Archivio Prog

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Califfi Juri Camisasca Campo di Marte Canarios Capitolo 6 Capsicum Red

Caravan Cargo Carmen Casa Das Máquinas Catapilla Cathedral Celeste Fabio Celi e gli Infermieri Cervello

Champignons Cherry Five Cincinnato Circus 2000 Cirkus Clear Blue Sky

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  Califfi   - La storia dei Califfi è divisa in almeno due fasi principali. All'origine è un complesso in puro stile beat, formato a Firenze nel 1965, che incide diversi singoli e riscuote un certo successo con "Così ti amo" (1968), cover dei Bee Gees. In questi anni è da notare la presenza in organico del futuro Area Paolo Tofani, che partecipa al primo album intitolato "Così ti amo" (1969), manifesto di questo primo periodo della band. Dopo un breve scioglimento nei primi anni Settanta, il gruppo rinasce nel 1972, quando anche i quattro Califfi (tastiere, basso, batteria, chitarra), si avvicinano al rock progressivo ormai trionfante, e realizzano l'album "Fiore di metallo" per la Fonit Cetra nel 1973. La musica, quasi interamente composta dal bassista Franco Boldrini, unico superstite della fase beat e promotore della svolta, suona come un godibile rock dalle venature anche hard, ma con diversi momenti melodici molto riusciti: ad esempio "Nel mio passato", nostalgica e ricca di belle accelerazioni ritmiche, e la malinconica "Madre, domani...". Oltre a questi momenti più melodici, nella gradevole sequenza si segnalano però due sorprendenti pezzi strumentali di stampo barocco e dominati dall'organo di Sandro Cinotti ("Campane" e "Varius") che dimostrano le buone possibilità del gruppo anche nella nuova direzione. In alcune liriche, ad esempio "Alleluia gente" e la più roccheggiante "Col vento nei capelli", fa sempre capolino un genuino spirito beat in bilico tra irriverenza giovanile, anticonformismo e ingenuo libertarismo davvero molto sixties. Nell'insieme si tratta di un disco minore rispetto al prog italiano più affermato, e tuttavia molto godibile all'ascolto e ben suonato, probabilmente meritevole di una maggiore attenzione. Boldrini ha proseguito poi da solista come Franco dei Califfi, pubblicando nuovi dischi ricollegati alla prima fase del gruppo. Altre informazioni nel suo sito ufficiale.

"Fiore di metallo"

  Juri Camisasca   - Originale figura degli anni Settanta italiani, Roberto "Juri" Camisasca (Melegnano, 1951) rimane nelle cronache musicali per il suo folgorante disco d'esordio, seguito poi da un lungo silenzio che ha finito per alimentarne la leggenda. E' Franco Battiato, che lo ha conosciuto durante il servizio militare, a credere per primo in lui: lo convince infatti a registrare un album per l'etichetta Bla Bla fondata da Pino Massara, che produce il disco insieme al catanese. Pubblicato nel 1974, "La finestra dentro" () è una memorabile raccolta di sette episodi sconcertanti, dominati da una vena di allucinato lirismo nei testi e da una vocalità molto personale, che attraversa con la stessa intensità toni rabbiosi, malinconici e trasognati. Qualche acerbità nel dosaggio, con momenti ancora poco risolti, non toglie nulla al notevole risultato complessivo. Dall'attacco di "Un galantuomo", tra immagini sorprendenti e sinistre, alla più limpida atmosfera di "Un fiume di luce", il disco somiglia ad un percorso tra realtà ostili e degradate, che solo nel linguaggio stravolto e visionario dell'autore possono venire esorcizzate. Toccante il ritratto umano di "John", tra i momenti più intensi della sequenza, e di grande impatto anche il mondo straniante di "Scavando col badile", che rovescia il rapporto tra uomini e animali. La musica invece, spesso rarefatta per lasciare spazio al canto, si basa essenzialmente sulle tastiere e il synth di Battiato, con larghi spazi di chitarra acustica e percussioni: ad esempio "Metamorfosi", con la voce che illustra immagini paradossali e può ricordare a tratti il primo Alan Sorrenti. Più sporadico invece l'apporto della chitarra elettrica, come i sussulti veramente rock. Nella conclusiva "Il regno dell'Eden", il viaggio sembra pacificarsi, ma il brano è animato da un tessuto strumentale più corposo e versi tutt'altro che convenzionali: degno sigillo per uno dei dischi più anomali della musica italiana. L'anno seguente, dopo l'uscita di due singoli, Camisasca partecipa al suggestivo progetto "live" del Telaio Magnetico, gruppo sperimentale guidato da Battiato, con Lino "Capra" Vaccina, Mino Di Martino, Terra Di Benedetto e il fiatista Roberto Mazza: da uno dei concerti verrà poi tratto l'album postumo "Live '75" (Musicando, 1995). Alla fine del decennio, però, l'artista lombardo vive un periodo di crisi che lo spinge a entrare in monastero, dove rimane undici anni. Torna alla musica nel 1988, pubblicando "Te Deum", che rielabora canti gregoriani in chiave elettronica, e nel 1991 "Il Carmelo di Echt", nove canzoni inedite di buon livello. L'ultima sua incisione rimane "Arcano enigma", uscito nel 1999 e suonato con i Bluvertigo, ma va ricordato il suo lavoro come autore per Alice, Milva, PFM, Giuni Russo e altri. Altre notizie nel sito ufficiale.

"La finestra dentro"

  Campo di Marte   - E' una formazione nata a Firenze nel 1971, su iniziativa del livornese Enrico Rosa (chitarra, mellotron, voce) e di Mauro Sarti (batteria, flauto), con il nome riferito a un noto quartiere della città. Organizzatosi alla fine come quintetto, il gruppo realizza solo nel 1973 il suo unico disco omonimo() per la prestigiosa etichetta United Artists. Con una corposa strumentazione che mette insieme i fiati e le tastiere di Alfredo Barducci con la chitarra in stile hard rock di Rosa (autore di tutto il materiale), il gruppo sviluppa una lunga suite divisa in sette tempi, con brevi inserti vocali, e una notevole varietà di toni che tiene sempre vivo l'interesse dell'ascoltatore. Se l'incontro tra le due anime ispiratrici, l'una barocca e classicheggiante e l'altra decisamente più sanguigna, suona a volte irrisolta, in più di un'occasione la musica dei Campo di Marte risulta tuttavia di grande impatto, potente nella sua dimensione ritmica, garantita da ben due batteristi (Felice Marcovecchio, ex Califfi, si alterna a Sarti o lo affianca secondo i casi), e sempre ricca di notevole 'pathos': l'esempio migliore è forse nel "Terzo Tempo", un brano articolato su pianoforte e flauto, ma contrassegnato soprattutto da suggestivi breaks strumentali dominati dalla chitarra solista, con il fattivo apporto del bassista Paul Richard Ursillo, musicista italo-americano che in seguito suonerà con i Sensations' Fix. Tra i momenti di rilievo della sequenza si segnala anche "Quinto Tempo", elegante composizione guidata da flauto e chitarra classica, e valorizzata da voci corali e sinfoniche aperture di mellotron. Sia pure con qualche brusco passaggio stilistico tra sussulti rock, suggestive fughe d'organo e inopinati inserti di corno (nel "Sesto Tempo"), l'album del gruppo toscano rimane senza dubbio tra i più originali manifesti della prima ondata prog italiana, ingiustamente trascurato all'epoca e oggi pienamente rivalutato. Purtroppo la band, che sarebbe stato interessante veder crescere, non riesce a pubblicare con la United un secondo album, pure già registrato, e si scioglie poco dopo. Enrico Rosa, dopo aver vissuto a lungo in Danimarca, dove si è affermato come musicista jazz e classico, ha riformato quindi i Campo di Marte e nel 2004 è stato pubblicato il doppio CD "Concerto Zero", che propone un vecchio concerto del 1972 e una nuova performance dal vivo. Altre informazioni nel sito ufficiale.

"Campo di Marte"

"Terzo Tempo"

  Canarios   - Gruppo spagnolo che si forma nel 1964 a Las Palmas, nelle isole Canarie. Capeggiati da Teddy Bautista (voce/chitarra) i Canarios realizzano alcuni singoli tra Soul e Rhythm and Blues a partire dal 1967 e il primo album "Lo mejor del clan" nel 1968. Il secondo è invece "Libérate!" (1970), e mostra una vena vivace ma poco originale: brevi pop songs cantate in inglese, con largo uso di fiati e organo. Brani come "Free Yourself", "Words of the Lord" e la più eclettica "Magna", mostrano un frullato di influenze non ancora calibrate a dovere. Nel 1972 esce il live "Canarios Vivos", quindi la band volta pagina. Insieme al francese Alain Milhaud (direttore artistico della label Columbia) Teddy Bautista, reduce dal servizio militare, progetta una rilettura delle "Quattro Stagioni" di Antonio Vivaldi: l'idea è che ogni stagione identifichi un capitolo della vita umana (nascita, infanzia, giovinezza e maturità) e dell'universo stesso. Per realizzare "Ciclos" (1974) si organizza così una formazione nuova di zecca, e accanto a Bautista, adesso alle tastiere, ci sono Antonio Garcia de Diego (chitarra, vibrafono, voce), Christian Mellies (basso, sinth), Mathias Sanvellian (tastiere e violino), il batterista Alain Richard e la soprano indonesiana Rudmini Sukmawati, oltre al coro diretto da Alfredo Carrion. Ognuno dei quattro "atti" è diviso in segmenti strutturati spesso in forma dialogica, anche se le parti strumentali prevalgono nettamente su quelle vocali. Suonato senza l'apporto di una vera orchestra, come altri esempi del genere, è comunque un disco ambivalente: eclettico e coraggioso in alcuni arrangiamenti, al limite del kitsch altrove. Lo si vede già nel primo atto, "Paraiso Remoto", dove sinth e mellotron dominano la scena e l'acuto della soprano rappresenta il grido della nascita, mentre la chitarra di Garcia de Diego rimarca il tema principale. Suggestioni e invenzioni discutibili si alternano, ma diversi spunti di questa rilettura hanno un loro fascino: interessanti, ad esempio, le parti vocali del secondo atto ("Abismo Proximo"), con il coro e la soprano protagonisti, e le cadenze jazz di piano e vibrafono. "Ciudad Futura" si apre con una curiosa citazione dei Gentle Giant ("Alucard"), mentre nell'ultimo atto, "En Eslabon Recobrado" (corrispondente all'"Inverno" di Vivaldi), affiorano ritmi "fusion" e quindi un rock elettronico spezzato da effetti sperimentali. A parte la suggestione barocca che viene dal veneziano, "Ciclos" è un concentrato di pregi e difetti del progressive anni Settanta: ambizioni altisonanti, gusto del pastiche estremo, contaminazione iconoclasta e al tempo stesso celebrazione della tradizione colta. Proprio per questo, seppure non sempre riuscito, l'ultimo album firmato dai Canarios merita un ascolto. Cd a cura di BMG/Ariola.

"Ciclos"

  Capitolo 6   - Band minore del progressive italiano, formata nel 1969 a partire da due gruppi toscani come gli Eremiti (Viareggio) e i Rangers (Livorno). Trasferitisi a Roma nel 1970, sono protagonisti di un'intensa attività live (Viareggio Festival, 1971 e supporter a Roma dei Led Zeppelin, 1972) e realizzano quindi il loro unico album "Frutti per Kagua" nel 1972 per l'etichetta It, dopo un paio di 45 giri in stile beat. Schierati a quattro (tastiere, basso, batteria, flauto/chitarra/voce solista) i Capitolo 6 mostrano nel loro album una vena in cammino verso sonorità più complesse. Nei quattro episodi che compongono l'album, la voce solista di Riccardo Bartolotti interpreta con grinta interessanti liriche firmate da personaggi poi divenuti famosi, come Edoardo De Angelis e Francesco De Gregori, tutte ispirate al sentimento d'una cultura indiana al crepuscolo. Musicalmente i brani del disco sono dominati da ottime parti di flauto dello stesso cantante e dall'organo di Antonio Favilla, con risultati alterni dal punto di vista degli equilibri strumentali. "Il tramonto di un popolo", ad esempio , sfoggia una vena piuttosto roccheggiante e sanguigna, sempre corroborata dal flauto, mentre altrove i contenuti lirici non sempre legano bene con il tessuto musicale. Molto paradigmatica è l'iniziale title-track: una composizione di oltre diciotto minuti, dall'andamento un po' frammentario, ma a tratti evocativa e potente, con belle parti di sax, flauto e chitarra. Più in generale, sempre di buon livello l'interpretazione vocale di Bartolotti, soprattutto ne "L'ultima notte", lunga traccia finale con fraseggi strumentali più vivaci, grazie alla chitarra solista e vibranti combinazioni di basso e batteria. Anche se lontano dal prog italiano maggiore, con qualche discrepanza negli arrangiamenti e nei toni, "Frutti per Kagua" non manca d'interesse per gli appassionati: ha momenti lirici e tecnici di grande suggestione, che denotano le qualità di base del gruppo, e si lascia ascoltare con indubbio piacere. Peccato, in conclusione, che ai Capitolo 6 non sia stata offerta una seconda occasione per focalizzare meglio il proprio talento: la mancata risposta del pubblico, infatti, portò a un rapido scioglimento della band dopo l'uscita del disco. CD a cura di MP Records.

"Frutti per Kagua"

  Capsicum Red   - Un altro gruppo prog italiano senza troppa fortuna. Inizialmente dietro questa sigla c'è soltanto Red Canzian, in precedenza già attivo con la band trevigiana dei Prototipi. Notato da Pino Massarà, a Canzian viene data la possibilità di realizzare per l'etichetta Bla Bla il 45 giri "Ocean"(1971), sigla di un programma televisivo dell'epoca, che ottiene un certo successo commerciale. Un secondo singolo, comprendente "Tarzan" (firmata da Franco Battiato) e "Shangri-Là", è realizzato poi a Londra, con gli inglesi Stone The Crows in veste di accompagnatori. A questo punto, la Bla Bla ha trovato tre musicisti da affiancare al cantante: si tratta di Mauro Bolzan (tastiere), Paolo Steffan (basso, voce, piano) e del batterista Roberto Balocco, reduce dall'esperienza con i Panna Fredda. Il nuovo quartetto partecipa a diversi Festival Pop dell'epoca (Rimini, Genova e altri ancora) prima di realizzare l'album "Appunti per un'idea fissa" nel 1972. Molto disuguale come ispirazione, con notevoli differenze tra il primo lato e il secondo, non può sicuramente definirsi una prova del tutto risolta, anche se non manca di spunti interessanti. Il meglio sta nella prima parte, che contiene una rivisitazione in tre tempi della "Patetica" di Beethoven: operazione non certo nuova, ma che i Capsicum Red svolgono con grinta e discreta personalità. Soprattutto i dialoghi tra la chitarra solista di Canzian e l'organo di Mauro Bolzan, nel "Primo tempo", mostrano equilibrio e una certa freschezza di esecuzione, senza sfigurare rispetto ad altre operazioni del genere. Belli anche i fraseggi di basso e pianoforte nel "Terzo tempo", con un ottimo lavoro del batterista Balocco da sottolineare. La seconda parte dell'album raccoglie invece un paio di composizioni più melodiche, come "Rabbia e poesia", con liriche introspettive e pianoforte e chitarra acustica spesso in primo piano, ma dalla scrittura piuttosto irrisolta. Solo in coda, la traccia "Corale" sviluppa sull'organo una lunga progressione costellata di sussulti in una chiave di dark-rock piuttosto frammentario. In sostanza, un disco diviso in due, interessante ma controverso, e soprattutto poco omogeneo nella sua proposta stilistica. Sciolta quindi la band nel 1973, Canzian trova ben altra fortuna entrando nei Pooh, mentre il bassista Steffan costituisce un duo acustico-melodico con Gianni Genova. La ristampa Vinyl Magic/BTF include come bonus-tracks i due singoli del 1971.

"Appunti per un'idea fissa"

  Caravan   - Insieme ai Soft Machine i Caravan sono la band più famosa della cosiddetta Scuola di Canterbury. Nascono ufficialmente nel Gennaio 1968 da una costola dei leggendari Wilde Flowers, quando i due cugini David e Richard Sinclair (rispettivamente tastiere e basso) assieme a Pye Hasting (chitarra) e Richard Coughlan (batteria) si riuniscono in una nuova formazione. I Caravan mostrano subito una spiccata tendenza alla melodia più accattivante, che in qualche modo arricchisce il tessuto strumentale. Questo è evidente anche nel loro disco più noto, "In the Land of Grey and Pink" (1971). In precedenza erano usciti due album che in qualche modo preparano il loro prodotto migliore: cioè l'esordio omonimo (1968) e quindi "If I Could Do it All Over Again, I'd Do it All Over You" (), pubblicato nel 1970 e già ricco di deliziose invenzioni strumentali e melodiche, dalla title-track alla progressione di "Can't be long now". Nel terzo album, sicuramente il più emblematico del loro stile, il quartetto britannico allinea una prima parte di motivi godibilissimi, tra larghi fraseggi dell'organo e della chitarra ritmica (come in "Winter wine") e la felice vena pop di "Love to love you", con le belle voci sempre perfettamente inserite nella trama sonora. Il meglio del disco sta comunque nella lunga suite che occupa la seconda parte. I quasi ventitré minuti di "Nine feet underground" condensano le più tipiche sonorità dei canterburyani: ad esempio, il gusto per le trovate estemporanee all'interno d'uno schema piuttosto cerebrale, dove l'organo ha sempre il ruolo guida, con chitarra battente di rincalzo, e basso e batteria a scandire un tempo pressoché costante, come morbido cuscinetto per la voce dolce e trasognata. Qui però lo spettro sonoro si dilata in piena libertà, oltre la misura breve dello schema melodico, toccando momenti davvero emozionanti, e quella sorta di rapita sospensione, fuori schema, che sembra fotografare il nucleo più vero del Canterbury Sound. Il disco è sicuramente da non perdere. I seguenti, dopo "Waterloo Lily"(1972), pur se ancora interessanti, faranno fatica a ritrovare questa magica dimensione. Seguono cambi di formazione (Richard Sinclair abbandona dopo "Waterloo Lily") ed esperimenti controversi: da "For Girls Who Grow Plump in the Night"(1973), che è comunque un bel disco, con Geoffrey Richardson alla viola, le delicate armonie vocali e un sinfonismo melodico sempre gradevole, fino al connubio con l'orchestra di "Caravan & The New Symphonia"(1974), che aggiunge pochi elementi nuovi agli album succitati. Altre notizie nel sito ufficiale.

"In the Land of Grey and Pink"

  Cargo   - Olandesi di Amsterdam, i Cargo hanno una storia molto breve, ma lasciano comunque il segno. Nati nel 1970 con il nome September, realizzano tre 45 giri prima di rimanere in quattro: i due fratelli Ad e Jan De Hont, entrambi alle chitarre, più Willem De Vries (basso e voce) e il batterista inglese Denis Whitebread. Con la nuova sigla Cargo, pubblicano infine il loro unico album omonimo () nel 1972 su etichetta Harvest. Composto di quattro sole tracce, è un disco orientato verso un hard rock con variazioni progressive, tecnicamente eccellente e con spazi improvvisativi, imperniato sui lunghi dialoghi tra le due chitarre e una sezione ritmica che non perde un colpo. La lunga "Sail Inside", posta in apertura, riassume le migliori qualità del quartetto olandese: le grintose parti vocali di De Vries trovano posto nelle pause atmosferiche e quasi psichedeliche che si aprono nel fitto fraseggio chitarristico dei fratelli De Hont, con un effetto piacevolmente ipnotico. Anche l'epilogo del disco, gli oltre quindici minuti di "Summerfair", presenta questa felice alternanza di rock vigoroso e parentesi più solari, con il canto trasognato, le chitarre cariche di effetti ben supportate dal basso e vivaci cambi di tempo che insaporiscono la ricetta sonora. E' un jam rock di taglio americano, piuttosto vicino alle migliori esperienze californiane di fine anni Sessanta, ma rivedute in una chiave abbastanza personale. Buone vibrazioni anche negli altri due episodi del disco, che pure adottano un diverso registro: la strumentale "Cross Talking", col basso di De Vries in primo piano, si avvicina infatti ad una certa fusion di ottima fattura, con ficcanti intrecci chitarristici s'una base ritmica costante, mentre la più breve "Finding Out" è un episodio ancora più mordente, con la chitarra ritmica a guidare le danze. In sostanza, si tratta di un album di tutto rispetto, che conferma il fermento della scena prog olandese del periodo. Per il gruppo, che si scioglie quasi subito, non ci sarà invece un futuro, ma il disco è sicuramente da avere. La ristampa Pseudonym (2009) offre ben otto bonus-tracks firmate dai September nel periodo 1970-'71.

"Cargo"

  Carmen   - La storia dei Carmen inizia a Los Angeles, dove David Allen cresce nel locale dei genitori, che mettono in scena spettacoli ispirati al flamenco. Nel luglio 1970 Allen forma i Carmen insieme alla sorella Angela e altri, ma solo in Inghilterra il gruppo trova nel celebre Tony Visconti il produttore ideale per trasferire su disco la pirotecnica energia mostrata dal vivo. Per la Regal Zonophone (etichetta della EMI) esce così il primo album "Fandangos In Space" (1973), realizzato da un quintetto che include anche il batterista inglese Paul Fenton. E' un disco di esplosiva bellezza, che fa perno sulle splendide armonie vocali di Angela e David, con l'aggiunta di Roberto Amaral, oltre che sulla trascinante ritmica del flamenco, con l'ottimo contributo del bassista John Glascock. L'iniziale "Bulerias", incalzante e contagiosa, è un saggio eloquente del suono-Carmen, al pari dell'indiavolata title track o anche di "Looking Outside", ma non mancano episodi di intenso lirismo: su tutti "Sailor Song", con belle aperture di mellotron tra le continue riprese del tema portante, e poi "Tales Of Spain", evocativa e romantica fino al gran finale. Le chitarre spagnoleggianti di Allen ("Poor Tarantos"), il ritmo nervoso coniugato a parentesi melodiche dove trionfano le vibranti parti cantate (in inglese e spagnolo), fanno del disco una gemma di prog-folk trasversale ancora oggi molto godibile. Lanciati in tivù da David Bowie, loro acceso sostenitore, i Carmen realizzano quindi "Dancing On A Cold Wind" (1974), ancora di buon livello, ma con qualche novità e una formazione allargata. La chitarra elettrica affianca spesso quella acustica nei momenti migliori ("Viva Mi Sevilla" e "The City") e in repertorio entrano anche un certo folk celtico (il flauto di "She's Changed") e soluzioni meno immediate. La lunga "Drifting Alone", ad esempio, è un crescendo di voci e tastiere ad effetto, ma senza le impennate ritmiche del disco precedente. "Purple Flowers" è un curioso esempio di flamenco-rock con innesti di synth, mentre "Table Two For One" apre la sequenza della suite "Rememberances" con un folk-rock nervoso caratterizzato dal violino di David Katz, protagonista anche in "People Dressed In Black". Un disco ancora interessante, per quanto non brillante come il primo. Un'intensa stagione live negli States (con Santana, Rush e Jethro Tull tra gli altri) prelude al terzo e ultimo disco, "The Gypsies" (1975), stavolta uscito per la Mercury solo in America. A parte poche tracce, il rock guadagna ancora spazio sul flamenco, come nella lunga title track dominata dalla chitarra elettrica di Allen, e il tutto suona più convenzionale, anche nei momenti migliori: "High Time" ad esempio, o "Daybreak". Dopo lo scioglimento, Glascock entra proprio nei Jethro Tull, mentre David Allen collabora con Agnetha (Abba). Altre info nel sito ufficiale di David Allen.

"Fandangos In Space"

  Casa Das Máquinas   - Band brasiliana formata a San Paolo sulle ceneri di un gruppo anni Sessanta chiamato Os Incríveis. La nuova formazione, un quintetto che include due chitarristi, realizza tre dischi per l'etichetta Som Livre, più un raro album dal vivo. L'esordio è un omonimo pubblicato nel 1974, in bilico tra hard rock e un pop melodico dall'inconfondibile tocco latino. Si va dall'attacco brioso di "Natureza", col tipico riff chitarristico e le voci corali, a canzoni più morbide: dall'atmosferica "Mundo de paz", con l'intervento del sax, alla più sentimentale "Todo porque eu te amo", con il testo recitato, fino a "Canto livre", versione portoghese de "Il mio canto libero" di Lucio Battisti. Il resto è un rock'n'roll addirittura anni '50 ("Sanduíche De Queijo"), con tanto di coretti alla Beatles ("Cantem esse som com a gente") oppure timidi hard rock ("Trem da verdade"). "Preciso lhe ouvir", tra organo e flauto, echeggia un pop sinfonico più ambizioso, ma sempre dominato dalle voci, come "Quero que você me diga", episodio con percussioni e chitarra psichedelica in evidenza. Album gradevole, ma acerbo. Senz'altro più maturo il successivo "Lar de maravilhas" (1975), considerato il loro disco migliore. La ricetta di base è simile, ma più equilibrata tra melodia e sonorità prog, ad esempio nella title-track, dove le morbide parti vocali trovano posto nell'impasto efficace di organo e chitarra elettrica. Le tastiere di Mário Testoni Jr. hanno molto più spazio, come nella sognante fantasia di "Astralização", nella lunga coda di "O sol/Reflexo ativo", e soprattutto in "Vale verde", uno space-rock col sinth protagonista che mostra l'evoluzione del gruppo. Sempre ben congegnate le parti cantate, in particolare nell'apertura di "Vou morar no ar" e poi in "Liberdade espacial", un rock dinamico e melodico con la chitarra di Carlos Roberto Piazzoli in bella evidenza, come pure in "Cilindro conico", lunga progressione di tastiere e batteria. Morbida e romantica invece è "Raios de lua", stavolta basata sulla chitarra acustica, mentre il rock and roll più classico col piano a martello torna nel trascinante "Epidemia de rock". Il terzo album di studio, "Casa do rock" (1976), è tutto riassunto nel titolo: sono infatti dieci tracce che recuperano il rock and roll delle origini, ad esempio nella title-track, con qualche sterzata verso l'hard rock ("Doutor medo" o "Essa é a vida" ). Vivace, energico e sicuramente ben suonato, con voci e chitarre in costante primo piano, è però il disco meno interessante in ottica progressive. Nel 1978 viene pubblicato anche il live "Ao Vivo: Abril 1978 Santos", ultimo atto ufficiale della Casa Das Máquinas.

"Lar de maravilhas"

  Catapilla   - Tra le più inconsuete formazioni del progressive inglese, i Catapilla realizzano per la Vertigo due pregevoli album ancora oggi molto quotati. Originaria di Londra, nel primo disco omonimo (1971) la band esibisce un organico di ben sette elementi (tre fiatisti, basso, chitarra, batteria e voce solista) che fa a meno delle tastiere per sviluppare un sound peculiare, pressoché unico, improntato a un jazz-rock mai di maniera. Dei quattro episodi, i due brani più lunghi, "Nacked death" e soprattutto la finale "Embryonic Fusion", danno la misura esatta del valore dei sette: atmosfere tese e avvolgenti, con i tre sassofonisti (Rober Calvert, Thierry Reinhard e Hugh Eaglestone) impegnati in lunghe divagazioni aperte all'improvvisazione, col sostegno del chitarrista Graham Wilson e soprattutto di una voce intensa come quella di Anna Meek. Si tratta di una cantante davvero inconfondibile, che predilige i timbri aspri e drammatici, a volte raggelanti, ma perfettamente in linea con il colore complesso della musica. E' infatti un suono corposo e ipnotico, che si avvita in elaborati fraseggi, riff insistiti che suggeriscono sempre qualcosa d'incombente e minaccioso. Il secondo disco dei Catapilla è "Changes" (1972), e sottolinea qualche aggiustamento negli equilibri del gruppo. L'organico infatti perde due dei tre fiatisti, cambia bassista e batterista, e Calvert, Wilson e la Meek sono affiancati ora da un tastierista (Ralph Rolinson). Il piano elettrico e l'organo di quest'ultimo conferiscono una maggiore varietà ai temi strumentali, sin dall'apertura di "Reflections", costellata dai vocalizzi della cantante. La voce della Meek è però più contenuta rispetto al primo disco, e asseconda un progressivo affinamento del tessuto musicale, che acquista ora un connotato più sciolto, liquido, a volte rarefatto. "Charing cross" rispetta in parte questo schema, con il dialogo tra la voce e il sax di Calvert, prima della vistosa cesura ritmica e il limpido fraseggio alla chitarra di Wilson. Più corposa è "Thank Christ for George", con ritmica quasi funky e il consueto gioco di libere associazioni tra sax e voce che evolve in un crescendo drammatico. Molto bello il motivo conclusivo di "If could only happen to me", con il sax di Calvert in combutta col piano elettrico e la chitarra, in uno schema circolare, più disteso e accattivante del solito. Un degno epilogo per una delle migliori esperienze della musica alternativa inglese. Ristampe in CD di Repertoire e Akarma.

"Changes"

  Cathedral   - Originari di Islip Terrace, nello stato di New York, i Cathedral si formano nel 1975 sulle ceneri della band psichedelica Odyssey. A Fred Callan (basso) e Tom Doncourt (tastiere), reduci da quell'esperienza, si aggiungono poi il chitarrista Rudy Perrone, il cantante Paul Seal e il batterista Mercury Caronia IV: è proprio questo l'organico che realizza l'album "Stained Glass Stories" (), pubblicato nel 1978. Composto di cinque tracce, è considerato ancora oggi tra i migliori esempi di progressive rock americano, e in effetti, se i modelli sono naturalmente ravvisabili nei maestri della scena barocca inglese, i cinque musicisti sfoggiano una bella inventiva personale e anche una freschezza esecutiva non comune che valorizza la sequenza. La lunga apertura di "Introspect" mostra subito grinta e coesione sonora: il mellotron, la chitarra e il basso disegnano un vivace arazzo al centro del quale la voce solista di Paul Seal si fa notare per un timbro piuttosto teatrale che punta anche sul falsetto, mentre il pezzo evolve tra improvvise rotture ritmiche e fiammeggianti spirali di chitarra e basso, con il supporto gotico dell'organo. Un biglietto da visita ragguardevole, che trova piena conferma nei restanti episodi. Di grande effetto è "Gong", unica traccia interamente strumentale, basata sulla riuscita alternanza tra enfatici momenti corali e pause suggestive, con il basso di Callan spesso protagonista insieme all'organo di una sorta di danza acida dalle sfumature cangianti, spezzata da breacks imprevedibili e trascinanti guidati dalla chitarra solista. La voce di Seal torna padrona della scena nella successiva "The Crossing", aperta da un coro a cappella, e poi sviluppata ancora sui toni quasi profetici del canto solista: è un rock aperto e dinamico, dalla forte impronta ritmica, che nel finale si apre ancora sul mellotron sinfonico di Doncourt. Quest'ultimo si destreggia al meglio anche negli altri brani, a cominciare da "Days & Changes", che procede sui toni maestosi delle tastiere, intervallati dai consueti riff chitarristici e fascinose pause acustiche. La chiusura di "The Search" si colloca nella medesima scia, talvolta forse con una certa enfasi ripetitiva, ma l'insieme si segnala per gli inserti pirotecnici di chitarra, i ficcanti cambi di tempo e il creativo apporto del bassista. Nonostante l'interesse della Atlantic per un secondo disco, la band si dissolse poco tempo dopo. Nel 2003 Fred Callan rimette insieme il gruppo, che qualche anno più tardi pubblica per la Musea un nuovo disco come "The Bridge" (2007). Ristampe a cura di Syn-Phonic e Belle Antique.

"Stained Glass Stories"

  Celeste   - Band sanremese, nata sulle ceneri de Il Sistema, i Celeste esordiscono nel 1976 con l'album omonimo, anche conosciuto come "Principe di un giorno"(dal titolo del brano iniziale). La formazione è un quartetto (percussioni/voce, sax/flauto/tastiere, chitarre, basso) che punta a rinnovare certi luoghi comuni del rock sinfonico. Ottime intenzioni, in teoria, ma l'album soffre di una stilizzazione eccessiva, che compromette le possibilità del gruppo. L'atmosfera generale, romantica e fiabesca, è un trionfo del mellotron, assieme a flauti e chitarre acustiche, in un solco già tracciato da P.F.M. e King Crimson: i testi arcani, il dosaggio attento di certi effetti e dei suoni, produce alla lunga un effetto di rarefazione a cui avrebbe giovato forse qualche guizzo ritmico in più. In "Giochi nella notte" ce n'è appena un sapore, con il sax di Leonardo Lagorio e le percussioni in buona combinazione, ma non basta. Insomma: musica preziosa, ma piuttosto algida. Il fatto poi che il disco, già pronto nei primi anni Settanta, venga pubblicato per una serie di problemi solo nel '76, finisce fatalmente per renderlo meno originale e un poco più datato. Negli anni Novanta sono venuti fuori due documenti rimasti a lungo nei cassetti: "Celeste II"(1991, colonna sonora) e "I suoni in una sfera"(1992). Il percussionista e cantante Ciro Perrino , dopo un paio di dischi isolati con gruppi come St. Tropez e Compagnia Digitale, ha inciso come solista diversi album di musica elettronica.

"Celeste"

  Fabio Celi e gli Infermieri   - Con una sigla decisamente legata agli anni Sessanta, Fabio Celi e gli Infermieri hanno realizzato un solo album, da sempre molto controverso. La band nasce su iniziativa del cantante e tastierista Fabio Celi (all'anagrafe Antonio Cavallaro) a San Giorgio a Cremano (Napoli): a nome di Fabio Celi e i Pop esce nel 1968 il 45 giri "T'ho vista piangere/Un milione di baci", mentre nel 1971 un nuovo singolo è firmato dal solo Celi. Intanto, nel 1969 vengono registrati i brani dell'album "Follia", che però vedrà la luce solo nel 1973. Si è molto discusso proprio sui tempi di pubblicazione: se realmente del 1969, il disco sarebbe un piccolo capolavoro in anticipo sui tempi, se invece "rifatto" nel 1973, come pare più verosimile, sarebbe più o meno in linea con il prog dell'epoca. La verità sta nel mezzo: "Follia", registrato da un quintetto con due tastiere e stampato dalla minuscola label Studio 7 con una distribuzione limitatissima, è un disco che affianca brillanti intuizioni sonore ad aspetti più tipici del Beat italiano dei Sessanta, a cominciare dai testi. Celi è un cantante-primattore che intona con enfasi sferzante liriche talmente provocatorie che l'album venne censurato dalla RAI. "L'artista sadico", ad esempio, allinea dichiarazioni come "Odio la gente" e "Io amo la tortura", ma non meno sfrontato è il testo della ghignante title-track, che ironizza sui paradossi suggeriti dalla cronaca ("il furto oggi è la migliore professione"), mentre ne "Il capestro" s'invoca l'esecuzione capitale per una serie di reati, con una morale spicciola piuttosto ambigua. Musicalmente, il disco alterna soluzioni interessanti ad altre più datate: buona comunque la prova del tastierista Ciro Ciscognetti, che insieme a Celi si divide brillantemente tra organo, synth e piano, e discreti anche gli spunti del chitarrista Luigi Coppa, soprattutto ne "L'artista sadico" e in "Follia", episodi che insieme a "Il capestro" rappresentano i picchi della sequenza. "Distruzione" è invece più drammatica e cupa nelle liriche, così come "Uomo cosa fai", caratterizzata da una raffinata introduzione strumentale di chitarra e tastiere. Nella ristampa sono aggiunti i due brani usciti come 45 giri nel 1971: se "Fermi tutti è una rapina" è un altro esempio della vena ironica di Celi, "Via Gaetano Argento" affoga invece in un verismo puntiglioso e manierato. Di fatto, il protagonismo esasperato del leader relega sempre in secondo piano quei momenti strumentali più felici, e ce ne sono, che non hanno quasi mai adeguato sviluppo. Tra luci e ombre, "Follia" resta un manifesto interessante delle molte anime, spesso contraddittorie, che hanno segnato la scena rock italiana a cavallo di due decenni ricchi di fermenti. Ciro Ciscognetti ha fatto parte poi di Napoli Centrale, mentre suo fratello Roberto (batteria) suona tuttora con l'Orchestra Italiana di Renzo Arbore. Ristampa di Mellow Records.

"Follia"

  Cervello   - Si tratta di un progetto che nasce a Napoli, in pratica da una costola degli Osanna: nel gruppo suona infatti il chitarrista Corrado Rustici, fratello minore di Danilo, che produce il disco insieme a Elio D'Anna. Il Cervello è un giovane quintetto che realizza il solo "Melos" () nel 1973, su etichetta Ricordi. L'impostazione decisamente ambiziosa dell'album, che si richiama sin dal titolo alla cultura e ai miti dell'antica Grecia e ha testi in tono, non sempre aiuta la musica del gruppo napoletano a svilupparsi con naturalezza nei sette episodi della sequenza, ma il disco ha comunque un suo fascino, anche se non immediato. Il ruolo guida della musica, mancando in pratica le tastiere, è affidato alle belle armonie del flauto, suonato da ben quattro dei componenti, e alle chitarre acustiche, mentre il sax di Giulio D'Ambrosio è protagonista dei momenti più sperimentali e intensi, anche in combinazione con la vivace chitarra elettrica di Corrado Rustici: è il caso soprattutto di episodi come "Trittico", che spicca per il suo testo teatrale, della più melodica "Euterpe", sicuramente tra i momenti più felici, e "Scinsione", con il suo crescendo di grande tensione. Un altro episodio da segnalare è "Galassia", prima cullato da flauto e chitarre e poi sviluppato s'una tiratissima progressione ritmica di basso e batteria. Più che discrete anche le parti vocali di Gianluigi Di Franco, autore e abile interprete di liriche piuttosto impegnative. Si tratta insomma di un album non facile, per la presenza di suggestioni arcaico-mediterranee in un contesto strumentale molto evoluto, ma senz'altro meritevole di un ascolto attento che può regalare delle piacevoli sorprese. Dopo lo scioglimento della band, Corrado Rustici farà parte degli Osanna e poi dei Nova, e prima di inaugurare il fortunato sodalizio con Zucchero andrà negli States, collaborando con artisti di prima grandezza, come Herbie Hancock e Aretha Franklin tra gli altri. Scomparso nel 2005, Gianluigi Di Franco ha invece lavorato nel campo della musicoterapia e collaborato con Toni Esposito.

"Melos"

  Champignons   - Gruppo originario del Quebec, regione molto prolifica per il progressive canadese, gli Champignons (dal nome di una nota varietà di funghi) vantano un solo disco, realizzato nel 1972 per la neonata etichetta Les Jeunes Artistes Associés: "Première Capsule". Emile Naud, fiatista e cantante, guida un sestetto nel quale i due chitarristi hanno sicuramente lo spazio maggiore, con le tastiere invece più defilate, componendo una sequenza complessivamente piacevole, ma con qualche episodio minore. Prevale un genuino rock spruzzato di jazz, ad esempio nell'apertura strumentale di "Dynamite": il sax di Naud insieme alle chitarre è protagonista di un motivo semplice e frizzante, di buona presa. Altri episodi mostrano una vena blues, come "Le ghetto noir", dove sullo sfondo dell'organo di Daniel Maillette la voce solista, la chitarra solista e l'armonica di Alain Charette, oltre al sax, creano un'atmosfera avvolgente di buona fattura. La musica del gruppo canadese conserva una sua impronta quasi naif nello sviluppo dei temi, mai troppo complessi, ma ben suonati: rientrano in questa tipologia l'altro strumentale "Le train", con il flauto protagonista, e anche il breve congedo del disco, "POP-PINO", ancora dominato dai fiati di Naud. In "Folies du mercredi", invece, l'organo è finalmente protagonista in fraseggi jazzati che poi si aprono fecondamente all'improvvisazione di sax e chitarra. Ci sono poi un paio di brani che sintetizzano bene pregi e difetti del disco. La lunga "Le chateau hanté", ad esempio, se da un lato mostra le buone qualità tecniche dei singoli musicisti, dall'altro è figlia di un immaginario lugubre decisamente stereotipato: voce sussurrata, versi sinistri di animali notturni e arpeggi ipnotici di chitarra, col pulsare continuo del basso, creano un'atmosfera che oggi suona molto datata, più legata alla psichedelia anni Sessanta che al progressive dell'epoca. Molto più riuscito, al contrario, un pezzo come "Réve futur", che abbina alla voce introspettiva tonalità brumose sottolineate dal flauto, con buone variazioni della chitarra solista e il basso in evidenza: un piccolo gioiellino che dimostra le discrete possibilità del gruppo. In sostanza, l'unico album degli Champignons conserva una sua attrattiva, pur in presenza di qualche sonorità più scolastica di sapore tipicamente "sixties". Ristampa in CD di Radioactive Records.

"Première Capsule"

  Cherry Five   - Ci sono storie del rock progressivo italiano che somigliano davvero a un classico giallo, con nomi e date che è complicato ricostruire con esattezza, e l'unico disco firmato Cherry Five è tra queste. A giudicare dalle scarne note di copertina si tratta di un gruppo-fantasma uscito con un album omonimo() nel 1975. In realtà dietro la sigla Cherry Five si celano alcuni dei futuri Goblin poco prima di esplodere con "Profondo Rosso", e una storia a dir poco tortuosa. La band, fondata da Claudio Simonetti e Massimo Morante, fu battezzata inizialmente Oliver (come uno dei brani del disco) durante alcune audizioni in Inghilterra nel 1973, e registrò quindi il disco nel 1974. L'album rimase però nel cassetto e quando esplose il fenomeno mondiale legato al film musicato dai Goblin, per non confondere il pubblico venne volutamente lasciato al suo destino, senza mai fare chiarezza sui musicisti che parteciparono alla registrazione. Fu ufficialmente pubblicato solo all'inizio del 1976 dalla Cinevox, con il nome del tutto arbitrario di Cherry Five. Al di là di questa genesi intricatissima, e anche se di certe atmosfere thrilling alla Dario Argento qui non c'è traccia, questo è un disco di prim'ordine che merita senz'altro un posto d'onore tra le perle del prog italiano minore. Le tastiere corpose e inventive di un Simonetti in grande spolvero, insieme alla robusta chitarra di Morante e al basso di Fabio Pignatelli, si alleano alla bella voce in lingua inglese di Tony Tartarini (cioè Toni Gionta dell'Uovo di Colombo) e alla batteria di Carlo Bordini (ex Rustichelli e Bordini), in una sequenza di sei brani tutti di eccellente fattura, che sembrano condensare il meglio del progressive barocco-sinfonico di quegli anni, per qualità tecnica e intensità. Tra gli altri merita una citazione l'iniziale "Country Grave-Yard", sviluppato s'un brillante riff della chitarra solista, ma tutta la scaletta è davvero molto godibile: vorticoso il ritmo che domina le due parti "The Swan is a Murderer", ad esempio, con un grande lavoro al basso di Pignatelli, mentre "Oliver" è una sorta di manifesto ideale del rock che ha dominato i Settanta, contrassegnato da breaks e riprese trascinanti, con le tastiere sempre protagoniste. Nel 2015 una rinnovata formazione, che include Tartarini e Bordini con altri elementi, ha realizzato l'album "Il pozzo dei giganti" per l'etichetta Black Widow. Ristampe in CD e vinile a cura di Vinyl Magic e Cinevox, ma esistono anche varie edizioni giapponesi.

"Cherry Five"

  Cincinnato   - Uno dei molti gruppi italiani a lungo dimenticati, i Cincinnato nascono nei dintorni di Varese nel 1970 come Eros Natura. Messi sotto contratto dalla PDU nel 1972, scelgono la nuova sigla e realizzano il loro unico album omonimo() che viene pubblicato nel 1974. Il disco si compone di sole quattro tracce, ma sin dalle prime note del brano d'apertura, "Il ribelle ubriaco", si nota il buon livello tecnico del quartetto, che suona un rock-prog prossimo al jazz per l'evidente predisposizione a liberi dialoghi tra gli strumenti, pur dentro uno schema circolare. Oltre alla briosa chitarra di Gianni Fantuzzi, si fa notare il gran lavoro del bassista Annibale Vanetti che insieme alla batteria di Donato Scolese è protagonista di improvvise accelerazioni ritmiche. Altrove invece si segnala il pianoforte di Giacomo Urbanelli, con il suo fraseggio elegante di classica fattura: è il caso del breve "Tramonto d'ottobre", ma anche di "Esperanto", dove il dialogo di piano e basso si condensa in una fluida atmosfera jazzata, cui contribuisce la chitarra elettrica: è un episodio di gran classe, dove i Cincinnato mostrano davvero di sapersi destreggiare al meglio in un contesto sonoro aperto all'improvvisazione, senza mai cadere nell'ovvio di tanto jazz-rock che verrà. Solo nell'ultimo brano del disco, "L'ebete", di oltre venti minuti, il gruppo si cimenta in parti vocali piuttosto interessanti, affidate allo stesso Fantuzzi, ma soprattutto mostra il suo lato più propriamente progressivo, sia pure senza perdere la sua tipica freschezza esecutiva. Atmosfere evocative e più grintose si alternano, con la chitarra solista protagonista, in una dimensione strumentale complessa, a volte rarefatta, ma arricchita dagli spunti solistici e da frequenti cambi di tempo. Un album decisamente buono e ricco di prospettive, ma senza adeguata promozione da parte della PDU, e con un'attività live praticamente nulla, la band varesina fa perdere in fretta le sue tracce: peccato. Dopo anni di oblio, è finalmente disponibile, e consigliata, la versione in CD a cura della BTF.

"Cincinnato"

  Circus 2000   - I torinesi Circus 2000 prendono corpo nel 1970 e realizzano due album, dopo che alla band Best Genius, molto attiva nel circuito dei locali jazz, si unisce la nuova cantante Silvana Aliotta (già nota con nome di Silva Grissi) e viene scelta la nuova denominazione. L'esordio omonimo è proprio del 1970: l'album contiene dieci pezzi, tutti piuttosto brevi e molto vicini alle sonorità americane, con risultati non sempre convincenti in ottica prog, seppure ben suonati. Episodi di matrice soul e rock-blues ("Can't Believe", "Try to Live" o "Just Can't Stay") si alternano a canzoni più melodiche ("Try All Day"): in assenza delle tastiere, le chitarre elettriche e la potente voce della vocalist dominano la musica del quartetto. Dopo un paio di 45 giri realizzati nel 1971, come "Regalami un sabato sera" che diventa anche sigla di una trasmissione televisiva, esce quindi il più maturo "An Escape From a Box" (1972), che consacra definitivamente la grande voce di Silvana Aliotta. Il suo è un timbro energico e dalle forti venature blues, che spicca nell'impasto sonoro creato dalla chitarra di Marcello Quartarone, oltre che dal basso di Gianni Bianco e dalla batteria del nuovo arrivato Franco Lo Previte: è sempre una musica che guarda più all'America di certo acid-rock che al progressive sinfonico di marca inglese tanto in voga all'epoca, con l'aggiunta però di qualche passaggio strumentale più articolato e incisivo rispetto all'esordio. Si susseguono dunque in scaletta ballate intense e vibranti, ad esempio "Hey Man" (uscito come singolo in due parti) o anche "Need", e addirittura dei singolari gospel acidi, come "Our Father", tra chitarre ad effetto e molteplici tracce di psichedelia che affiorano qua e là: il tutto valorizzato dalla splendida voce solista, che a conti fatti resta la vera arma in più della band torinese. Si tratta di un album senza dubbio anomalo, ma appunto per questo interessante, nel panorama italiano di quegli anni che preferiva in larga parte i modelli inglesi. Una volta sciolto il gruppo, la cantante tenta senza troppa fortuna la strada da solista, mentre Lo Previte resta il più attivo nel circuito rock: dapprima entra nei Duello Madre, quindi suona con i Nova e più tardi fa parte dei Kim & The Cadillacs. CD a cura di Akarma e BTF/Vinyl Magic.

"An Escape From a Box"

  Cirkus   - In leggero ritardo sulla prima ondata del prog inglese, i Cirkus realizzano nei Settanta un solo album che ancora oggi gode di una buona reputazione. Il quintetto, originario di Newcastle, nasce sulle ceneri di bands locali come Moonhead e Lucas Tyson e dopo una lunga attività live si trasferisce a Londra. Finalmente nel 1973 è pubblicato in proprio "One" (), in circa mille esemplari. Il disco include nove tracce di buon livello, firmate in gran parte dal batterista Stu McDade, e subito si nota la discreta preparazione del gruppo: un suono ben equilibrato, quasi sempre aiutato dall'orchestra, con la voce di Paul Robson in evidenza nei momenti più melodici, mentre l'accoppiata tastiere e chitarra richiama esperienze coeve del rock sinfonico inglese più fortunato. Non particolarmente oscuri o sofisticati, i Cirkus si fanno valere in brani vivaci come l'iniziale "You Are", con un incisivo assolo chitarristico e gli archi in appoggio, o "Seasons", dominata dal mellotron e dall'organo di Derek G. Miller, un romantico episodio che tradisce il debito stilistico verso Moody Blues e simili, anche per il tipico arrangiamento orchestrale che caratterizza la sequenza. Lo stesso vale per "April '73", uno dei pezzi più emblematici in tal senso. Più nervosa è l'anima di "Those Were the Days", frantumata ad arte dalla batteria e con un inserto d'organo psichedelico, ma in generale prevalgono atmosfere trasognate, nostalgiche e melodiche: ad esempio "A Prayer", contrassegnata dalle tastiere nel consueto impasto sinfonico con tanto di coro, e anche "Song For Tavish", con il gran lavoro della chitarra solista di Dogg. "Jenny" è costruita invece sulla chitarra acustica e gli archi, secondo una chiave vicina a certo folk-rock americano, e un finale in moderato crescendo di sicuro effetto. La coda di "Title Track", in due parti, si apre s'un ritmo dispari incisivo e segue quindi lo spartito romantico-melodico già descritto, con una certa finezza nel gioco degli archi e nelle parti vocali di Robson, inserite in uno schema sognante che s'increspa poi sulla chitarra elettrica. Degna chiusura di un disco indubbiamente valido, sempre gradevole all'ascolto e da recuperare senz'altro per i seguaci del prog più sinfonico. Nel 1976, con un diverso cantante, la band realizza un EP di tre brani (Amsterdam, Mellissa, Pickupaphone) e poi si dedica a spettacoli teatrali underground. Quindi, dopo un silenzio quasi ventennale, il nome dei Cirkus si lega a un nuovo disco come "The Global Cut" (1994), con il solo Miller della band originale, e quindi "Pantomyme" (1998), dove riappare anche McDade. La ristampa del primo disco curata da Prog Temple include tra le bonus-tracks i pezzi dell'EP uscito nel 1976.

"One"

  Clear Blue Sky   - Una mistura fresca ed eccitante di hard-progressive è la cifra stilistica di questo classico trio inglese messo sotto contratto dalla Vertigo, che nel 1970 pubblica il suo unico album omonimo(). Giovanissimo, come i due compagni, è il chitarrista John Simms, che spadroneggia in lungo e largo con eccezionale verve e discreta messe di spunti originali per tutto il disco, oltre a mostrare un'incisiva voce solista. Si comincia alla grande con la suite in tre parti "Journey to the inside of the sun", lunga sgroppata metallica farcita con tutti i numeri e le invenzioni tipiche del genere, eseguite però con uno smalto davvero ragguardevole. Bella soprattutto "The rocket ride", sincopata e trascinante, con le rullate di Ken White e il contrappunto puntuale del bassista Mark Sheather che fanno da sponda ideale all'estro straripante del chitarrista. Nella terza parte ("I'm comin' home") si ascolta anche il sintetizzatore. Tra i restanti episodi, "You mistify" è forse la traccia più elaborata e ricca di divagazioni ad effetto, ma sempre nel solco di un genuino hard-rock che non dimentica mai la sua carica energetica e liberatoria. L'altro pezzo forte è indubbiamente "My heaven", che parte in sordina e poi progredisce intorno a una voce vibrante in una sorta di biglietto di presentazione ricco di tensione sottile, scandito da un giro ipnotico di chitarra. Curioso l'inserto del flauto nella chiusura di "Birdcatcher", dove Simms sfoga il suo riff devastante prima di giocare con echi e distorsioni di marca psichedelica. E' uno di quei dischi che ha il pregio di non annoiare mai. Scioltosi il gruppo sul più bello, lo stesso chitarrista lo ha poi resuscitato per un nuovo disco datato 1990: "Destiny Vol. II". Altre notizie sulla band, ancora attiva, nel sito ufficiale. Ristampe digitali del primo album a cura di Repertoire (1990) e Akarma (2003).

"Clear Blue Sky"

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