Archivio Prog

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Dalton Dark De De Lind Dear Mr. Time Decameron Dedalus Donella Del Monaco

Delirium Bob Downes Dr. Z Druid Duello Madre

 

 

  Dalton   - Da non confondere con un altro gruppo omonimo, di Brescia, nel quale militò per qualche tempo anche Mauro Pagani prima di approdare alla P.F.M., i Dalton, formazione invece di origine bergamasca, si stabilizzano a quintetto sotto la guida di Temistocle Reduzzi (tastiere/voce) e realizzano quindi il primo album di matrice progressiva: "Riflessioni: Idea d'infinito" (1973). La musica del gruppo, estremamente romantica e mai troppo complessa, si sviluppa in sei tracce con spazi strumentali dominati dal flauto di Alex Chiesa, in particolare la malinconica "Stagione che muore", e dalla chitarra elettrica di Aronne Cereda, come nello strumentale "Riflessioni", con alcune parti di synth. Si tratta perlopiù di un pop morbido e melodico, caratterizzato spesso da liriche interessanti: si segnalano ad esempio "Un bambino, un uomo, un vecchio" e quindi, soprattutto, la bella "Dimensione lavoro", un episodio più aggressivo e decisamente molto critico verso il falso mito del lavoro. Nella sequenza sonora non manca neppure una parentesi melodica più tradizionale, come la mediocre "Cara Emily", ma i Dalton, nel complesso, sanno farsi apprezzare in un album che resta tra i più brevi del tempo, con una durata inferiore ai trenta minuti. Nello stesso anno la band si afferma al Festival Pop di Zurigo, ma più tardi Reduzzi e Chiesa escono dal gruppo, mentre entra in organico il tastierista Giancarlo Brambilla, che in precedenza aveva suonato, con Cereda e il bassista Rino Limonta, nel gruppo dei Puritani. Con questa nuova formazione viene realizzato il secondo e ultimo album firmato dai Dalton: "Argitari"(1975). Seguono quindi un paio di singoli tra il 1977 e il 1979 ("Monia" e "Presto tornerò"), che preludono allo scioglimento definitivo della band. Reduzzi e Cereda hanno pure suonato nella "pop-opera" intitolata "Paciana Story" (1975), mentre il batterista Walter Locatelli ha formato il gruppo Mo.Do. in seguito. Ristampe di Vinyl Magic/BTF, Giallo e anche della nipponica Belle.

"Riflessioni: idea d'infinito"

  Dark   - Il nome dei Dark, band formata a Northampton nel 1968, rappresenta molto bene tutto il sottobosco dell'underground inglese dei primi anni Settanta. Il loro unico album realizzato è "Round the Edges", autoprodotto e pubblicato nel 1972 in poche decine di copie. Diventato anche per questo negli anni una sorta di oggetto misterioso per i collezionisti, è semplicemente un discreto esempio di prog chitarristico, asciutto ed essenziale nelle sue geometrie compositive che fanno a meno delle tastiere. Il gruppo nasce in effetti come trio, ma dopo un paio di sedute insoddisfacenti nell'arco di circa due anni, al momento dell'incisione il chitarrista e cantante Steve Giles viene affiancato da un seconda chitarrista come Martin Weaver, oltre al bassista Ron Johnson e al batterista Clive Thorneycroft. La chitarra solista scorre tranquilla per tutti i sei episodi che compongono l'album, definendo uno stile prog dalle sfumature psichedeliche mai sopra le righe, e una buona verve di fondo, pur senza mai toccare i vertici di eccellenza di altri protagonisti della scena inglese del tempo. Lo schema di base è ben delineato già nel brano di apertura, "Darkside", dove il chitarrismo di Giles trova efficace sponda nel basso, e si dirama in una serie di variazioni all'insegna di un moderato crescendo. Bella anche la tensione ritmica di "R. C. 8.", episodio più nervoso degli altri, grazie alla buona vena del batterista, così come nella finale "Zero Time", segnata da impetuosi scrosci di chitarra. Più umbratile invece lo sviluppo di "Maypole", inquadrata dalle potenti linee del basso, e di "Live For Today", brani che sono sempre caratterizzati dal tipico canto un po' indolente di Giles. Presto scomparsi dalle cronache, i Dark vanno comunque ricordati per l'onesta fattura del loro prog-rock non travolgente, forse, ma interessante. Ristampato sia in vinile (Akarma) che in CD (Progressive Line e altri), con varie bonus tracks.

"Round the Edges"

  De De Lind   - Questo gruppo dell'area di Varese, poi trasferito a Milano, prende il suo nome da una nota modella americana (all'anagrafe Diane Lind) che fu playmate nell'Agosto 1967 della rivista "Playboy", e si forma proprio sul finire degli anni Sessanta. Con tre 45 giri realizzati tra il 1969 e il 1971, in particolare "Signore, dove va?", che già stabilizza uno stile romantico caratterizzato dal flauto alla Jan Anderson, e una buona presenza nei Festival Pop italiani dei primi Settanta, la band si fa notare nell'affollata scena rock dell'epoca. Realizza quindi per l'etichetta Mercury il suo unico album, rimasto celebre anche per il lunghissimo titolo, "Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò. Uomo è il nome che mi han dato" (1973), che costituisce in realtà il testo integrale dell'ultimo pezzo della raccolta ("E poi"). La musica offerta dal quintetto (voce/chitarra, fiati/tastiere, chitarra, basso e batteria) nelle sette tracce del disco è dominata dalle chitarre acustiche, dal sax e soprattutto dal flauto di Gilberto Trama prima ancora che dalle tastiere, quasi sempre in secondo piano negli equilibri strumentali. A parte qualche episodio più ritmico e roccheggiante, come nell'iniziale "Fuga e morte", tra i momenti più felici della sequenza, l'album è piuttosto discontinuo nel suo sviluppo, e non sempre convincente. I momenti d'interesse, comunque, non mancano: atmosfere acustiche sospese e rarefatte, di buona suggestione romantica, si alternano a improvvisi sussulti in chiave dark-rock guidati dall'aggressiva chitarra elettrica di Matteo Vitolli. Molto rappresentativo del suono-De De Lind è un brano come "Smarrimento", con il flauto costantemente in primo piano, supportato da vibranti incursioni chitarristiche che poi chiudono il pezzo dopo il delicato inserto vocale. Di grande effetto, in ogni caso, sono proprio i testi cupamente trasognati che colorano di riflessi umbratili anche la parte musicale, ad esempio in tracce come "Paura del niente" e "Cimitero di guerra". A firmarli è lo stesso cantante Vito Paradiso che poi, una volta sciolto il gruppo, diverrà cantautore senza troppa fortuna alla fine del decennio.

"Io non so da dove vengo..."

  Dear Mr. Time   - Una band inglese senza fortuna le cui origini risalgono al 1969, quando la Shoo String Band, che suona musica soul, da Chelmsford si trasferisce a Londra. Dopo alcune esibizioni live nella capitale, il chitarrista Chris Baker e il batterista John Clements decidono però di formare un nuovo gruppo in stile progressive e si uniscono a Barry Everitt (voce e tastiere) e Dave Sewell (basso). Dopo lunghi tour in giro per l'Europa, i Dear Mr. Time reclutano quindi il fiatista Jim Sturgeon e ottengono un contratto con la Square Records per registrare il loro primo album, "Grandfather". Programmata per la fine del 1970, la pubblicazione avvenne solo nel Febbraio dell'anno successivo e a causa di una distribuzione quasi inesistente il disco passò del tutto inosservato: deluso dal responso, il gruppo si sciolse poco dopo. Si tratta comunque di un concept-album imperniato sulle tappe salienti nella vita di un uomo, dalla nascita alla morte, diviso in dodici capitoli quasi tutti di breve durata. L'equilibrio strumentale poggia soprattutto sui fiati di Sturgeon (flauto e sax), con la chitarra di Chris Baker in bella evidenza, e le tastiere leggermente più defilate. Il momento più felice è forse "Out of Time", una sincopata rock-song di buona presa, scandita dal piano e dalla pungente chitarra solista, con la voce filtrata di Everitt e il basso pulsante. Di buon livello anche "Light Up A Light", costruita sull'organo, ma con frequenti breaks ritmici guidati dal sax, e la più nervosa "Make Your Peace", l'unico brano a superare i cinque minuti, con il flauto e il sax di Sturgeon in primo piano insieme al vivace lavoro della sezione ritmica. Più o meno nella stessa scia, ma ancora più grintosa è "A Dawning Moonshine", con timidi inserti dell'organo all'interno d'uno schema piuttosto aggressivo, dominato da sax e chitarra. Tra gli altri episodi si segnala l'atmosfera cameristica dello strumentale "Prelude", con gli archi e il mellotron a dominare un disegno sonoro che ricorda da vicino certe cose dei Moody Blues, mentre non mancano un paio di ballate costruite sulla chitarra acustica e le voci corali: ad esempio "Years And Fortunes" o anche "A Prayer For Her", quasi in stile "country". Le voci sono di buon livello e gli strumentisti mostrano discrete qualità, anche se nel complesso all'unico album firmato Dear Mr. Time manca la soluzione ad effetto capace d'imporli all'attenzione del pubblico: il loro prog dalle tinte romantiche, qua e là datato e in parte legato alla forma-canzone, rimane però apprezzabile e di piacevole ascolto. Varie le ristampe, anche in vinile. Notizie nel sito ufficiale.

"Grandfather"

  Decameron   - Con il nome ispirato da Giovanni Boccaccio, questo gruppo inglese fondato da Johnny Coppin a Cheltenham nel 1968, ha realizzato quattro dischi di morbido e melodico folk-rock nel corso dei Settanta. Dopo i primi due album realizzati tra il 1973 e il '74 ("Say Hello To the Band" e "Mammoth Special") il momento migliore della band britannica coincide forse con l'uscita di "Third Light" (), pubblicato nel 1975, che per qualche tempo procura ai sei musicisti una certa notorietà e buoni riconoscimenti. Si tratta in effetti di undici tracce ben costruite, caratterizzate da gradevoli armonie vocali, arrangiamenti sobri ma efficaci, con la netta prevalenza degli strumenti a corda: chitarre, ma anche violoncello, violino e mandolino. Sono belle soprattutto "All the Best Wishes", la più umbratile "The Strawman", con gli archi in evidenza, e poi ancora il romantico crescendo di "Wide As the Years". Il materiale è firmato per la gran parte in coppia da Coppin (chitarre e piano) e David Bell (chitarra e basso), evidentemente in stato di grazia, come dimostrano anche episodi accattivanti quali "Journey's End" e soprattutto "The Ungodly", con le voci corali sullo sfondo dell'organo. La chiusura della sequenza è affidata invece a una cover di Tim Buckley, "Morning glory". L'anno seguente, con il nuovo batterista Bob Critchley, i Decameron realizzano quindi il loro ultimo disco, "Tomorrow's Pantomime" (1976), forse meno brillante del precedente, ma con altri pezzi di ottima fattura tutti da scoltare. L'iniziale "The Deal", col violino in evidenza, "Ask Me Tomorrow", e la stessa title-track, arricchita dal sax di Geoff March, sono i momenti di spicco dell'album, ma è interessante anche la più roccheggiante "So This is God's Country", con un testo molto polemico verso l'America al tempo di Nixon. Per quanto lontani dai fasti del rock inglese maggiore, i Decameron valgono senz'altro un ascolto per la piacevolezza del loro repertorio, ristampato da Strange Days ed Esoteric. Dopo lo scioglimento del gruppo, il più attivo rimane proprio Johnny Coppin, che realizza molti dischi da solista. Altre informazioni sulla band e i suoi membri nel sito ufficiale.

"Third Light"

  Dedalus   - Originari della provincia di Torino (Pinerolo), i Dedalus appartengono alla schiera dei gruppi penalizzati da un mercato che privilegia l'ovvio e le formule più sperimentate del grande circo rock. I quattro componenti (tastiere/violoncello elettrico, chitarra/sax, basso e batteria) suonano invece, sin dall'esordio omonimo (1973), un pulsante jazz elettrico, decisamente fuori dagli standards più abusati del genere. Si susseguono così ritmiche ondivaghe, attraversate da inserti di sax (Marco Di Castri) e peculiari effetti di sintetizzatore (Fiorenzo Bonansone), capaci di creare atmosfere a volte dilatate e distorte, comunque di grande effetto. L'esempio più significativo in tal senso è forse la lunga apertura di "Santiago", ma non è da meno un episodio come "Leda", sorta di affascinante deriva che scorre sotto la guida del sax, del piano elettrico e del basso pulsante di Furio Di Castri. Nella più breve "Conn" spicca il colore delle percussioni etniche combinate ai suoni sintetici, mentre una sezione ritmica sempre dinamica e aggressiva, garantita anche dalla batteria di Enrico Grosso, caratterizza la conclusiva "Brilla", oltre al pezzo più lungo dell'album, "CT 6". Qui salgono al proscenio, in rapida sequenza, prima la chitarra elettrica, quindi il sax tenore, e poi il pianoforte e il violoncello elettrico di Bonansone, insieme al synth. La musica dei Dedalus è aperta all'improvvisazione tipica del jazz, e giustamente ne tiene sempre vivo il valore di ricerca: il suono viene fuori umorale e imprevedibile, senza gli schemi preconcetti che hanno inficiato molte esperienze della scena italiana. Neppure il secondo disco, "Materiale per tre esecutori e nastro magnetico", realizzato l'anno seguente in trio senza Furio Di Castri, trova riscontri di pubblico e critica: in effetti sono nove episodi ancora più rigorosi e sperimentali, quasi una sfida provocatoria alle formule sonore premiate dal mercato. Il free jazz dell'esordio cede il passo a squarci d'avanguardia e musica concreta: enigmatici inserti vocali su basi di violoncello ("Discorso su due piani"), pianoforte, sax e chitarra che improvvisano su spigolosi tappeti percussivi ("Esserci" e "Accordanza"), echi e risonanze popolari stravolte ("La Bergera"), rumorismo e nastri manipolati ("Con più frequenza"). E' un manifesto sonoro consapevolmente oltre, anzi contro, qualsiasi logica commerciale. Riformati nel 1990, i Dedalus hanno pubblicato un raro disco come "Pia visione" (1997), prima di assumere la denominazione Bonansone Dedalus Group nel 2000 e realizzare in formazione rinnovata l'album "Nomos Apache Alpha" (2004). Ristampe a cura di Vinyl Magic e BTF/Trident.

"Dedalus"

  Donella Del Monaco   - Dopo l'esperienza con gli Opus Avantra, la cantante Donella Del Monaco inizia una sua personale ricerca che potremmo definire di frontiera, sempre in bilico tra musica colta (data anche la sua prima formazione lirica) e il repertorio etnico/popolare. Un percorso che sembra allontanarsi dall'ambito strettamente progressive, mentre per altri versi ne rispetta in pieno certe premesse di apertura a ogni tradizione musicale ancora vitale. In questo senso è sorprendente la felicità espressiva di alcuni episodi discografici, come la rivisitazione della tradizione veneziana e veneta. "Merica Merica" (2000) riprende e spesso riadatta canti legati alla massiccia emigrazione oltreceano di fine Ottocento, ma anche quella più tarda verso il nord Europa (vedi la bellissima "Minatore", in stile liederistico), come pure della ricca tradizione contadina, con il contributo di Paolo Troncon e il gruppo Barbapedana. "Venexia de oro" (1999) torna ancora più indietro, pescando nell'enorme patrimonio veneziano che và dal Medioevo al Settecento: si tratta spesso di canti anonimi, cosiddetti da battello, rielaborati con grande rispetto e profonda sensibilità dalla cantante, senza forzature in chiave moderna, ma puntando proprio sulla purezza originaria del repertorio: un esempio è lo struggente "E mi me ne so 'andao", con flauto e violino unici compagni della splendida voce solista. Da notare l'intervento del poeta Andrea Zanzotto che recita la poesia in dialetto "Vecio parlar". Altrove la cantante si è accostata a un repertorio ugualmente di confine: è il caso di "Berio Folk Songs"(1998), dove il suo talento camaleontico può esprimersi a largo raggio passando dalle diverse suggestioni offerte, con il tramite di Berio, da tradizioni come quella francese, armena, siciliana, americana e così via. L'incontro tra il genio di Luciano Berio (un musicista altrettanto aperto e curioso) e l'estro della cantante produce momenti emozionanti, e una musica che per quanto fortemente radicata nel tempo e nella memoria riesce vibrante anche oggi. Non poteva mancare nella ricca discografia di Donella Del Monaco un incontro come quello con il compositore francese Erik Satie: "Chansons Satie" (1997) è uno dei suoi dischi più impegnativi e raffinati. La malinconica leggerezza, l'indolenza sentimentale e irrequieta delle chansons sembrano davvero esaltare l'artista veneziana e la sua duttile voce, ben coadiuvata dai due pianisti Massimiliano Damerini (solista) e Attilio Bergamelli (accompagnatore). Sono pure da ricordare i dischi dedicati a Schonberg e infine la bella raccolta di inediti e rarità uscita nel 2002, "Fragments 1975-2002": oltre al resto c'è una chicca per i collezionisti degli Opus Avantra, vale a dire la riproposta in versioni appena ritoccate dei due brani del raro 45 giri "Flowers on pride/Allemanda". Altre informazioni sulle molteplici iniziative della cantante sono disponibili nel sito ufficiale.

"Fragments 1975-2002"

  Delirium   - Tra i primi gruppi italiani ad uscire dalla fase del beat, i genovesi Delirium, precedentemente conosciuti come Sagittari, ottengono un precoce successo con il singolo "Canto di Osanna" (1971), che li fa notare al primo Festival Pop di Viareggio. Con queste credenziali, i cinque (tastiere, chitarra, basso, batteria, flauto/voce) si presentano quindi all'appuntamento con il primo album: "Dolce acqua" (1971) è indubbiamente un esordio assai intrigante, sviluppato in otto episodi legati da una trama "concept" che si concentra sulle diverse risposte emotive di un uomo alla propria vita. Musicalmente, si tratta di un colorato pop-jazz prevalentemente acustico e spesso melodico: se la chitarra acustica di Mimmo Di Martino è spesso in primo piano, e una sezione d'archi interviene a tratti, nell'insieme spiccano soprattutto il flauto ficcante e il canto del giovanissimo Ivano Fossati. Proprio a lui, che firma tutte le liriche del disco, si devono i momenti più intensi: dal mordente "Movimento I", con piano, flauto e percussioni in evidenza, alla suggestiva "Favola o storia del Lago di Kriss", passando per "Johnnie Sayre", con il testo ispirato da Edgar Lee Masters ("Antologia di Spoon River"), fino alla coda rasserenante di "Dolce acqua". Lo strumentale "To Satchmo, Bird and Other Unforgettable Friends" è invece il brano più esplicitamente jazz dell'album, omaggiando miti come Charlie Parker e Louis Armstrong: il pianoforte di Ettore Vigo e il flauto introducono il tema, ben sostenuto poi dalla briosa sezione ritmica. Fossati lascia i compagni dopo la partecipazione al Festival di Sanremo dell'anno seguente con la celebre "Jesahel", di grandissimo successo commerciale, iniziando in seguito un pregevole percorso solista. Senza di lui, il gruppo realizza comunque "Lo scemo e il villaggio" (1972), disco che si avvale dell'apporto ai fiati (flauto e sax) del nuovo arrivato Martin Grice, valido strumentista inglese. Sia pure con qualche incertezza nelle parti cantate, divise ora tra Mimmo Di Martino e Peppino Di Santo, è ancora un discreto album, con musiche e liriche sempre a carattere concettuale. Spiccano l'apertura strumentale di "Villaggio", con il piano di Ettore Vigo che dialoga con i fiati, e poi "Culto disarmonico", più tesa e spigolosa, ma si segnala anche la morbida progressione di "Dimensione uomo", guidata dal mellotron. Meglio ancora va con "Viaggio negli arcipelaghi del tempo", il terzo disco del 1974, pubblicato per la Fonit Cetra come i precedenti. In questo caso, anzi, certi aspetti jazzati e tipicamente prog si fanno più forti, grazie anche a un migliore affiatamento che si riflette soprattutto nell'organizzazione delle voci: basti pensare alla title-track, dominata dal sax di Grice. Sul piano strumentale si segnalano la nervosa "Fuga n.1", o anche "La battaglia degli eterni piani", col suo fosco e drammatico incedere, mentre la breve "Dio del silenzio", cullata da flauto e chitarra acustica, rimanda agli inizi del gruppo. La band non riesce però a ripetere i risultati commerciali della prima fase e si scioglie nel 1975, dopo alcuni 45 giri. Dopo episodiche reunions senza sbocchi concreti negli anni Novanta, i Delirium si sono riformati intorno a Vigo, Grice e Di Santo, realizzando due nuovi lavori: prima l'eccellente "Live-Vibrazioni notturne" (2007) e quindi un ottimo album di studio come "Il nome del vento" nel 2009, che ne conferma il valore all'insegna di una musicalità sempre raffinata. Notizie nel sito ufficiale.

"Dolce acqua"

  Bob Downes   - Noto flautista inglese, per sua stessa ammissione ispirato da Roland Kirk e Severino Gazzelloni, l'eclettico Bob Downes (classe 1937) vanta molteplici esperienze in bilico tra free jazz, avanguardia e progressive. Oltre a svariate collaborazioni, dalla Manfred Mann’s Earth Band a Keith Tippett, nel 1968 Downes forma il suo Open Music Trio, con il quale realizzerà diversi dischi. Il primo è "Open Music" (1970), inciso con una formazione nella quale spiccano il batterista Dennis Smith e il bassista Harry Miller, insieme ad altri fiatisti. Downes suona diversi tipi di flauto, sax tenore e contralto, ma anche percussioni. La lunga "Dream Journey" iniziale, vero cuore del disco, fu composta come musica per la piece "Blind Sight" del Ballet Rambert, presentato a Londra il 27 Novembre 1969. Divisa in due segmenti, è una composizione rarefatta che porta al proscenio il flauto insieme ai timpani di Derek Hogg, prima che entrino in scena il sax e quindi il flauto pirotecnico di Downes nella seconda parte, s'una ritmica jazz scandita dal contrabbasso. Il flauto del leader domina in solitaria tracce come l'evocativa "Birth of Forest", mentre in altri episodi è affiancato da basso e percussioni: si segnala la multiforme "Ghosts In Space", con il contrabbasso di Miller protagonista accanto alle spirali flautistiche. Il free jazz trionfa nella più corposa traccia finale, "Electric City", con Downes stavolta al sax in uno schema aperto che include anche inserti chitarristici di Chris Spedding. Disco interessante, ma sicuramente ostico per il circuito rock, ha il merito di aver fatto conoscere uno strumentista come Downes, poi premiato come miglior flautista jazz. Lo stesso anno l'artista realizza due altri dischi. "Deep Down Heavy" è il più curioso: un autentico reperto dell'underground britannico catturato nei suoi umori più eclettici e spontanei, fino al caos. Dodici tracce dove troviamo tutto, dai versi letti dal poeta Robert Cockburn alle forme musicali più diverse. Si passa dal quasi hard rock di "Too Late" agli acquerelli per il flauto di Downes ("Day Dream"), ma ci sono anche energici funky-jazz col sax in primo piano ("Don't Let Tomorrow Get You Down") e torridi rock-blues ("Got No Home"), fino al delirio lancinante e ossessivo di "Thebes Blues", per sax e chitarre. La produzione è approssimativa, le voci spesso mal calibrate e il suono debordante, eppure l'insieme ha il fascino dei documenti sonori che immortalano un'epoca. Più fruibile e meglio prodotto è invece "Electric City", nel quale Downes mette insieme undici pezzi d'impostazione jazz-rock, a partire da "No Time Like the Present". Davvero splendido il suo flauto in "Keep Off the Grass", episodio di classe al pari di "Dawn Until Dawn", stavolta con il sax protagonista. Oltre ai pezzi cantati da Downes stesso, come "Go Find Time" o la dolce "In Your Eyes", cullata dal flauto e poi rinforzata da trombe e chitarra, il meglio sta proprio nelle tracce strumentali: "Crush Hour" è un affilato jazz-rock urbano, e la chiusura di "Gonna Take a Journey" una jam improvvisata con il basso in evidenza sotto il gioco teso e imprevedibile dei fiati. Nessuno di questi tre dischi ha successo, e Downes si ripropone solo nel 1974 con "Diversions", seguito poi da "Episodes at 4 AM", altro progetto su commissione. Alla fine dei Settanta, il fiatista emigra quindi in Germania dove realizza nuovi dischi. Sempre numerose le sue collaborazioni e i lavori per balletti e opere teatrali. Altre notizie in questo sito. Ristampe Esoteric.

"Electric City"

  Dr. Z   - Dietro la sigla si cela il tastierista e cantante Keith Keyes, estroso personaggio che realizza per la Vertigo il concept-album "Three Parts to My Soul" (1971), basato sull'idea dell'anima umana divisa in tre parti principali: Spiritus (volta al bene e alla virtù), Manes (incline al bene ma corruttibile) e Umbra (che rifiuta di lasciare la terra). Keyes è coadiuvato dal batterista Bob Watkins e dal bassista Rob Watson: il risultato è un disco dall'impronta piuttosto severa, dove le tonalità ossessive e martellanti sono l'esatto riflesso dei testi pessimistici del leader. Piano e organo guidano questa sorta di danza tenebrosa intorno al senso dell'esistenza, con un ruolo interessante delle percussioni (in "Spiritus, manes et umbra" soprattutto), e il basso più defilato. Dal canto suo, Keyes canta con una certa convinzione le proprie liriche, passando dai toni beffardi a quelli più drammatici, come nell'attacco di "Evil woman's mainly child" (l'anima dilaniata tra la coscienza e il male), riuscendo a esprimere al meglio la tensione morale che domina le composizioni. Poche le eccezioni a questo clima cupo, anche se "Burn in anger" si apre sulle note più pacate del pianoforte, e "Summer for the rose" cita il Kyrie Eleison. Marziale e sinistra la progressione di "Too well satisfied", ancora con le percussioni e le sincopi del pianoforte in evidenza, mentre nel lungo epilogo di "In a token of dispair" la voce rassegnata viene poi suffragata dal toccante coro "Dies Irae" al momento del giudizio finale. Asciutto e privo di sbavature, "Three parts to my soul" si collega al filone esoterico di certo progressive più oscuro, ma con insolito rigore espressivo e accenti più accorati della media. La riedizione in CD dell'Akarma include come bonus i due pezzi, molto più briosi, dell'unico 45 giri uscito nel 1970: "Lady Ladybird/People in the street".

"Three Parts to My Soul"

  Druid   - La sfortuna dei Druid, band formata nel 1971 a Berkhamsted, è di non aver raggiunto l'appuntamento discografico 3-4 anni prima, quando il mercato li avrebbe sicuramente premiati. Quando invece esordiscono con "Toward the Sun", nel 1975, il loro progressive melodico e romantico appare inevitabilmente un po' datato. Peccato, perché anche senza far gridare al miracolo il quartetto inglese ha discrete carte da giocare, e i sette brani dell'album si segnalano per una vena morbida, colorata e molto vicina alle atmosfere degli Yes, soprattutto nelle parti vocali, dominate dal falsetto del chitarrista Dane Stevens: "Remembering" ad esempio. Nei passaggi strumentali, come in "Theme", molto mellotron e pianoforte (Andrew McCrorie-Shand), note cristalline di chitarra e gradevoli armonie classicheggianti. Spiccano in questa sequenza l'intimismo rarefatto di "Red carpet for an autumn" e soprattutto la più corposa "Dawn of evening", che cresce sul mellotron e si ramifica poi con eleganza sul cantato. Nel medesimo organico, il gruppo realizza quindi il secondo e ultimo disco, "Fluid Druid" (1976), che conserva e anzi sviluppa con maggiore convinzione le qualità mostrate all'esordio. Ancora toni sofisticati e prettamente sinfonici, impreziositi da precisi inserti di chitarra elettrica e dal gioco sempre delicato delle parti vocali. Tra le altre tracce, si fanno notare soprattutto "Painters clouds", poi "Crusade", con il coro del Royal College of Music a suggestivo supporto, e un bel cambio di tempo sull'organo e le percussioni di Cedric Sharpley nel finale, fino a "Nothing but morning", dove il canto solista di Stevens è incastonato in un tema rock più mosso, ricco di controtempi. Colpisce anche "Left to find", un episodio cameristico di squisita fattura: sembra la cifra esatta di questa valida formazione britannica senza troppa gloria, che piacerà molto ai patiti del prog più romantico e prezioso. Dopo lo scioglimento, il batterista Sharpley suonerà nella band Tubeway Army, guidata da Gary Numan. Ristampe a cura di Emi e della Warner giapponese.

"Fluid Druid"

  Duello Madre   - Nel 1973, prodotto da Gian Piero Reverberi, viene realizzato per la Produttori Associati l'album omonimo() di questo quartetto genovese, che nasce sulle ceneri degli Osage Tribe. Stavolta, però, l'innesto di un sassofonista come Pippo Trentin, impegnato anche al flauto, sposta l'indirizzo stilistico verso il jazz, seppure bilanciato dalla vivace chitarra solista di Marco Zoccheddu. Il risultato finale è un disco che offre cinque tracce di free-jazz aggressivo e sufficientemente vario, soprattutto con momenti di grande intensità ritmica: alla batteria c'è Franco Lo Previte, ex Circus 2000, e al basso Bob Callero. In generale, c'è un affiatamento perfetto tra i componenti, che incide positivamente sugli equilibri strumentali: siamo davanti a musicisti di grande preparazione tecnica, e già questo fa la differenza. Brani come l'iniziale "Aquile blu", l'unico episodio con parti vocali del chitarrista e l'ottima presenza del basso elettrico di Callero, o anche "Madre", dove lo stesso Reverberi suona le tastiere e la chitarra elettrica di Zoccheddu svaria con grande eclettismo nello schema dominato dal sax tiratissimo di Trentin, mostrano l'alto livello del progetto Duello Madre. Tra gli altri, se "Otto" è il pezzo forse più spigoloso della sequenza, "Momento" ha un'anima più rarefatta, con chitarra acustica e flauto in evidenza, mentre l'epilogo di "Duello" è un episodio a tratti dissonante, ma ricco di scintillanti spazi improvvisativi: nel complesso, seppure lontani dalle formule più facili del rock, sono indubbiamente tra gli esempi più interessanti e rigorosi che certi esperimenti di 'fusion' abbiano prodotto in Italia. Pochi, quando mischiare il jazz al rock diventerà una moda, faranno musica di questo spessore. Allo scioglimento della band, Callero entra a far parte del Volo. Ristampato su CD da Mellow Records e BTF/Vinyl Magic.

"Duello Madre"