Archivio Prog

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Lard Free Laser Latte e Miele Lava Libra Life Light Lightshine Living Life Lucifer's Friend

 

 

  Lard Free   - Importante formazione francese di Avant-Prog, messa insieme a Parigi sul finire del 1970 dal batterista Gilbert Artman, che si unisce a Hervé Eyhani (basso), Francois Mativet (chitarra) e Philippe Bolliet (sax) per il primo disco omonimo, uscito nel 1973. E' una sequenza interamente strumentale, che coniuga psichedelia ed elettronica a sfumature jazz, in un impasto di buona suggestione. Una chitarra elettrica torturata, alla maniera di Fripp, si avventura in lunghe derive frantumate dalla ritmica irregolare, con affilati soli di sax ("12 ou 13 juillet que je sais d'elle" e l'iniziale "Warindbaril"), spesso con effetti marcatamente dark ("Acide framboise"). Ci sono isole di suoni rarefatti, col vibrafono in evidenza insieme a sax e basso ("Livarot respiration"), e soprattutto una ricerca continua di sonorità in costante divenire, che nulla concedono alle formule rock più facili. Un esordio autorevole, vicino a certe coeve esperienze della musica tedesca più sperimentale. Il discorso prosegue nel successivo "I'm Around About Midnight" (1975), con Artman che rivoluziona la band: al posto dei partenti entrano il noto chitarrista/bassista Richard Pinhas (del gruppo Heldon), e ben due fiatisti come Alain Audat e Antoine Duvernot. Sviluppando le premesse del primo album, il suono si spinge ora in audaci territori che possono anche richiamare, a tratti, il Mike Oldfield degli inizi: ad esempio "Does East Bakestan BelongTo Itself", col flauto di Duvernot e le percussioni del leader in primo piano. I corposi effetti elettronici evocano spazi diversi e affascinanti, come nell'iniziale "Violez l'espace de son refrigerant", tra richiami di matrice cosmica, e quindi "In a Desert-Alambic", scandito da ossessive percussioni tribali e linee ondivaghe di chitarra punteggiate dai fiati. Il brano più lungo della raccolta, "Tatkooz a Roulette", cresce s'un organo avvolgente e rintocchi evocativi, prima che il synth salga al proscenio in lunghe variazioni. "Pale Violence Under a Reverbere" recupera il suono più corposo di chitarra e batteria in una scansione oscura e incombente, traversata da lampi sinistri, mentre il pianoforte classico di Artman domina la conclusiva "Even Silence Stops When Trains Come", che si spegne tra effetti disturbanti e spirali di vento. Il terzo e ultimo disco firmato Lard Free si chiama semplicemente "III" (1977) e avvicina ulteriormente il suono della band francese ai cosmici teutonici. Basta ascoltare la lunga "Spirale Malax" iniziale, dominata da organo e suoni sintetici ossessivi in espansione lineare, con il tribalismo percussivo aggiunto nella seconda parte oltre a crudi inserti di chitarra del nuovo arrivato Xavier Baulleret. Oltre a lui, con Artman ci sono adesso il clarinettista Jean-Pierre Thiraut e Yves Lanes ai sintetizzatori. L'altra suite in tre parti, non a caso è intitolata "Synthetic Seasons": nel reticolo sintetico trovano comunque più spazio la chitarra e le ritmiche, nel secondo e soprattutto nel terzo segmento, dove la trama procede ancora più inquietante, tra sincopi e distorsioni di vario tipo. E' musica tetra, ostica e nel suo genere molto rigorosa. La stesso anno Artman registra il primo di una lunga serie di album con il nuovo progetto Urban Sax, ponendo fine di fatto all'esperienza dei Lard Free. In seguito ha visto la luce anche "Unnamed" (1997), con registrazioni inedite del periodo 1971-'72. Ristampe Spalax, Wah-Wah Records Sound e Captain Records.

"I'm Around About Midnight"

  Laser   - Di questo gruppo di origine romana sappiamo abbastanza poco. Formato alla fine degli anni Sessanta come Il Laser, incide un primo 45 giri nel 1972 e quindi, dopo qualche avvicendamento, il rinnovato quintetto realizza l'unico album di cui si ha notizia, poi riedito su CD da Mellow Records e Akarma: "Vita sul pianeta" (1973). La musica della band, che cerca un equilibrio tra passaggi rock e melodia tipicamente italiana, è in ogni caso insoddisfacente, povera di soluzioni originali nell'accoppiata organo/chitarra (Valentino D'Agostino e Loris Cardinali) che scandisce senza troppa fantasia gli otto brani in scaletta, con titoli già di per sé eloquenti come "Dove andremo?" e "L'ultimo canto del killer", dove si ascolta anche il falsetto. Fin dall'attacco della title-track, con qualche spunto vivace di chitarra elettrica e coretti stucchevoli, il disco sembra avere un'impostazione concept, secondo la moda del tempo: la vita che si evolve, appunto, sulla terra in modi e forme diverse. Niente di nuovo sotto il sole, insomma, e comunque le liriche sono fin troppo retoriche, o naive, per destare un vero interesse: come se non bastasse, anche le voci che si alternano nei singoli brani, in mancanza di un vero cantante di ruolo, sono tutt'altro che brillanti nell'espressione dei contenuti ("Non vede la gente", ad esempio), lasciando un sapore di approssimazione che certo non giova all'effetto complessivo. Non che i singoli componenti della band manchino di qualità, ma è proprio l'insieme, frammentario nella scrittura e poco accurato a livello di produzione, a penalizzare anche i momenti potenzialmente interessanti della sequenza. In estrema sintesi, "Vita sul pianeta" è un album decisamente modesto, che all'epoca passa praticamente inosservato anche per la scarsa promozione garantita dall'etichetta Car Juke Box, e il gruppo finisce per sciogliersi poco dopo senza lasciare traccia, prima di riemergere come oggetto di collezionismo soltanto negli anni Novanta. Gruppi come i Laser, e diversi altri se ne possono citare, documentano un periodo forse irripetibile della musica rock italiana, divisa tra i picchi artistici che sappiamo e produzioni, invece, di livello assai inferiore.

"Vita sul pianeta"

  Latte e Miele   - Dei Latte e Miele, band formata a Genova nel 1971, è difficile dare un giudizio univoco. I tre musicisti genovesi (tastiere, basso/chitarre, batteria) sono tutti giovanissimi, a cominciare dal batterista Alfio Vitanza, all'epoca sedicenne, e debuttano con un album molto ambizioso fin dal titolo, che si richiama in un colpo solo a J.S. Bach e ai Vangeli: "Passio Secundum Mattheum"(1972). Il disco, pubblicato dalla Polydor, viene presentato dal vivo al Teatro Pontificio di Roma con l'apporto del Coro dell'Opera, e suscita molto interesse anche perché si ricollega al filone mistico-religioso che in Italia ebbe un certo seguito già all'epoca delle Messe Beat. Musicalmente, però, i risultati sono molto alterni. Fin dalla suggestiva "Introduzione", interpolando con disinvoltura citazioni dei passi di Matteo e fughe d'organo ("Getzemani"), con enfatico dispiegamento di cori lirici ("Il Calvario"), tra le tastiere sinfoniche di Oliviero Lavagnina e gli spunti chitarristici di Marcello Della Casa, il gruppo regala comunque momenti di un certo fascino, ma eccede spesso nella ricerca di effetti discutibili: lasciano interdetti soprattutto i pezzi cantati e recitati, non sempre sposati a dovere con la parte musicale ("I testimoni"). Il secondo album è invece il 'concept' "Papillon" (1973): in questo caso la musica è più vicina ad altre formazioni triangolari della scena britannica, E.L.P. in testa. La trama della lunga suite omonima, divisa in sette "quadri" più l'overture, ruota attorno al surreale rapporto tra il burattino Papillon e una bambina: nonostante un'ispirazione meglio dosata rispetto all'esordio, non tutto funziona. Il terzo quadro, "L'incontro", è un brano molto ben costruito, ma l'insieme suona ripetitivo, specie nelle parti cantate, e il trio non sa personalizzare una formula sonora ormai inflazionata. Va meglio con la tripartita "Patetica": il gruppo rilegge l'omonima sonata di Beethoven nella prima parte, insieme però a citazioni di altri compositori (da Bach a Tchaikovsky), mentre la seconda è ispirata alla "Primavera" di Vivaldi, in un brioso accumulo di spunti, fino al jazz, e la terza infine è cantata coralmente. Dopo una pausa, e due singoli realizzati nel 1974, il solo batterista Alfio Vitanza realizza con una nuova formazione "Aquile e scoiattoli" nel 1976: è un album dall'impostazione variegata, che include tracce più melodiche come la title track, con liriche interessanti, ma anche l'ennesima rilettura classica di Beethoven ("Opera 21") e una lunga e raffinata suite di taglio sinfonico come "Pavana", sicuramente di buon livello. Nel 1992 esce un "Live" datato 1974 e nel 1996 "Vampyrs", sempre con vecchio materiale dei tardi '70. Riformata nel 2008, la band genovese ha realizzato prima un album come "Live Tasting", e quindi nel 2009 è uscito "Marco Polo-Sogni e viaggi". Altre informazioni qui .

"Passio Secundum Mattheum"

  Lava   - Questo gruppo oggi dimenticato si forma a Berlino nel 1971, e lascia alle cronache del rock un solo album. Realizzato nel 1973 per la famosa etichetta Brain, e prodotto da Conny Plank, "Tears Are Goin' Home" rimane un disco controverso, ma piuttosto lontano dall'elite della scena tedesca dell'epoca. Il sestetto dimostra infatti una vena fin troppo eclettica, che abbraccia il krautrock più tipico come nella potente title-track di apertura, con la chitarra di Stefan Ostertag in primo piano insieme alla voce solista, ma anche suggestioni diverse non sempre focalizzate a dovere. "Would Be Better You Run", ad esempio, recupera un folk-rock di tipo americano, con un tema vocale quasi mantrico che scorre s'una base di chitarre acustiche e pianoforte, e la chitarra elettrica in appoggio: semplice, ma abbastanza efficace. Al contrario, "All My Love To You", pur nel medesimo solco del brano precedente, con chitarra acustica e organo sotto la voce ossessiva, suona piuttosto monocorde. Nel complesso, la sequenza dei Lava è improntata ad un certo tono dimesso e malinconico, con la prevalenza di atmosfere intimiste, e proprio in questa direzione vengono fuori le tracce più riuscite, seppure non sempre elaborate al meglio dal punto di vista dell'arrangiamento. Tra i momenti migliori c'è "Crimes of Love", sviluppata s'un arpeggio di chitarra e con il basso in evidenza, mentre il canto del batterista Archer Weaver interpreta efficacemente un sofferto blues in lentissimo crescendo d'intensità: sullo sfondo s'inseriscono poi organo, chitarra elettrica e il flauto di Jurgen Kraaz per un risultato d'insieme piuttosto suggestivo. Interessante anche "Mad Dog", un altro crescendo costruito stavolta sul pianoforte di Thomas Karrenbach, la chitarra psichedelica in appoggio e un buon lavoro percussivo di Waever, e quindi "Holy Fool", ancora un blues principalmente acustico con la voce solista a tratti supportata dal coro. La lunga "Piece of Peace", in coda, sviluppa i toni più ombrosi già emersi in una dimensione interamente strumentale, dove pianoforte, chitarre e percussioni aggiunte costruiscono un paesaggio evocativo e decisamente psichedelico, che richiama la musica più ipnotica dei Can. Alla fine, il solo disco pubblicato dai Lava non manca affatto di attrattive, ma l'approccio spontaneo e forse ancora acerbo del gruppo finisce spesso per nuocere all'effetto complessivo. Ristampe di TRC e Repertoire.

"Tears Are Goin' Home"

  Libra   - Percorso piuttosto insolito quello dei Libra, una formazione romana nata nel 1973 sulle ceneri dei Logan Dwight: ne facevano parte Federico d'Andrea e Franco Ventura, il quale però abbandona abbastanza presto il nuovo progetto. Dopo aver partecipato al musical "Jacopone" nel 1973, la band si schiera a quintetto l'anno seguente con l'ingresso del bassista Dino Cappa, e viene messa sotto contratto dalla Ricordi: "Musica e parole" () è il titolo del primo album pubblicato nel 1975, con la produzione di Claudio Fabi e Danny Besquet. E' una proposta molto personale diluita in sei episodi suonati con notevole padronanza tecnica: un jazz-rock basato sulle chitarre, spesso melodico e con una patina "funky" molto pronunciata, che differenzia i Libra dal prog italiano dell'epoca. L'apertura di "Nato oggi" evidenzia la brillante caratura del quintetto, con la voce solista di D'Andrea in evidenza nella prima parte, seguita da un vorticoso jazz-rock nel quale spiccano il basso pirotecnico di Cappa e la chitarra solista di Nicola Di Staso. Un sound ancora più "americano" affiora in "Beyond the Fence", cantato in inglese tra vivaci effetti live, con trascinanti passaggi strumentali dominati dalle voci, anche corali, il piano elettrico di Sandro Centofanti (ex Buon Vecchio Cahrlie) e le chitarre. Più avvolgente la sequenza "Il tempo è un buon amico / Forse è una furia", con cambi di tempo e belle parti vocali, mentre la title track è una lunga composizione per pianoforte e voce che sale d'intensità alla distanza. Suggestivo anche il lungo epilogo di "Inquinamento", con una lunga introduzione atmosferica e un testo in romanesco sui disastri ambientali, recitato sullo sfondo dell'organo e con la chitarra ancora sugli scudi. Registrato anche in edizione inglese, il disco piace molto agli americani e Danny Besquet spunta per i Libra un contratto con la prestigiosa etichetta Motown che prevede addirittura dieci album. Così, dopo un tour italiano con il Banco, il gruppo recluta il nuovo batterista Walter Martino e nell'autunno del 1975 vola in USA per suonare di spalla ad artisti quali Frank Zappa e Chicago. Il secondo album, pubblicato solo in America dalla Motown, è "Winter Day's Nightmare" (1976), ma nonostante le premesse non riscuote il successo sperato e al ritorno in Italia la band comincia a sfaldarsi. In una nuova versione, con Maurizio Guarini (Goblin) e Carlo Pennisi (ex Flea) che rilevano Di Staso e D'Andrea, il gruppo si riunisce infine per registrare "Schock" (1977), colonna sonora dell'omonimo film di Mario Bava: un lavoro a tinte forti, ricco di intriganti passaggi strumentali, che rimane l'ultimo atto ufficiale di questa valida e atipica formazione italiana. Ristampe di Sony-BMG e Cinevox.

"Musica e parole"

  Life   - Una band svedese dalla stringata discografia, capace però di lasciare una buona impressione ancora oggi. Nati nei dintorni di Stoccolma nel 1970 come trio (tastiere/chitarra, chitarre/basso e batteria), i Life realizzano un primo singolo nel settembre dello stesso anno e subito a ruota pubblicano quindi il loro album omonimo in lingua svedese, poi riedito in inglese nel 1971. Quest'ultima versione è quella tuttora in circolazione, e guadagna al trio molti elogi in patria. Effettivamente, il disco dei Life ha mantenuto una certa freschezza esecutiva. Dalla fertile vena del tastierista Anders Nordh e del bassista/chitarrista Paul Sundlin, infatti, escono quattordici tracce di limpido rock, spesso felicemente melodico, corroborato dalle vibranti voci dei due. Si passa dal rock tagliente di "Nobody was there to love me" e francamente elettrico di "Sailing in the sunshine", oltre alla meno riuscita "Living is loving", alla grazia più classicheggiante di "She walks across the room", con tanto di pianoforte a sottolineare il crescendo emotivo, fino a "One of us", che mescola le voci in sordina a squarci di rock psichedelico, con un pianoforte molto estroso. Tuttavia il gioiello del disco è "Once upon a time": l'apertura romantica e la voce solista creano un seducente effetto evocativo, garantito dall'arrangiamento orchestrale, che culmina poi in un finale da brividi. I brani più lunghi sono poi inframmezzati dai tre brevi episodi di "Quo vadis", dove l'anima del trio svedese sembra esprimere velleità più sperimentali, in bilico tra musica colta e provocazione. Dopo una lunga tournee nella versione teatrale del musical "Hair", il gruppo si sciolse senza possibilità di sviluppare le proprie indubbie qualità. Resta comunque un disco godibile, non sempre impeccabile, ma ricco di momenti originali. La ristampa digitale (Mellotronen 1997) include tre bonus-tracks.

"Life"

  Light   - Questo gruppo olandese prende corpo a Gouda e con il nome di Light Formation si esibisce dal vivo già alla fine degli anni Sessanta. Solo nel 1972 la band trova un contratto discografico con l'etichetta Barclay Records e, accorciata la sigla per l'occasione, realizza lo stesso anno quello che rimarrà il suo unico album: "The Story of Moses". Come s'intuisce dal titolo, si tratta di un classico concept di argomento biblico: in sei episodi è così narrata la storia di Mosè, che guidò il popolo ebraico fuori dall'Egitto verso la terra promessa. Il gruppo è un quintetto nel quale il ruolo dominante è svolto dalle ricche tastiere di Adri Vergeer, autore del materiale, che indirizza perciò la musica verso una dimensione sinfonica indubbiamente adeguata al contesto. L'attacco di "The Water" è molto eloquente: toni solenni ed evocativi, con il mellotron e l'organo in primo piano, con morbidi arpeggi di chitarra in appoggio, e placide parti vocali dello stesso Vergeer, mentre la chitarra elettrica dell'ospite Hans Hollestelle incide solo nella seconda parte. Non mancano in realtà nella sequenza momenti strumentali più vivaci, a cominciare dalla lunga "The Blackberry Bushes", dove la chitarra solista e soprattutto le percussioni creano un'atmosfera più mossa, quasi sulle tracce del "latin rock" di Santana, prima che il tastierista si riprenda la scena in lunghi fraseggi all'organo, con apprezzabili inserti del flauto di Hans de Bruin. Altrove il prog dei Light sfodera tonalità barocche, come in "White Turns into Black", tra fughe organistiche sull'esempio di Bach e il buon apporto di basso e flauto. Interessante anche un episodio come "The Nuisances", dove il vivace tema delle tastiere si sposa con gradevoli parti vocali, attraverso movenze barocche ben congegnate che includono un breve inserto del chitarrista. Il brano meno convincente è invece "The Desert": c'è una certa enfasi predicatoria, con recitativi dall'effetto un po' datato, che inficia il risultato finale del pezzo. Nel complesso "The Story of Moses" ha dei buoni momenti, ma non è un disco fondamentale del rock anni Settanta, nonostante le ottime capacità di Vergeer, che dimostra talento e una certa versatilità di scrittura. Per questo motivo il solo album dei Light può interessare soprattutto gli appassionati del prog basato sulle tastiere. Ristampe in CD di Estrella Rockera.

"The Story of Moses"

  Lightshine   - Gruppo tedesco originario di Emmerich am Rhein (Westfalia), formato nel 1974, che ha realizzato un solo album nella sua breve esistenza. Del quintetto che nel 1976 realizza "Feeling" () per l'etichetta Trefiton, si conoscono soltanto i nomi di battesimo, ma nonostante le scarse notizie il disco è davvero di buon livello, un esempio decisamente personale di "space rock" dalle tinte psichedeliche. Nelle cinque tracce, tutte ben suonate, un ruolo fondamentale hanno le due chitarre di Ulli e Joe, che rendono sempre dinamica e brillante la ricetta sonora, mentre il synth di Olli opera soprattutto in appoggio. Sin dall'attacco di "Sword in the Sky", il rock dei Lightshine allinea tonalità evocative, con tanto di flauto in bella evidenza nella seconda parte, a repentini cambi di tempo e parti vocali in inglese spesso sopra le righe. Il culmine di questo indirizzo stilistico, variegato e imprevedibile, è probabilmente nella lunga "King and Queen", dove il testo dialogico mette in scena un re sanguinario e una regina inerme: toni prima lirici e poi grotteschi inseriti all'interno d'un pezzo musicalmente molto bello, con una morbida chitarra "floydiana" che dipinge un'atmosfera sognante e raffinata. In "Lory" trionfa un rock costruito sul basso, con chitarre lanciate poi in pregevoli tirate solistiche, mentre il canto incide ancora piuttosto graffiante. Tra i momenti più suggestivi va segnalata "Nightmare", con la sua dimensione onirica e psichedelica che cresce sulle chitarre e il synth, e parti vocali stavolta più pacate fino alla cesura ritmica a metà del brano. Stessi umori psichedelici nella finale title-track, con delicati arpeggi chitarristici ed effetti percussivi di sfondo: assorte armonie vocali s'intrecciano mentre il pezzo cresce d'intensità sulle chitarre e la batteria, con effetti di synth e voci concitate quasi da film horror. Un epilogo degno dell'album, sempre in bilico tra rilassanti atmosfere e soprassalti inopinati, con le bizzarre parti cantate in primo piano. I Lightshine si sciolgono nel 1977 senza poter dare un seguito al loro esordio, ma "Feeling" resta un disco indubbiamente valido: forse non sempre compattato a dovere e con qualche lungaggine, e tuttavia una spanna al di sopra di tanto Krautrock in quanto a personalità e intuizioni. Ristampe digitali a cura di Garden Of Delights.

"Feeling"

  Living Life   - Uno dei molti gruppi italiani dimenticati, i Living Life si formano a Torino su iniziativa del batterista Roberto Betti, a suo tempo con i Circus 2000 del primo disco. Lasciata la band, Betti suona jazz e quindi vive un anno in Afghanistan. Rientrato in Italia, mette in piedi un sestetto che include anche il chitarrista Marcello Quartarone (altro reduce dai Circus 2000) e il fiatista Walter Negri, e realizza nel 1975 "Let: From Experience to Experience", album che inaugura la piccola label Shirak, gestita dallo stesso Betti. I sei brani del disco, interamente strumentale a parte "Let", cantata in inglese, propongono una ricetta fusion che mescola jazz, un po' di rock e qualche sapore etnico. Il flauto delicato di Negri guida l'apertura di "Studio in La minore", insieme al pianoforte di Piercarlo Bettini: un episodio indubbiamente elegante, ma frammentario. E' un po' la cifra dell'intera sequenza, anche se alcuni episodi mostrano qualità di prim'ordine: ad esempio "Straight Down", con la chitarra solista di Quartarone in bella evidenza con i picchi del sax, o la più tesa e vibrante "From Marocco", con le percussioni protagoniste insieme a fiati, chitarra e pianoforte. Tra alterne vicende, passano ben sei anni prima che il gruppo si riaffacci sul mercato discografico. Solo nel 1981 esce infatti "Mysterious Dream" (), inciso da una formazione molto diversa: con Betti e il bassista Savarro, suonano quattro nuovi elementi, mentre Bettini è presente solo in qualità di ospite. Rispetto al precedente, è un disco più compatto e rifinito, con un utilizzo organico delle tastiere, specie del synth di Aldo Valente. Lo si nota nell'apertura ad effetto di "Welcome People" e soprattutto nella splendida title-track, che scorre tra sonorità esotiche ben dosate e intriganti parti vocali, ancora in inglese, inserite a dovere nel corposo tessuto strumentale, con il flauto, l'oboe e la chitarra solista di Daniele Pintaldi in evidenza. Molto elegante è "Oldeurope", episodio costruito sull'oboe di Gianni Cinti e sul pianoforte, che cresce alla distanza sull' organo e la batteria. Il jazz fa capolino soprattutto nella coda di "Sliding Through the Clouds of Cusco", con flauto e piano che guidano le danze sul sofisticato tappeto ritmico. L'altro episodio cantato è "Living With the Music", che si apprezza ancora per il ruolo centrale dell'oboe in un'atmosfera sospesa, sostenuta ad arte dal lavoro congiunto di basso e batteria. Un bel disco, che rimane il miglior contributo dei Living Life alla scena prog italiana, seppure giunto fuori tempo massimo. Ristampe Mellow Records.

"Mysterious Dream"

  Lucifer's Friend   - Un gruppo di Amburgo formato nel 1970, che realizza prima un disco col nome di Asterix, e quindi con la nuova sigla firma una nutrita discografia fino al 1994. Guidati dal potente cantante inglese John Lawton, i Lucifer's Friend realizzano un album di debutto omonimo (gennaio 1971) che suscita unanimi consensi: otto tracce abrasive che richiamano da vicino i maestri dell'hard rock inglese. Il quintetto, che include il chitarrista Peter Hasslein e l'organista Peter Hecht, mostra grinta e coesione fin dall'attacco energico di "Ride The Sky", passando per "Keep Goin'" e la martellante "Everibody's Clown", fino a "Baby You're a Liar", con ribollenti fraseggi d'organo nel mezzo. La chitarra solista comanda quasi sempre le operazioni, ben supportata da una robusta sezione ritmica, con il bassista Dieter Horns in evidenza, anche in brani più articolati come "Toxic Shadows". La voce di Lawton è comunque il vero focus di un rock di grande impatto, che poco o niente concede alle formule del progressive, come dimostra il torrido finale di "Lucifer's Friend". Il secondo disco "Where the Groupies Killed the Blues" () è pubblicato dalla celebre Vertigo nel 1972. Nonostante la vibrante apertura di "Hobo", in linea con l'esordio, l'album mostra un sapore prog più spiccato nell'articolazione dei sette pezzi. Ad esempio "Mother", con inserti di violino e mellotron nel variegato impasto strumentale, e soprattutto la minisuite in tre tempi "Summerdream", dove il corposo apporto di fiati e archi crea un'insolita atmosfera in chiaroscuro. Il lavoro del tastierista Hecth è più variegato, tra pianoforte, organo, mellotron e synth, e lo stesso cantante dimostra grande versatilità: entrambi danno il meglio nella bella title-track, che tiene insieme con disinvoltura sanguigno rock e complessità di scrittura. Se "Prince of Darkness" è un classico hard rock melodico ch'esalta ancora il vocalist insieme alla chitarra incisiva di Hesslein, la chiusura di "Burning Ships" è invece una morbida ballata sviluppata su chitarra acustica e percussioni, in un lento crescendo che testimonia la nuova dimensione della band tedesca. Questo magico equilibrio però non dura: il terzo album, "I'm Just a Rock'n'roll Singer" (1973) vira verso un pop-rock meno convincente, tra ballate melodiche ("Closed Curtains") e sussulti di rock classico ("Rock'n'roll Singer"), con strani intermezzi strumentali fuori contesto ("Blind Freedom"). Curiosamente, è il disco più fortunato del gruppo negli States, insieme al successivo "Banquet" (1974). Quest'ultimo cerca di combinare melodie pop, soul e rock-jazz in un insieme eclettico, ben suonato ("Spanish Galleon"), ma non sempre efficace. Adesso gli inserti di rock duro si legano a fatica con lo schema orchestrale, ad esempio in "Sorrow", mentre "High Flying Lady-Goodbye" è un altro rock'n'roll molto tirato. John Lawton se ne va nel 1976 per unirsi agli Uriah Heep, mentre la band inanella altri dischi di poca fortuna col nuovo cantante Mike Starrs, a cominciare da "Good Time Warrior" (1978). Ristampe Repertoire.

"Where the Groupies Killed the Blues"


 

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