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Jackson Heights Jacula Jade Warrior Jane Jet Jody Grind Jonesy Julian's Treatment Jumbo Junipher Greene

 

 

  Jackson Heights   - Band inglese che prende corpo nel 1970, su iniziativa del cantante e bassista Lee Jackson una volta terminata l'avventura dei Nice. Il nuovo quartetto realizza un primo album come "King Progress" su etichetta Charisma (1970), mostrando una vena prevalentemente acustica, melodica, con le tastiere molto defilate. Il leader suona più la chitarra che il basso, e la sua voce domina lunghe ballate come "Since I Last Saw You" o la stessa title-track, con gli archi a sostegno, mentre la finale "Cry of Eugene" rielabora un vecchio pezzo dei Nice. L'insuccesso del disco spinge Jackson a cambiare l'intera line-up e nel 1972 esce "The Fifth Avenue Bus", stavolta su Vertigo come i successivi. Del nuovo quartetto fanno parte il batterista Mike Giles (ex-King Crimson), il chitarrista John McBurnie e il tastierista Brian Chatton. Anche se la qualità media è discreta, si tratta in gran parte di morbido folk-rock, perfino con echi West-Coast e voci spesso corali: ad esempio "Pastor Roger", "Luxford", o "House in the Country", col pianoforte che affianca le chitarre e le voci. Alcuni episodi fanno a meno della batteria, come "Tramp", mentre "Sweet Hill Tunnel" spicca per un massiccio apporto di percussioni e per la struttura più aperta, con il fraseggio jazz del pianoforte, protagonista pure del più corposo "Autumn Brigade". Le cose migliorano con "Ragamuffins Fool" (), ancora del '72: dieci brani con le versatili tastiere di Chatton (incluso il mellotron) che guadagnano spazio a cullare piacevoli armonie vocali, come l'iniziale "Maureen", tra i picchi della sequenza, o la sentimentale "As She Starts", un lento crescendo sul piano elettrico. In generale, si nota un maggiore dinamismo nella scrittura, frequenti breaks ritmici e piccole trovate dei singoli nel disegno unitario e melodico. "Catch a Thief" si sviluppa sul pianismo jazz di Chatton e la batteria di Giles sotto le voci corali, e "Be Bop" cresce in sordina sul piano, con un riff vocale ipnotico di buona presa. "Chorale" recupera un altro pezzo dei Nice, ma è nella finale "Bellyfull of Water" che si conferma la felice vena del gruppo, con improvvise accelerazioni guidate da un piano in stile Honky-Tonk e il basso pulsante del leader. L'ultimo disco a nome del gruppo è "Bump 'n' Grind" (1973), un concept-album che ricalca la formula precedente, con arrangiamenti di gusto più barocco. Il paradigma sta nell'iniziale "I Could Be Your Orchestra", con gli archi al proscenio, ma nella stessa scia s'inscrivono la bella title-track e poi la ballata "It's a Shame". Si segnalano però anche la più vivace "Spaghetti Sunshine" e la ficcante ironia di "Public Romance", con il piano e il coro in grande spolvero, fino al trascinante il rock'n'roll conclusivo di "Whatever Happened to the Conversation", col pianoforte suonato a martello. Snobbati da critica e pubblico, la band si sfalda e Lee Jackson forma con Patrick Moraz i Refugee. Il terzo e quarto album sono stati riediti in unico CD da Minority Records (2006).

"Ragamuffins Fool"

  Jacula   - E' il più noto tra i progetti musicali di Antonio Bartoccetti, musicista marchigiano che dal 1966, dopo il trasferimento a Milano, inaugura un percorso artistico davvero originale. Appassionato cultore di atmosfere gotiche, esoteriche e a suo modo elitarie, soggiorna anche a Londra dove nel 1971 realizza due singoli con le sigle Dietro Noi Deserto e Invisible Force. Intanto però ha già formato gli Jacula con la fedele compagna Doris Norton (alias Fiamma Dello Spirito) e il misterioso tastierista inglese Charles Tiring, all'epoca sessantottenne. Questo trio registra nel 1969 un disco come "In Cauda Semper Stat Venenum", sempre a Londra, ma l'etichetta Gnome distribuisce solo privatamente le 300 copie realizzate, così che l'album verrà conosciuto solo nel 2001 dopo la ristampa Black Widow. E' una sequenza musicale ancora oggi sorprendente, che intriga o respinge senza sfumature: da "Ritus", gotica apertura sotto il segno di un maestoso organo da chiesa che domina il disco, percorso da fremiti e interventi della chitarra elettrica di Bartoccetti, al notturno tenebroso di "Veneficium", per chitarra e pianoforte, l'album risucchia nella sua tenebrosa atmosfera fuori dal tempo. Si nota la mancanza di un vero batterista, con percussioni aggiunte solo a tratti. Una voce maschile declama oscure profezie in italiano e latino nella lunga "Magister Dixit", e nella title track di chiusura, mentre "Triumphatus Sad" ha una scansione più drammatica per la corposa presenza dei timpani accanto a chitarra, organo e piano. Più evocativa è "Initiatio", guidata dal pianoforte e cullata dalla suggestiva voce di Doris Norton tra spirali di vento. Solo tre anni dopo gli Jacula trovano un nuovo contratto con la label milanese The Rogers e realizzano il più noto "Tardo Pede In Magiam Versus" (1972). Stampato in 1000 esemplari, con la stessa macabra cover dell'esordio ma a colori, è un disco ancora più radicale, con un medium che affianca il gruppo e l'assenza totale delle percussioni. La novità sta nelle parti vocali di Doris Norton, a cominciare da "U.F.D.E.M." (Uomo Fallito Dell'Era Moderna), che rielabora un brano degli Invisible Force: è una lunga invettiva contro i falsi valori dell'uomo, corruttore di se stesso e del suo ambiente, sul tappeto severo dell'organo di Tiring. Lo schema si ripete, stavolta in latino, anche in "Presentia Domini", con la voce femminile raddoppiata spesso da Bartoccetti. Doris Norton suona il flauto in "Jacula Valzer", un episodio rilassato e quasi cameristico, e il violino in "Long Black Magic Night", dominato da prolissi recitativi in lingua inglese. La conclusiva "In Old Castle" è affidata ancora all'organo a canne di Tiring, che resta il vero marchio stilistico degli Jacula, col suo timbro cupo e privo di ogni ammiccamento commerciale. Nel 1974 Bartoccetti sceglie di proseguire con la sigla Antonius Rex, tuttora attiva, confermando un'assoluta coerenza artistica: piaccia o meno il fosco immaginario che lo ispira, rimane un caso più unico che raro nel panorama della musica italiana, appunto per l'estremo rigore delle scelte espressive. Altre informazioni nel sito ufficiale.

"Tardo Pede In Magiam Versus"

  Jade Warrior   - Gli inglesi Jade Warrior nascono nel 1970 sulle ceneri della band Julie, sciolta nel 1968. Scritturato dalla Vertigo, questo trio senza tastiere (chitarra, flauto/percussioni, basso/voce) realizza un primo album omonimo nel 1971. Sono dieci tracce dominate da una mistura variegata di folk esotico e trasognato, come l'iniziale "The Traveller", e robuste iniezioni di rock acido, ad esempio "A Prenormal Day at Brighton", col flauto di Jon Field affiancato dalla chitarra elettrica di Tony Duhig, o "Telephone Girl", con la voce aspra di Glyn Havard in evidenza. Le sonorità etniche dominano la minisuite "Masai Morning", tra flauti, percussioni e sfuriate chitarristiche qua e là. Il meglio sta nei momenti più delicati: soprattutto la sequenza che parte con "Windweaver", episodio atmosferico e sognante, e culmina nella suite "Dragonfly Day", costruita su spirali di flauto, chitarre, percussioni e voci sospese, con un finale da brividi. Lo stile ibrido dei Jade Warrior, associato a un'iconografia che rimanda al Giappone dei samurai, si precisa meglio nel successivo "Released"(), ancora del 1971: accanto ai richiami etnici, gli umori rock-blues salgono al proscenio già nell'apertura di "Three Horned Dragon King", con qualche spruzzata di jazz, ad esempio nell'intrigante "Water Curtain Cave", con tanto di sax aggiunto. Spicca nella sequenza la lunga "Barazinbar", lineare progressione di percussioni, fiati e basso con interferenze elettriche della chitarra solista. Molto belle anche "Bride Summer", solare melodia cullata dal flauto, e "Yellow eyes", mentre le due parti di "Minnamoto's Dream" riprongono un grintoso rock-blues dominato dal chitarrismo di Duhig. Il successivo "Last Autumn Dream" (1972), vede l'organico allargarsi al chitarrista David Duhig (fratello di Tony) e Allan Price (batteria). Lo schema rimane il solito: tra i momenti più delicati spiccano la rarefatta fantasia di "Dark River", per flauto solo e chitarra, "Morning Hymn", l'iniziale "A Winter's Tale", melodia in crescendo di sicuro fascino, e la maestosa chiusura di "Borne on to the Solar Wind". Sul versante rock si segnala soprattutto "Joanne", dal riff chitarristico mordente. La band passa quindi alla Island Records, ma si riduce al duo strumentale Duhig-Field, che realizza "Floating World" nel 1974. Coadiuvati da strumenti come arpa e violoncello, complici le tastiere di Steve Winwood e il violino di Fred Frith (Henry Cow), i nuovi Jade Warrior eliminano i testi e focalizzano soprattutto l'aspetto esotico del loro stile, con risultati più sinfonici (le due parti di "Clouds" o "Quba"), pochi sussulti elettrici ("Red Lotus") e molti preziosismi strumentali. Questa tendenza si approfondisce ancora con "Waves" (1975), composto da due lunghe suites di tipo ipnotico, sofisticate ma un po' estenuanti. Nella stessa scia escono quindi "Kites" (1976) e "Way of the Sun" (1978). Tra alti e bassi, il gruppo sopravvive fino ai giorni nostri: Tony Duhig muore nel 1990, mentre nel 2008 è pubblicato "Now", col ritorno di Glyn Havard. Altre informazioni nel sito ufficiale.

"Released"

  Jane   - Longeva formazione tedesca di Hannover fondata nell'Ottobre 1970 sulle ceneri dei Justice Of Peace. Quando a Klaus Hess (chitarre), Peter Panka (batteria) e Werner Nadolny (tastiere) si uniscono prima il bassista Charly Maucher e poi il cantante Bernd Pulst, la band spunta un contratto con la Brain Metronome e pubblica l'album d'esordio "Together" (1972). Il suono è un dark progressive dai risvolti romantici, basati sull'organo e sull'espressiva voce solista di Pulst, come nell'apertura in crescendo di "Daytime", valorizzata dalla vibrante chitarra solista di Hess. Nella medesima scia, di buon impatto anche "Wind" e la più drammatica "Spain", con un martellante lavoro di basso e batteria in uno schema che la chitarra tinge di esotica psichedelia. A parte la torrida "Hangman", la ricetta di base non cambia molto nei restanti pezzi, conservando però un fascino oscuro e avvolgente: bella soprattutto la title-track, con l'inizio in sordina e l'atmosfera che si riscalda sul canto e la chitarra nel finale. Semplice, ma genuino nei suoi tratti essenziali, rimane il disco più riuscito del gruppo. Senza Maucher e Pulst, con Panka adesso voce solista, la band realizza come quartetto "Here We Are" nel 1973. Il suono è più vario, ma meno personale: le due chitarre di Hess e Wolfgang Krantz spingono verso un rock melodico di buona fattura, ad esempio "Moving", oppure pulsante e ipnotico come nel lungo attacco di "Redskin". Più sognanti "Dandelion" e "Out In the Rain", con il mellotron di Nadolny sotto la voce, ma i nuovi Jane sono quelli della title-track di chiusura, un caldo hard rock dominato dalle chitarre, con l'organo in appoggio. La fama del gruppo si consolida, anche se escono dischi di alterno valore. "Jane III", realizzato nel 1974 col ritorno di Maucher, mostra ad esempio un calo d'ispirazione. Accantonate le tastiere, prevale ora un pesante rock chitarristico, con qualche effetto cosmico (la chitarra di Krantz in "Comin' Again"), ma spesso piuttosto ordinario nei suoi intrecci ("I Need You" o "Early in the Morning"), e nelle melodie di taglio americano ("Baby, What You're Doin'"). La delicata atmosfera acustica di "Way to Paradise", col pianoforte sotto gli arpeggi e la bella voce di Panka, non basta a riscattare una sequenza mediocre. Meglio il successivo "Lady" (1975), col nuovo tastierista Gottfried Janko, che già nell'iniziale "Waiting for the sunshine" sfodera un piglio più brioso all'organo e una discreta voce solista. Con maggiore equilibrio tra le parti, e l'organo e la chitarra sugli scudi, si segnalano soprattutto "Make Me Feel Better", dai risvolti vagamente esotici e psichedelici, e l'atmosfera intensa di "Lord Love", articolata sul crescendo di voce e chitarra. Intrigante anche "Silver Knickers", episodio funky-jazz scandito dal piano elettrico, mentre "Music Machine" è un anomalo hard rock, con strani echi celtici nelle tastiere di Janko. Quest'ultimo lascia il gruppo, e nel seguente "Fire, Water, Earth & Air" (1975) gli subentra di nuovo Nadolny. Il disco è composto da lunghe suites di onesta fattura, senza sorprese: il synth e la chitarra dominano la scena, con robusti richiami allo space-rock e ai Pink Floyd del secondo periodo, soprattutto nella più breve "Earth", costruita s'un lento crescendo ad effetto. Poco brillante come cantante, Klaus Hess si conferma invece un chitarrista eclettico di buona presa, come nella sequenza della conclusiva "Air-The End". Con questo album e i successivi, a partire dal più maestoso e rifinito "Between Heaven and Hell" (1977), i Jane confermano il loro successo nell'area di lingua tedesca, e proseguono una corposa attività discografica, pur attraverso frequenti cambi di organico e repentini mutamenti stilistici, specie nel cuore degli anni Ottanta. Notizie nel sito ufficiale.

"Together"

  Jet   - A ben vedere, i Jet non sono che il primo nucleo dei futuri Matia Bazar, anche se musicalmente parlando siamo ovviamente s'un altro piano. In questo gruppo genovese formato agli inizi dei Settanta, ch'esordisce proprio nel 1971 con il singolo "Vivere in te", suonano infatti Aldo Stellita (basso), Piero Cassano (tastiere/voce) e Carlo 'Bimbo' Marrale (chitarra/voce), oltre al batterista Pucci Cochis. Nell'album d'esordio "Fede Speranza Carità", realizzato nel 1972 per la Durium, compare inoltre la brava Antonella Ruggiero, sia pure come semplice ospite vocale nel brano finale intitolato "Sfogo". In generale l'unico disco dei Jet, composto di soli cinque brani, è comunque abbastanza godibile nella sua ricetta di base, che abbraccia decisamente le sonorità del progressive in voga, ma senza le tipiche oscurità di altre band dell'epoca: propone essenzialmente un robusto rock senza troppi fronzoli, con un discreto equilibrio tra le tastiere e la chitarra elettrica, e diversi spunti piuttosto 'hard' di buona presa: è il caso soprattutto della title-track, ma anche di "Sinfonia per un re". In aggiunta, non manca neppure una buona dose di melodia, che rende la ricetta più accattivante e meno elaborata rispetto al progressive italiano più noto e fortunato. Le liriche invece, come s'intuisce facilmente dal titolo, sono esplicitamente dedicate al rapporto con la religione, un argomento davvero molto sentito dai gruppi italiani dei primi anni Settanta, con qualche riferimento anche all'aspetto sociale ("C'è chi non ha"). Piuttosto attivi anche dal vivo, i Jet si sciolgono dopo altri 45 giri e la partecipazione al Festival di Sanremo del 1973 con il più melodico "Anikana-o". Subito dopo, con l'arrivo in pianta stabile di Antonella Ruggiero, e del nuovo batterista Giancarlo Golzi (già col Museo Rosenbach) nascono quindi i Matia Bazar, destinati a diventare in breve tempo uno dei gruppi più famosi del pop italiano.

"Fede Speranza Carità"

  Jody Grind   - Questa band inglese nasce alla fine del 1968 come trio, su iniziativa del tastierista e cantante Tim Hinkley. L'album di debutto per la Transatlantic Records è "One Step On" (1969) e offre un esempio di energico progressive trasversale, suonato con grinta e ricco di trame strumentali che fanno perno sull'organo ribollente di Hinkley e la chitarra lacerante di Ivan Zagni, solista di tecnica eccellente e molto inventivo. La lunga suite della prima parte, che intitola il disco, raccoglie la migliore essenza del trio in oltre diciotto minuti veramente tirati e intensi. Al risultato concorre una sezione-fiati, mai invadente peraltro, e il basso di Louis Cennamo (poi con i Renaissance): è un suono corposo, ben scandito dalla dinamica batteria di Barry Wilson, ricco di variazioni in una chiave prossima al jazz, ed una enfatica voce solista. La suite si chiude con una cover altrettanto efficace di "Paint it Black" dei Rolling Stones (anche in versione single nella ristampa Akarma). Il resto dell'album sfoggia una varietà ispirativa che passa dal sofisticato pop-jazz di "Night Today" al potente rock hendrixiano di "U.S.A.". La partenza di Zagni e Wilson obbliga Hinkley a riformare il gruppo con due nuovi strumentisti come Pete Gavin (batteria) e Bernie Holland (chitarra/basso/voce). Il rinnovato trio produce quindi "Far Canal" (1970), ancora per la Transatlantic. Rispetto al precedente, le otto tracce offrono una musica più decisamente spostata verso il blues, con lunghe escursioni chitarristiche di Holland sul consueto sfondo organistico, a volte un po' ripetitive, come ad esempio in "Red Worms & Lice" e "O paradiso", che spicca però per l'inconsueta ritmica caraibica. Le uniche eccezioni sono l'iniziale "We've Had It", firmata proprio da Holland: un tema dalle tinte barocche, aperto da uno squisito arpeggio di chitarra classica e poi sviluppato in elegante crescendo; e quindi il brano di coda, "Ballad For Brigdet", un raffinato strumentale con Hinkley impegnato al pianoforte. Le cose migliori della band inglese, per concludere, vanno ricercate nel brillante disco d'esordio. Dopo lo scioglimento Hinkley resta attivissimo, collaborando con diversi artisti: da Alvin Lee a Roger Chapman, passando per David Coverdale, i Bad Company e altri ancora.

"One Step On"

  Jonesy   - Una delle formazioni inglesi che non hanno mai avuto lo spazio che forse meritavano. Formati come suggerisce il nome dai fratelli Trevor e John Evans Jones (basso e chitarra rispettivamente) nel 1971, dopo altri gruppi precedenti come Anno Domini, i Jonesy arrivano al primo album l'anno seguente: "No Alternative" è registrato però da un quartetto che non include Trevor Jones, in rotta con il fratello sull'indirizzo stilistico del gruppo. Le sei tracce devono molto ai King Crimson, per l'uso massiccio del mellotron da parte di Jamie Kaleth ("Heaven" ad esempio, o "Pollution") e anche per certi riff della chitarra solista di John Jones, soprattutto nell'iniziale "No alternative". E' un progressive piuttosto solido, con qualche cadenza di dark-rock ossessivo ("Mind of the century") che scorre fluidamente e si chiude poi, curiosamente, sulla ritmica funky di "Ricochet". Un album perfettamente in linea con i fermenti del periodo, ma è con il ritorno in gruppo di Trevor Jones che i Jonesy lasciano davvero il segno. In "Keeping Up" (1973) entra in organico anche il rinomato trombettista Alan Bown e il rinnovato quintetto mostra una personalità più spiccata. Già l'attacco di "Masquerade", col suo arrangiamento sontuoso ma ricco di echi jazzati grazie alla tromba di Bown, mostra il potenziale sonoro della band. Crimsoniano nel midollo è un brano come "Sunset and evening star", affogato nel mellotron di Jamie Kaleth e cantato da Trevor, ma il meglio del disco sta proprio negli innesti fiatistici di Bown all'interno di questo sinfonismo di base. Sono belli lo strumentale "Preview", episodio di gran classe, e poi "Song", tra gli archi e la bella voce di Kaleth, sigillata dalla chitarra solista, fino alla lunga chiusura di "Children", dove languido romanticismo e sterzate rock si fondono in un tessuto strumentale eclettico e di buon effetto. A parte sta un'escursione sperimentale come "Critique (with exceptions)", rarefatta e stridente, dove la tromba di Bown e la chitarra dilatano una dimensione fuori dai canoni. Il successivo "Growing"(), ancora 1973, rimane sugli stessi livelli, perfezionando anzi qualche disparità nei toni. E' un album che mostra soprattutto una grande energia ritmica ("Can you get that together" o "Growing") come sempre inframmezzata da episodi di romantica bellezza, come "Waltz for yesterday", oltre a spazi strumentali di grande tensione e al limite dell'improvvisazione, come la finale "Jonesy". Un quarto disco mai terminato è stato recuperato e pubblicato postumo: si tratta di "Sudden Prayers Make God Jump". Altre notizie nel sito ufficiale.

"Keeping Up"

  Julian's Treatment   - Un esperimento anomalo, ma molto in linea con il progressive ruggente e avventuroso dei primi anni Settanta: dietro la sigla Julian's Treatment si cela lo scrittore inglese di fantascienza Julian Jay Savarin che nel 1971 realizza "A time before this". Si tratta di un concept di argomento profetico, basato su testi molto fantasiosi dello stesso scrittore: ci si muove nel tempo e nello spazio tra creature del male, inquietanti ladies galattiche e rivelazioni inedite sul futuro dell'umanità, per arrivare alla conclusione che, appunto, c'è stato un tempo prima del nostro del quale abbiamo perso la memoria e la lezione. I dodici capitoli dell'album sono dominati dalle tastiere piuttosto brillanti di Savarin, soprattutto organo e pianoforte, e dalla espressiva voce femminile di Cathy Pruden, con qualche inserto di flauto ("Phantom City") e chitarra elettrica ("Alda, Dark Lady of The Outer Worlds"). Si alternano momenti molto serrati e mossi (come "The Terran"), ad altri più rarefatti dominati dalla voce recitante della Pruden ("Second Oracle" ad esempio). L'insieme si fa ascoltare come una curiosità non priva di suggestione, grazie a una voce solista molto duttile che sa rendere al meglio i diversi chiaroscuri del racconto (vedi "The Black Tower"), anche se la cifra del progressive maggiore è lontana, e l'anima del progetto è decisamente più letteraria che musicale. Savarin replicherà comunque con un altro disco nella stessa vena, "Waiters On The Dance", ancora del 1971. La ristampa digitale più recente è quella Akarma.

"A Time Before This"

  Jumbo   - Tra gli esempi più anomali di progressive italiano, i milanesi Jumbo, formati nel 1969, lasciano alle cronache musicali degli anni settanta tre dischi di buon livello. Con un front-man dalla voce ruvida e graffiante come Alvaro Fella ('Jumbo' appunto), e un'ispirazione che parte da suggestioni di rock-blues molto viscerale, la band incide il primo album omonimo nel 1972: è una raccolta vivace di canzoni animate da improvvise vampate, senza fronzoli ma piuttosto efficaci, con la chitarra di Daniele Bianchini e il flauto e l'armonica (Dario Guidotti) in primo piano più ancora delle tastiere di Sergio Conte, impegnato soprattutto al piano. Piccoli classici restano "Che senso ha", sferzante invettiva anticonformista, il credo antiretorico e roccheggiante esplicitato in "Dio è", la scettica dichiarazione di "Artista" e il brevissimo pezzo di coda "Ho visto piangere". Dopo pochi mesi esce "DNA" (ancora 1972): le sei tracce della raccolta ribadiscono e sviluppano le qualità già emerse nell'esordio, definendo meglio tutto il potenziale dei Jumbo. Soprattutto i tre tempi della splendida "Suite per il sig. K" mostrano in pieno l'evoluzione strumentale del gruppo, che ora affianca alla dimensione acustica anche momenti di incisivo hard rock, come "Ed ora corri". Per il resto, affiorano anche tracce di raffinato jazz-rock ("Hai visto..."), mentre le liriche, nella loro semplicità, lasciano ancora il segno: si segnala soprattutto "E' brutto sentirsi vecchi". Un album che affina le armi in vista del vero capolavoro, misconosciuto, dei Jumbo: "Vietato ai minori di 18 anni?" (), pubblicato nel 1973. Senza perdere un etto di energia, il gruppo presenta il nuovo batterista Tullio Granatello al posto di Vito Balzano e organizza una scaletta densa di sorprese. Per cominciare, i testi, fuori da ogni lirismo romantico e allegorico, indagano con bruciante schiettezza gli effetti di una certa formazione cattolico-repressiva: dal drammatico ritratto di "Specchio", uno dei momenti più alti del disco, all'alcolismo devastante di "40 gradi", e quindi storie di prostituzione ("Via Larga") e morte da droga nella più sperimentale "Gil", episodio dominato dal sintetizzatore dell'ospite Franco Battiato. La voce di Fella, più aspra che mai, non risparmia certo frecciate e invettive alla morale benpensante e ai suoi orrori educativi, ad esempio in "Vangelo?". Quanto alla parte prettamente musicale, le tastiere di Conte allargano il loro spettro sonoro (mellotron e organo), come pure i fiati, mentre la chitarra elettrica di Bianchini sibila in convulsi passaggi strumentali con rara intensità. Non c'è nessuna concessione al sinfonismo, nei Jumbo, ma una grande capacità di legare le liriche al tessuto musicale, eclettico e imprevedibile, per esprimere compiutamente un esplicito "No!" ad ogni ipocrisia, come nel brano di chiusura. Se certe formule linguistiche possono suonare datate, quello di Fella e compagni resta comunque un appello sempre valido a una libertà vera di essere e sentire. Dopo un ultimo 45 giri nel 1975, il gruppo si è sciolto. Negli anni Novanta escono prima un "Live" registrato a Parigi dalla band riunita, e quindi "Violini d'autunno"(1992), con brani registrati in realtà nel 1983. Ristampe a cura di Vinyl Magic e Philips. Altre notizie sul gruppo sono disponibili nel sito di Daniele Bianchini.

"Vietato ai minori di 18 anni?"

"Specchio"

  Junipher Greene   - Una formazione norvegese che si forma a Oslo nel 1966, dall'incontro di Bent Åserud (chitarra, flauto), Øyvind Vilbo (basso) e Geir Bøhren (batteria), con altri elementi che poi lasciano. Nel 1969 il gruppo si stabilizza finalmente come quintetto con l'ingresso del tastierista Helge Grøslie e del cantante/chitarrista Freddy Dahl. Nel 1971 viene quindi pubblicato dalla Sonet "Friendship" (), tra l'altro il primo doppio album mai uscito in Norvegia, e destinato a diventare nel tempo uno dei più rinomati esempi del prog scandinavo. Il primo dei due dischi offre una brillante ricetta di rock progressivo melodico e grintoso, piuttosto eclettico, con il flauto ficcante di Åserud spesso protagonista (l'iniziale "Try to Understand") assieme alle chitarre, con le calde sonorità dell'organo a tenere insieme i fili e ottime parti vocali. Si segnalano anche il robusto rock chitarristico di "Magical Garden", con inserti di armonica e flauto, e poi la frizzante "A Spectre is Haunting the Peninsula", fino a "Sunrise/Sunset", guidata invece dall'organo di Grøslie, dalla nervosa tessitura jazz e il basso in evidenza. L'anima scandinava, più flemmatica, si esprime soprattutto nella morbida "Maurice", un folk-rock strumentale per flauto e basso, con l'organo di sfondo. Le due ultime facciate del disco originale comprendono invece la lunga suite omonima: 26 minuti distribuiti in nove segmenti, con un rock tagliente e inventivo, ancora con organo e chitarre in primo piano. Dal preludio di "Take the Road Across the Bridge", alle due parti più meditative di "Friendship", all'intrigante sequenza "Land of the Foxes" / "Friendship That's Earned", col basso pulsante di Vilbo, passando per la psichedelia di "Mountain Voices" e soprattutto "Manitou's Skyland & Down to Earth", con chitarra e organo sopra le righe, fino al torrido hard rock di "Into the Cloudburst", la suite lascia il segno e impone il nome dei Junipher Greene come una delle punte avanzate del rock norvegese. Subito dopo, ridotti a trio per le defezioni di Grøslie e Dahl, i norvegesi registrano un secondo album come "Communication" (1973): la musica si sposta verso un folk-rock di tipo americano, gradevole e con belle parti vocali, ma lontano dalle ambiziose sonorità dell'esordio. Lo stesso anno esce anche il singolo "Ugha mugha sunshine boy/Easy flying". Il gruppo, tra vari avvicendamenti in organico, arriva fino ai primi anni Ottanta, quando è pubblicato l'album "Forbudte formiddagstoner" (1982), e quindi l'atto finale del singolo "Slaraffenliv/Allah toya" (1983). La ristampa Universal Music del primo album (2008) include un secondo dischetto come bonus.

"Friendship"


 

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