Archivio Prog

MO-MZ

Mo.Do. Módulo 1000 Mona Lisa Monument Morgan Moto Perpétuo

M.O.T.U.S. Moving Gelatine Plates Mr. Brown Il Mucchio Murple Museo Rosenbach Música Urbana Mythos

 

 

  Mo.Do.   - Questa band originaria di Bergamo, fondata nel 1978 dal batterista Walter Locatelli (ex Dalton), realizza il suo unico album quando la scena progressive italiana è già da tempo in agonia: si tratta de "La scimmia sulla schiena del re", uscito nel 1980 per l'etichetta IAF-Ricordi. Il quintetto (chitarra, chitarra/flauto/voce, tastiere/voce, basso e batteria) si pone chiaramente nella scia di modelli illustri del prog barocco e romantico degli anni Settanta, quali P.F.M. e Gentle Giant, ma senza una personalità sufficiente a valorizzare, se non rinnovare, una formula sonora che ha già offerto i suoi momenti più alti. Non che i cinque musicisti manchino del tutto di qualità, tutt'altro, ma la serie di temi e spunti seminati qua e là restano sempre nei limiti di una proposta frammentaria, che difetta di una convincente messa a fuoco. A tratti, soprattutto, sembra che il gruppo lombardo sia indeciso tra una sorta di pop melodico, come nei tre pezzi cantati, e il rock-prog vero e proprio. Le morbide tastiere di Gianantonio Merisio e le voci, le chitarre acustiche e il flauto di Valerio Cherubini, mostrano un'ispirazione delicata, a tratti elegante e melodica, che si fa sicuramente ascoltare pur senza colpire più di tanto, per una certa timidezza evidente nei passaggi strumentali. I momenti della sequenza potenzialmente più validi, come ad esempio "Grindel" e soprattutto "Oltre la terza porta", giocata su repentini cambi di tempo, con spazi di chitarra solista e sintetizzatore, mancano di uno sviluppo davvero compiuto. Lo stesso vale per altri episodi come "Seltz", solo a tratti frizzante come promette il titolo, e per la stessa title-track posta in chiusura, con un testo riferito al problema della droga, e nella quale si ascolta anche l'oboe. Alla fine, tra tutti gli otto brani offerti dalla raccolta, il meglio si condensa forse in un paio di semplici canzoni di onesta fattura: è il caso di "Tramonto", dedicata a Cristoforo Colombo, e anche di "Gulliver". Ristampe di Mellow Records e BTF (vinile).

"La scimmia sulla schiena del re"

  Módulo 1000   - Effimera band brasiliana con un solo album all'attivo, i Módulo 1000 si formano a Rio de Janeiro nel 1969. Per qualche tempo si esibiscono nei club dell'area di San Paolo, suonando soprattutto Jimi Hendrix, Janis Joplin e Led Zeppelin. Una volta rientrato a Rio, e dopo alcune importanti esibizioni live, il quartetto carioca ottiene un contratto con l'etichetta locale Top Tape per la realizzazione di un album. "Não Fale Com Paredes" (cioè "non parlare con le pareti"), prodotto dal noto disc jockey Ademir Lemos nel 1970, suona come la punta avanzata del vasto rinnovamento musicale che attraversa il Brasile di quegli anni. Il rock dei Módulo 1000 ha infatti una forte impronta psichedelica, e i testi in portoghese convivono con evidenti richiami alle coeve esperienze angloamericane dell'epoca, sia pure filtrati con grande freschezza e ironia. L'attacco di "Turpe Est Sine Crine Caput" (titolo rubato a Ovidio), è l'eloquente biglietto da visita del gruppo: s'una base ritmica molto compatta, che asseconda il motto latino ripetuto come un mantra da una voce filtrata, la chitarra elettrica di Daniel Cardona Romani svaria con acido piglio psichedelico. La stessa ricetta si ripete con la title track che segue, mentre "Metrô Mental" è forse l'episodio più personale e aggressivo della sequenza: una danza selvaggia di chitarra, basso e batteria che si prolunga tra pieni e vuoti di notevole intensità per oltre sei minuti, tra voci distorte ad effetto. Sullo stesso registro, colpisce anche la breve e tiratissima "Lem-ed-Êcalg". Più morbida invece la vena di "Espelho", con le voci in sordina e l'organo di sfondo alle note ad effetto della chitarra. L'organo di Luiz Paulo Simas ha un ruolo decisivo anche in "Olho Por Olho, Dente Por Dente", che nasce e si sviluppa s'un cupo riff tastieristico che asseconda il canto ossessivo, finché è di nuovo la vibrante chitarra solista a intervenire sul tema fino al termine. Putroppo la mancanza di promozione del disco e dunque di prospettive future, porta la band a sciogliersi nel 1973. A parte qualche effetto ripetitivo qua e là, l'unica incisione dei Módulo 1000, in bilico tra hard rock, psichedelia e prog, ha davvero molti motivi d'interesse per gli appassionati dell'undeground minore. Deliziosa ristampa della tedesca World In Sound, con otto bonus-tracks.

"Não Fale Com Paredes"

  Mona Lisa   - Formati a Orleans nel 1973, i francesi Mona Lisa fanno il loro esordio discografico con "L'escapade"(1974). La musica del sestetto (tastiere, chitarra, chitarra/violino, basso, batteria, voce/fiati) è romantica quanto vigorosa, e sembra attingere la sua ispirazione da leggende e misteri delle campagne, una tradizione questa che riguarda diverse band transalpine. Le liriche cantate con enfasi molto teatrale da Dominique Le Guennec, specie in "Le fantome de Galashiels", "Diableries" o nella lunga "Petit homme de la terre", oltre alle delicate atmosfere di chitarra acustica e flauto, con qualche momento più roccheggiante, offrono molti spunti di grande interesse, ma l'amalgama e gli arrangiamenti suonano ancora un poco acerbi. Il passo seguente è l'album "Grimaces" (1975), che li conferma comunque una band da seguire, soprattutto per via di una produzione più accurata, che giova al risultato complessivo. Tra i sette brani della raccolta, tutti caratterizzati da una scrittura fantasiosa e imprevedibile che ricorda i Genesis, spiccano "Le jardin des illusions", mossa e drammatica intorno a una voce camaleontica, e "Au pays des grimaces", dinamico crescendo d'intensità che lascia il segno. L'anno seguente, i Mona Lisa incidono quello che rimane il loro disco più riuscito e celebrato: "Le petit violon de Mr. Grégorie" (1976). In effetti, già l'arioso attacco dello strumentale "Le chant des glaces", costruito sulle tastiere di Jean Paul Pierson e la vivace chitarra elettrica del nuovo arrivato Pascal Jardon, strumentista davvero eccellente, offre un felice esempio della maturità finalmente raggiunta. È vero che indubbiamente si avvertono echi dei connazionali Ange, ma in ogni caso l'album ha una qualità tutta sua che va rimarcata. Particolarmente incisiva, ad esempio, è "Allons Z'enfants", con la valida performance vocale di Le Guennec all'interno d'uno schema sempre dinamico, che alterna pagine di grande lirismo ed efficaci stacchi ritmici. Tutte qualità evidenti nella lunga suite del titolo, che esalta ancora una volta l'istrionica personalità del cantante e il valore indiscutibile della band: specialmente il segmento "De toute ma haine", con ottime parti di synth e chitarra, ben assecondate da basso e batteria in un insieme trascinante. A questo picco espressivo, segue una fase più incerta: Le Guennec e Jordan lasciano all'indomani di "Avant Qu´Il Ne Soit Trop Tard" (1977), e il successivo "Vers demain", uscito nel 1979, chiude la prima fase del gruppo. Riformati poi negli anni Novanta proprio dal cantante, i nuovi Mona Lisa hanno realizzato un album come "De l'ombre a la lumiere"(1998). Tutte le notizie nel sito ufficiale. Ristampe a cura di Musea e Belle.

"Le petit violon de Mr. Grégoire"

  Monument   - Una delle band inglesi che più indulgono a un certo gusto per l'occulto molto in voga nei primi Settanta. I Monument sono in realtà l'edizione estemporanea di un altro gruppo di poca fortuna, gli Zior, che qui si riciclano appunto con la nuova sigla e nomi camuffati nell'album "The First Monument" (), pubblicato nel 1971 dall'etichetta Beacon. Dieci le tracce proposte dal quartetto, a comporre una scaletta che rimane anche oggi di forte impatto: spicca sul resto la possente voce solista del tastierista Keith Bonsor (Steven Lowe per l'occasione), perfetta per sottolineare le atmosfere malsane del disco. Eloquente l'apertura di "Dog Man", con sussulti vocali sulle fosche note dell'organo, e di buon effetto anche gli altri brani, connotati da un dark-rock martellante, cupo, attraversato da sinistri bagliori ("Give Me Life" o anche "Stale Flesh") e qualche numero a sorpresa, come l'abbinamento di percussioni latine alle sonorità spettrali di "Metamorphis Tango". Compare spesso anche il pianoforte, prima in un tiratissimo rock'n'roll come "Don't Run Me Down", e poi nell'inopinata escursione classica di "Overture for Limp Piano in C", ma un ruolo importante nell'economia del disco è ricoperto dalla nervosa chitarra di John Truba (Wes Truvor), ad esempio nel crescendo irregolare di "Boneyard Bumne" e quindi nella ruggente "First Taste of Love". Non particolarmente raffinato, quello del gruppo è invece un suono volutamente grezzo, debordante e con evidenti echi psichedelici: soprattutto è una musica sempre palpitante e imprevedibile, forse perchè l'incisione è il risultato, a quanto pare, di una notte ad alto tasso alcolico dei quattro, come sembra evidente nel congedo corale di "I'm Coming Back" e in generale nelle voci alterate. In sintesi, comunque sia, si tratta di un concentrato piuttosto originale e inventivo degli umori più oscuri che agitavano la scena underground inglese dell'epoca, divenuto nel tempo oggetto di culto. Ristampa digitale Audio Archives.

"The First Monument"

  Morgan   - Curiosa storia quella dei Morgan, band inglese guidata appunto dal tastierista Morgan Fisher che la forma a Londra nel 1971 con il batterista Maurice Bacon, in precedenza suo compagno anche nei Love Affair: il quartetto è completato dal bassista Bob Sapsed e dal cantante Tim Staffel. Un nastro di prova del gruppo arriva per vie traverse a Gianni Grandis, uno dei produttori italiani più coraggiosi dell'epoca, che offre un contratto a Fisher e compagni. L'album "Nova Solis"(), registrato negli studi RCA di Roma nell'estate del 1972, e presentato poi al Palazzo dei Congressi di Firenze, è in effetti ancora oggi un disco di notevole spessore e caratura tecnica assoluta. Nei tre brani del primo lato, l'ottima voce di Staffel e la solida base ritmica, con l'eccellente bassista Bob Sapsed in grande spolvero, affiancano magistralmente il lavoro tastieristico di Fisher. L'iniziale "Samarkhand the Golden", ad esempio, è un potente affresco dominato da stacchi ritmici e parti di sinth che ricordano i migliori Gentle Giant, anche nelle armonie vocali, mentre la voce solista si fa più melodica in "Alone", episodio sviluppato su arpeggi di chitarra e poi sull'organo malinconico di Fisher. Più mossa e quasi jazzata sul pianoforte del leader è "War Games", ancora col basso protagonista, tra cambi di tempo e fraseggi di squisita fattura che mostrano il valore della band, abile soprattutto a compattare il suono senza sterili virtuosismi. La lunga suite che intitola l'album, con il testo incentrato s'un astronauta che vede dallo spazio la distruzione della Terra, è divisa in nove segmenti e riafferma i meriti della proposta, sia pure con qualche lungaggine: temi più ariosi e sinfonici (il primo e il nono tempo rileggono il tema "Jupiter" da "The Planets" di Gustav Holst), si alternano a intermezzi spaziali del sinth, e dinamiche sterzate con il piano in evidenza, mentre la duttile voce di Staffel interpreta a dovere i diversi sapori del pezzo. Subito dopo, il gruppo registra un secondo album come "Brown Out", che però in seguito a dissapori con la RCA resta nel cassetto, e vedrà la luce solo nel 1976 in America. Il disco si compone ancora di quattro tracce, ma stavolta non tutto fila liscio: fatto salvo l'indubbio valore tecnico, si ha l'impressione che il gruppo abbia cercato di strafare, addirittura facendo il verso ad altre band dell'epoca (ad esempio in "The Right"). Istrionico come sempre, Fisher a tratti eccede, sfoderando una vena camaleontica debordante tra sontuosi spunti classicheggianti e trovate elettroniche discutibili. Una prova in chiaroscuro, molto dispersiva, per musicisti pure provvisti di un talento enorme ribadito nella suite "What Is-Is What", cantata da uno Staffel molto ispirato e dominata dal virtuosismo tastieristico del leader. In seguito, Fisher entra nei Mott the Hoople, e realizza dischi di vario genere: informazioni nel sito ufficiale. Ristampe Esoteric Recordings.

"Nova Solis"

  Moto Perpétuo   - Questa formazione brasiliana si forma a San Paolo nel 1973 su iniziativa di Claudio Lucci (violino, violoncello e chitarra) e Guilherme Arantes (voce e tastiere), entrambi studenti di architettura. In poco tempo si aggiungono poi il bassista Gerson Tatini, il chitarrista Egydio Conde e il batterista Diógenes Burani, e così schierato il gruppo realizza nel 1974 il suo album d'esordio omonimo(). Composto di undici pezzi, è un disco che ancora oggi colpisce per la cura degli arrangiamenti, la felice vena melodica e le belle armonie vocali: in generale si tratta di canzoni, quasi tutte piuttosto brevi e compatte, con qualche parentesi strumentale di sapore progressivo. Incantevole l'apertura di "Mal o sol", con il canto di Arantes in bella evidenza assecondato dal pianoforte, che lascia intravedere le migliori qualità del quintetto: una vena delicata, romantica e cantabile, valorizzata però da una certa eleganza e da incisive parti vocali dall'inconfondibile accento portoghese. Ad esempio "Verde vertente" o "Não reclamo da chuva", con le voci corali ben inserite nel morbido tessuto strumentale, che abbina sempre pianoforte e chitarra elettrica nella cornice di sfondo. "Conto contigo" suona accattivante come un dinamico scioglilingua articolato sulla discreta base roccheggiante che non forza mai i toni, in un equilibrio tra le parti che è l'arma vincente della band paulista. Altri episodi, come "Matinal", con l'apporto del violoncello di Lucci, e poi "Os jardins", con chitarra, basso e piano elettrico in primo piano, richiamano la lezione di certo prog melodico alla maniera di Kayak e simili, ma in una chiave decisamente personale. Se la breve "Seguir viagem" è il momento più delicato della sequenza, con voci e chitarre acustica protagonisti, i Moto Perpétuo svelano una vena davvero progressiva in pezzi come "Tres e eu", umbratile e sofisticato crescendo che incorpora violino, chitarra elettrica, pianoforte e organo, e soprattutto nella conclusiva "Turba", unico brano a toccare i sei minuti: qui il pianoforte domina la scena insieme al canto eclettico di Arantes in un mordente schema ritmico di bella tensione. Sarebbe stato interessante seguire l'evoluzione del gruppo, ma nel 1975 Arantes, vera mente del quintetto, sceglie la carriera solista mettendo fine al progetto. Altri tre componenti formeranno in seguito un effimero gruppo chiamato São Quixote, titolare nel 1981 di un rarissimo album omonimo. Ristampa Continental.

"Moto Perpétuo"

  M.O.T.U.S.   - Una singolare formazione francese responsabile di un solo e dimenticato album. La singolarità sta nel fatto che il gruppo ha un suono molto più vicino al progressive inglese che alle coeve esperienze transalpine: dipende sia dai testi anglofoni, opera del chitarrista britannico Ian Jelfs, già membro dei Circus di Mel Collins, che dalle composite scelte stilistiche del quartetto. In effetti, l'album "Machine Of The Universal Space" (1972), che è anche il significato del nome-acronimo, richiama alla mente le migliori sonorità di Canterbury, con accenti spiccatamente jazz di buon livello e spezie esotiche qua e là, rimanendo dunque piuttosto lontano dal tipico prog di scuola francese. La sequenza di nove tracce offre comunque una gustosa ricetta musicale, fin dall'attacco di "Let It Get Higher": la voce di Jelfs è al centro di un incisivo hard prog cadenzato, con la sua chitarra solista che punge e svaria quanto serve, come pure nella più acida "Ba'albeck Stone". Sono brani di breve durata, piuttosto gradevoli e mai prolissi, che senza inventare nulla denotano mestiere e affiatamento. Ad esempio la melodica "Out in the Open", pop-song che ammicca al folk-rock americano, e poi "Green Star", dove una chitarra in odore di jazz è protagonista con il contrappunto dell'organo di Michel Coeuriot e delle vivaci percussioni di Philippe Combelle. "Aledebarente" è un altro episodio con le percussioni e l'organo in evidenza, stavolta con il fattivo apporto del basso (Gilles Papiri), all'interno di uno schema jazz che torna, ancora più marcato, nello strumentale di coda "Proxima". L'influsso di Canterbury si palesa soprattutto in "Summer Song", molto vicina ai primi Caravan: è una placida pop-song sviluppata sulla voce solista, raddoppiata, e il piano, con la chitarra stavolta di rincalzo. Interessante anche "Mesopotamie Natale", che dopo un'intro psichedelica sulle tastiere evolve in una colorata jam con le percussioni tribali, il basso e la chitarra di Jelfs in bella evidenza, e sullo stesso tenore "Tiahananaco Road": è musica dal sapore molto latino, tra ritmi accattivanti e spunti improvvisati. Anche se forse manca l'acuto memorabile, il solo disco firmato dai M.O.T.U.S. merita la giusta attenzione e può riservare piacevoli sorprese ai cultori del prog minore degli anni Settanta. Ian Jelfs suonerà poi con la band Alice nel periodo 1972-'73. Ristampa in cd della svedese Flawed Gems.

"Machine Of The Universal Space"

  Moving Gelatine Plates   - Questa band francese si forma nel 1969 a Sartrouville, nei dintorni di Parigi, e realizza almeno due dischi notevoli. Il quartetto che incide l'album di debutto omonimo nel 1971 mostra evidenti affinità con il Canterbury Sound, anche per l'umorismo che serpeggia qua e là. I cinque brani sono dominati dai fiati e dall'organo di Maurice Hemlinger, soprattutto "Gelatine", tra frequenti cambi di tempo e spunti intriganti di tromba e sax. Ottimo anche il lavoro di basso e batteria, preciso e più discreto quello del chitarrista Gerard Bertram. "London Cab" vede flauto e sax alternarsi s'un tempo ritmico sempre sostenuto, ma c'è spazio anche per lunghe variazioni della chitarra e buffi inserti vocali. Il meglio sta forse nella lunga "Last Song": dopo una prima parte molto dinamica, con sax e chitarra in primo piano, un lungo assolo di batteria introduce una deriva psichedelica sui timbri dell'organo, col delicato contrappunto del chitarrista e parti vocali in tono. L'epilogo della nostalgica "Memories", con flauto e chitarra acustica protagonisti, conferma le qualità del gruppo. Sullo stesso livello, ma più accurato e maturo nella produzione, è il successivo "The World of Genius Hans" (1972). Sette tracce tra le quali spicca la lunga suite del titolo: quattordici minuti di raffinato jazz-rock, con magistrali intrecci tra i fiati, la chitarra e una sezione ritmica spumeggiante che rilancia spesso i temi. I testi ruotano intorno al concetto che genio e nevrosi sono parenti stretti, ma le parti vocali non sono certo il fulcro del disco, in gran parte strumentale. La musica del gruppo è ora più rigorosa, esaltando un amalgama ormai perfetto tra i quattro musicisti, tra i quali spicca il talento di un prezioso polistrumentista come Hemlinger, che suona sax (tenore, soprano, contralto), flauto, tromba e organo. Tra gli altri episodi si segnalano "Astromonster", costruita sul basso di Didier Thibault e vagamente esotica, con tanto di percussioni latine e chitarra alla Santana, e "Moving Theme", col peculiare lavoro di fiati e chitarra nell'altalena ritmica tipica della band. Difficoltà economiche stringenti portano poi allo scioglimento, ma nel 1978 Thibault ci riprova con altri elementi sotto la sigla Moving, realizzando il disco omonimo nel 1980. E' un jazz-rock gradevole, ma più convenzionale e melodico, con parti cantate ben inserite nel morbido tessuto strumentale. Nel 2006, stavolta sotto la vecchia sigla, è stato pubblicato anche "Removing".

"The World of Genius Hans"

  Mr. Brown   - Formazione svedese, di Älmhult, dimenticata e sconosciuta ai più, che ha realizzato un solo disco nella sua breve esistenza. Nati come cover band scolastica, gli Svenska Galenskaper (cioè "Dementi svedesi", il loro primo nome) si stabilizzano con l'arrivo del tastierista Anders Nilsson, spostando il repertorio verso sonorità progressive, e cominciano quindi un'intensa attività live nel sud della Svezia nel periodo 1974-1975. La band però si disperde subito dopo per le diverse attività dei singoli, salvo ritrovarsi nell'inverno del '76, quando viene deciso di registrare un album a testimonianza della loro musica e si opta per la sigla definitiva di Mr. Brown. Autoprodotto nel 1977 in circa mille esemplari, e distribuito in proprio, "Mellan Tre Ögon" ("Fra tre occhi") è in realtà un album discreto, che può riservare piacevoli sorprese agli appassionati del prog romantico-sinfonico minore. Si compone di sette episodi non travolgenti ma ben suonati, tutti improntati a un morbido prog vicino a Camel e Pink Floyd, con atmosfere di elegante fattura. Come traspare da "Resan Till Ixtlan", interamente dominato da un pianoforte di matrice classica, nel settetto spiccano soprattutto le tastiere di Nilsson, ad esempio nell'iniziale "Suicide", ben coadiuvato dalle chitarre di Lars Meding e Håkan Andersson, oltre che dal sax, ma nell'economia del sound non è meno importante il flauto di Jan Peter Stråhle: è il caso di "Recall the Future", uno strumentale che forse è il brano migliore della sequenza. Dopo un intro più heavy, il pianoforte e il flauto duettano tra loro in una dimensione intrigante e quasi cameristica, spezzata ad arte da belle accelerazioni ritmiche dove rifulge la chitarra solista. Sullo stesso tenore, per piano e flauto, scorre anche "Kharma 74", fitto di pause e riprese, stavolta con il vivace supporto del sax. Dei quattro episodi cantati, l'unico con i testi in lingua svedese è "Liv I Stad Utan Liv", mentre il breve "Universe" rappresenta il momento più melodico e sognante del disco. A conti fatti, l'unico album firmato Mr. Brown rimane un manifesto di prog delicato e molto gradevole, tutto da scoprire. Ristampa in CD di Record Heaven.

"Mellan Tre Ögon"

  Il Mucchio   - Interessante meteora dei primi anni Settanta italiani, Il Mucchio è un quintetto di Venezia che firma un solo album omonimo pubblicato nel 1970 dalla Carosello. Lo produce Pino Donaggio, lanciato dal successo internazionale di "Io che non vivo (senza te)", e poi autore di colonne sonore anche per Brian De Palma: ad esempio "Vestito per uccidere". Se il tono complessivo del disco è ancora molto "sixties", con marcati accenti tardo-beat, l'utilizzo dell'organo di Sandro Zane è decisamente personale, così come sono degne di nota la voce solista di Sergio Piazza, spesso affiancato dal coro, e alcune invenzioni in sede di arrangiamento. L'assenza della chitarra in organico, coraggiosa per l'epoca, lascia spazio anche al clavicembalo di Maurizio Rivoltella, specie in brani come "Una lacrima amara" e "Un angelo vero", dominati da una vena melodica vicina ai primi New Trolls. Il meglio dell'album però è altrove: nell'iniziale "Per una libertà", con le fluide linee dell'organo spezzate dai breaks di basso e batteria, e ne "Il cammino di chi non verrà", con il suggestivo crescendo di un organo gotico che insieme al clavicembalo incornicia le parti cantate. Nei temi tastieristici affiorano consonanze con Le Orme di "Collage": proprio nella prima incarnazione della band mestrina, curiosamente, aveva militato il batterista del Mucchio, Mauro Rebeschini. L'intro di "Qualcuno ha ucciso", con le percussioni esotiche in primo piano insieme al clarino di Rivoltella, lascia intuire il potenziale prog della band, mentre in "Misericordia" il felice spunto di organo e clavicembalo, ben supportati dal basso di Luciano Zanardo, preclude al motivo vocale, seguito ancora da ficcanti fughe ritmiche guidate dall'organo. Fin troppo lineare è invece la versione della celebre "Ave Maria" di Schubert, sottolineata dalle tastiere e dalle armonie vocali. Entrano quindi in gruppo, tra gli altri, il cantante/chitarrista Roberto Fagotto e il tastierista Luciano Basso (più tardi solista), ed escono due nuovi singoli. Il progressive si fa più evidente nell'ultimo, "Lei se ne andrà"/"Il giullare" (1973), segnato da sintetizzatore e chitarra elettrica, ma lo scioglimento arriva nel 1975, e un paio di tarde incarnazioni della band non hanno seguito. CD di Mellow Records e Si-Wan (Corea).

"Il Mucchio"

  Murple   - Tra i molti concept italiani usciti negli anni Settanta, "Io sono Murple" (1974), pubblicato dall'etichetta Fare, appena nata da una costola della nota azienda tedesca Basf, rimane secondo me uno dei migliori, benché in genere stranamente sottovalutato dalla critica dell'epoca. Di sicuro interesse, per cominciare, è lo spunto di partenza delle liriche, incentrate sulla storia allegorica del pinguino Murple, che dall'Antartide nativa finisce poi nel circo Antarplastic: i testi si sviluppano con toni solo apparentemente ingenui, in realtà paradossali e in qualche modo "scandalosi" secondo una certa visione morale. A parte questo, è soprattutto la parte musicale dei Murple a lasciare il segno: si tratta in pratica di due lunghe suites, suddivise in dodici episodi complessivi. Il quartetto romano, fondato nel 1971 da Duilio Sorrenti e dal bassista Mario Garbarino, suona un rock estremamente sinfonico ed elegante, intervallato da gradevoli inserti melodici ("Fratello" ad esempio) e ficcanti accelerazioni che rendono il disco sufficientemente vario e mostrano, soprattutto, le discrete qualità tecniche dei singoli: l'esempio migliore è forse il brioso "Murple Rock", costruito sui pregevoli spunti combinati tra la chitarra solista di Pino Santamaria e le tastiere di Pier Carlo Zanco. Quest'ultimo, è spesso protagonista con il suo pianoforte classicheggiante, come nella lunga "Preludio e scherzo", ma nei momenti più intensi la sequenza beneficia anche di un batterista energico e prolifico come Sorrenti, capace di assecondare al meglio passaggi più serrati e a volte sorprendenti, in particolare nell'episodio "Variazioni in 6/8". Insomma, nonostante le parti vocali non troppo incisive di Santamaria, musicalmente si tratta di un lavoro di spessore, molto ben suonato, che meritava senz'altro maggiore considerazione. Soffrì invece di una pessima promozione da parte della propria etichetta, e in mancanza di riscontri da parte di pubblico e stampa il gruppo si sciolse, dopo aver collaborato con Gianfranca Montedoro (dei Living Music) ed altri artisti. Solo nel 2007, dopo un lungo silenzio e grazie alla buona accoglienza della ristampa, la band si è poi riunita per realizzare un nuovo disco-concept come "Quadri di un'esposizione" (2008): l'album è basato sui quadri del pittore Victor Hartmann che aveva già ispirato l'opera omonima di Mussorgsky (poi ripresa da E.L.P.). Infine, nel 2014 è pubblicato anche "Il viaggio". Ristampe a cura di Mellow Records, AMS/BTF e Akarma (anche in vinile), mentre per altre notizie e informazioni esiste un sito ufficiale.

"Io sono Murple"

  Museo Rosenbach   - Con il Museo siamo di fronte a un nome maledetto del progressive italiano, tanto osteggiato al suo apparire quanto amato e rivalutato oggi. Quando appare "Zarathustra" (1973), disco d'esordio della band, non piace a molti il richiamo al superuomo di Nietzsche, o il collage di copertina, dove tra l'altro si riconosce un busto di Mussolini: basta questo malinteso a decretare un certo ostracismo al gruppo. Usciti per fortuna da questi schematismi pseudo-politici, è facile invece considerare il disco uno dei veri classici del prog italiano. Il Museo nasce da una lunga serie di aggregazioni tra band liguri come La Quinta Strada e Il Sistema, già attivi sul finire dei '60. Dopo un periodo live alle prese con un repertorio puramente rock, la band si dedica al nuovo progetto. "Zarathustra" ci mostra un quintetto (tastiere, chitarra, basso, batteria e voce solista), che sulla scia di un certo rock sinfonico rilegge la celebre opera del filosofo tedesco in un'ottica tutt'altro che filonazista (ben chiarita nelle note di copertina), e soprattutto in una suite musicale divisa in cinque tempi, potente e suggestiva. Le tastiere di Pit Corradi disegnano scenari rarefatti e crepuscolari, con improvvise aperture sul mellotron, attorno alla voce roca di Stefano Galifi, mentre la chitarra solista di Enzo Merogno incide con grande personalità al culmine di certe atmosfere: la magnifica sequenza centrale della suite, "Al di là del bene e del male" e "Superuomo", costituisce uno dei vertici assoluti del progressive italiano dei '70. Alla riuscita del disco contribuisce anche una robusta sezione ritmica: il basso di Alberto Moreno (impegnato anche al piano) e soprattutto il poderoso drumming di Giancarlo Golzi (poi coi Matia Bazar) aggiungono alle composizioni enfasi e potenza. I tre brani della seconda parte, come ad esempio "Degli uomini", mantengono questo equilibrio tra spunti serrati e intervalli romantici, anche se forse in maniera meno spettacolare. Indubbiamente, un grande disco, realizzato su CD da BMG Ricordi. Dopo un lungo silenzio, interrotto solo da documenti postumi tra i quali "Live '72" (1992), il Museo Rosenbach si è quindi riunito in una formazione parzialmente rinnovata per realizzare un album come "Exit"(2000), seguito da una riproposta del primo disco (" Zarathustra Live in Studio") e quindi da "Barbarica" (2013). Altre informazioni nel sito ufficiale.

"Zarathustra"

  Música Urbana   - Un'altra formazione spagnola originaria di Barcellona, dedita a un jazz-rock di alto livello. A formarla è il tastierista e fiatista Joan Albert Amargós, leader di un quartetto tecnicamente eccelso che realizza nel 1976 l'album d'esordio omonimo. Sei tracce interamente strumentali nelle quali il jazz e gli aspetti più tipici della musica iberica si sposano in maniera intrigante grazie a una spiccata impronta ritmica, spesso esasperata, che connota tutti gli episodi. Si segnala la trascinante "Violeta", tra i vertici della sequenza, dove synth, percussioni e chitarra soprattutto si danno la mano in un brillante manifesto di fusion trasversale. "Agost", che apre il disco, è invece più sbilanciata sul versante della tradizione spagnola, con echi di gioiose danze popolari, così come si apprezza il variegato arazzo di "Font", con piano elettrico, flauto e la chitarra elettrica di Lluis Cabanach protagonisti in uno schema aperto, che porta al proscenio anche il basso inventivo di Carles Benavent. Due anni dopo i Música Urbana si ripetono con l'eccellente "Iberia" (1978), probabilmente il loro apice: cinque tracce mirabili suonate alla grande da un organico arricchito dal nuovo chitarrista Jordi Bonell (che rileva Cabanach), e dai fiatisti Matthew Simon (tromba e filicorno) e Jaume Cortadellas (flauti). Le composizioni suonano quasi sinfoniche nel loro incedere jazz, con i richiami al folk spagnolo meglio integrati nel contesto, ma si notano anche riferimenti alla musica classica contemporanea. Splendida l'apertura di "En buenas manos", con flauto, tromba e clarino in primo piano: è musica ipnotica, che sembra girare in tondo, e beneficia del consueto groove ritmico, caldo e mediterraneo. Simile il resto del disco, senza cadute di tono: nel colorato arazzo di "Invitation au 'xiulet'" si apprezzano i poliritmi della batteria oltre al pianoforte, mentre la briosa "Pasacalle de Nit" rimanda chiaramente alla Passacaglia, danza tradizionale rivisitata da compositori quali Stravinski e Brahms, e qui guidata ancora da flauto e mandolino. In "Pasodoble Balear", omaggio al compositore De Falla, il jazz torna protagonista: in particolare, il piano di Amargós tiene testa al gioco sempre brillante dei fiati e agli echi del flamenco. Nell'epilogo di "Vacances Perdudes" la musica si fa quasi eterea, prima di un bel crescendo dove si fanno notare soprattutto il synth e il basso spettacolare di Benivente, insieme alla tromba e alla chitarra solista. Sciolta la band, il bassista Benavent, che aveva suonato prima nei Maquina! con Cabanach, realizza molti dischi da solista e ottiene una discreta fama collaborando con Paco De Lucia e poi con Chic Corea. Ristampe a cura di Picap, Zeleste e Nuevos Medios.

"Iberia"

"En buenas manos"

  Mythos   - Band molto rappresentativa della scena tedesca dei primi Settanta, i Mythos incidono diversi dischi con organico sempre mutevole, a parte la salda leadership di Stephan Kaske, flautista e chitarrista. L'esordio di "Mythos" (1972) è perfettamente in sintonia con gli umori cosmici di altri gruppi similari: cinque tracce dominate da sonorità rarefatte, spaziali, spesso a carattere improvvisato, con il flauto, le percussioni e primitivi effetti elettronici in evidenza. Neppure la rielaborazione di un brano di Händel ("Mythoett") fa eccezione a questo schema. "Oriental journey" ricorre anche al sitar per catturare suggestioni esotico-meditative. E' musica cerebrale, ipnotica, con rari interventi vocali. In "Hero's death" compare anche il mellotron, ma sono le due parti di "Encyclopedia Terra" (oltre diciassette minuti) a riassumere l'essenza del suono-Mythos: riff ossessivi di chitarra, marziali progressioni ritmiche, insistiti effetti elettronici a carattere evocativo e drammatico. Il successivo "Dreamlab" () esce nel 1975 e mostra un notevole affinamento degli stessi ingredienti e qualche nuova soluzione strumentale. Kaske è ora affiancato da Robby Luizaga (basso e mellotron) e dal percussionista Hans-Jürgen Pütz. Sei pezzi caratterizzati da un uso più dinamico del flauto ("Message" ad esempio), da sognanti cavalcate negli spazi come "Expeditions", col flauto, la chitarra e le voci in primo piano. La lunga title-track, in realtà una vera mini-suite, sfodera ancora un virtuoso flauto ficcante e impasti più roccheggianti conditi dal synth di Kaske, mentre "Eternity" chiude l'album sulla stessa linea, con accenti davvero prossimi ai Jethro Tull di Ian Anderson, prima di lasciare spazio ai suoni elettronici. La band incide altri dischi, come "Concrete City" (1979) e "Quasar" (1980), ma la fortuna declinante dei corrieri cosmici tedeschi coinvolge anche Kaske e compagni all'inizio degli anni Ottanta. I primi due album citati restano però dei piccoli classici di tutta un'epoca. Ristampe in CD della Spalax. Informazioni nel sito ufficiale.

"Dreamlab"