Archivio Prog

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Kaipa Kaleidon Kalevala Kansas Kestrel Khan Kingdom Come /Arthur Brown Kornelyans Kraan

 

 

  Kaipa   - Una delle band svedesi più note in ambito progressive, i Kaipa hanno diversi dischi all'attivo, ma i più interessanti restano i primi due. Si formano nel 1973 a Uppsala come trio, e col nome di Ura Kaipa (riferito a un leggendario capo-tribù dell'età della pietra) realizzano un primo 45 giri. Nel 1974 optano per la sigla definitiva e con l'innesto di un chitarrista come Roine Stolt incidono quindi il primo ellepì omonimo (1975). Quasi interamente composto dal tastierista e cantante Hans Lundin, l'album mostra l'ispirazione classico-sinfonica del quartetto svedese, dedito a un romanticismo elegante e un po' ingenuo, come nelle liriche in lingua svedese. Molto tipico di questo stile è l'iniziale "Musiken är ljuset". Anche senza eccessive forzature, le tastiere fanno la parte del leone, tra organo Hammond e pianoforte, ben bilanciate però dalla duttile chitarra solista di Stolt, ad esempio in "Ankaret", episodio di chiara impronta barocca. Negli episodi strumentali, come in "Skogspromenad", fanno capolino anche richiami discreti al folk scandinavo. Il secondo album dei Kaipa, "Inget nytt under solen"(), esce nel 1976, e nonostante il titolo ("Niente di nuovo sotto il sole") denota uno sviluppo dello stile iniziale e maggiori ambizioni dal lato strumentale. Lo testimonia la lunga suite "Skenet bedrar", divisa in cinque tempi: gran dispiego di tastiere, effetti elettronici, bruschi stacchi ritmici ed enfatiche parti vocali mostrano le buone qualità del gruppo. Negli altri brani la musica recupera i toni morbidi del disco d'esordio, con risultati convincenti soprattutto in "Korståg", firmata da Stolt. In seguito, e all'indomani di "Solo" (1978), la band vira invece verso un pop decisamente più leggero. Di recente Stolt e Ludin hanno resuscitato la sigla Kaipa realizzando "Notes from the past"(2002), quindi "Keyholder"(2003) e altri ancora. Ristampe in CD a cura della Musea. Informazioni e aggiornamenti nel sito ufficiale.

"Inget nytt under solen"

  Kaleidon   - Si tratta di un quartetto romano che incide nel 1973 il suo unico album, intitolato "Free Love" per ricordare l'omonima band attiva già alla fine dei Sessanta. Nel 1972, dopo aver realizzato due singoli nel corso del 1970, i Free Love vennero infatti falcidiati da un tragico incidente d'auto nel quale due membri, Gianni Caia e l'americano Steve Stogel, persero la vita. Uno dei due superstiti, Stefano Sabatini, è protagonista principale col suo piano elettrico di questo disco diviso in sei episodi e decisamente orientato verso il jazz. Si segnalano brani come "Inverno '43" o "Oceano", caratterizzato dal flauto, in una sequenza interamente strumentale e in pratica senza concessioni al gusto della contaminazione con il rock, come altre band italiane faranno nello stesso periodo. Ottimo comunque l'apporto al sax (contralto e soprano) di Massimo Balla, mentre la solida sezione ritmica è assicurata dai validi Franco Tallarita (basso) e Giovanni Liberti (batteria). E' senz'altro buona musica, suonata a dovere da un gruppo piuttosto sicuro dei suoi mezzi, anche se probabilmente fin troppo compassato e accademico per colpire il grosso pubblico di quegli anni, abituato a sapori e suoni molto più avventurosi. Questo è forse il limite più evidente del disco, che infatti non riscuote alcun successo: nonostante una discreta attività live, inclusa la partecipazione al "Festival d'Avanguardia e Nuove Tendenze" di Roma, e qualche successivo cambio in organico, con il nuovo bassista Gianni Colaiacomo al posto di Tallarita, i Kaleidon si sciolgono nel 1974 senza avere altre possibilità discografiche. Sabatini suona in seguito con Toni Esposito e con i Samadhi, prima di dedicarsi a un'intensa e soddisfacente carriera di solista jazz. Gianni Colaiacomo farà parte invece del Banco nel periodo 1979-1984.

"Free Love"

  Kalevala   - Questa band di Helsinki, il cui nome cita il poema epico finlandese che Elias Lönnrot mise insieme a metà dell'Ottocento, si forma nel 1969 e realizza tre album nel corso dei Settanta. Dopo una prima fase live dedicata al puro rock'n'roll, il gruppo viene rifondato da Lido Salonen (basso) con Markku Luukkonen (batteria) e Matti Kurkinen (chitarre), oltre al cantante Harri Saksala: il mutato indirizzo stilistico è più che evidente nel primo album "People No Names" (1972). Il quartetto, che è affiancato da validi strumentisti ospiti, alterna composizioni rock dominate dalla chitarra elettrica e dalla voce possente di Saksala, come nell'attacco della title-track, a episodi di grande effetto evocativo: ad esempio la magica "Where I'm From", cullata da pianoforte, chitarra acustica e flauto, ma anche "My Friend", breve strumentale ancora dominato da un pianoforte molto classicheggiante. Se "Waves" è un altro strumentale di classe, il resto della sequenza scorre invece all'insegna di un rock-blues abrasivo e ficcante: da "In The Net", traccia ficcante con Saksala impegnato anche all'armonica, alla ruggente e dinamica "Lady With The Veil", fino allo strumentale "Escape From The Storm", con chitarra solista e basso in evidenza. La formazione ha vita travagliata, e tra avvicendamenti vari passano tre anni prima del secondo disco, "Boogie Jungle", pubblicato nel 1975. Al disco collaborano due Wigwam come Jukka Gustavson e Jim Pembroke, come seconda voce. Con la voce solista di Limousine Leppanen, dotato di un vibrato che ricorda Roger Chapman, e una sezione ritmica nuova di zecca, con Salonen seconda chitarra insieme a Kurkinen, i nuovi Kalevala sterzano verso un rock più convenzionale, anche se comunque molto godibile e di buon livello tecnico. Tra i dieci pezzi spiccano "If We Found The Time", quasi in stile Family, e lunghe scorribande rock-blues dominate dalle due chitarre: a volte di buona presa melodica ("Mind The Fly Hunter" o "Boogie"), più spesso scandite dal passo acido di un quintetto sempre più lontano dal progressive vero e proprio. Si segnala la lunga traccia strumentale in coda, "Jungle", coi suoi umori quasi psichedelici che pulsano sul basso, con buoni effetti chitarristici. In seguito, la morte improvvisa di Kurkinen provoca piccoli aggiustamenti nel gruppo: il nome cambia in Kalevala Orchestra per l'uscita del terzo disco, "Abraham's Blue Refrain" (1977), che si sposta ancora di più verso un rock-blues di taglio americano, anche per l'influenza di Pembroke, che scrive le liriche dell'album. Dopo un tour europeo insieme ai francesi Ange, la band si separa nel 1978.

"People No Names"

  Kansas   - Una delle più note band americane dei Settanta, e non solo, i Kansas nascono su iniziativa di Kerry Livgren (chitarra) e Phil Ehart (batteria), prima impegnati in due gruppi diversi. La nuova formazione debutta nel 1974 con un omonimo passato inosservato, e matura rapidamente nei dischi successivi, quando il connubio di robusto rock melodico e influenze progressive comincia a destare interesse. Dopo "Song for America" (1975), il gruppo ormai stabilizzato come sestetto, pubblica "Masque" lo stesso anno: l'abile sintesi tra hard-rock melodico e impasti strumentali che richiamano il rock barocco inglese, con il violino classicheggiante del cantante Robby Steinhardt in evidenza accanto alle ricche tastiere di Steve Walsh e alla doppia chitarra, piace al pubblico. Tipici esempi della formula sono "Icarus - Borne on the wings of steel", "All over the world" e soprattutto la conclusiva "The pinnacle". Il periodo migliore dei Kansas è quello che segue, condensato in un paio di album di largo successo. In "Leftoverture", uscito nel 1976, gli ingredienti di base sono perfezionati: eleganti episodi alla Genesis ("The wall"), con belle parti di piano e chitarra, o in stile Gentle Giant ("Miracles out of nowhere" e "Cheyenne anthem"), con preziosismi sparsi, convivono con classici brani di taglio americano, ad esempio l'apertura brillante di "Carry on waynard son", con le voci corali in primo piano. Il brano di chiusura, "Magnum opus", è come spesso accade quello più ambizioso: prima rarefatto e poi oscuro, include virtuosismi al violino e repentini cambi di tempo, con un'enfasi di maniera, anche se ben confezionata. Il discorso vale anche per "Point of Know Return" (1977), che offre ancora richiami ai capiscuola britannici in una sequenza di dieci brani più brevi e formalmente impeccabili. Steinhardt suona violino, viola e violoncello con metronomica precisione ("Paradox" o "Portrait"), e si lancia in spericolate fughe insieme al synth ("Closet chronicles"). Il disco scorre via gradevole come sempre, tra sferzate rock e qualche inserto cameristico: il breve strumentale "The spider", basato sull'organo, è interessante e l'epilogo di "Hopelessly human" è senz'altro di ottima fattura, ma quello che manca è proprio l'acuto che resta in mente a riprova d'una personalità spiccata. Baciati comunque dal successo, i Kansas proseguono nella stessa scia con altri dischi fortunati, anche negli Ottanta e oltre.

"Leftoverture"

  Kestrel   - Formazione britannica originaria di Newcastle, i Kestrel (cioè il rapace Gheppio) lasciano alle cronache musicali il solo album omonimo, pubblicato nel 1975 su etichetta Cube-Decca. Lontani dai fasti e dalle compiaciute oscurità del progressive rock della prima ora, i cinque componenti sviluppano otto tracce di rock scorrevole, spesso melodico e brillante, senza mai diventare travolgente. Nella ricetta del gruppo spicca anzitutto la convincente voce solista di Tom Knowles, quasi sempre in primo piano, mentre per il resto le tastiere e la chitarra si dividono equamente i compiti nell'articolazione delle trame strumentali. L'iniziale "Acrobat" mostra il lato più cantabile, quasi pop del suono-Kestrel, accattivante e ben organizzato, seppure non particolarmente originale, così come "Take It Away", aperta dalla chitarra ruggente di Dave Black. In realtà non mancano composizioni più ambiziose, ad esempio la lunga "In the War", con la chitarra ancora protagonista accanto al piano elettrico e all'organo di John Cook, in una dimensione evocativa di buona presa, fitta di sospensioni e ripartenze, fino al maestoso ingresso del mellotron nell'ultima parte. Simile lo schema nella chiusura di "August Carol", dove il mellotron irrompe dopo i fraseggi vivaci di chitarra e organo intorno al canto duttile di Knowles: un finale in crescendo, impreziosito dalle note lunghe della chitarra elettrica. Scandita dal pianoforte, la più morbida "Last Request" è tra i momenti migliori per la bella performance del cantante e una scrittura melodica piuttosto raffinata nel suo genere, mentre al contrario un episodio come "Wind Cloud", ancora più intimista, suona quasi stucchevole. Insomma, tra alti e bassi, i Kestrel firmano un disco di piacevole ascolto, dove si apprezzano le qualità dei singoli e una produzione all'altezza, ma viene a mancare l'acuto che renda memorabile la loro unica incisione, oggi ricercata soprattutto dagli amanti del mellotron. John Cook, che aveva militato in diversi gruppi pop-psichedelici (Mungo Jerry e Octopus tra gli altri) suonerà nei Goldie, mentre Dave Black farà parte del gruppo The Spiders From Mars, nato a suo tempo per accompagnare David Bowie. Varie le ristampe CD in circolazione, a cura di Second Harvest, Esoteric e la nipponica Victor.

"Kestrel"

"In the War"

  Khan   - Una meteora leggendaria quella dei Khan, band prettamente canterburyana che Steve Hillage mette in piedi insieme a Dave Stewart, Nick Greenwood (basso e voce) ed Eric Peachey (batteria). Il quartetto pubblica l'album "Space Shanty"() nel 1972 con la Decca Records: sono sei composizioni firmate in completa solitudine dal chitarrista (tranne un brano condiviso con Greenwood), tutte di notevole fattura. È infatti un sapiente concentrato tra la dolcezza cerebrale delle tastiere di Stewart e le splendide interferenze chitarristiche di Hillage, così da armonizzare le due anime più tipiche del sound di Canterbury. La title-track in apertura offre subito un saggio della formula: è un suono rotondo, di atmosfere calibrate che s'increspa magicamente nel finale sull'arpeggio e la voce solista. Difficile, tuttavia, fare una graduatoria dei brani, dato l'elevato stardard complessivo. Cristallina e riposante è "Stranded", prima sottolineata da un pianoforte liquido, quindi accelerata sull'organo e lasciata vibrare sulle note della chitarra solista, finchè non sbocca nel successivo "Mixed up man of the mountains", più mosso, e articolato sulle molteplici finezze di organo, basso e chitarra fino al gran finale. Lo stesso vale per il resto: la freschezza ritmica di "Driving to Amsterdam", con le sue languide parentesi vocali tra un'accelerazione e l'altra in chiave di morbido jazz; la briosa "Stargazers", cantabile e nervosa; fino alla chiusura evocativa di "Hallow stone", che cattura sentimenti di solitudine e caducità, prima sulla voce e poi nella lunga tessitura arpeggiata di chitarra e tastiere. Un disco davvero imperdibile, che purtroppo non ha seguito. Hillage è subito coinvolto nell'avventura dei Gong, e inizia poi una bella carriera solista, mentre Stewart si fa notare con Egg e Hatfield and the North.

"Space Shanty"

  Kingdom Come / Arthur Brown   - Con la sua vena folle e spiritata, Arthur Brown attraversa la psichedelia inglese e col suo gruppo, The Crazy World of Arthur Brown, realizza un album omonimo nel 1968, contenente la celebre "Fire". Sciolta la band, l'artista si ripresenta agli inizi del decennio successivo con i Kingdom Come, una band inquadrabile nella scena psico-prog del periodo. In realtà anche "Galactic Zoo Dossier" (1971) resta un disco fuori dagli schemi, pervaso degli umori visionari del leader, ma la valida base strumentale garantita dalle tastiere di Michael Harris e dalla incisiva chitarra solista di Andy Dalby incanala l'estro debordante del leader nei limiti d'un suono meglio fruibile. Episodi di rock multiforme e per niente canonico, come "Internal messenger" o "Galactic zoo", in bilico tra inventivo hard-rock elettronico e improvvisazione psichedelica, tappeti d'organo e synth per l'enfatico canto solista ("Space pluks" o "Creation") fino al trascinante strumentale "Gipsy escape", e alla splendida "Sunrise", un crescendo emotivo sulla demoniaca voce di Brown, interprete di straordinario eclettismo. Nel suo genere è un piccolo capolavoro. Il seguente "Kingdom Come" (1972), suona in confronto meno esplosivo, e a tratti più convenzionale, almeno per i parametri di Brown: è il caso di una ballata come "Love is", e della lineare progressione di "Hymn", dove fa la sua comparsa il mellotron, integrato dalla chitarra solista. Più vivaci sono "A scientific experiment", un rock pieno di trovate strumentali, "City melody", con l'organo in cattedra e una buffa citazione finale dell'inno inglese, e anche "The Whirlpool", traversato da rumori e interferenze varie. I frizzanti inserti cabarettistici qua e là, lasciano intravedere che l'interesse di Brown e compagni privilegia l'aspetto teatrale, che si sfoga compiutamente nei concerti del periodo. Non trovando un batterista di suo gradimento, Brown utilizza nel successivo "Journey" (1973) la cosiddetta "drum machine" (Bentley Rhythm Ace), ed è il primo a farlo nel rock. Diversamente dagli altri due dischi, sin dall'attacco di "Time captives", è un singolare esempio di musica elettronica dai toni spaziali e maestosi ("Superficial roadblocks" o "Triangles") con le tastiere di Victor Peraino in costante primo piano. La voce di Brown è immersa ora in sinistre atmosfere come "Gipsy", dominata dal mellotron, e solo "Come alive" recupera un rock più sanguigno con la chitarra protagonista accanto al synth. E' l'ultimo atto con il gruppo da parte di Brown (ma Peraino utilizza ancora il marchio in "No Man's Land", 1975), che inanella poi varie collaborazioni (compare anche nel film "Tommy"), oltre a incidere nuovi dischi.

"Galactic Zoo Dossier"

  Kornelyans (Korni Grupa)   - Lasciati gli Indexi, il tastierista Kornelije Kovac forma i Korni Grupa nel 1968 a Belgrado. Tra il 1969 e il 1971 la band serba realizza diversi singoli e un paio di EP di pop melodico, cominciando a farsi conoscere in patria e anche in Francia, dove "Trla Baba Lan", nella versione di Dalida ("Ram Dam Dam"), riscuote un grande successo commerciale. Solo nel 1972 viene pubblicato l'album d'esordio omonimo, uno dei primi dischi rock della ex Jugoslavia, con una formazione schierata a cinque e il valido cantante Zlatko Pejakovic in evidenza nelle cinque tracce. La lunga suite in quattro parti "Put za istok" (La strada verso Oriente) è forse la composizione più ispirata: tra i potenti riff chitarristici di Josip Bocek e parti vocali sempre incisive, colpisce l'agile tessuto ritmico impreziosito dai fraseggi al piano elettrico di Kovac, in forte odore di jazz. Nel segmento finale intitolato "Zemlja" emerge anche un'anima melodica tipicamente slava. La raffinata patina jazz si accentua in "Moj bol", dalle cadenze accattivanti, e il canto eclettico protagonista insieme al pianoforte e alla chitarra solista. Affinità con il prog italiano del periodo si ascoltano qua e là, ad esempio in "Bezglave Ja-Ha horde", oltre che nella bella apertura di "Glas sa obale boje", ma in generale il disco è il brillante biglietto di presentazione di una band dall'indubbio talento. Nel 1974 i Korni Grupa partecipano con "My Generation" all'Eurosong Contest di Brighton, nell'edizione vinta dagli Abba con "Waterloo". Lo stesso anno, cambiato il nome in Kornelyans, il gruppo realizza in Italia per la Ricordi un secondo album come "Not an Ordinary Life" (), che molti ritengono la loro prova migliore. Spostandosi verso il rock sinfonico, con le liriche cantate stavolta in lingua inglese da Pejakovic, il quintetto non perde comunque le sue qualità di fondo, mostrando un solido affiatamento e spunti sempre vincenti. Oltre alla melodica "Generation 1942", versione espansa del singolo portato all'Eurosong, nella sequenza spicca la lunga title-track con Kovac in grande spolvero tra organo, piano e synth, e notevoli parti cantate, spesso corali, oltre ai riff taglienti della chitarra solista. È un prog tecnicamente eccelso, con cambi di tempo mozzafiato e indovinati inserti dei singoli, incluso il basso pirotecnico di Bojan Hreljac. Di grande impatto è pure "Fall of the Land of Woman", con splendide accelerazioni ritmiche e il lavoro efficacissimo del synth, oltre che della chitarra. C'è un sapore del migliore prog barocco-sinfonico allora in auge (compresa la PFM), ma l'insieme è proposto con sicura personalità. Lo si nota anche in un raffinato episodio strumentale quale "Temporary Parting", e quindi nella lunga chiusura di "Man With a White Flag", quasi una summa del suono-Kornelyans, tra preziosismi classicheggianti, echi romantici e inserti jazz. Il mancato successo del disco porta allo scioglimento, ma a nome Korni Grupa escono nel 1975 il doppio album "Mrtvo more" (Mar Morto), che include una parte live e vecchi successi, e infine "1941." (1979), colonna sonora registrata nel 1971 per uno show televisivo. In seguito, il tastierista Kornelije Kovac ha realizzato diversi album da solista.

"Not an Ordinay Life"

"Not an Ordinay Life"

  Kraan   - Una pregevole band tedesca di eclettici autodidatti dai molteplici talenti, dedita a una forma di rock-fusion piuttosto originale. Originari di Ulm, i Kraan si trasferiscono a Berlino nel 1970 e fanno il loro esordio con un disco omonimo nel 1972. Eloquenti manifesti del loro stile peculiare (e indirettamente della loro vita comunitaria all'insegna del socialismo), in una discografia nutrita, sono il secondo disco, "Wintrup", e quindi "Andy Nogger". Nel primo, uscito nel 1973, i quattro (chitarra/voce, basso/voce, sax, batteria) correggono il jazz improvvisato del debutto in favore di uno spumeggiante ibrido di rock-jazz colorato, imprevedibile e divertente. Scampoli di caldo space-rock s'intrecciano a richiami esotici ben distillati, con le parti vocali molto incisive. Spiccano tra i sei brani l'iniziale "Silver wings", un rock pieno di echi orientali, e poi "Backs", con il basso virtuoso di Hellmut Hattler in splendida evidenza assieme al fraseggio arioso del sax. Nella title-track prevale un'atmosfera sospesa, con la voce solista al centro di un sofisticato tessuto strumentale di chitarra acustica e percussioni, mentre la chiusura di "Jack Steam" è ancora all'insegna di un rock scintillante, dominato della chitarra di Peter Wolbrandt, tra numeri a effetto e frequenti cambi di tempo. Con il successivo "Andy Nogger" (1974), i Kraan realizzano un album ancora più rifinito, grazie all'apporto di Conny Plank, rinomato produttore tedesco. Se gli ingredienti restano gli stessi, ognuna delle sette tracce si giova di arrangiamenti eccellenti e una serie di effetti speciali che danno alla musica un valore aggiunto. Il ruolo guida è sempre affidato alla chitarra solista e al sax di Joahnnes A. Pappert (l'attacco di "Stars"), con le voci beffarde che ripetono ipnotiche filastrocche ("Son of the sun"). Dietro l'apparente scioltezza di brani come "Holiday am Marterhorn" si avverte l'intesa perfetta tra i singoli, che si accende a sorpresa di picchi di chitarra e basso. Frantumato e rarefatto, "Home" si avviluppa su riff in serie, e il sax che fa da collante, ma il pezzo più famoso è "Nam nam", celebrazione in salsa fusion dei piaceri sensuali che diventa un classico nelle esibizioni live. Da "Let it Out"(1975) il sax di Pappert è sostituito dalle tastiere, e questo cambia gli equilibri del gruppo, che comunque arriverà fino ad oggi tra scioglimenti e ritorni. Altre notizie qui.

"Andy Nogger"