Archivio Prog

G

Gäa Galadriel Galliard Garybaldi Genfuoco Giganti Gila Glencoe Gnidrolog

Goblin Goliath Sam Gopal Gotic  Gracious Gravy Train The Greatest Show on Earth Greenslade

Nicholas Greenwood The Group Gruppo 2001 Gryphon

 

 

  Gäa   - Gruppo tedesco originario del Saarland, i Gäa (cioè la divina Terra Madre della mitologia greca) si formano nel 1973 e una volta stabilizzatisi come quintetto realizzano il loro unico disco, "Auf der Bahn zum Uranus" (1974). Inciso in maniera artigianale, l'album ha una fama controversa, dovuta in parte alla sua rarità e in parte alla sua singolare ricetta sonora. Sebbene considerato infatti un tipico esempio di Krautrock, è invece un manifesto molto eterogeneo di rock a 360° gradi, che lo differenzia dal coevo movimento del prog germanico. Nelle sei tracce proposte, i Gäa mostrano un discreto bagaglio tecnico che pure non si esprime in uno stile davvero definito. Se l'apertura di "Uranus", ad esempio, è effettivamente prossima allo space rock classico, coi suoi spazi rarefatti disegnati da arpeggi di chitarra e organo, salta subito agli occhi il ruolo più corposo delle voci, come si nota nei pezzi che seguono. Soprattutto "Tanz mit dem Mond", una trasognata fantasia melodica con piano e chitarra elettrica in evidenza e il canto solista di Werner Jungmann accompagnato dal coro, sottolinea un lato cantabile abbastanza inedito per la scena alternativa tedesca. E' forse il momento più riuscito di una sequenza che certo non manca di altre sorprese. "Mutter Erde", per dirne una, è un rock ancora più classico, tutto giocato sulle due chitarre di Jungmann e Werner Frey, con tanto di ficcante ritornello melodico, mentre la conclusiva "Gäa" abbina alla robusta scansione rock-blues il flauto trillante del bassista Peter Bell. Più defilate invece le tastiere di Gunter Lackes, a parte "Welt im Dunkel", che si sviluppa sull'organo in un crescendo spezzato ancora da inserti chitarristici e suggestive voci corali. Spiazzante, poi, lo strumentale "Bossa Rustical", che fin dal titolo si richiama a un ritmo tipicamente esotico, con la chitarra acustica in primo piano accanto a quella solista. Il tutto è ben suonato e gradevole, ma rimane l'impressione di un repertorio fin troppo eclettico, non ancora incanalato in una direzione precisa. La band si scioglie nel 1978, ma altro materiale risalente al 1975 ha poi visto la luce in "Alraunes Alptraum", pubblicato dalla Garden of Delights (1999).

"Auf der Bahn zum Uranus"

  Galadriel   - Questo gruppo australiano, formato a Sidney nel 1969, consegna alla storia del rock un solo album. Realizzato nel 1971 per la Polydor, "Galadriel" è una raccolta di dieci tracce non del tutto disprezzabili, ma sicuramente lontane dal progressive maggiore di quegli anni: lo incide un sestetto imperniato su due chitarre e senza tastiere, che si mostra ancora indeciso nella scrittura e nella scelta del repertorio. In linea di massima, i Galadriel sembrano orientati verso umori rock-psichedelici spruzzati qua e là di pennellate folk, come emerge ad esempio dalla vivace "She Left Her Love at Home", con il flauto di Mike Parker che affianca le chitarre un po' alla maniera dei Jethro Tull. La voce solista di John Scholtens, a tratti ancora acerba, sembra a suo agio soprattutto nei pezzi più ruvidi e lineari, come l'iniziale "Amble On", un rock-blues melodico piuttosto elementare con la chitarra elettrica di Gary Lothian a menare le danze, o anche "Working", molto prossimo all'acid rock californiano dei Sessanta. Nella stessa scia, ma in una chiave più morbida, scorre anche la piacevole "Such a Fool". L'ispirazione resta comunque molto varia: si passa dal country rock americano di "Lady Was a Thief", a curiose ballate ibride, come "One Day to Paradise", sempre in bilico tra rock psichedelico e folk e magari viziate da parti vocali non all'altezza. Alla fine, gli episodi più riusciti del lotto sono "Girl of Seventeen", scandita da un riff oscuro e carica di tensione anche nella voce, con le chitarre che sanno creare intrecci ad effetto, e quindi l'intrigante ballata folk di "Standing in the Rain", cullata ancora da flauto e chitarre acustiche in un'atmosfera evocativa di buona presa. Sono i momenti migliori di una sequenza poco esaltante, ricca di alti e bassi, che tradisce una certa immaturità stilistica da parte del gruppo. Nello stesso anno i Galadriel pubblicano due singoli estratti dall'album e quindi si sciolgono nel 1972, nonostante la preparazione di un secondo disco fosse già a buon punto. Ristampe digitali a cura di Akarma.

"Galadriel"

  Galliard   - Formati a Birmingham nel 1968 come evoluzione dei Craig, dove già militavano Geoff Brown e Richard Pannell, i Galliard sono una band con due soli dischi all'attivo. Il primo, pubblicato come il successivo dalla Deram Nova, è "Strange Pleasure" (1969): realizzato da un sestetto che fa a meno delle tastiere in favore dei fiati (sax e tromba), è una sequenza che mescola il tipico "brass rock" allora in auge a suggestioni in bilico tra folk e psichedelia, valorizzati dalle voci di Brown e del bassista Andy Abbott. Non sempre impeccabile, il disco contiene però momenti di grande interesse per la grintosa vena dei musicisti: ad esempio l'apertura di "Skillet", dal ritmo sostenuto tra le staffilate dei fiati e gli spunti chitarristici di Pannell, come pure "Got To Make It" o la più drammatica "Blood", fino a "Children of the Sun", con la tromba di Dave Caswell sotto la voce e la batteria arrembante in evidenza. Tra gli episodi più pacati vanno citati soprattutto "I Wrapped Her in Ibbons", ballata folk cullata da chitarra acustica e intermezzo per la tromba immancabile di Caswell, vero protagonista dell'album, e poi "Hear the Colours" dove si ascolta anche il sax di John Smith. Il vivace episodio di "Frog Galliard", ispirato alla danza rinascimentale detta "Gagliarda", è anche il pezzo che ha dato il nome al gruppo. L'anno seguente è la volta di "New Dawn" (1970), inciso nei celebri studi di Abbey Road: il sassofonista John Smith è rilevato da Lyle Jenkins e tre altri fiatisti, oltre al tastierista John Morton. Aperto dalla briosa "New Dawn Breaking", con la voce solista di Pannell, l'album suona più convincente del primo, con ottimi spunti di jazz-rock (lo strumentale "Premonition" ad esempio), amalgamati a spezie psichedeliche e progressive di buon livello. Nella sequenza spicca la splendida "Ask For Nothing", nove minuti trascinanti all'insegna di un eclettico "raga rock" dominato dal sitar di Richard Pannell, con il fattivo apporto del flauto di Tony Roberts e dell'intera sezione fiati (tromba, sax tenore e trombone). Altro pezzo forte è la fantasia folk-psichedelica di "Winter-Spring-Summer", con un memorabile solo al filicorno di Harry Beckett nella seconda parte. Sul versante più melodico si segnalano invece "Open Up Your Mind", un pop-jazz ficcante dal refrain vincente, e "Something Going On", entrambe coi fiati in primo piano insieme alla chitarra. Bella la parentesi folk di "And Smile Again", dominata dal timbro evocativo dell'accordion e dal canto malinconico di Brown, aiutato dal coro, mentre la coda di "In Your Mind's Eye" regala il momento più audace: aperto e chiuso dall'organo di Morton, il brano tiene insieme sonorità misteriose e voci brillanti, con fiati e chitarra protagonisti nella torrida parte centrale. Molti attivi dal vivo, anche all'estero, i Galliard non trovano però il successo e si sciolgono senza altre incisioni. Ristampe di Esoteric e Lake Eerie Records (entrambi i dischi in un unico cd).

"New Dawn"

  Garybaldi   - Il nome dei Garybaldi fa tutt'uno con quello di Pier Niccolò "Bambi" Fossati, chitarrista nato a Genova nel 1949, che dopo un disco firmato ancora col nome "Gleemen" (1970), guida il gruppo all'inizio del nuovo decennio. Il modello è sicuramente Jimi Hendrix, idolo e riferimento per un'intera generazione di chitarristi: nel primo disco realizzato nel 1972 con la nuova sigla, "Nuda" (), con la celeberrima fanciulla disegnata da Guido Crepax in copertina, e inciso in quartetto con Lio Marchi (tastiere), Maurizio Cassinelli (batteria, armonica) e Angelo Traverso al basso, l'influenza è a volte quasi imbarazzante. Perfino nel cantato, come in "Maya desnuda", aggressiva e dissacrante nei testi in italiano, o in "L'ultima graziosa". La musica è dunque un robusto tessuto rock-blues condito da vivaci spunti solistici, divagazioni spigliate di piano e armonica a bocca, qualche effetto improvvisato. Fa eccezione la limpida atmosfera meditativa di "26 febbraio 1700", e soprattutto la convincente suite in tre parti dedicata a "Moretto da Brescia": qui il modello hendrixiano è diluito a dovere in sonorità più calde ed evocative, con pianoforte e organo in evidenza, e una cifra stilistica di pura marca 'progressiva', grazie a un invidiabile equilibrio tra la chitarra solista e la sezione ritmica. Molto bella la melodia finale di "Dolce come sei tu", che entra in testa e non va più via, come del resto il riff elettrico di "Goffredo". Molto attivi e conosciuti nel circuito live dell'epoca, i Garybaldi incidono quindi "Astrolabio" (1973), in formazione triangolare: Fossati, più Cassinelli e il bassista Sandro Serra. E' un disco piuttosto sottovalutato, ma ingiustamente, se non altro per la lunga suite che occupa il primo lato, "Madre di cose perdute", dedicata a Django Reinhardt. E' probabilmente il capolavoro di Fossati, che si libera in parte del fantasma hendrixiano per trovare una sua propria dimensione, calda e riflessiva, che sa dosare al meglio la sua tecnica sopraffina, senza forzare: un blues quasi metafisico di domande lasciate cuocere a fuoco lento, per tocchi ed effetti cosmici che sfociano nello zenith espressivo di un tema vibrante e maestoso. L'altra suite del disco, "Sette?", recupera invece la dimensione più aggressiva del rock-blues suonato a tre. Dopo lo scioglimento, Fossati si unisce con Cassinelli al bassista Roberto Ricci e al percussionista indiano Ramasandiran Somusandaram e pubblica nel 1974 l'album "Bambibanda e melodie", ancora in chiave prevalentemente strumentale. In seguito, dopo qualche anno dedicato all'insegnamento, il chitarrista realizza "Bambi Fossati & Garybaldi" (1990) e poi "Live" (1993). Malato da tempo, Fossati muore quindi nella sua città il 7 Giugno 2014.

"Nuda"

  Genfuoco   - Originari di Siena, i Genfuoco sono tra gli ultimi eredi della tradizione romantico/favolistica che ha dominato il progressive classico. Formato nei primi anni Settanta e legato al movimento cattolico Gen, il sestetto toscano (voce/flauto, chitarra, chitarra/sax, tastiere, basso e batteria) realizza per l'etichetta Città Nuova "Dentro l'invisibile" nel 1979, dunque in piena era punk e cantautorale. Il disco si compone di sette brani, interamente firmati da Tarcisio Bratto (chitarra folk e sax) e sfoggia una vena non travolgente, ma comunque efficace nell'imbastire un rock morbido e romantico, con testi arcani e ben inseriti nel tessuto musicale. Flauti, chitarre acustiche e liquide tastiere più qualche inserto di sax, come nell'attacco evocativo di "Ouverture", caratterizzano un po' tutti gli episodi, che mostrano se non altro un'apprezzabile omogeneità stilistica. Tra i momenti migliori vanno citati "Dalla tana", "Galassie" e soprattutto "La serenata del fiume", ballata dolce e trasognata. Quello dei Genfuoco è un album tuttosommato piacevole nella ricca schiera delle opere minori, certo penalizzato dall'essere apparso in netto ritardo rispetto all'età d'oro del progressive italiano. Il gruppo si sciolse nel 1980, ma si è riformato nel 2000: per l'occasione è stato pubblicato il cd autoprodotto "Genfuoco Live", con registrazioni di concerti del periodo 1976-'78. Altre informazioni nel sito ufficiale.

"Dentro l'invisibile"

  Giganti   - Glorioso nome del beat italiano più intelligente, con lusinghieri successi nel corso degli anni Sessanta, i Giganti entrano di sfuggita nella scena progressive del decennio successivo. Naturalmente lo fanno a modo loro, con la solita classe: "Terra in bocca", pubblicato nel 1972, è infatti un disco coraggioso e sofisticato, esplicitamente dedicato a una storia emblematica di mafia. Le liriche sono composte da Piero De Rossi, mentre per l'occasione il classico quartetto milanese (Giacomo e Sergio di Martino, Enrico Maria Papes e Francesco Marsella) si allarga a comprendere musicisti di varia provenienza: tra gli altri il tastierista Vince Tempera, che firma le musiche, il bassista Ares Tavolazzi (futuro Area), più il chitarrista Marcello Della Casa (dei Latte e Miele) ed Ellade Bandini. Le musiche seguono ovviamente l'ambientazione siciliana e il crescendo drammatico della storia, con momenti intensi soprattutto delle parti vocali, ma non mancano spunti strumentali di notevole forza ritmica e suggestioni più sperimentali, con arrangiamenti molto curati, ed effetti sonori a cura di Papes. Un album da ascoltare attentamente, anche se ovviamente più impegnativo del tipico rock progressivo di quegli anni. Sciolto il gruppo, Giacomo di Martino riappare nel 1978 sotto la sigla Albergo Intergalattico Spaziale e un disco omonimo inciso con Terra di Benedetto.

"Terra in bocca"

  Gila   - Eccellente formazione tedesca che si forma a Stoccarda nel 1969 e realizza il suo primo disco omonimo () nel giugno 1971. Il quartetto guidato da Conny Veit (chitarra e voce solista), svela sin dal sottotitolo dell'album, "Free Electric Sound", la propria scelta stilistica: un rock molto aperto, che oscilla tra la psichedelia più audace e l'elettronica tipica del Krautrock, con larghi spazi improvvisativi. Inoltre i sei pezzi in scaletta mostrano, anche nei brevi inserti lirici, le tappe di un faticoso processo di evoluzione e crescita dell'individuo nella società. Insomma, un progetto ambizioso, ma sostenuto da indubbie qualità musicali, come dimostra subito l'iniziale "Aggression", un rock potente e ossessivo segnato dalla chitarra "hendrixiana", dal basso e dall'organo debordante di Fritz Scheyhing. La lunga "Kommunikation" non è meno attraente: nel clima ipnotico creato da chitarra e basso (Walter Wiederkert), si aprono parentesi dove la chitarra piena di effetti e l'organo disegnano un paesaggio sonoro affascinante, attraversato da schegge elettroniche più sperimentali, fino a uno straniante recitativo in coda. A parte brevi pause come "Kontackt", dove sale in primo piano la chitarra acustica, il disco scorre tutto sull'asse di chitarra solista e tastiere, tra mellotron e vari effetti elettronici. Così "Kollaps", con un pianto di neonato e suoni bellici nel cuore della trama sonora, e poi "Kollektivitat", una progressione scandita dal ritmo irregolare del batterista Daniel Alluno, che domina con le percussioni anche la conclusiva "Individualitat". Un esordio memorabile, che non lascia affatto presagire una seconda prova come "Bury My Heart at Wounded Knee" (), uscito nel 1973. Il disco è un gioiello, ma non ha niente da spartire col precedente, e non a caso Veit è l'unico superstite della prima formazione. Nei Gila entrano il noto tastierista Florian Fricke (Popol Vuh), col quale il chitarrista ha collaborato in "Hosianna Mantra", Daniel Fichelscher (batteria e basso) e la cantante Sabine Merbach. Dedicato al massacro dei Sioux americani (29 dicembre 1890), di cui riprende alcuni testi tradotti da Dee Browns, il progetto risente di un approccio più meditato, che combina però con notevole freschezza espressiva suggestioni folk inedite e inventiva poesia sonora. Tra i sette episodi, a volte totalmente acustici ("Young Coyote"), spiccano melodie evocative valorizzate dalla bella voce femminile, come "Sundance Chant". Bella anche "In a Sacred Manner", con le chitarre e le voci in primo piano sul tappeto delle tastiere, e davvero splendida "The Buffalo Are Coming", carica di una tensione sottolineata dalle percussioni rituali, con un gran lavoro congiunto di chitarra, piano e mellotron. E' il picco di un disco che rimane tra i vertici creativi del Krautrock: lo spiritualismo senza confini di Fricke e la coscienza politica di Veit s'incontrano infatti fecondamente sul piano d'una musica emozionante, trasognata e originale. I Gila si sciolgono l'anno dopo, e nel 1999 appare il live postumo "Night Works", registrato nel 1972. Veit apparirà in altri dischi dei Popol Vuh. CD di Second Battle e Garden of Delights.

"Bury My Heart at Wounded Knee"

  Glencoe   - Una band britannica in bilico tra il cosiddetto pub rock e il progressive, responsabile di due dischi variamente giudicati. All'origine ci sono i Forever More, che realizzano due album tra il 1970 e il 1971, dopo di che decidono di assumere la nuova sigla. Quasi subito però il gruppo perde pezzi, e così i due superstiti, il batterista Stuart Francis e il tastierista Graham Maitland, reclutano il navigato chitarrista John Turnbull (ex Skip Bifferty e poi Arc) insieme al bassista Norman Watt-Roy, già attivo con The Greatest Show On Earth. Spuntato un contratto con la Epic, il quartetto realizza nel 1972 il suo disco d'esordio, intitolato semplicemente "Glencoe" (). Si tratta di una sequenza ancora oggi molto godibile, basata su nove tracce articolate con equilibrio tra melodia, vivaci spunti rock e armonie vocali di sicuro impatto, come si evidenzia nell'attacco trascinante di "Airport", guidata dal piano e l'organo di Maitland in combutta con la chitarra solista di Turnbull. A tratti si avvertono anche risonanze dei migliori Traffic: è il caso di "Book Me For the Flight", dal placido fraseggio increspato da raffinate trovate per pianoforte e chitarra, mentre "Lifeline" sfodera un refrain vocale che riecheggia sonorità folk-rock americane. Ben cesellata è pure una traccia come "It's", sempre articolata sul pianoforte e l'organo di sfondo, le voci che crescono d'intensità e la pungente chitarra di Turnbull che con autorità si ritaglia il suo spazio nella parte centrale del pezzo. "Telephonia" ha un ritmo sostenuto, con piano elettrico e una sezione ritmica in grande spolvero insieme alla voce, e certi passaggi fanno emergere il tocco jazzato, quasi funky, del tastierista. Ancora la chitarra elettrica scandisce il tema della finale "Sinking Down a Well", uno degli episodi più grintosi del disco, molto vicino al rock a stelle e strisce per il cantato acido e il tipico piano suonato quasi a martello, sempre con una certa classe. Nell'album successivo, "The Spirit of Glencoe" (1973), il quartetto accentua notevolmente il lato più melodico, lasciando da parte le influenze prog. Robusti rock-blues come "Roll on Bliss" si alternano a canzoni pop come "To Divine Mother", con forti influenze country a volte ("Friends of Mine"), oppure a romantiche ballate quali "Strange Circumstance" o "Song No.22", con le voci morbide spesso in primo piano a discapito del tessuto strumentale. Per quanto ancora suonato con gusto e indubbio mestiere, il disco è lontano dal circuito propriamente prog, e segna anche la fine della band. In seguito, i più attivi restano Turnbull e Watt-Roy, che tra l'altro si ritroveranno insieme nei Blockheads di Ian Dury sul finire del decennio. Ristampe a cura di Big Pig e Prog Temple.

"Glencoe"

"Airport"

  Gnidrolog   - Una delle band inglesi più sottovalutate in assoluto, i Gnidrolog si formano nel 1969 su iniziativa dei gemelli Colin e Stewart Goldring (Tottenham, 1950), entrambi attivi fin da bambini nel teatro e alla tivù inglese. La sigla del gruppo è proprio un anagramma del loro cognome. Con il bassista Peter Cowling e il batterista e fiatista Nigel Pegrum suonano intensamente dal vivo per un paio d'anni, e ottengono finalmente d'incidere il loro primo disco con la RCA, "In Spite of Harry's Toe-Nail" (1972). Pur facendo a meno delle tastiere, il quartetto stupisce per la ricca miscela di atmosfere, ora cupe e malinconiche, ora sferzanti, che rievocano la vita "esemplare" richiamata nel titolo. Già l'apertura di "Long Live Man Dead" dà la misura della proposta: la multiforme voce di Colin aggredisce e seduce, ben supportata da un rock sanguigno e molto versatile, dove spiccano sia la chitarra solista di Stewart che il flauto. Tra atmosfere rarefatte e improvvise accelerazioni, i Gnidrolog si fanno apprezzare in brani come "Snails", ricca di fratture e con l'oboe di Pegrum in evidenza, ma anche nella suggestiva "Time and Space", intrigante mistura di rock e movenze cameristiche, tra tribalismo ritmico, suoni di corno e incisive parti chitarristiche. Nel lungo finale di "In spite of Harry's Toe-Nail" compare anche l'armonica a bocca di Colin. Un debutto di grande personalità, confermato lo stesso anno da un secondo disco come "Lady Lake"(), che presenta la novità del fiatista John Earle, ex Nine Days' Wonder. Il rinnovato quintetto ha un'impronta meno aggressiva, a volte più melodica e raffinata, senza perdere però le sue peculiarità. Già l'attacco di "I Could Never Be a Soldier" è un limpido manifesto antimilitarista, cullato splendidamente dal flauto sul tappeto vellutato creato da basso e batteria. "Ship" è invece un'evocativa ballata costruita sul sax di Earle, che cresce alla distanza sulla bella voce di Colin e la chitarra elettrica, protagoniste nel finale. Se la breve "A Dog With No Collar" è una desolata confessione ottenuta con mirabile economia di mezzi, la title-track, così come la conclusiva "Social Embarrassment", mostrano un lato più complesso dominato dai fiati (sax in particolare), con risultati di grande effetto drammatico che ricordano i migliori VDGG: nel secondo brano spicca ancora il canto estroso di Colin, e la lunga coda strumentale, dove il sax ossessivo e la chitarra di Stewart danno la misura esatta del valore dei Gnidrolog. Il disco è un capolavoro del prog inglese minore, ma la band si scioglie di lì a poco. Dopo molti anni i gemelli Goldring, insieme a Pegrum e nuovi musicisti, si ritrovano per realizzare "Gnosis: Prospice Respice" (2000). Tra le varie ristampe esistenti c'è anche quella in vinile a cura della coreana Si-Wan.

"Lady Lake"

  Goblin   - A volte guardati con sospetto dai fans del progressive per il grande successo commerciale diviso con i film di Dario Argento, i Goblin hanno invece dimostrato le loro qualità tecniche in più circostanze. L'esordio di "Profondo rosso" (1975), colonna sonora in parte condivisa con il jazzista Giorgio Gaslini, fotografa in effetti una band di validi strumentisti che, sotto varie sigle, già da tempo lavorava nell'ambiente del rock italiano più avanzato (vedi Cherry Five). Film a parte, comunque, il disco impone il talento indiscutibile di un poliedrico tastierista come Claudio Simonetti, la bella chitarra solista di Massimo Morante e anche una sezione ritmica, Fabio Pignatelli (basso) e Walter Martino (batteria), che indubbiamente riveste un ruolo decisivo nell'economia di un sound gotico, barocco e decisamente notturno. Prima di legare il proprio nome ad altre colonne sonore famose (da "Suspiria" di Argento a "Zombi" di Romero), il gruppo romano incide un secondo album di composizioni originali, solo in seguito utilizzate da Romero nel film "Vampyr": vale a dire "Roller" (1976). Per l'occasione, al posto di Walter Martino entra in formazione Agostino Marangolo alla batteria, mentre Maurizio Guarini affianca Simonetti nel reparto tastiere. E' ancora un disco interamente strumentale, ricco di spunti pregevoli e atmosfere intriganti, dove viene fuori l'anima rock più sofisticata della band. Si segnalano la bella title-track, la rarefatta "Aquaman", e quindi la più lunga "Goblin", dove Simonetti e Guarini si disimpegnano con classe tra tastiere e synth, e anche gli altri, soprattutto Morante, si ritagliano a turno momenti tecnicamente interessanti. Purtroppo, a causa di una pessima distribuzione da parte della Cinevox, l'album non ha successo, e i Goblin rientrano stabilmente nel ruolo di eleganti commentatori di cinema: in questa veste è giusto sottolineare che hanno segnato uno spartiacque fondamentale, rinnovando con il loro stile tutto il genere. Tra le poche parentesi autonome del periodo che segue va segnalato "Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark" (1978), disco che rimane anche uno degli ultimi 'concept' italiani propriamente detti, dove compaiono per la prima volta delle parti vocali. Sciolto di fatto il gruppo agli anizi degli '80, dopo che il solo Pignatelli ha continuato a utilizzare il marchio Goblin, i più attivi restano Claudio Simonetti e Walter Martino che suona con i Libra, mentre Agostino Marangolo si afferma come ricercato session-man. Dopo varie vicissitudini, e progetti disattesi, una nuova edizione del gruppo è oggi ancora in pista, ma stavolta senza Simonetti. Tutte le notizie in merito nel sito ufficiale.

"Roller"

  Goliath   - Questo gruppo che porta il nome del gigantesco capo dei Filistei (Golia) sconfitto in duello dall'ebreo Davide secondo il racconto biblico, è originario di St. Helens, non distante da Manchester, anche se il primo nucleo prende corpo in Germania, dopo l'incontro tra la cantante Linda Rothwell e il bassista John Williamson. Tornati in Inghilterra, i Goliath suonano intensamente nei clubs di Manchester, stabilizzandosi come quintetto con il nuovo batterista Eric Eastman, finché vengono prodotti dalla Family Tree per l'etichetta CBS. L'album di debutto omonimo (), pubblicato proprio all'inizio del 1971, rivela un quintetto dal talento multiforme che produce un vivace impasto sonoro tra rock, blues e folk, secondo una ricetta esaltata a dovere dal canto eclettico della vocalist, che sfodera grinta e padronanza. Il suono della band fa a meno delle tastiere e dunque ruota essenzialmente sulla chitarra di Malcolm Grundy e soprattutto sui fiati del valido Joseph Rosbotham (flauto e sax), altro protagonista del disco. L'attacco di "Port & Lemon Lady", non a caso uscito come singolo, riassume bene lo stile dei Goliath: qui un flauto ficcante, supportato a dovere dalla chitarra, s'innesta sulle ripetute accelerazioni della batteria mentre una voce da brividi aggiunge la classica ciliegina sulla torta. Uno schema vincente, replicato in tutte le varianti possibili nell'arco dell'intera sequenza, a partire da "No More Trash", senza nessuna caduta di tono. Tra gli episodi migliori si segnala "Prism", aperta in sordina da arpeggi chitarristici e sax prima di un lungo tour de force ritmico nel quale la Rothwell fa valere le sue doti in un crescendo mozzafiato, sempre abilmente supportata dal sax. In generale, la miscela sonora fluisce accattivante con l'immediatezza di una vera esibizione live, ma non mancano episodi che mostrano un lato più ambizioso: in particolare la lunga "Hunter's Song", articolata sul sax distorto di Rosbotham, sulle percussioni e la chitarra blues di Grundy, in un potente insieme di ascendenza psichedelica. Vanno pure citate la sanguigna "Festival of Light", con la chitarra in evidenza e una coda rarefatta, e la frizzante chiusura di "Maajun", dove il flauto imperversa ancora, stavolta in uno scenario folk più esotico. Nonostante le ottime premesse, la band si disperde dopo l'uscita del disco per un esaurimento nervoso della cantante, che più tardi realizza un paio di singoli da solista e si trasferisce in America. CD di Estrella Rockera e Aurora.

"Goliath"

  Sam Gopal   - Breve, ma piuttosto significativa l'esperienza musicale del percussionista Sam Gopal, nato in Malesia e poi trasferito stabilmente in Inghilterra. La prima incarnazione della sua band, messa insieme a Londra nel 1966 e chiamata Sam Gopal's Dream, nel 1967 suona al famoso evento The 14 Hour Technicolor Dream, e poi in celeberrimi locali underground come l'Ufo: tra gli altri, include anche Mick Hutchinson e Andy Clark, che dopo un primo scioglimento formeranno proprio il fortunato duo Clark-Hutchinson. Gopal invece ci riprova nel 1968, stavolta con il cantante Ian Willis detto Lemmy (poi con i Motorhead), Roger D'Elia (chitarra solista) e Phil Duke (basso): il quartetto realizza alla fine dell'anno l'album "Escalator" (), che in realtà viene pubblicato solo nel Marzo del 1969. Il suono che domina le undici tracce è un accattivante rock-blues d'impronta psichedelica dai toni spesso ipnotici, che spesso deflagrano sulla chitarra incandescente di Roger D'Elia, ma trovano il loro focus espressivo nella voce di Lemmy, indolente e malata quanto serve, e anche nel ritmo inconsueto ma decisivo delle tabla di Gopal, presenza vagamente esotica che pervade tutto l'album. Lo si vede negli episodi più rilassati come "The Sky is Burning" o anche "It's Only Love", ma soprattutto nella magnifica "Grass", con il basso di Duke protagonista insieme alla chitarra in un blues dal motivo circolare che lascia il segno. L'atmosfera si surriscalda soprattutto nell'attacco a spron battuto di "Cold Embrace", brano dal ritmo incalzante, e quindi nella torrida title-track, segnata dalle scariche lancinanti della chitarra, mentre "Season of the Witch", bella cover da Donovan, si lascia apprezzare per il vivace coro femminile che affianca la voce solista. Insomma, il disco rimane un unicum molto efficace, ancora godibile, di una stagione dell'underground britannico pur ricca di sapori e colori di ogni genere: rimarca inoltre il passaggio tra la psichedelia più ingenua dei Sessanta e la nuova decade più complessa, sia nei toni che nei contenuti. La band si ferma nel 1970, e solo nel 1999 Gopal torna alla ribalta con un nuovo album, "Father Mucker", che però contiene brani registrati nel 1990. Varie le ristampe attualmente in circolazione: in particolare Esoteric, Buy or Die e Breathless, tutte con bonus-tracks.

"Escalator"

  Gotic   - Una raffinata formazione spagnola, originaria di Barcellona, che ha dato alle stampe un solo album nei tardi Settanta, quando cioè anche la scena iberica cominciava a farsi valere, dopo il periodo franchista. Un disco come "Escenes"(), uscito nel 1978, mostra la perfetta assimilazione del rock romantico-sinfonico di scuola inglese (i Camel ad esempio), ma soprattutto segnala il mirabile equilibrio strumentale raggiunto dal quartetto catalano (tastiere, basso, flauto e batteria) che fa a meno delle parti vocali. Il risultato è una sorta di acquarello mediterraneo di sapore descrittivo, dominato dal flauto di Joseph Nuix e dalle morbide tastiere di Jordi Vilaprinyo (pianoforte, piano elettrico, e anche mellotron), che definiscono un paesaggio sonoro elegante, sofisticato ma scorrevole, lontano da singoli virtuosismi. Già l'apertura di "Escenes de la terra en festa i de la mar en calma" offre una sintesi del disco: spirali leggiadre di flauto sopra uno sfondo liquido di tastiere e saltuarie increspature della sezione ritmica. In "Imprompt-1" basso e batteria, più percussioni aggiunte, seguono uno schema più vivace all'insegna di un jazz-rock dai toni sfumati. "Danza d'estiu" e "Jocs d'ocells" sono eloquenti manifesti di questa musica sempre armoniosa, spesso melodica, addolcita dal suono gentile del flauto, che incanta soprattutto in un pezzo come "I tu que ho veies tot tan facil". Con piccole variazioni qua e là, il disco è di una compattezza esemplare in tutte le tracce, fino alla chiusura di "Historia d'una gota d'aigua", corposo arazzo dove compaiono anche la chitarra acustica e l'organo in una progressione ariosa di grande effetto. Quest'unica incisione, purtroppo senza seguito, è sufficiente a inserire i Gotic tra le migliori espressioni del progressive spagnolo.

"Escenes"

  Gracious   - Ecco un'altra band inglese schierata a cinque (tastiere, chitarra, basso, batteria, voce) dalla breve storia. Uscito nel 1970, l'album di debutto omonimo() è tuttavia una perla del progressive che andrebbe riscoperta: lo si ricorda soprattutto per l'uso massiccio del mellotron, (Martin Kitcat) specie nella lunga "Heaven" (poi ripresa dai Panna Fredda), ma decisamente l'intera scaletta offre molteplici spunti d'interesse. "Introduction" ad esempio, con la bella voce di Paul Davis in primo piano e un fraseggio ritmico impreziosito dalla chitarra solista di Alan Cowderoy. Momenti più ostici vengono dal girone infernale di "Hell", con sinistri tocchi di piano che guidano una danza circolare e ossessiva, e le citazioni di ragtime e can-can nel mezzo come uno sberleffo maligno. I cinque minuti per clavicembalo bachiano di "Fugue in 'D' minor" suonano come l'ennesimo spiazzamento di questo gruppo irriverente e geniale, che regala quindi il suo colpo di coda nella sterminata "The dream". Tra note tiratissime di chitarra e incredibili citazioni del "Chiaro di luna" di Beethoven, la band si distende in una deriva strumentale per piano e basso, continuamente spezzata da cori beffardi, riff di chitarra e inesauste riprese di tono in tempi dispari: grande lavoro di batteria e basso (Robert Lipson e Tim Wheatley rispettivamente), e naturalmente trovate in serie del duo Cowderoy-Kitcat, con ariose aperture sul mellotron, mentre Davis recita versi enfatici e cattivi da istrionico mattatore. E' davvero una sorta di balletto iconoclasta che sfiora continuamente, e consapevolmente, il baratro del kitsch assoluto, mescolando bellezza e cacofonia, tradizione e provocazione colta. Un disco da non perdere. Il secondo album della band, pubblicato nel 1972 dopo lo scioglimento, "This is...Gracious!!", non è comunque meno interessante: spicca soprattutto la lunga suite in cinque parti "Super nova", capace di mescolare abilmente suggestioni cosmiche a momenti di bella tensione ritmica, senza rinunciare alla melodia. Più morbida l'atmosfera di "Once on a windy day", con le armonie vocali protagoniste s'un tappeto di mellotron e chitarre acustiche. Il finale di "Old me down" presenta ancora le tipiche fratture ritmiche e i riff graffianti di chitarra, ma nel complesso il primo disco dei Gracious si fa preferire per una serie di spunti più originali.

"Gracious !"

  Gravy Train   - Un'altra band inglese di medio valore, originaria di Manchester, che esordisce per l'etichetta Vertigo nel 1970 con un disco omonimo. Nei sei brani che lo compongono il quartetto guidato da Norman Barrett (chitarra e voce solista), fa a meno delle tastiere e mostra indubbiamente idee interessanti, esposte però in una chiave non sempre convincente. I sei episodi dell'album oscillano tra hard rock, psichedelia, blues e melodie dai richiami folk, con una curiosa coinvivenza dei fiati di J. D. Huges con chitarre molto heavy: ad esempio "Coast Rock". E' un suono ruvido e molto acido ("Enterprise"), audace nei suoi accostamenti, a volte con squarci improvvisativi ad effetto, come nella lunga traccia finale "Earl of Pocket Nook", ma ancora piuttosto acerbo. Il gruppo trova il suo momento migliore con il secondo album, "(A ballad of) A Peaceful Man"(1971). In questo caso le varie influenze del debutto trovano qui un'esposizione più matura, e anche gli arrangiamenti permettono alla band una resa più efficace, attorno alla voce grintosa e alla chitarra solista di Barrett, specie nell'attacco di "Alone in Georgia". Molto bella anche la title track, immersa in un'atmosfera sospesa e magica, con la lunga introduzione di archi e il flauto di Huges in evidenza, prima della divagazione blues della chitarra e l'efficace motivo melodico. Ancora intrigante è l'atmosfera acustica di "Jule's Delight", mentre il resto della scaletta offre brani d'impatto più energico e roccheggiante, con risultati altalenanti: si segnalano "Can Anybody Hear Me" e "Won't Talk About It", dove chitarra e flauto duettano vivacemente. La chiusura del disco è affidata invece al sincopato folk-blues di "Home Again", uscito anche come singolo, che richiama vagamente i Jethro Tull. Un album, per sintetizzare, decisamente buono e ricco di bei momenti, anche se permane l'impressione di un'ispirazione ancora un po' dispersiva e non sempre unitaria. Esiliati comunque dalla Vertigo, i Gravy Train realizzano altri due dischi di minore impatto, come "Second Birth" (1973) e "Staircase to the Day" (1974), senza mai trovare eccessiva fortuna commerciale.

"(A ballad of) A Peaceful Man"

  The Greatest Show on Earth   - Formazione che incarna i nuovi fermenti del rock inglese di fine anni Sessanta, i Greatest Show on Earth nascono nel 1968 ad opera dei fratelli Watt-Roy, Garth (chitarra/voce) e Norman (basso). Dopo alcuni avvicendamenti, il gruppo si stabilizza in un curioso schieramento a otto, con ben tre fiatisti, e il cantante/flautista di colore Colin Horton-Jennings. Reclutati dalla Harvest, e dopo un 45 giri ben accolto in Europa, pubblicano quindi nel marzo 1970 il primo album "Horizons"(). L'attacco dell'enfatica "Sunflower morning" fissa subito i canoni dell'operazione: una saporita miscela di progressive e soul, con venature jazz, e qualche parentesi melodica a rendere il piatto più appetibile. Oltre all'organo di Mick Deacon, l'elemento portante sono ovviamente i fiati (sax e trombe), ad esempio in "Angelina" o in frizzanti rythm and blues come "Real cool world". Belle anche "Skylight man", tra voci corali e frequenti cambi di tempo, e "I fought for love", con la linea ritmica spezzata dagli inserti dark di organo e chitarra, e il canto ad effetto di Horton-Jennings. Il lungo brano che intitola il disco dilata gli ingredienti base in una brillante jam strumentale ricca di contributi dei singoli (flauto, chitarra, basso, percussioni) e aperta all'improvvisazione. Poco dopo è la volta di un altro 45 giri e del secondo album, "The Going's Easy", ancora del 1970. Formazione e ingredienti non cambiano, ma il risultato è meno omogeneo. Ci sono brani riusciti, comunque: "Magic woman touch", ad esempio, è una pop-song acustica decisamente gradevole, con le percussioni in primo piano; "The leader" è un invece un rock-soul molto acido (anche nel testo), con la tromba e il piano protagonisti. Episodi come "Borderline" o "Story times and nursery rhymes", anche se potenzialmente validi e ben suonati, mostrano però che il gruppo ha cercato una strada ambiziosa tra soul, pop, prog e jazz, col risultato, alla lunga, di smarrirsi e forse disorientare anche il pubblico. L'anno dopo, infatti, la band si scioglie, ma i GSOE vanno comunque ricordati per un certo coraggio, e per soluzioni musicali in nessun modo banali. Versioni digitali Repertoire.

"Horizons"

  Greenslade   - Quando nel 1971 i Colosseum si sciolgono, il bassista Tony Reeves e il tastierista Dave Greenslade formano una band a nome di quest'ultimo, insieme a un altro tastierista e cantante come Dave Lawson (ex Web e Samurai) e al batterista Andrew McCulloch. Una formula che fa a meno della chitarra, e offre perciò soluzioni musicali molto intriganti. Il primo disco omonimo() esce nel 1973, e rimane per molti il più bello di questa formazione inglese. Un progressive solido e classicheggiante che si sviluppa per sette brani con esemplare compattezza, poggiando sulle combinazioni dei due virtuosi tastieristi, ma anche sul dinamico basso di Reeves, spesso decisivo negli equilibri strumentali. Tra i momenti migliori, in un disco senza punti deboli, l'iniziale "Feathered friends", che condensa lo stile del gruppo, poi "Drowning man", ricca di cambi di tempo come anche "Melange", e soprattutto la seducente "What are you doin' to me", con le sue maestose aperture di mellotron nel cuore ritmico del motivo dominante. Non di molto inferiore all'esordio è il successivo "Bedside Manners Are Extra" (1974), che si apre con la morbida atmosfera della title-track, col pianoforte e la voce in primo piano, ma poi sfodera la consueta vivacità di spunti, già con le dinamiche strutture di "Pilgrim progress", tra i pezzi più trascinanti. La lunga "Drum folk" è una traccia misteriosa e umbratile, ricca di fratture ritmiche e sospensioni, con un lungo assolo di McCulloch nel mezzo. Molto efficace la chiusura di "Chalkhill", col moog e il piano elettrico in bella evidenza e un finale accelerato di marca jazz. Con l'arrivo del chitarrista Clem Clempson (anch'egli nei Colosseum e prima nei Bakerloo), la band registra poi due altri dischi: "Spyglass Guest" (1974) e "Time and Tide" (1975). Dopo lo scioglimento, nel 1976, Greenslade incide da solista il doppio concept "The Pentateuch of Cosmogony" nel 1979. Nel 1994 si riunirà ai Colosseum.

"Greenslade"

  Nicholas Greenwood   - Nato nel 1948 come Sean Nicholas, il bassista inglese Nicholas Greenwood si fa le ossa nel Crazy World of Arthur Brown fino al 1969. Lasciato il gruppo, transita prima negli Atomic Rooster di Vincent Crane, e quindi partecipa all'unica e rinomata incisione dei Khan. Subito dopo, con il batterista di quella band, Eric Peachey, mette insieme una nuova formazione per realizzare il suo primo e solo album da solista. Pubblicato nel 1972 dalla Kingdom, "Cold Cuts" () è un vero gioiello di quella stagione straordinaria del progressive inglese, anche se a lungo relegato nell'oblio. Incisa da un eclettico organico, nella quale spiccano il tastierista Dick Heninghem (altro ex-Khan) e il fiatista americano Bunk Gardner, a suo tempo con le Mothers of Inventions di Frank Zappa, la sequenza consiste di dieci episodi in magico equilibrio tra spezie canterburyane e prog romantico, con sfumature di "brass rock", tra i quali è davvero arduo menzionare i momenti migliori. Di grande effetto è l'apertura di "A Sea of Holy Pleasure", sorta di minisuite tripartita, con l'organo gotico di Heningem in cattedra e la ritmica incalzante, insieme al flauto leggiadro di Gardner, mentre la calda voce di Greenwood è la classica ciliegina sulla torta. Atmosferica e ipnotica nel suo incedere scorre la splendida "Corruption", cullata dagli archi, così come "Melancholy" è un magnifico rock-blues lento e avvolgente costruito sul pianoforte, ma con la chitarra graffiante di Chris Pritchard in bella evidenza insieme ai fiati: un impasto da brividi, con il canto efficacissimo di Greenwood in primo piano. I fiati di Gardner caratterizzano soprattutto brani molto tirati come "Lead Me On" e poi "Close the Doors", con l'organo o la chitarra a fare da contraltare, fino a "Images", sincopata e nervosa che cresce alla distanza proprio sulla voce e sul sax. Il disco, sempre brioso e senza veri cali di tensione, è quindi suggellato degnamente da una composizione umbratile come "Realisation and Death", con la voce cullata ancora dall'organo e da un violino elegiaco, prima di un crescendo d'intensità che lascia il segno. In un panorama rock come quello britannico dell'epoca, affollato di nomi e progetti d'altissimo livello, l'unica prova solista firmata da Greenwood passò quasi inosservata, ma oggi è doveroso inserirla tra gli esempi più emblematici del prog di quegli anni. Ristampe di Akarma, Flawed Gems e Kismet.

"Cold Cuts"

  The Group   - L'effimera storia di questa band è strettamente legata al grande musicista finnico Pekka Pohjola, che si afferma nel periodo 1970-'74 con i famosi Wigwam. Dopo quell'esperienza, il bassista milita per qualche tempo nel gruppo Made in Sweden, e quando nel 1977 la collaborazione s'interrompe mette insieme tre altri musicisti per realizzare un nuovo progetto musicale. The Group si stabilizza come quartetto e include, a parte Pohjola, il batterista Vesa Aaltonen (ex-Made in Sweden), il tastierista Olli Ahvenlahti e Seppo Tyni alla chitarra: i quattro realizzano quindi l'album omonimo nel 1978 su etichetta Finnlevy. E' una raccolta di cinque pezzi, interamente strumentali, che mostra un discreto bagaglio tecnico da parte di una band che pure si muove su sentieri molto battuti in quegli anni, quando il declino del prog più sinfonico e ambizioso cede il passo a elementi di fusion più abbordabili. In ogni caso, The Group sa il fatto suo: nei due brani più lunghi, soprattutto, Pohjola e compagni danno il meglio di sé. "Ripple Marks", ad esempio, viaggia sulle note eleganti del pianoforte di Ahvenlathi, affiancato poi dalla chitarra solista, lungo un tema atmosferico e a volte rarefatto, dominato dal gusto impeccabile di strumentisti di valore. La conclusiva "Annapurna", forse il picco del disco, vive invece sull'equilibrio tra chitarra e piano elettrico, in un clima sonoro avvolgente che cerca però soluzioni timbriche più misteriose, e s'increspa a tratti sul basso pirotecnico di Pohjola, con un pregevole lavoro di synth nel finale. La cifra della band è proprio questo gioco di calibrate sfumature, che però a volte può stancare, e richiede del tempo per venire apprezzato. Gli episodi più brevi sono appena più vivaci, con il duo ritmico protagonista: ad esempio "Thai", che si giova di atmosfere orientali sottolineate a dovere dalla chitarra di Tyni, ma soprattutto "Gado-Gado", dominata in lungo e largo dal chitarrista. "Berenice's Hair" è forse il momento più melodico della sequenza, col basso pulsante e belle aperture chitarristiche in uno schema gradevole anche se privo di spunti memorabili. E' questo, in fondo, il giudizio che vale per l'unico disco inciso da questa formazione: un jazz-rock di buon valore tecnico, al quale però manca un pizzico di fantasia per imporsi davvero. Pekka Pohjola darà il meglio nei successivi dischi da solista. Ristampa digitale Warner.

"The Group"

  Gruppo 2001   - Una delle poche formazioni prog italiane originarie della Sardegna, il Gruppo 2001 nasce nel 1971 e lo stesso anno fa il suo esordio con il singolo "Avevo in mente Elisa/Quella strana espressione". L'anno seguente il gruppo, sulla scia del nuovo 45 giri "Messaggio/Una bambina...Una donna", che ottiene un discreto risultato commerciale (n.17 nelle classifiche di vendita), realizza finalmente il suo primo e unico album, "L'alba di domani", su etichetta King. Il quintetto isolano ha uno stile prevalentemente melodico, ma sempre in bilico tra la canzone pop e i fermenti del nuovo linguaggio progressivo: il risultato è un'altalena di sapori che resta lontana dalle maggiori esperienze del rock progressivo italiano, ma in compenso si lascia apprezzare per la freschezza della proposta, e una felicità di scrittura attribuibile al cantante e tastierista Piero Salis. L'attacco di "Maggio", ad esempio, è un interessante rock spezzato da pause melodiche, con belle parti di tastiere, flauto e chitarra elettrica, secondo un modello che ricorda certe cose dei New Trolls: bello anche il testo e ben organizzate le parti vocali, come in tutta la sequenza. In "Era bello insieme a te" si segnala l'uso interessante del synth da parte di Salis, mentre "Volo d'angelo", tra i momenti più originali, dopo l'inizio in sordina con il canto battistiano sviluppa un dialogo ad effetto tra il coro e gli spunti della chitarra solista, con altri inserti di synth. "Padre Vincenzo" abbina ancora liriche non banali all'utilizzo di un maestoso organo da chiesa, ma anche la title-track dimostra la frizzante ispirazione del quintetto: la prima parte è quasi un manifesto generazionale, con il testo recitato, prima di uno stacco ritmico guidato dall'organo e le voci alternate al brillante lavoro di batteria e chitarra. Non mancano canzoni più tradizionali, come "Denise", cantata in inglese, e un breve accenno di folklore sardo nella finale "Sa danza" a completare una sequenza decisamente gradevole, anche se frammentaria dal lato strumentale. L'album, a lungo ristampato solo in Giappone e Corea, è stato finalmente edito in CD dalla AMS/BTF. Il Gruppo 2001 realizza poi diversi singoli tra il 1973 e il 1979, prima di far perdere le tracce. Intanto Piero Salis, abbandonati gli altri nel 1974, ha intrapreso con il nome di Marras una carriera solista discontinua, e si fa notare soprattutto con il singolo "Una serata in rima" (ovvero "Diglielo tu Maria") incluso nell'album "Fuori campo"(1978). Altre notizie sul cantautore nel sito del fans club.

"L'alba di domani"

  Gryphon   - Decisamente meno noti di altri nomi più celebrati, i Gryphon sono una formazione inglese di buone qualità e sufficiente personalità che ha realizzato cinque ottimi album in pieni anni settanta. L'esordio omonimo (1973) e il secondo disco "Midnight Mushrumps"(1974) li presentano come esponenti di un brillante folk che recupera diversi 'traditionals' senza eccessive contaminazioni. Solo con "Red Queen to Gryphon Three"(1974) la band, schierata a quintetto, comincia a incrociare tra loro le radici tradizionali e le sonorità del rock barocco e sinfonico. In effetti è un bellissimo disco, con quattro lunghi brani strumentali, nel quale spiccano il fagotto e il krumhorn (sorta di oboe) di Brian Gulland e le chitarre acustiche di Graeme Taylor, oltre alle tastiere romantiche e classicheggianti di Richard Harvey. Inoltre per la prima volta David Oberlè utilizza una vera batteria, oltre alle consuete percussioni: anche da qui si vede che la band si sta spostando verso il rock, sia pure conservando la sua originale ispirazione folk-medievale. Basta sentire come si evolva ritmicamente (su basso, batteria e organo) il delicato inizio a base di fiati e chitarra acustica in "Second spasm", per capire come l'idea di contaminazione abbia fatto strada anche nei Gryphon, e con eccellenti risultati. La fama del gruppo cresce, almeno in Inghilterra, e arriva anche un tour in USA. Quindi esce "Raindance"(1975) che suona come una conferma, già dall'attacco quasi 'funky' eppure arioso, quasi cantabile, di "Down the dog". In effetti l'album torna a offrire anche inserti vocali e una strumentazione ancora più orientata verso le sonorità moderne: in particolare si amplia notevolmente il parco-tastiere di Harvey. Tanta abbondanza partorisce i momenti suggestivi, in crescendo, della title-track, o anche più melodici come "Mother nature's son" e la più intrigante "Fontinental version". Brani sempre abilmente in bilico tra perizia strumentale e fresche melodie acustiche, con inserti ritmici serrati stavolta più marcati. Il punto d'incontro tra vecchio e nuovo del gruppo è più evidente in certi strumentali scorrevoli come "Wallbanger", con fiati e organo in primo piano. Gli oltre sedici minuti di "(Ein klein)Heldenleben" parlano infine un linguaggio compiutamente sinfonico, con la chitarra elettrica che dialoga con organo e synt, e la solita vivacità di fiati e sezione ritmica . Dopo il successivo album "Treason"(1977) il gruppo si scioglie.

"Red Queen to Gryphon Three"