Archivio Prog

E

E.A. Poe Earth & Fire East East Of Eden Egg Ekseption Eloy England

Epidaurus Epsilon Era di Acquario Ergo Sum Errata Corrige Espíritu Toni Esposito Estructura Etna Exit Exmagma

 

 

  E. A. Poe   - Di questa band misteriosa, che si richiama al grande scrittore americano, e dei suoi componenti non si è saputo praticamente niente per anni. Oggi sappiamo invece che dietro questo nome c'erano Giorgio Foti (tastiere/voce), Beppe Ronco (chitarra/mandolino) e Lello Foti (batteria), un trio di Ornago (Milano) cui si aggiunse il bassista Marco Maggi, coinvolto nell'incisione del loro unico album realizzato per l'etichetta Kansas. "Generazioni - Storia di sempre" (1974) ci offre infatti un tipico quartetto che rivela nei sette episodi una vena piuttosto variegata, ma comunque convincente per la freschezza e il piglio della proposta. Sono generalmente brani nervosi e dinamici, dominati dalle tastiere ma con vivaci spunti della chitarra ("Considerazioni" e "Alla ricerca di una dimensione"), e anche momenti vagamente jazz, come l'iniziale "Prologo", costruito intorno al basso. Tutt'altro che banali le liriche di stampo generazionale, come si deduce dal titolo stesso del disco, acide e spesso apertamente polemiche ("Ad un vecchio" soprattutto). Non mancano però melodie acustiche più intimiste, con testi e atmosfere dal forte sapore vissuto, come la struggente "Per un'anima". A condire il tutto, tracce di pungente ironia, per quanto amara: merce rarissima, all'epoca. Sebbene non privo di ingenuità e piccole sbavature, tipiche di ogni opera prima, l'album, riedito su CD dalla Vinyl Magic/BTF, è sicuramente da ascoltare. Le ultime tracce della band lombarda sono legate a un 45 giri del 1976, stavolta firmato col nome esteso Edgar Allan Poe, che sviluppava il tema musicale di un film celebre come "Lo squalo": "Jaws- Main title"/"Jaws- End title". Altre informazioni qui.

"Generazioni-Storia di sempre"

  Earth & Fire   - Formazione olandese nata nel 1968 a L'Aja ad opera dei due fratelli Chris e Gerard Koerts (chitarre e tastiere rispettivamente), e caratterizzata dalla distintiva voce femminile di Jerney Kaagman. All'album di debutto omonimo (1969), segue quindi "Songs of Marching Children"(1971), con l'organico a cinque (chitarra, tastiere, basso, batteria e voce solista): è un buon esempio di pop sinfonico, in bilico tra brevi composizioni melodiche dominate dal flauto e dalla voce femminile ("Ebbtide") e placidi strumentali con chitarra e organo protagonisti ("In the Mountains"). Spicca soprattutto la lunga suite del titolo, ben distribuita tra solenni parti di mellotron e ritmi marziali. Più rifinito, forse più consapevole, è il successivo "Atlantis"(1973), dalla vena morbida e malinconica, priva di forzature. La lunga suite omonima, composta di sette segmenti, si divide equamente tra i vivaci inserti vocali della Kaagman ("Rise and Fall") e momenti più ambiziosi, con eccellenti spunti di mellotron e chitarra dalle tipiche risonanze sinfoniche: un valido esempio è costituito dall'evocativa "Theme of Atlantis", introdotta dalle note di un flauto trasognato. Il resto del disco, che include anche un paio di tracce meno impegnative e melodiche, come "Maybe Tomorrow, Maybe Tonight", rispetta con la classica misura un po' scolastica della band questa alternanza di temi maestosi e altri più mossi, trovando in "Fanfare" un altro pezzo forte della sequenza. Due anni dopo il gruppo, ormai popolarissimo in patria, incide "To the World of the Future" (1975) che mostra un suono più sofisticato, specie nell'uso delle tastiere e del synth di Gerard Koerts. Lo si vede già nella lunga title-track di apertura, divisa tra effetti elettronici, brillanti parti vocali e limpidi spunti di chitarra su liquide tastiere in stile 'space rock'. Tracce di funky-jazz affiorano in brani strumentali come "The Last Seagull", peraltro connotata da un grande lavoro alle tastiere, mentre la ritmica jazzata di "Voice from yonder" è pure arricchita dall'ottima chitarra solista in un'orchestrazione sempre sontuosa. La Kaagman sfodera invece la sua bella voce in brani più brevi, come "Only time will tell" e la conclusiva "Circus", ariosa e infarcita di breaks strumentali. Con "Gate to Infinity"(1977), la band olandese sembra invece aprirsi a soluzioni più facili. Non che manchino brani interessanti, come "Infinity", romantica composizione introdotta dal pianoforte, e giocata su effetti evocativi a tinte esotiche di un certo effetto, ma il modello che prevale è quello del pezzo breve, dove la voce solista ha modo di imporsi. A volte, come in "Dizzy raptures", con una certa finezza, altre volte decisamente no. Così come altri gruppi, ad esempio i connazionali Kayak, anche gli Earth & Fire diventano un gruppo di puro pop melodico, senza offrire più le ottime cose degli inizi, per chiudere la propria carriera nei primi anni Ottanta.

"Atlantis"

"Fanfare"

  East   - Questa band ungherese si forma nel 1975 a Szeged, quasi al confine con la Serbia, ma solo all'inizio degli anni Ottanta trova uno sbocco discografico. Schierato a quintetto, il gruppo realizza "Játékok" (vale a dire "Giochi") nel 1981, proponendo una sorta di progressive sinfonico aggiornato nei suoni al nuovo decennio. Nel segno del valido tastierista Géza Pálvölgyi, si avvicendano così dieci brani in bilico tra spunti classicheggianti, un pizzico di space-rock e ambizioni più melodiche, con il canto trasognato di Miklós Zareczky in primo piano. "Messze a felhõkkel" è un tipico esempio dello stile-East: synth in evidenza che culla morbidamente le parti vocali, contrappunto pulsante del basso e "calligrafico" inserto chitarristico di János Varga, con un'accelerazione ritmica solo nel finale. Neppure nelle pagine rock più incisive il gruppo eccede mai nei toni: è il caso di come "Szállj most fel" e poi di "Üzenet" ("Messaggio"), con il crescendo della voce solista in uno schema rock di bella tensione, o dello strumentale di chiusura "Remény", che conferma il valore tecnico della band magiara. Nel complesso, manca forse la zampata vincente, anche se il disco riceve una discreta accoglienza. E' però solo con il successivo "Hüség" (cioè "Fede"), realizzato nel 1982, che il gruppo ottiene i suoi risultati migliori. Fin dall'attacco brioso della title-track, i cinque sembrano aver acquisito grinta e convinzione, regalando una sequenza musicale di tutto rispetto. Se tra gli altri strumentali si segnala "Mágikus eró", bel connubio di tastiere e chitarra solista all'insegna di vorticosi cambi di tempo, tra i titoli cantati spicca "Várni kell" ("Devi aspettare"), composizione avvolgente che rimarca la buona presenza vocale di Zareczky, bravo anche in "Keresd õnmagad": in questi brani il crescendo delle tastiere, e i suggestivi breaks chitarristici di Varga, fotografano al meglio i pregi del gruppo ungherese. "Ablakok" ("Finestre") ha invece una ritmica pulsante, e la più atmosferica "Vesztesek" ("Perdenti") procede con passo felpato tra spirali di synth e lunghi soli chitarristici, mentre "Én voltam" è dominata dal maestoso organo di Pálvölgyi che si alterna al delicato canto solista. Peccato che sia anche l'ultimo contributo al neo-prog degli East, che subito dopo, rimpiazzato Zareczky con il nuovo cantante József Tisza, sterzano decisamente verso un pop melodico più commerciale, a cominciare da "Rések a falon" (1983). La band rimane ancora oggi, comunque, una delle più amate in patria. CD a cura di Hungaroton/Gong.

"Hüség"

  East Of Eden   - Una singolare meteora del prog britannico, titolare di due dischi di valore assoluto e poi tradita dal miraggio del successo commerciale. A fondare la band nel 1968 è il geniale violinista e polistrumentista Dave Arbus insieme a Ron Caines (fiati e organo) e Jeoff Nicholson (chitarra/voce) tra gli altri: dopo un primo 45 giri, il quintetto realizza il suo primo album per la Deram nel 1969. S'intitola "Mercator Projected" (Mercatore era un cartografo finlandese del '500), e presenta un'incredibile quantità di suggestioni musicali, che vanno dai sapori esotici di "Waterways" e "Bathers", con il violino, il sax e il flauto in evidenza, al rock cadenzato di "Northern hemisphere", passando per il folk-rock virtuosistico di "Communion" (che rilegge Bartok) tutto giocato sulle corde del magico violino elettrico di Arbus, fino a momenti del tutto inclassificabili. Spicca "Centaur woman", dove blues-rock, free jazz e improvvisazione si fondono in maniera davvero originale, ma anche l'atmosfera evocativa di "Moth" conferma il potenziale sonoro del gruppo, che rifugge da ogni formula per fondere echi orientali e sperimentali in un impasto senza confronti. Il materiale è firmato in gran parte dal bravo Caines, ma il vero mattatore è Dave Arbus, che suona violino, flauto e tromba senza risparmio per l'intero disco. Subito adocchiato dalla critica, rimpiazzati bassista e batterista, il gruppo sforna quindi un secondo disco come "Snafu" (1970) che mantiene tutte le promesse. L'aspetto sperimentale è ancora più evidente, sfruttando bizzarrie come nastri suonati a rovescio ("Xhorkom") o l'effetto loop ("Uno transit clapori"), ma il talento del duo Arbus/Caines emerge limpidamente in tutta la sequenza. Bella la progressione etnico-jazzata di "Leaping beauties for Rudy/Marcus junior", coi fiati protagonisti, e irresistibile il violino di Arbus nella splendida "Nympherburger", corredata dalla chitarra solista di Nicholson, mentre "Gum arabic/Confucius" tiene fede al titolo, coi richiami orientali garantiti da percussioni e flauto. All'album segue il singolo "Jig-a-jig", un facile folk-rock dal riff contagioso, il cui successo spinge il gruppo a sfruttare l'improvvisa fama con una serie di album via via meno interessanti. "East Of Eden" (1971) e poi "Jig-a-jig", che mescola il singolo con estratti dei primi due dischi, mostrano i primi cedimenti. Arbus lascia dopo "New Leaf" (1971), e senza di lui la band, trasferita in Germania, smarrisce la sua vena migliore. Nei Novanta, a partire da "Kalipse" (1997), Arbus e Caines riformano il gruppo su basi jazz-rock.

"Mercator Projected"

  Egg   - Altra emanazione di Canterbury, Egg è un trio che si evolve da una band come gli Uriel, formata nell'ambito scolastico londinese da Steve Hillage, Dave Stewart (tastiere) e Mont Campbell (basso e voce) con il batterista Clive Brooks. Nel 1969 incidono un album a nome Arzachel, e solo l'anno seguente, senza Hillage, il trio debutta come Egg nel disco omonimo pubblicato dalla Deram. Dietro l'umorismo dei titoli ("They laughed when I sat down at the piano"), la band inglese esprime una vena molto cerebrale incentrata sulle tastiere di Stewart, specie nell'ambiziosa "Symphony no. 2". In questa libera rielaborazione di spunti originali dovuti a Stravinsky e Grieg (ma il terzo movimento è inserito solo nella ristampa digitale) l'estro straripante del tastierista trova sponde eccellenti nel basso di Campbell e nella batteria di Brooks per articolare passaggi di ottima fattura, specie nel fluido "First movement", oltre alle più spigolose sonorità di "Blane". Improvvisazione e classicismo si fondono con bella personalità, senza i complessi e le approssimazioni di altri esperimenti simili: Bach è rivisitato in "Fugue in D minor", mentre "I will absorbed" e "While growing my hair" riescono a saldare il fraseggio jazzato del trio alla melodia attraverso la bella voce di Campbell. Notevole infine la tensione ritmica di "The song of McGillicudie the pusillanimous", con divagazioni organistiche piuttosto acide. Ben accolti dalla critica, nonostante le scarse vendite, i tre arrivano nel 1971 al secondo disco, "The Polite Force"(): quattro composizioni che portano avanti con coerenza il discorso musicale dell'esordio. L'attacco di "A visit to Newport Hospital" è cupo e incombente, ma irrorato dalle incursioni dell'organo, mentre "Contrasong" è appunto una contro-canzone in tempi dispari molto intrigante, con l'apporto di una sezione fiati. "Boilk" dilata uno scherzo del primo disco in una traccia sperimentale di effetti speciali e suggestioni d'avanguardia, sempre con un tema di Bach all'origine. La sterminata "Long piece no. 3" è ancora una pagina molto complessa, ideale seguito della "Symphony no. 2": in quattro parti, due a struttura ritmica e due a struttura armonica, rappresenta il punto più alto di una ricerca musicale condotta dal gruppo con appassionato rigore. Dopo un primo scioglimento, gli Egg si ritroveranno nel 1973 per l'ultimo disco, "Civil Surface". CD a cura di Eclectic Discs.

"The Polite Force"

  Ekseption   - Il caso più rinomato, ma non il migliore, di contaminazione tra pop-rock e musica colta. Olandesi di Haarlem, gli Ekseption prendono corpo nel 1966 quando il virtuoso tastierista Rick van der Linden si unisce al trombettista Rein van den Broek e compagni, ma solo nel 1969 l'enorme successo del singolo "The 5th", rilettura della Quinta Sinfonia di Beethoven, traina in classifica il primo album omonimo uscito lo stesso anno. E' una sequenza strumentale che, tra lo scandalo dei puristi, adatta il repertorio classico in chiave pop, senza complessi: da Bach a De Falla, passando per Khatchaturian ("Sabre Dance") e Gershwin, Beethoven e Saint-Saens, il sestetto mescola con leggerezza spunti jazz, sinfonismi e fughe d'organo. Fanno eccezione "Dharma", frizzante cover dei Jethro Tull, e la sincopata "Little x plus", entrambe con il flauto di Rob Kruisman in evidenza, insieme alla tromba di Van den Broek. Il tastierista si destreggia abilmente tra piano e organo, come in "Air" (da Bach), ma oggi l'insieme suona datato, seppure gradevole. I dischi successivi sfruttano la formula con poche varianti: ad esempio il secondo,"Beggar Julia's Time Trip" (1970), è un concept solo parzialmente ispirato a Giulietta e Romeo, che introduce parti vocali per Michel van Dijk ("Julia" ad esempio) e l'attrice Linda van Dyck ("Prologue"). Tra gli autori rimaneggiati ci sono Albinoni (il celebre "Adagio"), Bach e Tchaikoskji, ma Van der Linden scrive anche pezzi come "Feelings", o la più varia "Pop Giant", mentre la duttile tromba di Van den Broek colora di morbido jazz le atmosfere classiche. Con il nuovo cantante Steve Allet, bravo in "Morning Rose" e nella più vigorosa "On Sunday they will kill the world" (da Rachmaninoff), gli olandesi realizzano lo stesso anno "Ekseption 3"(), un concept basato sul "Piccolo principe" di Saint-Exupéry. Vivace l'arrangiamento di "Rondo", da Beethoven, e interessante "Piece for symphonic and rock group in A minor", episodio originale con una prima parte squisitamente sinfonica (Passacaglia) e una seconda che vira verso un brioso jazz-rock (Painting), con piano, organo e fiati in primo piano. Il pezzo di apertura, "Peace Planet", ripresa della Suite n.2 in Si minore di Bach, è un nuovo singolo di successo in Olanda e tiene alte le quotazioni della band. Van der Linden può infine cimentarsi con una vera orchestra nell'album "Ekseption 00.04" (1971), nel quale il gruppo registra in studio sulle basi incise a Londra dalla Royal Philarmonic Orchestra. L'apice è la lunga "Piccadilly Sweet", dove classico, pop e jazz trovano una discreta fusione: oltre alle varie tastiere del leader spiccano la tromba di Van der Broek e il sax di Dick Remelink, ben integrati alle sonorità orchestrali. Il resto dell'album, tutto strumentale, è la consueta miscela di classiche riprese (anche Gounod in "Ave Maria"), brani per il Dutch Chamber Choir ("Choral") e brevi manifesti pop-jazz come "Monkey Dance", senza sorprese. "Ekseption 5", uscito nel 1972, offre dieci tracce strumentali che oltre all'onnipresente Bach ("Siciliano" e "Vivace"), e a Beethoven, citano anche Mozart ("A la Turka") e Keith Emerson ("For Example/For Sure"). Tra gli originali spiccano "Virginal", con la tromba protagonista, e poi "My Son", con la chitarra acustica che trova spazio tra fiati e tastiere. Il successivo "Trinity" (1973) si mantiene sui medesimi standards: buona tecnica, ma poca inventiva. Stavolta fa capolino anche Rimsky Korsakov ("'Flight of the bumble bee"), mentre "The Peruvian Flute" è un curioso traditional, con il flauto di Jan Vennik in un impasto sonoro fin troppo camaleontico. Subito dopo Rick van der Linden se ne va per fondare i Trace, mentre i compagni tirano avanti fino al 1978. Ristampe Mercury e Universal.

"Ekseption 3"

  Eloy   - Gli Eloy, il cui nome è tratto da un racconto di H.G. Wells, sono tra i gruppi più noti e longevi del rock sinfonico tedesco. Si formano ad Hannover nel 1969, su iniziativa del chitarrista Frank Bornemann, che rimarrà sempre il perno della band germanica negli anni seguenti, tra alti e bassi. L'esordio avviene nel 1971 con un disco omonimo che inaugura un percorso di fatto piuttosto alterno, e soprattutto disuguale nelle scelte stilistiche. Dopo una prima fase in chiave hard rock, infatti, le cose cambiano con "Inside"(1973), pieno di influenze non sempre digerite a dovere: si passa dalla lunga "Land of No Body", con le sue tonalità marcatamente dark, a pezzi come "Future City" che ricalca fin troppo le atmosfere dei Jethro Tull. Nella stessa scia si colloca anche il successivo "Floating"(1974). Soltanto con l'uscita di "Power and the Passion", un concept-album pubblicato nel 1975, sembra prendere corpo uno stile più personale: compaiono ad esempio le prime tracce consistenti di space rock ("Love Over Six Centuries"), con la chitarra di Bornemann più elegante del solito ("Mutiny"), anche se l'ispirazione rimane ancora molto varia. Dopo un ricambio di organico al tempo di "Dawn"(1976), e l'arrivo di Klaus-Peter Matziol al basso e Detley Schmidtchen alle tastiere, gli Eloy realizzano quindi quello che molti ritengono il primo esempio della loro raggiunta maturità: "Ocean"(1977). È un classico concept dedicato al mito di Atlantide (proprio come nell'omonimo disco dei Trip), composto di quattro lunghi brani indirizzati verso uno space rock dalle tinte sinfoniche, con la chitarra elettrica ad effetto del leader a duettare con le liquide tastiere e il brillante synth di Schmidtchen, mentre le parti cantate in inglese dallo stesso Bornemann, non sono sempre convincenti: soprattutto nella lunga chiusura di "Atlantis' Agony". Vivace invece l'apporto alle trame strumentali del bassista Matziol, ad esempio in "Incarnation of the Logos", che si segnala come uno dei momenti più felici della sequenza, tra breaks improvvisi e godibili riprese del tema. Nell'insieme il quartetto dimostra di aver raggiunto un discreto amalgama strumentale, come mostrano anche l'iniziale "Poseidon's Creation" e quindi la pulsante "Decay of the Logos", vivacizzata da un repentino cambio di tempo. La fase migliore degli Eloy prosegue con i dischi successivi, per tutti gli anni Ottanta e oltre. Tra gli altri lavori della band tedesca, ancora attiva e con un discreto numero di fans, si segnala proprio il seguito di "Ocean": si chiama "Ocean 2: the Answer" (1998). Altre informazioni sono disponibili nel sito ufficiale.

"Ocean"

"Incarnation of the Logos"

  England   - Una band inglese ricordata soprattutto per un apprezzato album nei secondi Settanta. Seppure in netto ritardo sui modelli del rock progressivo sinfonico e romantico della prima ora, il gruppo che nel 1977 realizza "Garden Shed" () mostra un indubbio talento nel riproporre stilemi di un filone che ha nei Genesis i suoi maggiori esponenti. Il disco propone sei episodi suonati e arrangiati con gusto dal quartetto britannico, sotto la guida del tastierista Robert Webb: bello l'attacco di "Midnight Madness", con i poliritmi del batterista Jode Leigh e il cantato istrionico, spesso corale, ben incastonato nel vivace schema strumentale. E' una musica dinamica e fluida al tempo stesso, che alterna colorati spunti rock a parentesi più intimiste, come la breve "All Alone", per pianoforte e voce. In "Yellow", il mellotron e la chitarra acustica introducono una sognante atmosfera ideale per le morbide parti vocali, cullate anche da piano e basso, mentre "Paraffinalea" scorre più mossa e nervosa, con le ricche tastiere di Webb ancora in primo piano (synth e mellotron), ben coadiuvate dal lavoro certosino di Frank Holland alla chitarra in uno spartito molto inventivo dal punto di vista ritmico. Le due composizioni più estese dell'album, a cominciare da "Three Piece Suite", lasciano intravedere anche le influenze degli Yes, specialmente negli impasti vocali della prima parte: il ricco tessuto strumentale, con pianoforte e tastiere costantemente a comandare le operazioni, mostra comunque l'eccellente grado di preparazione del gruppo, con le note lunghe e tirate della chitarra solista in bella evidenza e il generoso apporto del bassista Martin Henderson nelle fasi di raccordo. Di colore più drammatico, la lunga "Poisoned Youth" è scandita ad arte dalla sezione ritmica sullo sfondo del mellotron: pause trasognate, delicati sinfonismi e sterzate ritmiche ad effetto ribadiscono il valore degli England e dell'album. Nel 1995 è stato pubblicato anche "The Last of the Jubblies", originariamente registrato nel 1976, mentre la band, riformata nel 2005, ha realizzato "Live in Japan-Kikimimi" (2006) e un EP come "The Imperial Hotel".

"Garden Shed"

  Epidaurus   - Come molti gruppi della scena teutonica del periodo, gli Epidaurus, formati a Bochum nel 1976, si muovono nella scia dei capiscuola inglesi del prog sinfonico, con l'aggiunta di una voce femminile delicata ma non eccelsa, come Christiane Wand, e anche qualche richiamo ai corrieri cosmici. Comunque sia, "Earthly Paradise", pubblicato nel 1977, è un disco che in cinque episodi rispetta i canoni del genere, con qualche piacevole sorpresa nello sviluppo dei temi strumentali. La presenza di ben due tastieristi (Gunter Henne e Gerd Linke) e l'assenza della chitarra, sbilancia il suono verso morbidi arrangiamenti dinamizzati però da un piglio ritmico che evita il pericolo di cadere in sonorità stucchevoli. Se le prime due tracce, "Actions and Reactions" e "Silas Marner", sfoderano un uso cospicuo di mellotron e synth a fare da cornice ideale alle sognanti armonie vocali della cantante, con apprezzabili spunti di flauto nel secondo brano, nei restanti episodi, interamente strumentali, si assiste a una formula più elaborata e vivace. "Wings of the Dove" ad esempio poggia s'una solida combinazione di organo e piano, ritmicamente sostenuti dalla batteria, con enfatiche variazioni del synth che riportano per successivi passaggi il pezzo al punto di partenza. "Mitternachtstraum", posta in coda all'album, è addirittura un'escursione spaziale che ricorda da vicino, e fin troppo, certe cose dei Tangerine Dream, mentre "Andas" mescola in maniera più personale suggestioni diverse: effetti elettronici e spunti di flauto si rincorrono in uno sviluppo di forte impronta ritmica, col basso di Heinz Kunert in buona evidenza, e il mellotron sempre di sfondo. In sostanza il disco è consigliato ai fans del prog sinfonico e romantico, anche se il gradevole risultato complessivo non nasconde qualche momento meno convincente. Scioltisi nel 1980, gli Epidaurus si sono poi riuniti per realizzare "... endangered" nel 1994.

"Earthly Paradise"

  Epsilon   - Originari di Marburg, e oggi dimenticati, gli Epsilon sono una band anomala nell'ambito del krautrock. Formato nel 1970, il quartetto tedesco realizza un primo 45 giri lo stesso anno e quindi l'album omonimo () pubblicato dalla Bacillus nel 1971. Sette tracce con l'organo di Walter Ortel in evidenza insieme alla buona voce solista di Michael Winzkowski, in precedenza con Orange Peel e Nosferatu: lo si vede già nell'attacco di "Two-2-II", una pulsione ossessiva e piuttosto ipnotica innervata dalla chitarra elettrica del cantante. In alcuni momenti la band germanica richiama le sonorità del prog inglese di quegli anni, ad esempio nella raffinata "Before", con il fraseggio organistico piuttosto vicino ai Cressida. Nello stesso solco anche la lunga "2-Four-4", tra i momenti migliori, che alterna lunghe tirate di chitarra e organo a pause atmosferiche dominate dalle parti vocali in inglese, con belle ripartenze e accattivanti cambi di tempo. "Between Midnight" è una breve canzone dalle morbide inflessioni soul, così come "Everyday's Pain" un vibrante hard rock senza pause, ma a stupire davvero è "Paint it Black or White", stravolta versione del celebre pezzo firmato dai Rolling Stones, con un lungo e inopinato inserto classicheggiante dell'organo e un torrido finale chitarristico. Nel secondo album "Move On", realizzato nel 1972 dal medesimo organico, il quartetto sembra virare verso un rock più canonico, fitto di citazioni e rimandi, suonato comunque con identica padronanza. Si segnala soprattutto la ripresa di "She Belongs To Me", di Bob Dylan, che diventa una frizzante miscela di hard prog con stacchi trascinanti e brillanti fraseggi d'organo, oltre alla voce sempre incisiva di Winzkowski. Tra gli altri pezzi spicca "Reichelsheim", un caldo e avvincente hard prog che nell'impasto vocale richiama la lezione dei Family, mentre la title-track scorre sui binari di un rock duro fin troppo ortodosso, come la stessa "Walking' On My Way" posta in apertura. Oltre al potente "Waiting", un dark prog con lunghe variazioni guidate da basso e batteria, con una chitarra frenetica, non manca neppure una spruzzata folk-rock, in due tracce come "Feelings", dominata dal flauto, e la finale "Don't Know Why", che in realtà include anche curiose divagazioni per organo e pianoforte. In seguito, con l'uscita del tastierista e l'innesto di due nuovi elementi, la band realizza l'ultimo disco nel 1974: "Epsilon Off". E' un rock sempre più melodico con la chitarra padrona assoluta, un po' di pianoforte, e la voce di Winzkowski sempre convincente in un contesto che oscilla tra blues, folk e hard rock. Belle comunque "I've Been Moving", la tiratissima "Let's Sit Down" e la più umbratile "I Know Now". Gli Epsilon, che si disperdono nel 1976 dopo due singoli, restano un gruppo di eccellente caratura tecnica e buone intuizioni, anche se forse troppo eclettici nelle loro proposte musicali. CD Bacillus e Germanofon.

"Epsilon"

  Era Di Acquario   - È un gruppo minore che arriva dalla Sicilia (Palermo), e dopo due singoli come "Geraldine"/"Arabesque", che partecipa anche al Disco per l'Estate, e "Hold On"/"Campagne siciliane", entrambi usciti nel 1972, realizza l'anno seguente il suo unico album "Antologia" per la RCA. Con il nuovo flautista Angelo Giordano, che ha rilevato Gianni Garofalo, il terzetto palermitano (voce/chitarra/basso, batteria, flauto/sax) fa a meno delle tastiere e sfoggia perciò una vena piuttosto delicata, decisamente melodica, con liriche nella stessa scia. L'atmosfera generale del disco, che dura meno di mezz'ora ed è decisamente lontano dai complessi contenuti del rock progressivo più famoso, è naive ma non banale, contraddistinta da un lodevole tentativo di mescolare le radici mediterranee che affiorano in brani come "Idda", cantata in dialetto siciliano, e quindi "Statale 113", dove compare il tradizionale scacciapensieri, con momenti d'ispirazione più varia, mai troppo complessi nella scrittura. In realtà, "Padre mio", valorizzata dal flauto di Giordano, e la stessa "Geraldine", stavolta con la chitarra elettrica al proscenio insieme al falsetto vocale, suonano come due isole roccheggianti in un paesaggio sonoro per il resto sempre molto tranquillo e solare, con il flauto e le chitarre acustiche di Michele Seffer costantemente in primo piano, soprattutto negli episodi strumentali: è il caso dell'iniziale "Campagne siciliane" e poi di "Vento d'Africa", con spirali flautistiche e largo uso delle percussioni di Pippo Cataldo. In una sequenza prevalentemente strumentale, si fa notare il testo particolarmente amaro de "L'indifferenza", sulle realtà più marginali condannate all'oblio. La discreta attività live della band, presente tra l'altro al Davoli Pop, e poi a Villa Pamphili e Caracalla, fino al Pop Meeting del Piper nel 1974, non evita comunque lo scioglimento, nonostante ci fosse un secondo album già pronto che purtroppo non ha mai visto la luce. La brevità e la spiccata tendenza alla sintesi degli Era Di Acquario, quando imperavano invece suites sinfoniche e progetti concettuali molto più ponderosi, è oggi un punto a loro favore e li rende, se non altro, piacevoli all'ascolto. Il cantante e chitarrista Michele Seffer, scomparso nel 2006, oltre ad aver composto e arrangiato per diversi musicisti italiani, ha pure realizzato tre singoli con il gruppo Babylonia a metà degli anni Settanta.

"Antologia"

  Ergo Sum   - Una delle band francesi più sottovalutate e invece davvero accattivante nella sua proposta musicale. Originari di Aix-en-Provence, si formano nel 1968 con il primo nome di Lemon Pie, su iniziativa del cantante Lionel Ledissez, tornato in Francia nel 1966 dopo aver vissuto in Messico. La band si evolve quindi suonando blues-rock, cambia la sigla in Ergo Sum e nel '71 il singolo "All's so comic" è incluso nell'album collettivo "Puissance 13+2" della Thélème, insieme a brani inediti di altre band, tra le quali i Magma. L'esordio in proprio del gruppo arriva alla fine dello stesso anno: "Mexico" (1971) è un album piuttosto anomalo nel contesto transalpino. Il sestetto che lo incide (tastiere/flauto, chitarre, basso, violino, batteria e voce solista) si avvicina molto più a certe sonorità del folk/blues/rock inglese che al modello sinfonico allora dominante, in una bella chiave fusion che include anche intriganti spezie psichedeliche, un poco sul modello dei Family, ma con discreta personalità. Proprio questa scelta stilistica produce una sequenza ancora oggi godibile, a tratti sorprendente, che dispensa eleganti ballate, delicate parentesi acustiche ("Lydie"), e roventi blues in ugual misura, senza un solo attimo di noia. Gli episodi in scaletta sono perlopiù interpretati dalla voce ruvida e appassionata dello stesso Ledissez, che scrive quasi tutte le liriche, e offrono quasi sempre seducenti impasti strumentali con il violino di Roland Meynet in evidenza, oltre a flauto e chitarre, con la presenza più discreta delle tastiere di Jean Guerin, impegnato soprattutto al piano elettrico, e il basso di Max Touat (principale autore delle musiche) spesso protagonista delle trame. Oltre alla ruggente "Night Road", caratterizzata anche dal moog, e alla sofisticata atmosfera folk-jazz di "Albion Impressions", sono bellissimi soprattutto i due brani più lunghi: prima "I Know your Mother", lenta e nostalgica, con un prezioso tessuto strumentale di violino e flauto attorno al canto solista, e poi "Faces", con un'intro acustica superba ed evocativa e nel finale l'ottima chitarra solista di Michel Leonardi che sale in cattedra. Il disco alla fine è veramente un piccolo gioiello della scena transalpina, che nella ristampa a cura della Musea è arricchito da tre bonus-tracks, come i due pezzi del singolo "Tijuana / It's Me", realizzato nel 1972 da una diversa formazione che include tra gli altri il chitarrista Marc Perru, ex Cruciferius.

"Mexico"

  Errata Corrige   - Nato come trio nel 1974, questo gruppo di Torino produce inizialmente due cassette e solo più tardi, stabilizzatosi come quartetto in seguito all'arrivo del chitarrista Mike Abate, realizza l'album "Siegfried, il drago e altre storie" (1976), autoprodotto in circa cinquecento esemplari. La band piemontese rivela una forte affinità per il rock favolistico e romantico, nutrito in questo caso di colte leggende medioevali rielaborate. Contrariamente ad altre esperienze consimili, però, i toni acustici e quasi naive, anche nelle liriche, prevalgono spesso sulle forzature barocche e gli arrangiamenti troppo magniloquenti. La musica è dominata dunque dalle chitarre acustiche di Abate, e dal pianoforte, il flauto e il violoncello di Marco Cimino, mentre le delicate parti vocali sono piuttosto gradevoli, anche se non sempre calibrate a dovere. Con tutte le incertezze di ogni opera prima, è un disco che sa offrire belle sensazioni e un risultato complessivo discreto. Quella di Cimino e compagni è infatti un'ispirazione elegante, trasognata ma insieme sufficientemente varia nel suo sviluppo, tra vigorosi cambi di tempo e improvvise aperture sulle tastiere che rifuggono il rischio di stilizzare eccessivamente il disegno sonoro. In particolare, l'intrigante minisuite in cinque tempi "Del Cavaliere Citadel e del drago della Foresta di Lucanor", nella sua dimensione largamente acustica, è davvero tipica di un certo immaginario medioevale, mentre le due parti di "Siegfried", Leggenda e Mito, sono caratterizzate da tonalità più epiche e soluzioni ad effetto, con la chitarra solista e la dinamica batteria di Guido Giovine in buona evidenza. Gli Errata Corrige meritavano insomma più fortuna, o almeno una prova d'appello, ma solo nel 1992 verrà pubblicato l'album postumo "Mappamondo", composto da registrazioni del periodo 1974-'77 che spaziano tra progressive, jazz-rock e pop commerciale. Allo scioglimento, il più attivo rimane Marco Cimino, prima con il gruppo Esagono ("Vicolo",1976), quindi con gli Arti & Mestieri e anche con Venegoni & Co. Ristampe su CD a cura di Vinyl Magic, con bonus-tracks aggiunte, e Mellow Records.

"Siegfried, il drago e altre storie"

  Espíritu   - Una delle più note formazioni argentine, gli Espíritu sono la diretta filiazione di un gruppo beat chiamato Onda Corta, fondato da Osvaldo Favrot (chitarra e voce) nel 1968. Nel 1973, dopo varie traversie, si opta infine per la nuova sigla e il quintetto realizza prima un singolo nel 1974 e quindi il primo ellepì, con l'arrivo alle tastiere di Gustavo Fedel. "Crisalida" (1975) è un concept-album circondato subito da molte aspettative dopo le prime e pirotecniche esibizioni live: consta di otto episodi dominati dal ricco parco-tastiere di Fedel, supportato però dall'estro di un chitarrista molto efficace come Favrot, in un insieme raffinato e molto melodico. Le delicate parti vocali di Fernando Bergè sono spesso affiancate dai cori, come nell'iniziale "La casa de la mente", secondo uno schema molto latino, a volte un poco stucchevole nello sviluppo dei singoli temi: ad esempio in "Sabios de vida", dove il rock e la melodia mancano di una convincente fusione. Il livello tecnico dei cinque è comunque molto buono, e il disco offre spunti notevoli, come il rock dissonante di "Eterna evidencia", dominato dal synth, o anche "Sueños blancos, ideas negras", dall'incedere rarefatto intervallato da improvvise accelerazioni. Buona anche la chiusura di "Hay un mundo luminoso", con la chitarra solista protagonista assieme alle tastiere e il fattivo apporto del bassista Claudio Martinez. A questo punto Fedel abbandona la band, rilevato dal tastierista Ciro Fogliatta: con lui gli Espíritu realizzano il secondo album, "Libre y natural" (1976), costruito intorno a una nuova suite concettuale. La formula è simile, ma il risultato più brillante: un prog sinfonico con ampie parentesi melodiche (ad esempio la title track), gradevole e più grintoso rispetto all'esordio. Dopo la breve e frizzante "Obertura del desierto luminoso" l'album prende quota: in "Imagenes tenues y trasparentes" il gruppo trova accenti quasi fusion, specie nel finale con un gran lavoro di chitarra e batteria, mentre "La fabrica de sueños" mostra un bell'esempio di raggiunta maturità, con le parti vocali finalmente ben integrate nel contesto di un rock tecnicamente pregevole. Il momento più efficace del disco è però "Deselectriza tu mente", una sequenza vibrante che lascia emergere l'organo e il synth di Fogliatta accanto a una vivace sezione ritmica che rilancia continuamente i temi. Disaccordi interni mandano in pezzi il gruppo, ma nel 1982 i soli Bergè e Favrot riprendono in mano il progetto con altri musicisti, realizzando dischi come "Espíritu" (1982) e "En movimiento" (1983) tra gli altri. Tutte le informazioni nel blog del gruppo.

"Libre y natural"

  Toni Esposito   - Prima di riciclarsi come autore di facili atmosfere esotiche, il percussionista Toni Esposito è stato un vivace protagonista della scena alternativa italiana. Al suo attivo, oltre a moltissime collaborazioni con artisti quali Edoardo Bennato, Alan Sorrenti o Saint Just, e Pino Daniele più avanti, vanno ricordati almeno i primi due album solisti: "Rosso napoletano"(1975) e "Processione sul mare"(1976). Nel primo in particolare, Esposito è alle prese con un caldo jazz davvero intrigante, dai tratti quasi ipnotici, nel quale pulsa continuamente l'atmosfera di Napoli. Oltre alle sue svariate percussioni, che colorano l'intera sequenza, si segnala l'apporto di talentuosi musicisti come Robert Fix (sax) e Mark Harris (tastiere) a garantire la qualità di un sound generoso e pieno di umori, che spazia tra jazz mediterraneo, spunti funky e sonorità più aperte. Sono da citare soprattutto la lunga e seducente title-track, che cresce e si ramifica in maniera avvolgente, e poi "Il venditore di elastici", dove Esposito suona abilmente anche le pentole da cucina. Baciato da una certa popolarità e da buoni responsi critici, il percussionista vive un periodo intenso: partecipa tra l'altro fattivamente all'incisione de "La valle dei templi", noto disco del Perigeo. Nel suo secondo lavoro solista, "Processione sul mare", ancora con Robert Fix e altri validi musicisti come il tastierista Stefano Sabatini (ex-Kaleidon e Samadhi), Francesco Bruno (chitarre) e Gigi De Rienzo (basso), il percussionista inanella altre otto tracce di qualità, più brevi e compatte rispetto all'esordio, in bilico tra atmosfere funky e spunti ambientali di presa più immediata: l'iniziale "Mercato di stracci" (con effetti vocali di Lina Sastri), la delicata "Fiaba moresca" e la title-track finale sono tra i momenti migliori del disco. Poi, dopo altri album come "Gente distratta" (1977) e "La banda del sole" (1978), ed entrando nei problematici anni Ottanta, Esposito semplifica e alleggerisce decisamente la sua musica, pur senza perdere la curiosità per le sonorità etniche del sud del mondo. Negli anni Novanta, ancora attivissimo, si esibisce all'estero in festival importanti come L'Avana e Rio De Janeiro, e compone anche colonne sonore.

"Rosso Napoletano"

  Estructura   - Un gruppo venezuelano, originario di Maracay, formato nel 1977 e responsabile di due soli dischi. Con un corposo organico di sette elementi, la band realizza il suo album d'esordio nel 1978: "Más allá de tu mente" () è uno dei primi e apprezzati esempi di prog realizzati in Venezuela. Si tratta di un viaggio fantastico e allegorico, dichiaratamente ispirato a certi progetti di Rick Wakeman, ma con uno sviluppo musicale meno pomposo, e stilisticamente più variegato. La prima parte, a cominciare da "En su busca", offre un esempio di vivace rock sinfonico, con inserti fusion dominati dal synth di David Mamán: il tastierista si destreggia abilmente al piano classico ed elettrico, ben assecondato dalle due chitarre, ritmica e solista. Nelle belle armonie vocali che punteggiano il racconto si segnala soprattutto il timbro accattivante di Marisela Pérez, spesso affiancata dal coro dei compagni, e nonostante il periodico inserto di una voce narrante, che oggi suona un po' datata, la sequenza si mantiene sempre interessante, divisa tra ficcanti breaks chitarristici di Antonio Rassi ("Confusion"), spunti jazzati e atmosfere sognanti ("Como un sueño"). María Ciliberto, che tra l'altro firma tutte le liriche, offre un delicato intermezzo di chitarra classica, supportata a dovere dalle tastiere liquide di Mamán, in "Sueños". La seconda parte si apre con la barocca atmosfera di "Su presencia", punteggiata da soli chitarristici e da un coro maestoso nel momento forse più ambizioso dal punto di vista strumentale. Tra delicate parti vocali ("Un niño") e incalzanti intermezzi rock dominati dalla chitarra solista e dal piano ("El regreso"), il viaggio sonoro si chiude quindi con la melodia ariosa di "El mensaje a nuestra humanidad", seguita da una corposa coda strumentale come "La llegada". A volte ingenuo, ma sempre gradevole, è un album che si ascolta con piacere fino in fondo. Carino anche il secondo disco, un omonimo pubblicato nel 1980 con l'organico ridotto a sei. Meno impegnativo del precedente, dimostra comunque la discreta caratura del gruppo sudamericano in otto tracce di pop-rock generalmente più melodico, ma con qualche impennata particolarmente ambiziosa: è il caso soprattutto di "Mar vestido de mujer". Sempre bella la voce di Marisela Pérez in episodi come "Arco Iris" e la più trasognata "Quisiera", mentre Mamán domina con piano e synth lo strumentale "Blanco y Negro", e "Krakatoa" è un sanguigno episodio rock che esalta la chitarra solista di Antonio Rassi. Sciolta la band, Marisela Pérez rimane ancora attiva durante gli anni Ottanta.

"Más allá de tu mente"

  Etna   - Non sono che i Flea con una nuova sigla. Questa volta il quartetto si propone nel 1975 con un album omonimo() interamente strumentale e decisamente orientato verso un jazz-rock molto mediterraneo e solare, spesso dal tessuto ritmico incalzante. In questa direzione, si segnala ad esempio "Across the indian ocean", ma il gruppo è anche capace di creare atmosfere più morbide e sofisticate, come nel caso di "French picadores", un brano dove la chitarra acustica sale in primo piano. Nell'episodio più lungo del disco, i nove minuti di "Golden idol", la band dimostra di saper amalgamare le varie anime del progetto con elegante scioltezza e soprattutto notevole affiatamento. Interessante, tra l'altro, l'utilizzo del mandolino da parte di Carlo Pennisi in "Barbarian serenade", forse il titolo più personale dell'intera scaletta. In generale, si tratta di un album di buon livello tecnico e aperto a suggestioni diverse, come un certo funky che affiora in "South east wind". Anche stavolta, però, nessuna fortuna commerciale arride ai quattro musicisti che proseguono singolarmente la propria attività musicale. In particolare Agostino Marangolo, ottimo turnista, ha suonato a lungo con i Goblin. Ristampa digitale della Mellow Records.

"Etna"

  Exit   - Originari di Frauenfeld, capitale del cantone svizzero della Turgovia, gli Exit sono una band minore, responsabile di un solo album. I fondatori nel 1972 sono Andy Schmid (chitarra e armonica) e il batterista Kafi Kaufmann, e una volta stabilizzato come quartetto il gruppo comincia una serrata attività live, tra l'altro aprendo i concerti di nomi già noti del prog tedesco quali Birth Control e Jane. Soltanto nel 1975 viene quindi realizzato l'album omonimo, autoprodotto in circa trecentocinquanta esemplari, che naturalmente resta confinato nell'ambito locale. Il carattere privato del disco traspare anche dalla qualità non impeccabile della registrazione, a quanto pare effettuata su due sole piste, e per la verità anche dai limiti della proposta musicale. Tecnicamente i quattro musicisti non sono male, e mostrano un certo brio, ma scontano un'elaborazione semplicistica dei temi, anche quando ci sarebbero le premesse migliori: è come se la loro musica fosse ancora legata al decennio precedente, senza aver assimilato quanto il prog maggiore dell'epoca stava proponendo. Nel dettaglio, l'iniziale "Paradise" è costruita s'un riff petulante di chitarra subito affiancato dall'organo di Roman Poitoil, che si prodiga molto anche al sintetizzatore, mentre la voce di Schmid, a tratti supportata dal coro, non è sicuramente esaltante: c'è ritmo e grinta, ma l'insieme suona poco eccitante. "Balade of Live" (inglese maccheronico per "Ballad of Life"?), aperta dal verso dei gabbiani in un'atmosfera marina, si articola ancora sull'organo e sul canto trasognato in lingua inglese, con evidenti richiami ai Pink Floyd del periodo psichedelico: le variazioni tastieristiche, col synth ancora in evidenza, costruiscono l'ossatura del pezzo insieme ai modesti soli chitarristici di Schmid. Poitoil dimostra almeno una certa verve nel fraseggio all'organo, specie in "Talk Around", ma il brano, seppure ricco di spazi improvvisativi e con l'armonica a bocca in primo piano, si dilunga fin troppo senza grande fantasia. La chiusura di "Bad Gossip", più assorta nel suo lento incedere sulle note della chitarra solista, non modifica il valore complessivo di una sequenza che resta decisamente mediocre. Dopo l'album il gruppo rimase attivo fino al 1979, e Schmid e Kaufmann si dettero ancora da fare, ma senza risultati. Più avanti, il chitarrista morì durante un concerto tenuto in Egitto, nel 2001. Ristampa in CD della spagnola Picar.

"Exit"

"Paradise"

  Exmagma   - Gruppo tedesco che si forma nell'area di Stoccarda nel 1970. In realtà il primo nome è Magma, poi cambiato in Exmagma dopo aver scoperto l'esistenza della band francese omonima. I fondatori sono Andy Goldner (basso/chitarra/fiati) e Thomas Balluff (tastiere), entrambi reduci da varie esperienze in piccole band locali. Nel 1972 l'ingresso del batterista Fred Braceful, americano di Detroit arrivato in Germania nei tardi anni Cinquanta come militare, e con varie collaborazioni alle spalle (incluso il gruppo Et Cetera), completa il terzetto che realizzerà i due album più noti. Dopo numerosi concerti in patria, ma anche in Olanda, Belgio e Francia, gli Exmagma realizzano il primo album omonimo con l'etichetta Neusi nel 1973. Cinque tracce decisamente al di fuori di ogni formula, interamente improvvisate e prive di parti vocali, con il trio che esplora nuove sonorità: dalla suggestiva apertura di "First Tune", ipnotica fantasia per organo, basso e batteria con effetti sovraincisi, alla lunga "Trippin With Birds/Kudu/Horny", registrata live in studio, che occupava tutta la seconda facciata con la sua ricetta ancora più informale, nella quale si distinguono synth, piano elettrico, percussioni e sax oltre a svariati effetti elettronici. E' musica sperimentale, a volte rarefatta fino al silenzio ("Tönjès Dream Interruption"), oppure prossima al linguaggio della fusion, come "Interessante Olé", con basso e organo in evidenza. Un esordio molto personale, che davvero poco o niente concede al pubblico del rock. La band si trasferisce quindi in Francia, suonando intensamente dal vivo e maturando il secondo album, "Goldball" (1974), prodotto da Conny Plank, che sceglie un diverso approccio: stavolta ci sono vere composizioni, e lo stile si fa più articolato. Splendido l'attacco di "Marilyn F. Kennedy", breve jazz-rock suonato alla grande con il basso di Goldner in grande spolvero insieme all'organo. Poliritmi, suoni inventivi e un amalgama perfetto esaltano le qualità tecniche del gruppo, assistito da una produzione all'altezza. L'organo e il piano elettrico di Balluff, insieme alla chitarra ritmica, scandiscono la seducente "Groove", tra i picchi della sequenza. Si segnalano quindi "Adventures with long. S. Tea 25 two seconds before sunrise", titolo che rimanda all'LSD (il trio ne faceva largo uso!), dalla scansione irregolare e ricca di effetti disturbanti, e l'atmosfera ipnotica di "Dada", che si accende nel finale sulla chitarra solista. In "Jam Factory For People Insane" si ascolta la voce di Goldner, ma soprattutto il raffinato lavoro percussivo di Braceful, mentre totalmente improvvisata è "Greetings to Maroccan Farmers": una parata di trovate con pianoforte e percussioni protagoniste, oltre a flauto, sax e tromba, più vocalizzi e rumoristica assortita. Un terzo album, doppio, viene poi registrato nel 1975, ma non pubblicato per divergenze con la Barclay Records: la band si disperde, mentre "Exmagma 3" vedrà la luce solo nel 2006. Ristampe di Daily Records. Altre notizie nel sito di Andy Goldner.

"Goldball"


 

 

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