Archivio Prog

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Fairfield Parlour Fairport Convention Faithful Breath Fantasy Far Out Festa Mobile Finch Finnforest Flamen Dialis

Flea On The Honey / Flea Formula 3 Flied Egg Frame Fruupp Fusion Orchestra Fusioon Fuzzy Duck

 

 

  Fairfield Parlour   - I Farfield Parlour sono in realtà la nuova incarnazione dei Kaleidoscope, genuini interpreti della psichedelia inglese in dischi pregevoli come "Tangerine Dream" (1967) e "Faintly Blowing"(1969). La stessa line-up di quella band con la nuova sigla realizza il suo unico album "From Home to Home"() nel 1970 per l'etichetta Vertigo, vera calamita del progressive britannico dell'epoca. Sono dodici tracce deliziose, tutte piuttosto brevi, nelle quali il cantante e tastierista Peter Daltrey e i suoi tre compagni mostrano di non aver tradito le loro radici musicali, sia pure aggiornando il discorso con arrangiamenti più sofisticati e nella strumentazione. Nella ricca sequenza risaltano la splendida "Free", dal giro melodico trascinante che cresce alla distanza, e altri esempi di colorato pop psichedelico come "Sunny side circus", tra i momenti più felici del disco. Non mancano agili rock-songs scandite dalla chitarra ("In my box"), o trame più corpose sostenute dal mellotron e ritmi marziali ("Soldier of the flesh"). La musica dei Farfield Parlour mostra nel complesso una romantica predilezione per i sentimenti più delicati ("I will always feel the same") e un certo lirismo nei toni: ne risultano ritratti molto originali, come "Emily", aperta dall'organo e poi col mellotron di sfondo, dove la bella voce di Daltrey è integrata dal coro, o anche la conclusiva "Drummer boy of Shiloh", più mossa. Il flauto del bassista Steve Clark caratterizza altri episodi prevalentemente acustici, come "By your bedside" e "Monkey", dove si ascolta anche il clavicembalo. Con le sue atmosfere melodiche, il gioco sempre efficace delle voci e soprattutto il timbro inconfondibile di un certo pop da camera tipicamente "british", venato di echi folk-psichedelici, l'unico disco firmato dai Fairfield Parlour merita senz'altro attenzione e rispetto. Splendida la versione digitale della Repertoire (2004), che include tutti i testi oltre a ben otto bonus-track di grande interesse. A nome dei Kaleidoscope è stato pubblicato nel 1991 anche l'album postumo "White Faced Lady".

"From Home to Home"

  Fairport Convention   - Importante formazione inglese, i FC sono tra i capostipiti del cosiddetto folk-rock che non è poca parte del movimento 'progressive'. Nati nel 1967 intorno a Richard Thompson (chitarra), Ian Matthews (voce) e Ashley Hutchings (basso) tra gli altri, i Fairport incidono il primo album omonimo nel 1968, seguito da "What We Did On Our Holidays"(1969). Ma i migliori e più acclamati restano i successivi "Unhalfbricking"(1969), con la splendida "Sailor's Life", primo traditional rielaborato in chiave elettrica, e soprattutto "Liege & Lief"(ancora del '69), nei quali si delinea la grande personalità vocale di Sandy Denny, cantante cristallina e potente al tempo stesso che caratterizza quasi tutte le composizioni. Proprio "Liege & Lief", che segue la scomparsa del primo batterista Martin Lamble in un tragico incidente d'auto collettivo, è da molti considerato il vero atto fondativo del folk-rock inglese, dove gli strumenti elettrici (il violino di Dave Swarbrick, la chitarra di Thompson, il basso di Hutchings) affiancano ormai in maniera compiuta e sistematica quelli tradizionali: l'effetto delle antiche ballate inglesi e scozzesi rielaborate in tal modo è davvero seducente (vedi "Matthy Groves" e "Tam Lin") e scompagina la scena folk, avvicinandola per la prima volta al circuito del rock. Dopo la partenza della cantante e di Hutchings, la band prosegue sotto la guida di Dave Swarbrick, e realizza tra l'altro il concept di buon successo "Babbacombe Lee"(1971). La Denny ritornerà nel 1974 ("Live a Moveable Feast"), quando il gruppo sembra trovare nuovi entusiasmi, per una carriera ancora lunga che arriva fino agli anni novanta. Nel 1972 era uscita una splendida raccolta basata sui primi lavori del gruppo ("The History of Fairport Convention"): una sequenza di piccoli-grandi capolavori che bastano a collocare tranquillamente i Fairport Convention tra i migliori prodotti di una stagione pur ricca di contaminazioni d'ogni tipo.

"Liege & Lief"

  Faithful Breath   - Band tedesca originaria di Bochum che si forma nel 1967 e si stabilizza dopo varie traversie alla fine del 1972, quando il nuovo tastierista Manfred Von Buttlar introduce sonorità sinfoniche che diventano predominanti. Nel 1973 il quartetto registra le tracce del suo primo album "Fading Beauty" (), pubblicato però all'inizio del 1974 in edizione privata: il disco si compone di due lunghe suites improntate a un sinfonismo rarefatto e malinconico, con mellotron e organo in primo piano. Se la prima parte di "Autumn Fantasia" scorre omogenea e suggestiva, con le tastiere supportate da misurati interventi di chitarra (Heinz Mikus), il ritmo si fa più vivace nella seconda parte, "Lingering Cold": qui si ascolta anche la delicata voce femminile di Renate Heemann, che insieme al pianoforte di Von Buttlar crea un'atmosfera di elegante romanticismo. La seconda traccia, "Tharsis", è forse più articolata, senza tradire le caratteristiche di fondo del gruppo tedesco. Stavolta è il chitarrista Mikus a interpretare liriche fantasiose, in inglese, sulla fine della terra: la voce non è eccelsa, ma il pezzo ha il suo fascino, con brevi spezzature ritmiche inserite nella solennità del tema. Organo e synth sono ancora gli strumenti-guida, in uno spartito lento e avvolgente nel quale però la chitarra solista incide note lunghe e cristalline. Pur con qualche lungaggine e piccole sbavature, si tratta di un buon album, oggi considerato un classico della scena germanica. Dopo una pausa, la band registra poi il singolo "Stick in Your Eyes / Back on My Hill" (1977) con il nuovo cantante Jürgen Renfordt e quindi un secondo disco come "Back On My Hill" nel 1980. Fin dall'apertura della title-track il quintetto mostra un profilo più aggiornato al rock melodico del tempo, ma sempre con una vena apprezzabile. E' una sequenza di quattro pezzi più brevi di buon livello, ad esempio "Stick in Your Eyes", con arrangiamenti più compatti e diretti dominati dalle tastiere, e una suite come "Judgement Day", che recupera in parte il rock sinfonico dei Settanta: le frasi magniloquenti delle tastiere, mellotron incluso, sono però abbinate a mordenti riff chitarristici e alle discrete parti vocali di Renfordt. Il risultato è indubbiamente interessante, ma è l'ultimo tributo al prog della band tedesca. Il gruppo che si ripresenta in seguito, con Mikus, il batterista Jürgen Düsterloh e il bassista Horst Stabenow, suona invece puro "heavy metal" e produce dischi come "Hard Breath" o "Gold'n'Glory" nel corso degli Ottanta. Ristampe di Garden Of Delights.

"Fading Beauty"

  Fantasy   - Quella dei Fantasy è una delle più delicate proposte della scena inglese, debitrice di un immaginario romantico e introspettivo. Nel quintetto di base (tastiere, chitarra, basso, batteria, voce/chitarra) che realizza "Paint a Picture" nel 1973, spiccano le parti vocali di Paul Lawrence, ma anche quelle corali, in particolare nella bella title-track posta in apertura, e sonorità morbide dominate dalle tastiere di David Metcalfe. In generale, il disco scorre con innegabile eleganza lungo le dieci tracce: la musica del gruppo ha un fascino discreto, che abbisogna di ripetuti ascolti per svelare tutte le sue potenzialità. La trama sonora s'increspa di rado, come nella più energica "Circus", corroborata dalla chitarra solista di Peter James, ma disegna davvero un paesaggio ricco di sfumature e atmosfere evocative, che lascia poco spazio al virtuosismo dei singoli in favore di sonorità compatte, armoniose, talvolta spruzzate di una discreta vena melodica. I pochi momenti solisti di rilievo sono opera del chitarrista, ad esempio in coda a "Young man's fortune", ma prevalgono quadretti malinconici o trasognati, come "Thank Christ", ancora efficace nelle suggestive parti vocali, o anche la breve "Widow", vero episodio cameristico con archi e pianoforte intorno alla voce. L'unico album realizzato dai Fantasy si guadagna insomma un posto di tutto rispetto nell'ambito del progressive britannico, proprio nella sua delicata e peculiare cifra stilistica. Un secondo disco mai uscito, "Beyond the Beyond", ha visto poi la luce nel 1992.

"Paint a Picture"

  Far Out   - Spesso questo gruppo giapponese viene assimilato tout court alla più nota Far East Family Band, della quale sarebbe una sorta di primo atto embrionale. In realtà, a ben vedere il solo membro in comune è il cantante e chitarrista Fumio Miyashita (classe 1949), personaggio di rilievo della scena prog-rock nipponica. È proprio quest'ultimo, dopo esperienze minori, che nel 1971 si riunisce con tre altri musicisti in una fattoria di famiglia presso Nishifunabashi (prefettura di Nagano): da queste lunghe e meticolose sessioni, e dopo la sostituzione del primo batterista, nasce alla fine uno degli album più affascinanti di quegli anni. Indubbiamente "Nihonjin" (vale a dire "giapponese"), pubblicato nel 1973 su etichetta Denon, riecheggia suggestioni della psichedelia inglese (Pink Floyd in testa), ma senza cadere nel ricalco pedissequo, trovando invece una vena originale che riflette il carattere rigoroso fino al perfezionismo del leader. Nel disco trovano posto soltanto due lunghi brani, caratterizzati da una formula piuttosto essenziale nella strumentazione e nel disegno sonoro, che amalgama toni acustici e sterzate elettriche. La splendida "Too Many People" parte in sordina, lentissima e quasi onirica tra spirali di vento, lasciando spazio al canto malinconico di Miyashita sulle note arpeggiate della sua chitarra acustica. Batteria e chitarra elettrica si aggiungono quindi al tema in una progressione di grande effetto, nella quale svetta la chitarra solista di Eiichi Sayu, ma anche il sitar virtuoso del bassista Kei Ishikawa: dopo una serie di variazioni incisive quanto esenti da forzature, subentra di nuovo il canto solista, stavolta però nel cuore d'un suggestivo crescendo. Il sitar apre il secondo brano, "Nihonjin", dall'incedere più ritmico e frastagliato. Sempre trasognato il canto di Miyashita, mentre la chitarra elettrica opera qui con maggiore libertà, tracciando ondivaghe linee blues di buona presa. Dopo l'ennesimo break del sitar, il pezzo si fa più mosso, e diventa una trascinante jam strumentale. Tra pause e riprese, orchestrate con sapienza sulle corde del sitar, il cantante infila una serie di vocalizzi in lingua madre creando un dialogo strettissimo e quasi mantrico con la chitarra di Sayu, fino all'accelerazione finale della batteria. Album che si segnala per la quasi totale assenza delle tastiere, a parte alcuni effetti di synth, "Nihonjin" resta un disco ancora oggi attraente per la sua ricetta di base: nessun eccesso strumentale, ma un calibrato utilizzo dei suoi elementi portanti, dalla voce peculiare di Miyashita al gioco incrociato di chitarra elettrica e sitar. L'atmosfera generale, onirica e trasognata, illustra a perfezione l'immaginario psichedelico, con richiami alle sonorità spaziali del krautrock, che dominava anche la ricca scena underground del Giappone. Sciolto il gruppo, Miyashita fonda poi la Far East Family Band, e dopo alcuni dischi da solista s'impegna generosamente nel campo della musicoterapia, prima della scomparsa nel 2003.

"Nihonjin"

  Festa Mobile   - Episodio minore del progressive italiano, l'unico disco di questa formazione è "Diario di viaggio della Festa Mobile", pubblicato nel 1973 dalla RCA. A guidare il quintetto, che prende corpo a Roma, sono i fratelli Francesco e Giovanni Boccuzzi (basso/tastiere e tastiere rispettivamente), originari della provincia di Bari: accanto a loro ci sono Alessio Alba (chitarra), Maurizio Cobianchi (batteria) e il cantante Renato Baldassarri. Il disco, secondo la diffusa tendenza dell'epoca, è il racconto di un viaggio allegorico e iniziatico in un paese del tutto immaginario, naturalmente in forma di concept. Nei cinque momenti della sequenza c'è modo di apprezzare l'indubbia freschezza esecutiva della band, che accanto alle inevitabili ingenuità di ogni opera prima, dimostra le sue discrete qualità nel frizzante sviluppo dei temi musicali. In evidenza soprattutto il pianoforte, ad esempio nell'attacco di "La corte di Hon", brano di buona tensione ritmica con il fraseggio vivace della chitarra elettrica, e ancora in "Ljalja", dove però si aprono anche intervalli immaginifici sulle tastiere, che lasciano spazio al canto solista. Le parti liriche, nonostante la discreta voce di Baldassarri, sono peraltro il punto debole di altri episodi del disco, che alla fine soddisfa solo in parte. E' interessante notare come a tratti, la musica della Festa Mobile mostri qua e là precisi indizi della futura evoluzione dei fratelli Boccuzzi. In particolare, l'accentuazione in senso ritmico e jazzato del pianoforte, come nel finale di "Ritorno", preannuncia già la loro nuova avventura sotto la sigla del Baricentro, appena qualche anno più tardi. Ristampa digitale a cura della Sony/BMG.

"Diario di viaggio della Festa Mobile"

  Finch   - Una delle più note proposte in ambito prog giunte dai Paesi Bassi, quella dei Finch è una storia che si consuma in tre dischi di ottima fattura. L'esordio è "Glory Of the Inner Force" (1975), e mostra le notevoli credenziali di un quartetto che fa a meno delle parti cantate per concentrarsi su quattro lunghi brani di grande dinamismo. Protagonista è il chitarrista Joop Van Nimwegen, che firma tutto il materiale e sembra dettare i tempi e le svolte ai compagni, già nell'apertura di "Register magister": eccellente il lavoro di una sezione ritmica indiavolata, col bassista Peter Vink in grande spolvero. Lo stesso vale per il resto del disco: bello l'attacco di "Pisces", che si snoda poi in un complesso rock venato di sfumature fusion, con il piano elettrico di Clem Determeijer in evidenza e una seconda parte più atmosferica, quasi classicheggiante dopo un repentino cambio di tempo. La chiusura della lunga "A bridge to Alice", con un inserto di chitarra classica, riassume la verve davvero esplosiva di un gruppo tecnicamente dotato e capace di variare all'infinito pochi temi dominanti. La formula viene replicata meno di un anno dopo con l'uscita di "Beyond Expression" (1976): tre soli pezzi stavolta, che permettono ai quattro strumentisti uno sviluppo ancora più esteso della propria vena. La suite "A passion condensed" offre ancora i tipici cambi di tempo, le coloriture timbriche di chitarra e tastiere, e le combinazioni forsennate che sono la cifra stilistica dei Finch. E' un suono composito, in bilico tra tentazioni hard-rock e parentesi classiche, senza dimenticare la capacità d'improvvisare tipicamente jazz, che rende la musica del gruppo così imprevedibile. Esemplare il caso di "Scars on the ego": le tastiere e il synth salgono in primo piano, subito soppiantate però da una chitarra molto heavy e un pianino a martello, nel brano più "americano" del disco. La band olandese, che forse meritava di più, si separa all'indomani di "Galleons of Passion", ultimo album pubblicato nel 1977. CD a cura della Pseudonym.

"Glory Of the Inner Force"

  Finnforest   - Anche dai paesi scandinavi sono venute (e vengono tuttora) interessanti proposte musicali all'insegna del progressive. Tra queste anche i Finnforest, gruppo finlandese fondato a Kuopio dai due gemelli Pekka e Jussi Tegelman (chitarra e batteria rispettivamente), i quali, dopo un primo periodo di rodaggio come quintetto, e la pubblicazione di un singolo, si vedono ridotti a trio da un paio di defezioni. Finalmente, nel 1975, i due fratelli e il tastierista di formazione classica Jukka Rissanen realizzano l'album di debutto omonimo (). Nelle otto tracce, tutte strumentali, la musica mostra una discreta personalità, ben divisa tra atmosfere crepuscolari e gustosi cambi di tempo. Interessante, ad esempio, il riff chitarristico che connota l'iniziale "Mikä Yö", all'interno d'uno schema rarefatto dominato da organo e synth. I tre musicisti sembrano a loro agio dentro un sound tecnicamente pregevole, fatto di combinazioni ripetute e variate secondo una vena prossima al jazz. Il tutto, va sottolineato, calibrato con la tipica flemma dei musicisti scandinavi, senza forzature strumentali. In effetti, se non mancano episodi più grintosi e tirati, come l'ottimo "Happea", in puro spirito fusion, con la chitarra in bella evidenza, la band finnica colpisce soprattutto in certi brani descrittivi e assorti, finemente dominati dalle tastiere di Rissanen, come "Koin Siipesi" e meglio ancora "Aallon Vaihto". Decisamente un buon album. Nel seguente, "Lähtö Matkalle" (1976), i fratelli Tegelman devono rinunciare a Rissanen (rilevato da Jukka Linkola), e chiamano al basso Jarmo Hiekkala. E' un disco più ambizioso, che pur seguitando nella medesima scia del precedente, offre una maggiore corposità strumentale, sia in chiave decisamente jazz come in "Alpha" (con belle linee di basso), o più ancora in "Elvin", dalla forza ritmica davvero accattivante, che in direzioni più complesse e versatili. E' il caso della suite in due parti che intitola l'album, realizzata tra l'altro con l'ausilio d'una vera sezione d'archi. L'incontro tra il jazz-rock dei quattro e gli archi sembra più sporadico nella prima parte, mentre la seconda è una composizione di grande respiro che cresce sul pianoforte e si ramifica in una delicata progressione veramente sinfonica, ribadendo a pieno organico uno stesso tema molto suggestivo. Dopo l'abbandono di Pekka, il fratello riforma la band per l'ultimo disco che esce nel 1979: "Demonnights". La breve discografia dei Finnforest resta comunque tra le più originali della scena finlandese dei settanta. La ristampa Laser's Edge 1996 abbina i due primi album in un singolo CD.

"Finnforest" / "Lähtö Matkalle"

  Flamen Dialis   - Questo progetto sonoro dal nome latino (il Flamen Dialis era il sacerdote preposto al culto di Giove nell'antica Roma) è promosso dal tastierista e batterista francese Didier Le Gallic, che in precedenza aveva militato nella Yecta Plus Band, formazione con un 45 all'attivo (1971). Più avanti, Le Gallic vira però verso una sorta di Avant-Prog che attinge all'elettronica, mettendo insieme il nuovo gruppo intorno al 1976. Con il leader ancora impegnato alla chitarra e alle percussioni, il quartetto realizza nel 1978 un 45 giri, "Decouverte"/"Autre Chose", nel quale è già evidente l'indirizzo stilistico: una mistura acerba ma interessante di sinth e mellotron, oltre alla chitarra, che richiama da vicino i corrieri cosmici tedeschi. L'anno seguente la band include altri elementi, come il fiatista A. Ernouf e il chitarrista M. Le Saout, mentre Le Gallic si sposta alle tastiere. Con questo rinnovato organico viene inciso l'album "Symptome - Dei" (), pubblicato nel 1979. Undici tracce dove il dosaggio ancora scolastico del primo singolo si fa stile, e pur nell'ambito di un suono aperto e sperimentale, si concretizza in una sequenza dai tratti onirici e a volte sinistri, decisamente affascinante. Efficace sintesi del suono-Flamen Dialis è l'attacco di "Dernière Croisade", un crescendo d'intensità imperniato su vibrafono, chitarra acustica e synth, che assume lentamente connotati più ossessivi grazie al mellotron e alle percussioni, il basso e la chitarra elettrica di Le Saout, con un effetto vagamente apocalittico. Anche se non mancano isole sonore più trasognate, come la suggestiva "Dédale Vert Du Retour", il disco è dominato da una trama piuttosto coerente di temi ricorrenti, all'insegna di un'atmosfera tesa e drammatica, a volte irta di spigolosità e dissonanze, che trasmette inquietudine. "Le Sanctuaire D'argile", ad esempio, è scandito da un coro salmodiante accompagnato da chitarra acustica e percussioni, ma gli episodi più incisivi sono "Illusion", con il tema consueto di synth e mellotron che si amplifica grazie ai fiati in una deriva che lascia il segno, e quindi "Eclosion", con il mellotron sempre in primo piano, e la punteggiatura di flauto e vibrafono. Il vibrafono caratterizza anche la rarefatta "Arc En Lumière", mentre il flauto torna protagonista con il mellotron nella splendida "Renaissance", brano sognante e misterioso al tempo stesso, esattamente come l'intera sequenza. L'album è davvero un piccolo gioiello della scena transalpina, anche se spesso dimenticato. Meritoria ristampa in CD dell'israeliana Mio Records, con il bonus dei due brani usciti come singolo. Infine, nel 2012 è stato pubblicato a nome Flamen Dialis un disco come "Transformation", nel quale Didier Le Gallic suona da solo tutti gli strumenti.

"Symptome - Dei"

  Flea On The Honey / Flea   - Formazione di origine siciliana, i Flea On The Honey si spostano a Roma agli albori del decennio e fanno così in tempo a partecipare ai primi Festival Pop dell'epoca, come quello di Viareggio del 1971. Proprio lo stesso anno il giovane quartetto (chitarra, basso, tastiere/flauto, batteria) fa quindi il suo esordio con un disco omonimo pubblicato dall'etichetta Delta, e riuscito solo a metà. Con look di tendenza e nomi camuffati, i quattro propongono un rock piuttosto incolore con liriche in lingua inglese, che passa fatalmente inosservato nell' affollata scena del tempo. Più che altro manca nelle dieci tracce una direzione stilistica precisa e consapevole: si oscilla infatti tra un pop melodico ancora molto sixties ("Don't you Ever Feel Glad"), qualche timido spunto di hard rock ("Happy Killer") e sporadiche tentazioni blues ("Face to the Sun"), con le chitarre comunque in primo piano e tastiere solo di sfondo. Accorciata quindi la sigla il gruppo, dopo altre esibizioni ai raduni pop più rinomati, come Villa Pamphili a Roma, ci riprova con "Topi o uomini" (1972), stavolta inciso per la Fonit. In questo caso la musica ha assunto connotati più aggressivi di stampo hard, come ad esempio nella lunga title-track, dominata in lungo e largo dalla vibrante chitarra elettrica di Carlo Pennisi, e con le tastiere di Antonio Marangolo ancora in secondo piano. Più sciolta e dinamica nel suo sviluppo, con le voci spesso corali, la traccia dimostra le buone qualità tecniche del quartetto, anche se l'insieme soffre di una certa frammentarietà. Tra i tre brani che occupano la seconda parte, stavolta cantati in italiano, spicca soprattutto l'intrigante atmosfera di "Sono un pesce", articolato sulla chitarra acustica e il vibrafono, con il canto trasognato e l'efficace apporto di armonica e poi del sax soprano di Elio Volpini, che aggiungono una nota più sperimentale. Si tratta di un album sicuramente più sintonizzato sulle nuove sonorità, con qualche momento senz'altro interessante ma poco organico, che non risolleva comunque le sorti del gruppo siciliano. La stessa formazione ci riproverà tre anni più tardi con la nuova sigla Etna. Varie le ristampe in circolazione, anche in vinile.

"Topi o uomini"

  Flied Egg   - Un gruppo nipponico troppo disuguale per lasciare veramente il segno. Shigeru Narumo (tastiere, chitarra) e Hiro Tsunoda (batteria e voce) suonano prima negli Strawberry Path, autori dell'album "When the Raven Has Come to the Earth" (1971): è un hard rock-blues suonato con discreta verve, ma infarcito di pedissequi richiami ai maestri inglesi del genere, con un occhio a Jimi Hendrix. Si passa dai lunghi riff chitarristici di "Woman Called Yellow Z" o "Five More Pennies" a lente ballate piuttosto stucchevoli ("Mary Jane on my Mind"), fino a una pallida imitazione dei primi Procol Harum, in "The Fate". L'anno seguente, Narumo e Tsunoda formano i Fliedd Egg con l'aggiunta del bassista Masayoshi Takanaka, e realizzano un disco come "Dr. Siegel's Fried Egg Shooting Machine" (1972): titolo e copertina sembrano annunciare uno spostamento verso la psichedelia e il prog, invece rimane costante l'estrema varietà dei modelli stilistici, senza una precisa scelta di campo. Il fantasma di Frank Zappa domina l'attacco della brillante title-track, tra voci corali e sanguigni umori rock, con la chitarra di Narumo protagonista. "Plastic Fantasy" porta in primo piano l'organo all'interno di una sorta di ballata atmosferica non troppo originale, quasi sixties, mentre altrove si riaffaccia un certo hard rock di buon effetto, condito da buffi coretti ("I'm Gonna See My Baby Tonight") oppure basato su pesanti riff chitarristici ("Rolling Down the Broadway"). Lasciano perplessi un paio di ballate come "I Love You", con tanto di arrangiamento orchestrale, ma per fortuna c'è anche un episodio strumentale come "Oke-kus", dominato da organo, piano e synth, che risolleva in parte le sorti dell'album: frizzante e ritmicamente sostenuto, il pezzo svela un aspetto interessante ma poco battuto dalla band giapponese. Non privo di buoni momenti, il disco è fin troppo altalenante. Lo stesso vale per il seguente "Good Bye" (ancora del '72). Il trio è di nuovo alle prese con blues e hard rock di maniera, riproponendo nuove versioni di tracce già incise. Ad esempio "Leave Me Woman" e "Rolling Down the Broadway", suonate qui dal vivo come altri due pezzi. Tra i pezzi di studio, la breve "Out to the Sea" è una composizione guidata dall'organo, modeste parti vocali e morbido riff chitarristico alla Fripp, mentre nella lunga coda di "521 Seconds Schizophrenic Symphony", viene fuori l'anima prog del gruppo: una galoppata strumentale per organo e piano d'impostazione classico-sinfonica, con cambi di tempo e ficcanti parti di chitarra nel mezzo. Discreto, ma è solo una parentesi nella mediocrità generale. Il bassista Takanaka prima trova fortuna nella Sadistic Mika Band insieme a Tsunoda, e poi realizza diversi dischi da solista. Shigeru Narumo, attivo soprattutto dal vivo, scompare invece nel 2007. Ristampe a cura di Phoenix e Bamboo.

"Dr. Siegel's Fried Egg Shooting Machine"

"Oke-kus"

  Formula 3   - Alla fine degli anni Sessanta, in una fase di passaggio delicata della musica italiana, i Formula 3 (Alberto Radius, Gabriele Lorenzi, Tony Cicco) si affermano con alcuni singoli firmati Mogol-Battisti ("Questo folle sentimento") e incidono nel 1970 l'album "Dies Irae". La musica è un vivace rock melodico, dove la title-track, un tenebroso hard-rock già inciso dai Samurai, spicca in un contesto che risente del nume Battisti, che li produce, come avviene anche nei successivi album. "Formula 3"(1971) rimane forse il più legato a un brillante pop-rock grintoso e senza troppe complicazioni, con le voci di Cicco e la chitarra di Radius che si alternano in titoli comunque di forte impatto: nella sequenza spiccano "Tu sei bianca, sei rosa, mi perderò", "Eppur mi son scordato di te", "Vendo casa" e "Il vento". Il disco che segue, "Sognando e risognando"(1972), mostra una decisa evoluzione verso un rock più complesso, svincolato dalla forma-canzone: si va dalla splendida versione della title-track battistiana, trasformata in una mini-suite di grande effetto, ai larghi e convincenti spazi strumentali di "L'ultima foglia" ed "Aeternum". La band seguita a riscuotere successi di pubblico (con "La folle corsa" anche a Sanremo), e buoni consensi nei vari festival dell'epoca. Nel frattempo va ricordata la prima prova solista di Radius: il suo disco omonimo(), uscito nel 1972, somiglia a una brillante jam-session nostrana, e oltre che davvero notevole nei risultati, si pone come una sorta di memorabile spartiacque della prima fase del prog italiano. Stratos, Capiozzo e Dijvas suonano infatti nel brano "Area", pochi mesi prima dell'esordio discografico della band omonima (vedi). Dopo questa ottima parentesi individuale, il chitarrista e gli altri Formula 3 incidono l'ultimo disco prima dello scioglimento. "La grande casa" (1973) contiene testi del solo Mogol (anche in veste di produttore) e per il resto si sviluppa sotto il segno di Alberto Radius e della sua chitarra, in pezzi ben costruiti come "Rapsodia di Radius", "Cara Giovanna" e "Libertà per quest'uomo". Non mancano brani più bizzarri e divertenti, come "La ciliegia non è di plastica". Dopo una lunga parentesi, negli anni Novanta i tre si ritrovano per incidere dischi quali "King Kong"(1991) e "Frammenti rosa"(1992).

"Sognando e risognando"

  Frame   - Originari di Marburg, i Frame consegnano agli annali del rock tedesco un solo album. Realizzato nel 1972 su etichetta Bacillus, "Frame of Mind" () è un discreto manifesto di prog variegato, tra psichedelia e hard rock, inciso da un quintetto di buona caratura. Nelle otto tracce della sequenza spicca il timbro inconfondibile dell'organo Hammond di Cherry Hochdörffer, di buon effetto già nell'attacco melodico della title-track insieme al canto trasognato di Dieter Becker, come pure nella seguente "Crucial Scene", sviluppato proprio sui vivaci spunti dell'organo, ma anche costellato dal pirotecnico chitarrismo di Andy Kirnberger. Il gruppo mostra una certa versatilità, così da proporre anche intriganti hard prog vicini ai maestri inglesi del genere: ad esempio "If", con l'ottima performance vocale e fughe d'organo trascinanti, con il supporto della ruggente chitarra solista. E' uno dei picchi espressivi del disco, ma anche la più lunga "All I Really Want Explain" dimostra vitalità e grinta: stavolta il pezzo inizia sulla chitarra acustica, per evolvere poi in un corposo intreccio, ricco di cambi di tempo e riprese, dove il fraseggio articolato dell'organo (con un piano più defilato) e i riff chitarristici si dividono ancora la scena, oltre al "vibrato" enfatico del vocalist. Becker sfodera un piglio ancora più acido in un esplicito hard rock come "Penny For an Old Guy", pure inframmezzato da curiosi inserti corali prima di riprendere quota fino al torrido finale sulle note della chitarra. Al contrario, "Winter" è una ballata che echeggia paesaggi folk più malinconici, anche se il tema vocale è sempre appoggiato, e quasi sovrastato, dall'organo e dalla chitarra elettrica: è un momento interessante, sia pure differente dal resto dell'album, come la breve "Childrens Freedom", con la chitarra acustica sotto la voce e la consueta presenza dell'organo che guida il pezzo fino al termine. Chiuso da una brevissima e buffa citazione dell'inno nazionale tedesco, "Frame of Mind" non è un capolavoro, ma nel complesso i momenti di valore hanno sicuramente la meglio su qualche incertezza disseminata qua e là, e rimane un ascolto raccomandato agli amanti del cosiddetto "Krautrock". Dissolta la band, Hochdörffer suonerà più avanti nei Pell Mell. Ristampe digitali di CPM Records.

"Frame of Mind"

  Fruupp   - Band originaria dell'Irlanda del Nord, fondata a Belfast nel 1971 dal chitarrista Vince McCusker, i Fruupp incidono nel corso dei Settanta quattro dischi piuttosto interessanti. L'esordio è del 1973 con "Future Legends" (), nel quale il quartetto (basso/voce, tastiere/oboe, chitarra, batteria) s'inserisce senz'altro nel filone del rock romantico e sinfonico, ma con alcune peculiarità da rimarcare. Non è casuale l'utilizzo di una sezione d'archi nel breve atto introduttivo che intitola il disco, e l'utilizzo dell'oboe in "Graveyard Epistle", suonato dal tastierista Stephen Houston, che definiscono un'ispirazione colta ed elegante. Tuttavia l'album offre anche momenti più robusti e dominati dalla chitarra solista di McCusker: come in "Decision", che alterna spunti ritmici più intensi a raffinate parti di piano, e la più sfaccettata "Lord of Incubus", travolgente e camaleontica nei toni fino al virtuosismo. Atmosfere più rarefatte con l'organo in primo piano ("Olde Tyme Future"), e sofisticate composizioni segnate da improvvise accelerazioni compongono una scaletta corposa, ricca di picchi espressivi: la trascinante "Song For a Thought", ad esempio, con l'oboe e il violino in evidenza tra echi di danze popolari, riassume benissimo il tipico sound dei Fruupp. Nel successivo "Seven Secrets" (1974) il gruppo sembra spostarsi con più decisione verso una dimensione classicheggiante, privilegiando una strumentazione quasi del tutto acustica, oppure citando Vivaldi, come nell'apertura di "Faced With Shekinah". Molto bella è "Wise as Wisdom", con un grande lavoro percussivo di Martin Foye, e i consueti breaks con la chitarra in primo piano. Prevalgono però atmosfere minimaliste, spesso acustiche e un maggiore lirismo favolistico nei testi del bassista Peter Farrelly che si riflette anche nelle voci, a tratti corali come in "White Eyes". Il pianoforte, gli archi e la chitarra acustica sono quasi sempre il cuore di queste trame strumentali, impreziosite da voci calde e malinconiche: è il caso di "Three Spires", tra i brani più riusciti. L'apoteosi di questo pop da camera è però "Elizabeth", che ricorda non a caso i Procol Harum prima maniera, e procede indolente e compiaciuta nelle sue spirali nostalgiche. Gli altri dischi usciti a nome del gruppo irlandese sono "Prince of Heaven's Eyes"(ancora 1974) e quindi l'ultimo atto di "Modern Masquerades"(1975), inciso col nuovo tastierista John Mason e una sezione-fiati in aggiunta. Varie le ristampe in circolazione.

"Future Legends"

  Fusion Orchestra   - Non sempre ricordata nonostante il suo valore, la Fusion Orchestra è una band inglese che avrebbe meritato ben altra fortuna. Prende corpo verso il 1969 a Londra su iniziativa dei chitarristi Colin Dawson e Stan Land, ma è solo nel 1973, dopo un'intensa attività live e l'arrivo decisivo della cantante Jill Saward, che viene pubblicato per la Emi il primo e unico album della formazione, "Skeleton in Armour" (). Con la splendida voce di Jill Saward in grande evidenza, il quintetto propone una sequenza esplosiva dai molti sapori, tra hard rock melodico, dinamica fusion, pennellate folk e suggestioni canterburiane, abilmente miscelati con spumeggiante energia e talento indiscutibile. La vetta del disco sta forse nella lunga "Sonata in Z": sui ritmi serrati dettati dal batterista Dave Bell, la chitarra solista di Colin Dawson inanella riff in serie finché la cantante fa valere la sua vocalità trascinante in un contesto ricco di fratture e ripartenze continue. La Saward suona pure il flauto e il pianoforte in una serie di brillanti parentesi jazzate, sempre affiancata a dovere dalla chitarra e dal basso spettacolare di Dave Cowell: una prova superba, che dimostra ampiamente tutte le qualità del gruppo londinese. In realtà tutta la sequenza scorre su livelli di eccellenza, senza un attimo di noia. E' così per la title-track, vero tour de force per la batteria e un organo dalle fascinose tinte dark, con il pathos della voce e le invenzioni dei due chitarristi ancora in primo piano. La cantante mostra tutto il suo eclettismo anche in "Have I Left the Gas On?", episodio ugualmente sostenuto, con improvvise cesure che servono solo a rilanciare il tema strumentale e l'enfasi che poggia su piano e chitarra. "When My Mama's Not at Home", uscito come singolo, è un brano accattivante scandito dai fiati e da un tema melodico particolarmente mordente, che sottolinea ancora l'innato talento di Jill Saward, mentre la lunga scorribanda di "Talk to the Man in the Sky" riporta al proscenio il chitarrismo tagliente di Dawson, spalla perfetta per il camaleontismo vocale della cantante, con il batterista che picchia sui tamburi senza tregua: dopo una pausa atmosferica per voce e chitarra acustica, il pezzo si riaccende in un torrido hard prog innervato dalle spirali ficcanti del flauto. Sembra incredibile che una band di questo spessore non abbia trovato il successo negli anni d'oro del prog inglese, ma non è purtroppo il solo caso del genere. Dopo lo scioglimento nel 1975, Jill Saward è l'unica tra i componenti a proseguire l'attività con successo: dal 1980 sarà la voce degli Shakatak, rinomata band di jazz-funk. Colin Dawson ha poi dato vita con altri elementi alla Fusion Orchestra 2, che nel 2013 realizza l'album "Casting Shadows". Notizie nel sito ufficiale.

"Skeleton in Armour"

  Fusioon   - Questo gruppo spagnolo, che arriva da Manresa, presso Barcellona, è considerato uno dei migliori esempi del progressive iberico. Nel 1972 è pubblicato il primo album omonimo, interamente strumentale, che dimostra indubbie qualità tecniche e un approccio piuttosto personale che sottolinea l'aspetto ritmico. A parte la pregevole rilettura iniziale di "Danza del molinero" di Manuel De Falla, si tratta di temi della tradizione popolare rielaborati con indubbio talento per le contaminazioni: in particolare "Ya se van los pastores", col flauto in evidenza, o "Pavana espanola" (composizione del XVI° secolo), risentono del tocco jazz del pianista Manel Camp, ben supportato da basso e batteria. Vivaci anche "Rima infantil", con la chitarra solista di Martì Brunet al proscenio, "Ses porqueres", riuscita fusione di arie barocche e folk, e la chiusura di "El cant del ocells", con spazi rarefatti e godibili fraseggi per organo e chitarra. Nel secondo disco, pubblicato nel 1974 e noto come "Fusioon 2" (), il quartetto catalano firma cinque composizioni inedite dove si conferma una vena mai banale, stavolta più libera di esprimersi fuori dalla tradizione colta o popolare. Compaiono anche parti vocali con testi molto acidi, come nell'iniziale "Farsa del buen vivir", mentre la scioltezza ritmica già sperimentata si coniuga a un originale utilizzo delle tastiere, fuori dalle compiaciute pomposità di molto prog dell'epoca. Il chitarrista Brunet affianca spesso Manel Camp con buone parti di sintetizzatore: ad esempio in "Contraste", tra i momenti migliori, o anche in "Dialogos", dove le consuete spezzature ritmiche vanno di pari passo con la tensione creata da synth e percussioni. Nelle quattro parti della suite "Tritons" (che include un tema di Tchaikovskj rielaborato) e nell'epilogo della lunga "Concerto grosso", tra classicismo e delicate armonie vocali, i Fusioon mostrano una raggiunta maturità: la musica fluisce dinamica e cangiante, specie sull'organo, in uno stile personalissimo che abbina tecnica ed eleganza. Ugualmente bello è il terzo e ultimo album firmato dalla band, "Minorisa" (1975), composto di tre soli brani. Il suono si fa però più sinfonico, con maestose aperture di mellotron tra i tipici stacchi ritmici, soprattutto nella title-track, vero tour de force del tastierista Manel Camp. Più tesa e mordente la lunga "Ebusus", posta in apertura, con ampi spazi di synth, piano elettrico e l'apporto decisivo di Jordi Camp al basso, mentre l'epilogo è affidato a "Llaves del Subconsciente", esperimento suggestivo ma solo parzialmente riuscito di sonda elettronica del subconscio. Ristampe in CD di Divucsa e BMG Ariola.

"Fusioon 2"

  Fuzzy Duck   - Una storia molto oscura quella dei Fuzzy Duck, un gruppo formato a Londra nel 1970, e che vanta un paio di singoli pubblicati tra l'agosto e il novembre del '71, oltre al debutto su album. "Fuzzy Duck"(), realizzato sempre nel 1971, ci mostra un tipico quartetto (chitarra, basso, tastiere, batteria) alle prese con un rock davvero brillante, mai troppo complesso, giocato sul felice connubio tra l'organo di Roy Sharland e la chitarra solista di Grahame White, in otto brani che abbracciano sonorità hard-progressive arricchite però da una vivace vena melodica che rende la musica sempre godibile, e forse anche un gradino sopra la media di altre formazioni dell'epoca. Ottima anche la performance del bassista Mick Hawksworth (già con gli Andromeda), ad esempio nella splendida "Mrs. Prout", e autore di pezzi come "More than I am", un robusto hard-rock, e "In our time", episodi sempre impreziositi dalla sontuosa chitarra di White, capace di inanellare un riff dietro l'altro, come nell'iniziale "Time will be your doctor", tra i gioielli dell'album. Se aggiungiamo che le voci (White e Hawksworth), sono decisamente gradevoli e perfettamente incastonate nello scintillante tessuto musicale, è facile concludere che l'unico disco uscito a nome dei Fuzzy Duck, per anni ingiustamente dimenticato, va considerato una piccola gemma del progressive inglese. La ristampa in CD a cura della Repertoire (1993) offre come bonus track i brani usciti come singoli e anche l'inedito "No name face".

"Fuzzy Duck"





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