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Steve Hackett Haikara Haizea Hannibal Happy The Man Hatfield and the North Hero High Tide Home Hunka Munka

 

 

  Steve Hackett   - Nel 1977 il chitarrista Steve Hackett lascia i Genesis per una serie di divergenze, ma già nel 1975 aveva pubblicato il suo esordio da solista, "Voyage of the Acolyte" (), che rimane tra le sue prove più brillanti. Realizzato con l'apporto di Phil Collins e Mike Rutheford, l'album raccoglie otto brani di eccellente fattura riferiti fin dal titolo al tema del viaggio iniziatico, con espliciti richiami ai Tarocchi: ad esempio l'iniziale "Ace of Wands", con intriganti cambi di tempo, o la più pacata "The Hermit". L'ispirazione è molto prossima al gruppo-madre nella sognante "Star of Sirius" (cantata da Collins) e poi nel lungo epilogo di "Shadow of the Hierophant", con la cristallina voce di Sally Oldfield in evidenza, e Hackett si destreggia al meglio tra chitarra elettrica ed acustica, in un impasto sinfonico-romantico nel quale spiccano i raffinati apporti di mellotron, synth e fiati. Nel successivo "Please Don't Touch" (1978), lo stile risente del variegato cast di ospiti chiamati a collaborare: si segnalano soprattutto le voci di Steve Walsh dei Kansas ("Narnia"), Richie Havens ("How Can I?") e Randy Crawford ("Hoping Love Will Last"). Eccettuata la lunga chiusura di "Icarus Ascending", il risultato è più vario e melodico, con un pizzico di delicato folk acustico, come nel breve strumentale "Kim". In confronto, "Spectral Mornings" (1979) recupera la compattezza dell'esordio e il chitarrismo pirotecnico fin dal dinamico attacco di "Every Day", strumentale che lascia il segno, e poi con la sontuosa title-track. Spiccano la ballata "The Virgin and the Gypsy", con la voce solista di Peter Hicks supportata dal coro e le armonie del flauto di John Hackett, fratello di Steve, e il sapore esotico di alcuni episodi: in particolare l'atmosfera orientale di "The Red Flower of Tachai Blooms Everywhere" e la fosca "Clocks-The Angel of Mons", uno dei cavalli di battaglia dal vivo, con un gran lavoro del batterista John Shearer. Più introspettiva "Lost Time in Cordoba", episodio quasi cameristico cullato dolcemente dal flauto e dalla chitarra acustica. Con l'identica formazione il chitarrista pubblica quindi "Defector" (1980): si alternano lunghi pezzi strumentali ("The Steppes") e vivaci rock-song melodiche ("Time to Get Out" o "The Show"), con cori e tastiere accattivanti. A parte la tiratissima "Slogans", con synth e percussioni in evidenza, o piccole gemme come la malinconica "Leaving", ben cantata da Hicks, e "Jacuzzi", la sequenza sembra già anticipare la svolta. In effetti, Hackett inaugura a questo punto un percorso più eclettico con esiti alterni. Si susseguono raffinati dischi per chitarra classica (ad esempio "Bay of Kings", 1983), escursioni nella world-music e nel pop, fino al recupero del repertorio-Genesis, come nei due "Genesis Revisited" (1996 e 2012). Notizie nel sito ufficiale.

"Voyage of the Acolyte"

  Haikara   - Rinomata formazione finnica (il nome significa "cicogna"), che prende corpo a Lahti nel 1971 con l'incontro tra Vesa Lattunen (chitarra, voce e tastiere) e il batterista Markus Heikkerö. Dopo aver suonato in trio col bassista Timo Vuorinen, la band si stabilizza con il cantante Vesa Lehtinen e il fiatista Harri Pystynen: è questo quintetto che realizza il primo album omonimo () nel 1972. Cinque tracce che restano la migliore espressione di una musica capace di spaziare dal folk scandinavo rielaborato ("Köyhän pojan kerjäysal") al rock sinfonico più romantico, con coloriture jazz di grande interesse. In evidenza soprattutto i fiati e le chitarre, con un ruolo più defilato per le tastiere, ma grande importanza ha pure il violoncello dell'ospite Matti Tuhkane. Il meglio sta forse nella splendida "Luoja kutsuu", composizione d'ampio respiro con la voce di Lehtinen in primo piano, tra le accelerazioni improvvise e il malinconico tema di fondo, esaltato a dovere proprio dal violoncello e dal flauto di Pystynen. Gli stessi ingredienti tornano in "Yksi maa & yksi kansa", ma con un taglio ritmico più brioso e la chitarra solista all'interno d'un jazz-rock sempre dinamico, con un'intera sezione fiati protagonista. Nei due lunghi episodi rimanenti gli Haikara mostrano tutto il loro valore. Magnifica "Jälleen on meidän", sincopata su basso e sax con la chitarra elettrica in appoggio, e basso e batteria che non perdono un colpo: è un sound raffinato e imprevedibile, come nella conclusiva "Manala", prima introspettiva, tra arpeggi chitarristici e leggiadre spirali di flauto, e poi tumultuosa jam strumentale ad effetto. Un disco bello e personale, ma subito il cantante lascia i compagni per tornare nel suo primo gruppo, i Charlies. Nel successivo "Geafar" (1974) le parti vocali sono così divise tra Lattunen e sua sorella Auli: è un altro album pregevole, di poco inferiore al precedente. "Change" è un martellante manifesto politico cantato in inglese ("Power to the people!") e dominato da chitarra e basso. Ritmica serrata anche in "Kun menet tarpeeksi kauas tulevaisuuteen...", coi fiati in evidenza e i vocalizzi suggestivi di Auli Lattunen nell'ultima parte, mentre le due tracce più brevi, "Kantaatti" e "Laulu surullisesta pilvestä", recuperano un'elegante dimensione cameristica con piano e violoncello a cullare il delicato canto femminile. La lunga title track finale è invece più spumeggiante, con la voce della cantante protagonista tra i tipici cambi di tempo dell'esordio: ottimo il ruolo portante del basso, di una chitarra psichedelica e dei fiati in uno spartito eccellente, tra rock e jazz, che ribadisce il ragguardevole livello della band finnica. Lo scarso riscontro commerciale spinge poi la band verso soluzioni rock più facili nel terzo album "Iso lintu", realizzato nel 1975 col nuovo cantante Matti Heinänen. La vena più suggestiva degli inizi si diluisce qui in una rassegna di umori fin troppo eclettica: si va dal folk-rock vicino ai Jethro Tull ("Kuinka ollakaan"), alle melodie malinconiche ("Aamu") fino a canzoncine pop senza pretese ("Leppäkerttu"), con l'apporto dell'orchestra qua e là, come nella finale "Jäähyväiset". Dissolta la band, Vesa Lattunen resta attivo come compositore, finché nei Novanta resuscita la sigla in due dischi come "Haikara IV: Domino" (1998) e "Tuhkamaa" (2001), realizzati con nuovi elementi. Varie le ristampe in circolazione, in vinile e digitale.

"Haikara"

  Haizea   - Originari di Hondarribia, piccolo centro dei Paesi Baschi situato proprio al confine con la Francia, gli Haizea (cioè "Vento") sono una delle molte formazioni basche dedite a un interessante folk di sapore progressivo. Fondati nel 1975 dal chitarrista e cantante Txomin Artola, a loro nome vengono pubblicati due soli album, il primo dei quali è un omonimo (1977), che afferma la dimensione più acustica del quintetto, imperniata sulle voci e gli strumenti a corda, oltre a flauto e percussioni. "Bródatzen Ari Nintzen" apre la sequenza con un bel duetto vocale articolato s'un delicato tappeto di chitarre. In "Loa Loa", tra i momenti migliori, il canto suadente di Amaia Zubiría è alle prese con una ninna nanna arricchita dallo xilofono, mentre il tema di "Urzo Aphal Bat" è sottolineato dalle percussioni e dal flauto. I brani della seconda parte aggiungono a questa ricetta qualche sonorità più oscura: ad esempio "Ura Ixuririk", con la chitarra elettrica che crea uno sfondo quasi psichedelico alle parti vocali, e soprattutto la lunga coda di "Arrosa Xuriaren Azpian" dove le due componenti trovano un ipnotico equilibrio, con la voce femminile al centro di lunghi arpeggi chitarristici, percussioni e interventi di xilofono. Il secondo album, realizzato nel 1979 dopo l'uscita di Artola, è "Hontz Gaua" (), cioè "nottambulo" in lingua basca, ed è sicuramente più maturo, oltre che più interessante in un'ottica psico-prog. Se l'iniziale "Anderea" è una limpida folk-song per voce femminile e chitarra, sulla scia del disco precedente, il seguito della sequenza regala sapori più variegati, a cominciare dallo strumentale "Egunarn hastapena", con il suo andamento sinuoso e irregolare che porta al proscenio il contrabbasso di Gabriel Barrena, insieme al violino e al flauto del nuovo Xabier Iriondo, in un trascinante impasto sonoro vicino al migliore folk-rock britannico. Più psichedelico lo sviluppo di "Argizagi ederra", dove la duttile voce di Amaia è al centro di un mood davvero intrigante, con spazi improvvisativi dominati dalla chitarra elettrica di Lasa in un clima di tensione strisciante. Tra gli altri pezzi, "Arnaki" è un episodio scorrevole aperto dal flauto, con le chitarre elettriche ed acustiche che duettano affiancate dalle percussioni di Carlos Busto. Il pezzo forte rimane la lunga title-track finale: dopo un sorprendente canto gregoriano in apertura, sul mobile tappeto di chitarra, percussioni e un flauto molto evocativo, la voce femminile intona un suggestivo canto senza parole: basso e chitarra elettrica riportano quindi il brano verso un'atmosfera sospesa e notturna di grande effetto. E' il degno epilogo di un buon disco e l'ultimo atto del gruppo basco. Amaia inizia poi una lunga carriera solista, talvolta in duo con Txomin Artola. Ristampe di Elkar e Lost Vinyl.

"Hontz Gaua"

  Hannibal   - Gruppo inglese nato sulle ceneri dei Bakerloo, quando il manager Jim Simpson cerca di rinnovare con nuovi musicisti il progetto appena interrotto dalla partenza di Dave Clempson. Alla fine si forma un sestetto guidato dal chitarrista Adrian Ingram, molto noto nell'ambiente del jazz britannico, e con il cantante nero Alex Boyce, che realizza il suo unico disco omonimo per la B&C Records nel 1970. I sei brani offrono una miscela piuttosto originale di prog-rock dalle tinte blues e jazz, coi fiati di Cliff Williams e l'organo di Bill Hunt a fare da sponda alla chitarra solista di Ingram, brillante soprattutto in "Bend for a friend" e nella bella conclusione di "Winter". La voce di Boyce aggiunge alla musica della band un'impronta soul più vibrante, fin dall'iniziale "Look upon me", che scivola tra spunti di sax e chitarra, come nella successiva "Winds of change", che procede sui tempi dispari dettati da basso e batteria in un impasto molto efficace, tra pause e ripartenze che l'estro di Ingram sa riempire a dovere. Il suono degli Hannibal, di elevato tasso tecnico e aperto all'improvvisazione, ha nel complesso le sue attrattive, anche se manca forse la soluzione ad effetto capace di colpire la fantasia del pubblico, e la stima degli addetti ai lavori non basta a evitare lo scioglimento del gruppo nel 1971. Nondimeno, le raffinate soluzioni strumentali che caratterizzano, ad esempio, episodi come "1066", col basso di Jack Griffiths libero di riannodare i fili a metà brano, e soprattutto la buona vena di un raffinato solista come Ingram, rendono l'album di sicuro interesse per gli ascoltatori più esplorativi. Hannibal è uno dei molti nomi dimenticati della scena progressive che sarebbe giusto sottrarre all'oblio. Ristampa digitale GTR Records(1994).

"Hannibal"

  Happy The Man   - Uno dei migliori gruppi americani in ambito progressive, gli Happy The Man nascono dall'incontro di Stanley Whitaker (chitarra) e Rick Kennell (basso) in Germania nel 1972. Tornati in Virginia formano la nuova band con altri elementi, finché nel 1976 il quintetto ottiene un contratto con la Arista Records. Il disco d'esordio omonimo (), pubblicato nel 1977, è un saggio eloquente delle grandi possibilità di Kennel e soci: un rock-prog estremamente sofisticato e ricco di sfumature sinfoniche, guidato dalle tastiere di Kit Watkins (che firma diversi pezzi), ma con l'abile contrappunto di Whitaker alla chitarra e una vivace sezione ritmica che conferisce alla musica una timbrica fusion molto moderna. In "Stumpy Meets the Firecracker in Stencil Forest" questa versatilità è assai evidente, anche per l'apporto al sax di Frank Wyatt. A parte due soli episodi cantati, l'album è interamente strumentale, e a tratti lascia davvero incantati: è il caso di "Carousel", splendido manifesto di musica ipnotica che nasce s'una frase di pianoforte e si amplifica gradualmente, potente e misteriosa. Di grande effetto anche "Mr. Mirror's Reflection on Dreams", con sognanti aperture di synth che richiamano Genesis o PFM, come la voce di Whitaker in "On Time as a Helix of Precious Laughs", uno dei momenti più suggestivi della sequenza. L'anno seguente, dopo una lunga stagione live di supporto a grossi nomi quali Renaissance e Jefferson Airplane, la band americana realizza "Crafty Hands" () col nuovo batterista Ron Riddle. E' un altro disco eccellente, rifinito a dovere nelle sue mille sfumature sonore, con un solo episodio cantato, "Wind Up Doll Day Wind", e sette episodi strumentali che dimostrano grande personalità. Dal breve "Service with a Smile" in apertura, a "Ibby It Is" e "Steaming Pipes", con un tema ritmico nervoso che incornicia spunti di synth e chitarra, fino al fascinoso crescendo della splendida "Open Book", con deliziosi inserti di flauto, il gruppo offre un altro mirabile esempio di rock elaborato e tecnicamente superbo. La gamma cromatica del parco-tastiere di Watkins e Wyatt è ancora l'arma in più del quintetto, mai disgiunta però dal grande lavoro di basso e batteria e dal prezioso cesello chitarristico di Whitaker. Purtroppo la band si sfalda poco dopo, lasciando un terzo album irrealizzato, e uscito poi nel 1983 col titolo "Better Late...". Una riunione parziale (con Whitaker, Wyatt e Kennel) ha portato quindi alla realizzazione di "The Muse Awakens" nel 2004. Info nel sito ufficiale.

"Crafty Hands"

  Hatfield and the North   - Altro nome di spicco nella galassia canterburyana, gli Hatfield and the North nascono nel 1972 da una costola dei Caravan (David e Richard Sinclair) e altre formazioni dello stesso giro. In realtà, David Sinclair viene presto rilevato da Dave Stewart (Egg), e quindi la band incide "Hatfield and the North" (1974), bel disco d'esordio, che approfondisce la musica del gruppo-madre, storicamente il più melodico del Canterbury Sound. Si tratta di un album-collage, con frammenti anche brevissimi, tutti permeati dall'identico gusto per le soluzioni più eteree, malinconiche, sospese: un ruolo importante hanno le voci, quella solista di Richard Sinclair e i delicati cori femminili delle tre Northettes. In "Calyx" interviene splendidamente anche Robert Wyatt, col suo timbro inconfondibile. Nel brano più lungo e rappresentativo, "Son of 'there's no place like Homerton'", si ascolta l'eccellente fraseggio di sax dell'ospite Geoff Leigh (Henry Cow), in un tessuto musicale sempre prezioso, sofisticato eppure miracolosamente godibile, tra le voci femminili e le tastiere di Stewart. Più spazio alla chitarra di Phil Miller e alle percussioni di Pip Pyle nel jazz-rock di "Rifferama", come nel più cerebrale "Shaving is boring". Tra piccole trovate, ironia e la sua atmosfera molto british l'album lascia il segno. La stessa formazione realizza quindi "The Rotters' Club" (1975), nel medesimo stile, con altri ospiti di riguardo, tra i quali Jimmy Hastings e Lindsay Cooper ai fiati. Tra i brani spiccano "The Yes No Interlude", con il sax tenore, l'organo e il piano elettrico al proscenio tra i frequenti cambi di tempo, lo strumentale "Lounging There Trying", squisito jazz con la chitarra di Miller al suo meglio. "Fitter Stoke has a Bath" incanta per le belle aperture vocali di Sinclair in un contesto dominato dal flauto, mentre la lunga suite in quattro tempi di "Mumps" riporta al primo disco per le soavi voci delle Northettes e la disinvolta mutazione stilistica all'interno della medesima atmosfera soffusa, ambigua, tecnicamente magistrale, con le tastiere morbide e i fiati in primo piano. Sciolta la band, Stewart e Miller formeranno poi i National Health. La ristampa in CD di "Rotters' Club" include ben cinque bonus-tracks tratte dall'antologia con inediti "Afters", pubblicata nel 1979. Info nel sito ufficiale.

"The Rotters' Club"

  Hero   - Il primo embrione degli Hero risale al 1970 quando Massimo Pravato, chitarrista di Pianiga (Venezia) suona negli Upupa di Udine insieme al tastierista inglese Robert Deller. Dopo circa due anni, dall'incontro con il batterista padovano Umberto Maschio, nasce quindi il nuovo trio che comincia a esibirsi in un locale di Monaco, dove viene notato da un discografico dell'etichetta tedesca Poliband. Registrato nel 1972, il primo e unico album degli Hero è un omonimo () che vede la luce solo nel 1974 a cura della Pan, un anno dopo la tragica scomparsa di Pravato in un incidente d'auto. Dopo un lungo oblio, il disco viene ristampato in versione digitale dalla BTF nel 2006 e rivela una sua forte personalità: è un hard progressive piuttosto inconsueto per la scena italiana dell'epoca, con testi in inglese ben allineati alle tonalità "dark" della musica. Nove pezzi decisamente di buon livello, con una registrazione che enfatizza proprio le cupe atmosfere che caratterizzano il sound del gruppo, a cominciare dall'apertura di "Merry Go Round", con la chitarra pungente di Pravato e la discreta voce di Deller. La chitarra solista e il timbro scuro dell'organo sviluppano in effetti i temi del disco con notevole affiatamento, ben supportati dalle percussioni, in una successione stilisticamente efficace. La lunga "Clapping And Smiling" è introdotta da una bella combinazione di chitarra acustica e pianoforte, con qualche sonorità sospesa vagamente psichedelica, come pure in "Sunday Best", umbratile e rarefatta per l'uso del vibrafono, mentre nei momenti di particolare tensione ("Crumbs Of A Day" o "Dew-Drops") l'organo e il piano di Deller spiccano per la ricerca di suoni sperimentali, assecondati dal chitarrista. Sul versante di un tipico dark prog molto incisivo si segnalano invece "Seminar", "Children's Game", dal riff chitarristico ossessivo, e "Knock", con il canto istrionico di Deller e la potente progressione della seconda parte. A conti fatti, è senz'altro doveroso rendere omaggio a una band senza fortuna e dunque riconoscere i meriti di un disco troppo a lungo dimenticato.

"Hero"

  High Tide   - Si tratta di una band inglese ampiamente fraintesa e penalizzata, a dispetto dei suoi molti meriti. Fondati nel 1969 da Toni Hill (chitarra e voce solista), già attivo nell'ambito della psichedelia, gli High Tide incidono due album agli albori dei settanta prima di sciogliersi. L'esordio del quartetto, che fa a meno delle tastiere, è del 1969: "Sea Shanties"() è un disco che stupisce per l'intreccio davvero inedito e magistrale tra un rock decisamente hard e il violino di Simon House. Nonostante la miopia di certa critica, questa musica è davvero originale: i sei brani offrono una sezione ritmica grintosa e martellante (Peter Pavli e Roger Hadden), che costituisce l'ossatura pressochè costante delle composizioni, ma lo schema si apre continuamente alle variazioni geniali del violinista( come in "Death Warmed Up"), o della stessa chitarra del leader, secondo un modello che a tratti prefigura in qualche modo i King Crimson all'altezza di "Larks tongues in aspic" (soprattutto in "Pushed, But Not Forgotten") oppure recupera e reinventa con grande personalità certe atmosfere dei Doors ( vedi "Walking down their Outlook"). Come se non bastasse, Toni Hill ha una voce davvero fascinosa, calda e duttile, e ricorda sia John Wetton che Morrison. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per fare di questo album un piatto ricco e pieno di attrattive per gli appassionati di sonorità diverse. L'anno seguente esce il secondo disco omonimo (1970). La sequenza, rispetto al precedente, è forse meno monolitica nei suoni, ma ugualmente splendida, soprattutto in "The Joke" e nella danza acida della lunga "Saneonymous": ciò nonostante, l'album ripete purtroppo il medesimo insuccesso dell'esordio. Dopo lo scioglimento, solo nel 1987 gli High Tide sono tornati a incidere: l'album "Interesting Times" è pubblicato dall'etichetta Cobra, e in seguito il gruppo, con a capo stavolta il solo Hill, realizzerà "A Fierce Nature" e quindi "The Reason of Success" nel 1991. Il cantante forma poi un power-trio chiamato Tony Hill's Fiction, con un solo disco all'attivo intitolato "DNA, the Brain, the Universe" (2001). Ristampe in CD a cura di Repertoire.

"Sea Shanties"

  Home   - Gruppo inglese che si forma a Londra nel 1970 e ottiene un contratto con la Epic Records, che pubblica il disco d'esordio "Pause for a Hoarse Horse"(1971). Il quartetto (due chitarre, basso, batteria) suona un rock melodico influenzato più dalla scena americana che dal progressive, ma gli undici episodi offrono comunque spunti interessanti. Fin dall'iniziale "Tramp" si segnalano la chitarra solista di Laurie Wisefield in trame di buona presa e la voce espressiva di Mick Stubbs, autore di quasi tutto il materiale. Se a tratti prevale un certo country-rock di buona fattura, come nella title-track o anche in "Mother", con l'apporto del violino, i momenti più brillanti coincidono con atmosfere diverse. Ad esempio la più riflessiva "Red E. Lewis & The Red Caps", la nervosa cadenza di "Bad Days", col mellotron di sfondo, e soprattutto "Moses", dove la chitarra di Wisefield è grande protagonista di un suggestivo crescendo insieme al canto solista. Il successivo "Home", pubblicato nel 1972, prosegue il discorso con qualche concessione in più al rock di scuola britannica, e la band ottiene un timido "hit" con il singolo "Dreamer". Il disco inanella otto tracce di rock molto melodico, con la voce solista ancora più in evidenza, ad esempio in morbide ballade come "Knave", la romantica "Dear Lord", e quindi "Western Front", col piano in appoggio e la chitarra liquida che ricama sul tema. Più solare l'atmosfera di "Rise Up", ben cantata da Stubbs, mentre nella lunga "My Lady of the Birds", dai toni rarefatti e intimisti, la raffinata chitarra di Wisefield mostra la sua vena migliore prima di un finale pirotecnico. Solo col terzo album, "The Alchemist"(), uscito nel 1973, il quartetto si cimenta con un classico concept di argomento esoterico, in linea col progressive dell'epoca. Il pianoforte di Mick Stubbs, con iniezioni di synth, guadagna spazio e rende il suono, lontano da certi stilemi iniziali, più fantasioso e complesso. Lo si nota in "The Sun's Revenge" o nella più acida "The Death of the Alchemist", ma anche nei brevi intermezzi di raccordo ("A Secret to Keep" per esempio). Da segnalare soprattutto "The Old Man Dying", un tema rock di buona fattura, e anche la visionaria "The Disaster", con qualche effetto di synth e la chitarra molto creativa di Wisenfield in primo piano, come nella variegata "The Disaster Returns (Devastation)", ricca di lunghi assoli ad effetto. Il disco non procura il successo sperato e la band si separa nel 1974. Wisefield, sempre molto attivo, entra nei Wishbone Ash e collabora tra gli altri con Tina Turner.

"The Alchemist"

  Hunka Munka   - Una delle sigle più curiose dei Settanta italiani, Hunka Munka è il nome d'arte scelto dal tastierista e cantante Roberto Carlotto. Originario di Varese, Carlotto si fa dapprima le ossa suonando in giro per l'Europa (Inghilterra, Germania, Svizzera) anche di supporto a rinomati artisti quali Colosseum e Rod Stewart, prima di rientrare in Italia e militare in un paio di formazioni tipicamente Beat: prima i Big 66, quindi i Cuccioli, dove suona anche Flavio Premoli (il futuro PFM), che registrano il 45 giri "La strada che cerco / Tu non sai" nel 1966. In seguito è tra i fondatori dell'Anonima Sound con Ivan Graziani, anche se non partecipa all'unico album realizzato dal gruppo urbinate. Il suo primo singolo come Hunka Munka è datato 1971: s'intitola "Fino a non poterne più" ed esce per la Ricordi. Voce notevole, con un vibrato che ricorda Demis Roussos, e grande sfoggio di tastiere sono già il suo tratto distintivo e caratterizzano anche l'album pubblicato nel 1972 sempre da Ricordi, "Dedicato a Giovanna G.". La sequenza allinea undici tracce che l'artista canta e suona con l'apporto del batterista Nunzio Favia (Osage Tribe) e di Ivan Graziani, in una mistura di melodia e umori prog che a volte colpiscono per la freschezza esecutiva, mentre in certi casi mostrano un'elaborazione ancora acerba, oppure troppo legata al decennio precedente. Tra i momenti che lasciano il segno si deve citare anzitutto "Ruote e sogni", con l'organo e la voce in evidenza all'interno di un pezzo di forte impronta barocca nel quale spicca anche la batteria di Favia, in una successione ad effetto di pause e riprese: emerge qui il lato più virtuosistico e la discreta verve del tastierista. Interessanti anche i testi scritti da Herbert Pagani, ad esempio la bella "Cattedrali di bambù", brano immaginifico per la performance vocale di Carlotto e un'impostazione sinfonica di indubbia presa. Ci sono poi episodi sperimentali non sempre riusciti ("Anniversario"), e canzoni di buon livello con arrangiamenti orchestrali ("Io canterò per te"), insieme ad altre senza troppe pretese, come "Giovanna G.", tra frizzanti parti di pianoforte e ironia. A parte tutto, Carlotto è un abile musicista che si destreggia da par suo sia al pianoforte che all'organo e al mellotron, oltre che un cantante dotato di mezzi non comuni, così che il suo unico disco suona ancora oggi godibile, qua e là perfino sorprendente, e sicuramente meritevole di un ascolto. Nel 1973 il tastierista entra nei Dik Dik insieme a Favia, col quale poi forma il duo Carlotto & Cucciolo. Dopo fasi alterne, si è quindi unito ai rinnovati Analogy nel 2011. Ristampe a cura di BMG.

"Dedicato a Giovanna G."

"Cattedrali di bambù"