Giorgio Usai (organo, piano e synth) e su brillanti spunti chitarristici, con incisive parti cantate: Belloni, in particolare, sfodera un vibrato decisamente originale che contribuisce non poco al buon risultato complessivo, ma tutto il quintetto sembra cresciuto e più convinto dei propri mezzi. A parte la chiusura di "Una vita nuova", con il suo lento crescendo sinfonico, il meglio sta nei brani più estesi. Ad esempio "Un'isola", che parte in sordina e procede poi con ficcanti accelerazioni guidate da organo e synth, e quindi la più complessa "Clown": oltre all'utilizzo efficace di un coro di bambini, sono i cambi di tempo e le sofisticate parti strumentali, tra marcette circensi e inserti di tromba e violino, a dimostrare l'ottimo livello raggiunto dai cinque. Purtroppo, anche per il mancato riscontro commerciale del disco, è l'ultimo capitolo della band. Subito dopo lo scioglimento, Belloni e Siani formano il gruppo Track che realizza l'album "Track Rock" nel 1974. In seguito, il chitarrista entra stabilmente nei New Trolls, come pure Giorgio Usai per un periodo più breve.

"Clowns"




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