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Bakerloo Bakery Banzai Barclay James Harvest Baricentro Luciano Basso

Franco Battiato Beggars Opera Ben Biglietto Per l'Inferno Birth Control Black Widow Blakulla Blocco Mentale

Blodwyn Pig Bloque Bonfire Brainstorm Brainticket Bram Stoker Bubu Buon Vecchio Charlie


 

  Bakerloo   - L'onda lunga del British blues a cavallo di Sessanta e Settanta ha originato una serie di esperienze decisamente interessanti, spesso arricchite dai fermenti del nascente progressive. I Bakerloo sono una di queste. Nascono come Bakerloo Blues Line nel 1968 ad opera del brillante chitarrista Dave Clempson, che alla fine si ritrova con il bassista Terry Poole e il batterista Keith Baker: accorciata la sigla, il trio realizza prima un 45 giri e quindi l'album omonimo() per la Harvest, sempre nel 1969. Tra le sette tracce del disco non mancano certo espliciti richiami al blues più canonico con tanto di chitarra slide ("Bring it Home", con Clempson impegnato anche all'armonica e al canto), ma le perle vanno ricercate altrove: dall'attacco scintillante di "Big Bear Ffolly", a "Drivin' Bachwards", breve rivisitazione di Bach, con basso, chitarra, batteria jazzata e tromba (l'ospite Jerry Salisbury) a esprimere compiutamente la tendenza imperante alla contaminazione. Nei brani più estesi questo fermento si palesa ancora meglio: "Last Blues", ad esempio, parte come classica ballata e poi vira a un torrido rock-blues ch'esalta le doti strumentali di Clempson e della sezione ritmica, mentre "Gang Bang" è un martellante esempio di hard-rock che poi si apre, a sorpresa, sulle percussioni di Baker lanciate in un assolo chilometrico. La chitarra solista torna protagonista nel lento incedere di "This Worried Feeling", maestoso blues con la voce e il pianoforte ben integrati nel disegno. Dove il trio sbriglia davvero le sue potenzialità è però nell'atto conclusivo di "Son of Moonshine", quindici minuti di hard-blues stradaiolo e nervoso, con il basso pulsante, le note lunghe e strappate, il drumming ipnotico che si avvitano a lungo in un clima esasperato di tensione acida, veramente avvolgente. Esaltato dalla critica inglese, Clempson sarà poi reclutato dai Colosseum, ponendo di fatto fine alla breve e memorabile avventura dei Bakerloo.

"Bakerloo"

  Bakery   - Formazione australiana, i Bakery si formano a Perth nel 1970. La band realizza nel 1971 un primo singolo per la RCA: il lato A offre una cover di "Bloodsucker" (Deep Purple), che svela subito l'influenza dell'hard rock inglese della prima ora. Subito dopo, il gruppo è scritturato dall'etichetta Astor di Melbourne per la quale esce un secondo singolo come "No Dying in the Dark / Trust in the Lord" (Luglio 1971), che riscuote un buon successo e fa da apripista al primo album pubblicato in Agosto, "Rock Mass for Love", che però suona davvero molto diverso. Si tratta di una vera e propria messa, registrata nella cattedrale St. George di Perth, con preghiere e sermoni che si alternano alla musica: è un esempio del cosiddetto Rock di Dio ("God Rock"), inserito in quella tendenza di rock cristiano che troverà la sua consacrazione nel famoso musical "Jesus Christ Superstar", e di grande seguito anche in USA. Ascoltato oggi, tuttavia, il risultato complessivo è imbarazzante, oltre che noioso. Gli spunti sonori, basati sull'organo e il piano di Rex Bullen e la discreta voce di Tom Davidson, sono anche interessanti (ad esempio la grintosa "Consider the Havens"), ma le parentesi predicatorie spezzano la necessaria continuità stilistica in maniera irritante. A volte preghiere e musica convivono, come in "The Lord's Prayer", dove brillanti inserti di jazz-rock fiatistico non riescono però a legare con l'enfasi predicatoria. La fresca chiusura di "Do You Really Care", un rock-blues alla Cream, non riscatta un disco che oggi suona davvero datato. Comunque sia, i Bakery cambiano subito strada e con Mark Verschuer voce solista al posto di Davidson, il quintetto realizza un album di "hard prog" decisamente superiore: si tratta di "Momento" (), pubblicato nel 1972. Sette tracce dominate dalla chitarra solista di Peter Walker, con la corposa presenza dell'organo e tracce di blues e psichedelia: ad esempio l'iniziale "Holocaust", a lungo sospesa in una dimensione rarefatta e ipnotica, con piano e sax in evidenza prima che Walker sfoderi la sua buona tecnica chitarristica. Il pezzo forte è "The Gift", grintoso hard rock aperto da solenni note dell'organo di Rex Bullen, e poi sviluppato su cadenze tiratissime con un tour de force del batterista Hank Davis e combinazioni incrociate di chitarra e organo. Bello anche il riff chitarristico di "S.S. Bounce", ben cantata da Verschuer: è una sorta di rock'n'roll melodico molto intrigante, con l'apporto del classico piano a martello. Oltre a un paio di episodi più brevi, come "When I'm Feeling", con tanto di armonica a bocca, spiccano nella sequenza "Living with a Memory", con l'organo in grande spolvero e inserti di flauto, e infine l'ottimo epilogo di "Faith to Sing a Song", con il refrain vocale scandito dai soli pirotecnici del chitarrista e una progressione ad effetto del tema dominante. L'album rimane il miglior prodotto della band australiana, che prosegue la sua attività fino al 1975, quando si scioglie senza altre realizzazioni. CD Radioactive Records.

"Momento"

  Banzai   - Formato nel 1971 ad Antwerp, il gruppo belga Banzai si stabilizza come quintetto intorno al 1972, guadagnando rapidamente una buona reputazione nei diversi festival dell'epoca, anche in Olanda, dove infatti l'etichetta Delta li mette sotto contratto. Nel 1974 escono sia il singolo "Hora nata/Good Morning Life" che l'unico album appunto intitolato "Hora Nata"(). La musica dei Banzai ha un'evidente matrice prog-sinfonica, con debiti verso i capiscuola del genere, ma anche con qualche ricordo del Canterbury Sound più morbido. A parte il breve e frizzante episodio d'apertura "You always like an entree?", dove si ascolta anche il sax, è soprattutto la lunga suite "Obelisk" a denotare il gusto estremamente mosso e variegato della band, tra dinamiche fratture ritmiche, quasi in stile fusion, e belle variazioni sul tema affidate alle tastiere di Peter Torfs e alla chitarra solista di John Mc O, strumentista eclettico protagonista di un gran finale. In "Hattrick" l'atmosfera rimanda a formazioni olandesi dell'epoca, come i Kayak ad esempio, con la chitarra che punteggia vivacemente le liquide tonalità del synth, e una sezione ritmica che asseconda poi gli spunti dell'organo. Un brano come "Try" richiama invece la lezione degli Yes, specie nelle parti cantate, e nel sontuoso arrangiamento, fitto di sterzate e numeri ad effetto dei solisti. Sullo stesso versante si muove la lunga suite "Three magicians", posta in coda e ancora più magniloquente: le voci trasognate, i preziosismi classicheggianti del tastierista, e i lunghi soli chitarristici compendiano l'essenza del prog-rock più sofisticato del periodo. La band si scioglie infine nel 1976, dopo aver inciso altri due singoli in chiave più leggera. CD Pseudonym.

"Hora Nata"

  Barclay James Harvest   - I BJH sono una formazione inglese di pop sinfonico di grande seguito, soprattutto in patria. Nati nel 1967 a Oldham dalla fusione di due band minori dedite al blues, per circa un anno si fanno conoscere come The Blues Keepers. Adottata quindi la sigla definitiva, realizzano prima un singolo per la Harvest (1968), e finalmente nel 1970 il primo album omonimo: è una sequenza di rock songs molto tirate con la chitarra elettrica in primo piano, a partire dall'iniziale "Taking Some Time On", e altri brani più ambiziosi, come "When the World Was Woken", che lasciano già intuire il loro debito verso maestri del rock-pop sinfonico come Procol Harum e Moody Blues. Anche senza far gridare al capolavoro, la musica è comunque di buona fattura, come ad esempio in "Mother Dear", dominata da belle armonie vocali e chitarre acustiche, nella cornice orchestrale curata da Robert Godfrey (più tardi con gli Enid), o nella lunga coda sinfonica di "Dark Now My Sky". Il successivo "Once Again" (1971) precisa meglio le caratteristiche del quartetto britannico (chitarra/voce, tastiere, basso e batteria): nella scaletta spicca tra l'altro uno dei maggiori 'hits' dei BJH, cioè "Mooking Bird", lunga e romanticissima ballata di grande effetto, ben interpretata dalla voce di John Lees. Il morbido pop sinfonico del gruppo risalta anche in "Galadriel" e "Happy Old World", a riprova che la vera dimensione della band è questa, come testimonia del resto l'utilizzo, a volte anche invadente, di una vera orchestra classica in tutta la prima fase. Passati quindi all'etichetta Polydor nel 1973, realizzano ancora diversi album di buon livello, a cominciare dal riuscito "Everyone is Everybody Else" (1974), che tra l'altro è il primo a fare a meno dell'apporto orchestrale, e probabilmente anche uno dei loro vertici assoluti. In fondo la ricetta sonora è semplice, ma di sicuro effetto, con pezzi abilmente costruiti su accattivanti melodie rivestite da arrangiamenti maestosi, e i raffinati soli chitarristici di John Lees che aggiungono un tocco inconfondibile: tra i nove brani della raccolta, soprattutto "Child of the Universe", "The Great 1974 Mining Disaster" e la finale "For No One" danno la misura del perfetto equilibrio raggiunto. I dischi che seguono, tutti gradevoli e un poco simili tra loro, consolidano ulteriormente lo stile e il nome del gruppo: in particolare "Gone to Hearth" (1977) è un enorme successo commerciale in Germania, mentre il seguito in patria si fa più tiepido, specialmente dopo la partenza del tastierista Woolly Wolstenholme nel 1979, rimpiazzato di volta in volta da turnisti diversi nelle successive incisioni. Altre notizie sulla band inglese nel sito ufficiale.

"Everyone Is Everybody Else"

"For No One"

  Baricentro   - Guidato dai fratelli baresi Giovanni e Francesco Boccuzzi, in precedenza artefici dell'isolato progetto Festa Mobile, questo quartetto formato a Roma porta avanti per due album un jazz-rock caldo e colorato, di estrema creatività. Già l'esordio di "Sconcerto" (1976), pur se penalizzato da una produzione evidentemente povera, offre già un saggio della loro scintillante personalità. Molte idee, tecnica eccellente e soprattutto nessun complesso nel mescolare le carte al di là delle formule più abusate, col rischio semmai di confondere l'ascoltatore. Prevalgono in generale gli elementi ritmici, come in "Meridioni e paralleli" o nella stessa title track, ma non mancano isole di suggestiva rarefazione, ad esempio la lunga "Lido bianco", col synth protagonista, e la più breve "Della venis". Con il successivo e ultimo album "Trusciant" (1978), realizzato per la EMI come il precedente, la formazione mostra una vena più raffinata e matura, con felice alternanza di momenti serrati e pulsanti ("Vivo") e altri più meditativi, con intense parti di pianoforte ("Font'amara"), di grande atmosfera evocativa. Nella ricetta sonora non mancano spunti quasi funky, e neppure interessanti richiami a certe sonorità etniche del meridione: lo stesso titolo, del resto, allude all'omonima tribù di zingari della costa pugliese. Nonostante la bontà della proposta, l'avventura del gruppo si esaurisce rapidamente dopo un paio di singoli, come "Endless Man" (1978), sigla televisiva di stampo elettronico. Tirando le somme, il Baricentro resta uno dei migliori esempi italiani nell'area della contaminazione tra jazz e rock, purtroppo senza fortuna. Dopo lo scioglimento, Giovanni Boccuzzi compone anche colonne sonore e si dedica all'insegnamento musicale.

"Trusciant"

  Luciano Basso   - Il compositore veneziano Luciano Basso rappresenta il rock progressivo italiano più colto, fortemente debitore della musica classico-sinfonica. Formatosi in Conservatorio, il tastierista realizza con i conterranei de Il Mucchio due 45 giri tra il 1972 e il 1973, prima di dedicarsi alla sua attività solista. Il primo album è "Voci" (), interamente strumentale e pubblicato su etichetta Ariston nel 1976: in un'ottica squisitamente "prog" è sicuramente il suo progetto più noto. Alle sue tastiere si affiancano soprattutto il violino (Luigi Campalani) e la chitarra (Michele Zorzi), oltre a basso, violoncello e batteria e le cinque composizioni suonano come un riuscito punto d'incontro tra la tradizione classica e le formule tipicamente prog, con una fluidità di arrangiamenti che rende l'ascolto sempre interessante. Il pianoforte è spesso in primo piano insieme al violino, come nel "Preludio", episodio che dopo un intro cameristico vira con bella naturalezza verso suggestioni fusion sottolineate da chitarra elettrica e basso. Nelle due "Promenade", l'organo è invece protagonista di serrati fraseggi vicini al rock barocco dell'epoca, impreziositi da inserti di clavicembalo in uno schema di grande tensione ritmica. La seconda "Promenade" incorpora elementi sinfonici e jazz in una scrittura dinamica e cangiante, con gli archi in appoggio ad organo e pianoforte. La summa di questo disco pregevole si ritrova nella lunga title-track, che procede tra pause e riprese sull'onda classicheggiante del pianoforte: ancora da sottolineare nel ricco spartito l'elemento ritmico della batteria (Riccardo Da Par) e la chitarra elettrica elegante di Zorzi. Due anni dopo, Basso si ripresenta con "Cogli il giorno" (1978) : è un lavoro ugualmente affascinante, seppure più impegnativo del precedente. Facendo a meno delle percussioni, l'artista si avvicina ulteriormente alla musica classica, in bilico tra suggestioni sinfoniche, operistiche, ma anche sperimentali e aperte, all'insegna di una vera musica "di confine." Il pianoforte è più che mai lo strumento dominante, fin dalla delicata apertura di "Cogli il giorno I", ma anche nella conclusiva "Aliante", stavolta affiancato dal fagotto, dal sitar e dalla chitarra elettrica in un clima sospeso tra mondi diversi di grande effetto. Il flauto leggiadro di Giorgio Baiocco sale al proscenio in "Mattino?", dominata da un'atmosfera impressionistica che comunica serenità. Se la lunga "Cogli il giorno II" è forse la composizione più sperimentale, con il pianismo di Basso al centro di un fitto reticolo di suoni (sax soprano, archi e sitar), il momento più pregnante sta nella magnifica "Ruotare": in questa solenne partitura si segnala la voce della soprano Uerea Tonetta Badelucco, ma anche i fiati e i breaks di chitarra, con alcuni effetti di synth, contribuiscono al suggestivo risultato. In seguito, a partire da "Frammenti tonali" (1980) e fino al più recente "Free Fly" (2007), il compositore ha continuato la sua attività di ricerca sonora con dischi raffinati e sempre tentando di conciliare fecondamente musica moderna e tradizione. Altre informazioni sulle sue attività nel sito ufficiale.

"Voci"

  Franco Battiato   - Un musicista totale come il siciliano Franco Battiato (classe 1945) può anche fare a meno di una etichetta come quella 'progressiva', ma in realtà nessuno come lui la merita per l'atteggiamento sempre aperto alle contaminazioni e al gusto di andare oltre. Trasferitosi a Milano nel 1965, realizza il primo singolo nel 1967 ("La torre/Le reazioni"), senza riscuotere particolari consensi. Gli anni Settanta segnano però il suo riscatto, soprattutto quando viene scritturato dall'etichetta Bla Bla, attenta ai fermenti musicali più innovativi. Il primo album è "Fetus" (1972), con la sua copertina "scandalosa" (un feto appunto), dove la forma canzone viene trasfigurata in una coraggiosa chiave elettronica e sperimentale, acquistando uno spessore inedito. Il disco è un concept basato sul romanzo "Il mondo nuovo" di Aldous Huxley: si segnalano nella sequenza "Cellula", la lunga "Meccanica" e la chiusura più melodica di "Mutazione". Segue quindi "Pollution" (ancora 1972), dove si conferma l'audacia dell'autore, capace di mescolare squarci di musica classica al parlato e al rock ("Il silenzio del rumore"), tra sintetizzatori in libertà e testi recitati al contrario ("Areknames"), rumore puro e derive vocali affascinanti ("Plancton"). Con "Sulle corde di Aries" (1973) Battiato porta a maturazione il discorso in una raccolta più ponderata e temi strumentali di grande suggestione. È un disco più articolato e con numerosi ospiti quali Daniele Cavallanti (Aktuala) ai fiati, e interventi di voci sopranili: l'iniziale "Sequenze e frequenze" è una lunga cavalcata elettronica con un breve testo molto evocativo, mentre la splendida "Da Oriente a Occidente", con il canto accorato e l'atmosfera medio-orientale, sottolinea fin nel titolo il tipico incontro tra due culture che caratterizza l'opera del musicista. La mistura di elettronica, sperimentalismo, tecnica del collage sonoro e liriche al limite del 'non-sense', rendono assolutamente essenziali per ogni appassionato della scena alternativa italiana questi dischi, fino allo stesso "Clic" (1974), uscito anche in versione inglese: è il trionfo dell'elettronica senza confini, una rassegna colta e fantasiosa pur nel rigore delle scelte sonore, come dimostrano episodi di grande effetto, da "I cancelli della memoria" alla famosa "Propiedad prohibida", passando per "No U Turn" e la rarefatta "Nel cantiere di un'infanzia". La ricerca dell'artista catanese, che ha esplorato fin qui le più ardite forme musicali, recupera quindi una paradossale immediatezza con "L'era del cinghiale bianco" (1979), l'album della svolta e del successo commerciale. In fondo però, anche qui, tra fascinose atmosfere arabe e citazioni assortite usate come puri suoni, l'idea di 'contaminazione' respira più che mai: lo dimostrano "Il re del mondo" e la fortunata title-track. La tecnica del puzzle sonoro e linguistico in forme di intelligente melodia prosegue in dischi di grande successo che varcano anche i confini, come "Patriots" (1980) e "La voce del padrone" (1981), acquistando una sua inconfondibile leggerezza nella quale pure si avverte continuamente il gusto di sintetizzare anni di ricerca e curiosità. Con "Genesi" (1987) Battiato approda infine all'opera vera e propria, ma spiazzante come sempre sfodera ancora dischi di suadenti canzoni, tra dialetto siciliano e richiami arabi, come il bellissimo "Fisiognomica" (1988), che include un pezzo straordinario quale "L'oceano di silenzio", quindi "Caffè de la Paix" (1993), oppure, a sorpresa, di aggressivo rock elettronico, come nel disco del 1998 "Gommalacca". In seguito, l'artista siciliano ha esordito anche come regista nel cinema ("Perdutoamor", 2003) e ha firmato alcuni apprezzati album di covers, come i tre volumi di "Fleurs", usciti tra il 1999 e il 2008. Tutte le informazioni nel sito ufficiale.

"Sulle corde di Aries"

  Beggars Opera   - Questa band scozzese, dal nome ispirato all'opera settecentesca di John Gay, ha conosciuto una discreta fama al tempo delle prime contaminazioni tra rock e classica: l'esordio è "Act One", pubblicato su Vertigo nel 1970. E' un disco che dimostra buona tecnica strumentale, ma poche idee originali: prevale l'aspetto più appariscente, con due pirotecniche riprese del famoso autore di operette Franz Von Suppè, "Poet and Peasant" e "Light Cavalry". L'arrangiamento esalta soprattutto l'organo di Alan Park, specie nel secondo brano, posto in chiusura, ma il picco di questa smania iconoclasta è "Raymond Road", quasi dodici minuti che affastellano in un collage improbabile celebri motivi di Mozart, Grieg e Rossini tra gli altri. Molto meglio "Memory", un frizzante episodio firmato dall'ospite Virginia Scott (mellotron e voce), che preannuncia l'evoluzione del gruppo. I Beggars mettono da parte certo facile effettismo e finalmente fanno valere le loro qualità in "Waters of Change" (1971). Nove tracce mirabilmente equilibrate tra brani lunghi arrangiati con bella fantasia e brevi intermezzi strumentali, dove fanno capolino tracce della nativa Scozia (specie "Lament", che riecheggia antiche cornamuse). Sale in cattedra l'estro di Ricky Gardiner, chitarrista dal riff tagliente, mentre la voce solista di Martin Griffiths si conquista i suoi spazi in "Time Machine" e soprattutto in "I've No Idea", nelle morbide parentesi aperte dal mellotron della Scott, presenza in qualche modo decisiva. E' un progressive melodico esente da forzature, che scorre con bella fluidità corale e piccole invenzioni strumentali. "Festival" è una vivace danza campestre dal passo trascinante e un flauto ficcante, mentre più enfatico e solenne è "Silver Peacock", con un grande lavoro tastieristico di Alan Park e il mellotron ancora seducente. Brillante anche il finale di "The Fox", col suo ritmo serrato, le pause e le ripartenze continue. E' uno dei piccoli gioielli del prog inglese minore. Lo stato di grazia dura poco. Il seguente "Pathfinder", del '72, è un disco meno omogeneo, con qualche ammiccamento commerciale di troppo. Sono comunque di rilievo pezzi come "Hobo", con la chitarra e il pianoforte in evidenza, e la consueta perizia melodica che altrove si abbina anche a un rock più grintoso come "The Witch". Curiosa ma efficace anche la cover di Jim Webb, "MacArthur Park", mentre gli altri brani soffrono di un eccesso di riferimenti stilistici (ad esempio "From Shark to Haggies", letteralmente divisa in due), che non giovano all'unità del disco. Dopo "Get Your Dog Off Me!" (1973), con il cantante Linnie Paterson (ex Writing On The Wall) che rileva Griffiths, il gruppo emigra in Germania, dove escono dischi di poca fortuna, a cominciare da "Sagittary" (1976). Ricky Gardiner collabora poi con David Bowie e Iggy Pop. Ristampe su CD a cura della Repertoire.

"Waters Of Change"

  Ben   - Dallo storico catalogo Vertigo ecco un'altra formazione inglese che ha lasciato alle cronache un solo album omonimo, realizzato nel 1971. Il quintetto (fiati, tastiere, chitarra, basso e batteria) denota una vena decisamente orientata verso un morbido rock-jazz, che ha modo di esaltarsi soprattutto nella suite iniziale "The Influence", con una chitarra (Gerry Reid) che inanella accordi tipici del jazz e un duttile lavoro di flauto prima e sax poi da parte di Peter Davey, vera anima del gruppo e firmatario unico degli altri tre brani. "Gibbon" vive ancora sul binomio di fiati (clarinetto incluso) e piano elettrico (Alex Macleery), in lunghe sequenze cerebrali con poche variazioni e piccole accelerazioni ritmiche. Più rarefatta e interessante è "Christmas Execution", incorniciata tra due frasi di flauto e tastiere: i cinque si abbandonano a lunghe improvvisazioni, con il basso a fungere da raccordo con una parte centrale di bella tensione e la chitarra solista ancora in evidenza. Nel lungo finale di "Gismo", l'unico momento dove compaiono inserti vocali di puro accompagnamento, la tipica flemma strumentale dei Ben torna a dipanarsi sotto l'impulso del sax e di improvvise cesure, nelle quali galleggiano ancora piano elettrico, chitarra e flauto, in un tessuto sonoro di fattura sempre notevole, eccellente tecnica e buon affiatamento, anche se privo di spunti che restano in mente. I Ben firmano comunque un disco molto rappresentativo, nel timbro dei suoni e negli incroci stilistici, del generoso fervore creativo che animava la scena britannica del tempo.

"Ben"

  Biglietto Per l'Inferno   - Questo rinomato gruppo, che si forma a Lecco nel 1972 dalla fusione di due altre band locali, ha lasciato traccia del suo passaggio nel progressive italiano con un folgorante disco omonimo(). Pubblicato nel 1974 dalla Trident, dopo l'esibizione della band al "Be In" di Napoli l'anno prima, è ancora oggi molto considerato da collezionisti e semplici appassionati di tutto il mondo. La corposa strumentazione comprende due tastiere (Giuseppe Banfi e Giuseppe Cossa), e il sestetto lombardo dimostra soprattutto una straordinaria disinvoltura nel mescolare sonorità morbide e sinfoniche a passaggi d'incisivo hard-rock. La convivenza tra i due registri è stimolante, e frutta momenti davvero emozionanti, come nella celebre "Confessione": pianoforte, organo e la splendida chitarra elettrica di Marco Mainetti si avvicendano in lunghe sequenze mozzafiato, impreziosite dal fantasioso flauto del cantante Claudio Canali e indovinate parti di synth. Questo brano, da solo, giustifica l'acquisto dell'album e insieme spiega la fama del Biglietto. In realtà è l'intera scaletta che offre ottime cose, in una sequenza priva di punti deboli: "Una strana regina", ad esempio, ancora fitta di spezzature e ripartenze continue, o anche "L'amico suicida", lungo brano dai tempi più dilatati, ma sempre punteggiato da grandissimi dialoghi strumentali, con chitarra e flauto in evidenza, e il piano a supporto in stile jazz. In estrema sintesi, l'album è un esempio di riuscito gioco d'insieme pur nel rispetto dei singoli e della loro capacità d'improvvisare: vale a dire il rock progressivo al suo meglio, integrato oltretutto da liriche assai incisive, percorse a tratti da un forte sapore anticlericale. Imperdibile. Molto apprezzato da critica e pubblico, nonché attivissimo dal vivo, anche in Svizzera, il gruppo lecchese si sciolse però nel 1975 in seguito al fallimento dell'etichetta Trident, e solo nel 1991 è stato pubblicato da Mellow Records un secondo album registrato nel 1975 con la produzione di Eugenio Finardi e mai realizzato all'epoca, nonostante l'interesse dimostrato per il progetto anche dal noto tastierista tedesco Klaus Schulze: si tratta de "Il tempo della semina". Il tastierista Banfi è rimasto attivo (con i nomi d'arte J.B. Banfi e Baffo Banfi), realizzando tre dischi vicini alle sonorità dei cosmici tedeschi, mentre il cantante Claudio Canali è entrato in convento. Nel 2009 infine una nuova edizione del Biglietto è tornata attiva con nuovi progetti discografici: tutte le informazioni in merito nel sito ufficiale.

"Biglietto per l'Inferno"

  Birth Control   - Famosi esponenti del Krautrock, i Birth Control nascono a Berlino nel 1968 e vantano una ricca discografia, seppure altalenante. Dopo un paio di 45 giri nel 1969, il gruppo realizza l'album omonimo l'anno seguente, ma il meglio viene più avanti, a partire da "Operation" (1971), dove l'accoppiata tra l'organo di Reinjhold Sobotta e la potente voce del batterista Bernd Noske firma i momenti più felici: "Just before the sun will rise" e poi "The work is done", fino alla tumultuosa "Pandemonium". Brani dai pesanti accenti hard rock, con tinte dark qua e là, dove si segnala anche il chitarrista Bruno Frenzel. Un po' fuori contesto, invece, il clima orchestrale della finale "Let us do it now", coi fiati in evidenza e citazioni classiche. Più organico suona al confronto "Hoodoo Man" (1972), realizzato col nuovo tastierista Wolfgang Neuser. Lo stile è il consueto impasto di heavy rock martellante e coloriture prog, a partire dall'iniziale "Buy!", con organo e synth in bella evidenza intorno al canto solista e ficcanti inserti della chitarra elettrica. Una ricetta sperimentata che trova il suo apogeo nella lunga "Gamma Ray", torrida jam che ricorda l'hard rock inglese dell'epoca, arricchito da un fitto lavoro percussivo. L'organo di Neuser sale in cattedra soprattutto in "Suicide", brano più atmosferico con intriganti cambi di tempo, mentre la progressione incalzante della title-track ricorda da vicino certe cose di ELP, e sfoggia un maestoso organo da chiesa. Molto buona anche "Get Down to Your Fate", tesa e mordente sull'organo e la chitarra solista di Frenzel dopo un'apertura psichedelica con tanto di vibrafono. Dopo "Rebirth" (1973), con un paio di cambi in organico, e il successivo "Live", la band sterza verso sonorità più morbide e decisamente prog. Il rinnovato quartetto realizza infatti "Plastic People" nel 1975, con un suono che richiama subito i Gentle Giant nella title-track d'apertura: l'organo di Zeus B. Held e l'uso del synth disegnano un paesaggio sonoro ricco di intermezzi evocativi davvero pregevoli. Si avvicendano atmosfere esotiche ("Tiny Flashlights") e vigorosi squarci di rock barocco ("Trial Trip"), oltre a episodi piuttosto cerebrali con l'apporto del violino ("My Mind"). Un bel disco, anche se il successivo "Backdoor Possibilities" (1976) sembra il vero apice dei Birth Control in chiave progressive. Si tratta di un "concept" in sei parti, incentrato su un grigio uomo d'affari che al cospetto della morte ripensa alla sua vita: niente di originale forse, ma la musica è brillante e fantasiosa, tecnicamente eccellente fin dall'attacco di "Physical and Mental Short Circuit". Cambi di tempo pirotecnici, col synth in grande spolvero, caratterizzano tutto il disco insieme all'ottima orchestrazione delle voci. Bella la progressione sinfonica di "Futile Prayer", che cresce sulla voce di Noske, mentre "Film of Life" abbina toni umbratili a ripartenze vivaci e "Behind Grey Walls" è una splendida traccia con la voce, l'organo e la chitarra solista di Frenzel sugli scudi. Segue un lento declino, a cominciare da "Increase" (1977), realizzato con una formazione diversa che torna al più classico hard rock in tutti i dischi seguenti. Tra alti e bassi, la band tedesca cessa ufficialmente l'attività nel 2014, alla morte di Bernd Noske. Notizie nel sito ufficiale.

"Backdoor Possibilities"

  Black Widow   - La prima incarnazione di questa band di Leicester è quella dei Pesky Gee, attivi fin dal 1966 e dediti al rock-blues. Nel 1969 il gruppo si scioglie e viene quindi riformato con la sigla più nota, che richiama da vicino i contemporanei Black Sabbath: entrambi risentono della voga satanica e occultista, ma con alcune differenze di base. In effetti "Sacrifice", disco d'esordio dei Black Widow, affianca al tipico repertorio di certo esoterismo una strumentazione molto variegata e spunti tipicamente progressive. Il sestetto si avvale ad esempio anche dell'apporto fiatistico di Clive Jones, come si nota nell'attacco di "In Ancient Days", dove il sax affianca l'organo gotico di Jess Taylor, mentre nella celebre "Come to the Sabbath", dal titolo molto eloquente, spicca il flauto all'interno d'un vero inno rituale scandito dalle percussioni. Interessanti anche "Conjuration" e "Seduction": quest'ultima, con belle aperture melodiche sulla voce di Kip Trevor e intrecci strumentali dove si esaltano l'organo e il flauto, è il momento più morbido dell'album. "Attack of the Demon", invece, e soprattutto la lunga title-track in coda, mostrano la versatilità del sestetto inglese: ritmica agile sui cambi di tempo, con organo e fiati in primo piano, oppure un rock martellante sulle percussioni, con ficcanti riff di flauto a sostegno e lunghe variazioni del tastierista. Il disco è interessante, anche se oggi suona molto datato. Nel secondo album omonimo (1971), sostituiti bassista e batterista e messo in soffitta per ragioni di opportunità ogni riferimento all'occulto, la band mostra influssi fin troppo diversi con esiti altalenanti. Tra i dieci brani si apprezzano momenti ben concertati tra tastiere e fiati, come nell'iniziale "Tears and Wine", ma spesso lasciano insoddisfatti altri episodi più ordinari e incerti tra uno stile e l'altro. "The Gypsy" è un rock-blues molto vivace, ad esempio, con flauto e chitarra acustica battente, mentre "When My Mind Was Young" è un pezzo melodico non eccelso, quasi di taglio americano, e "The Poser" offre lunghi intrecci di flauto, organo e chitarra che mostrano la corda. Brani più efficaci come "The Journey" e meglio ancora "Wait Until Tomorrow", indubbiamente ben cantato e con buoni spunti di sax, alzano la media, ma resta prevalente l'impressione di un insieme di suggestioni sparse prive di un disegno unitario. La band perde i pezzi e si scioglie dopo "Black Widow III" (1972), lasciando incompiuto un quarto album che vedrà la luce come "Black Widow IV" solo nel 1997, pubblicato dall'etichetta italiana Black Widow Records.

"Sacrifice"

  Blåkulla   - Si tratta di una band svedese i cui membri fondatori sono di Gothenburg, e che dopo un lungo tirocinio col nome di Blue Condition e poi Kendal, alle prese con covers di Cream e simili, assume il nome definitivo solo nel 1973. In una nuova formazione a cinque (chitarra, basso, tastiere, batteria e voce solista) incidono finalmente nel 1975 il loro disco di debutto omonimo(). Sulle originarie radici hard-blues, i Blåkulla innestano evidenti richiami a modelli sinfonici più sofisticati e i testi in lingua svedese, in nove brani che conservano tuttavia come dato unificante l'energica spinta tipica di certo dark-rock. Il risultato è discreto: dopo l'attacco acustico per voce e chitarra di "Frigivningen", la vera anima dei cinque si palesa meglio nel brillante episodio di "Sirenernas sång", con interessanti combinazioni tra la chitarra solista di Mats Öhberg e l'organo di Bo Ferm, e la buona enfasi del cantante Dennis Lindegren. Ben tre pezzi dell'album sono basati sui versi del poeta svedese Gustav Fröding, come "Idealet", decisamente melodica, e la più roccheggiante "I solnedgången", con la chitarra elettrica protagonista s'uno sfondo ritmicamente vivace. Tra gli episodi strumentali c'è da segnalare anche un breve e disinvolto arrangiamento di "Drottningholmsusiken", opera del compositore barocco Johan Helmich Roman. La chiusura dell'album, destinato a restare senza seguito, è affidata ai dieci e passa minuti di "Erinran": tra sonorità più heavy e parentesi acustiche, con l'organo onnipresente a fare da collante, la musica del gruppo si lascia apprezzare fino in fondo. La ristampa su CD del 1997 contiene anche tre brani molto buoni di un demo registrato nel 1974.

"Blåkulla"

  Blocco Mentale   - Un altro gruppo italiano senza troppa fortuna e presto dimenticato. Il Blocco Mentale si forma nell'area di Viterbo, e realizza il suo unico album nel 1973, in tiratura limitata di circa duemila esemplari per la piccola etichetta Titania: "ΠOA" (erba in greco) è una raccolta di sette brani ispirati all'amore per la natura e alla salvaguardia dell'ambiente. A parte questo ecologismo abbastanza ingenuo che pervade le liriche, firmate da Claudio Merloni, la musica dei cinque (voce/basso, tastiere, chitarra, batteria, voce/fiati) procede in maniera disuguale, e ha uno sviluppo poco originale, decisamente lontano dal prog italiano maggiore. Con l'eccezione di qualche spunto più roccheggiante, ad esempio in "La nuova forza", le voci si muovono sui tappeti acustici della chitarra di Gigi Bianchi, oppure si affidano al sax e al flauto di Dino Finocchi ("Aria e mele"), ma c'è anche spazio per il mellotron di Filippo Lazzari ("Impressioni") e per l'armonica ("Io e me"). Le atmosfere sono un concentrato di immagini naive e trame musicali a tratti anche vivaci, ma piuttosto frammentarie, che mancano di uno sviluppo davvero convincente. Il meglio dell'album sta dunque nella dimensione acustica e melodica di alcuni episodi rilassati, cullati da flauto e chitarre, con parti vocali anche corali che richiamano altre esperienze del pop italiano minore, ad esempio nell'epilogo di "Verde". Senza un'adeguata promozione da parte della Titania e con un'attività concertistica che rimane fuori dal circuito dei principali festival dell'epoca, la breve attività del Blocco Mentale si chiude lo stesso anno con l'uscita del singolo "L'amore muore a vent'anni / Lei è musica". Più avanti, nella seconda metà degli anni Settanta, la band si riunì sotto la nuova sigla Limousine, realizzando un paio di singoli all'insegna di un sound molto più leggero, ma di successo: nel 1978 ad esempio vinsero il Cantagiro con "Camminerò solo". L'album è stato riedito in CD dalla Vinyl Magic/BTF e dalla Mellow Records.

ΠOA

  Blodwyn Pig   - Formati nel 1968 dal chitarrista Mick Abrahams, appena uscito dai Jethro Tull, i Blodwyn Pig sono tra le formazioni più interessanti del periodo a cavallo di due decenni cruciali per il rock inglese. L'album d'esordio è "Ahead Rings Out" (), pubblicato dalla Island nel 1969: nove tracce spumeggianti incise da un quartetto che fa a meno delle tastiere, e focalizza soprattutto la chitarra solista del leader insieme ai fiati di Jack Lancaster. Su questo asse strumentale si articola un repertorio che inclina verso un eclettico rock-blues progressivo, con sfumature jazz accattivanti. Morde subito l'attacco di "It's Only Love", un esplosivo rock cadenzato dal sax e dall'energica voce di Abrahams, che lascia il segno con la sua chitarra incendiaria: un brano che richiama le cose migliori dei Colosseum. Trascinante anche "Sing Me a Song That I Know", con le staffilate fiatistiche all'interno di una ritmica serratissima e inserti di chitarra acustica, e poi lo strumentale "Leave It With Me", col flauto pirotecnico di Lancaster a guidare una danza eccitante in combutta con la chitarra e una sezione ritmica in grande spolvero, soprattutto il bassista Andy Pyle. La raccolta offre anche un paio di placide ballate in classico stile blues, a cominciare da "Dear Jill", e la più raffinata "Up And Coming", ancora impreziosita dal flauto e note cesellate di chitarra, oltre a un morbido episodio quasi "country", "The Change Song", con Lancaster al violino. Il picco vero del disco è probabilmente "The Modern Alchemist", un jazz-rock tiratissimo a struttura aperta, costellato da splendidi fraseggi chitarristici e con il sax in costante primo piano, mentre il basso e anche la batteria di Ron Berg alimentano a dovere il motore ritmico del pezzo. Non troppo inferiore è il successivo "Getting To This" (1970), inciso dal medesimo organico. Vibrante l'apertura in chiave rock'n'roll di "Drive Me", in una raccolta ancora intessuta di sapori diversi, fino al blues acustico. Tra i dieci pezzi si segnalano "The Squirreling Must Go On", uno strumentale dominato in lungo e largo dalla focosa chitarra di Abrahams, la martellante "Worry" e la conclusiva "Send Your Son to Die", con la bella performance del sax in uno schema tiratissimo. Il flauto di Lancaster nella dinamica "Variations on Nainos" ricorda davvero certe cose dei Tull, ma il momento più ambizioso è "San Francisco Sketches", minisuite in quattro parti tra jazz e rock, che scorre tra pause e fiammate, ancora coi fiati in evidenza e le voci corali. Meno intriganti in confronto le brevi parentesi blues, come "Long Bomb Blues". I due dischi vendono molto bene, ma Abrahams se ne va e nonostante i nuovi arrivati, come Peter Banks, il gruppo si sfalda. Il chitarrista fonda una sua band e realizza quindi numerosi dischi da solista, a partire dal 1971: dettagli nel sito ufficiale . Ristampe BGO.

"Ahead Rings Out"

  Bloque   - Gruppo spagnolo che si forma nel 1973 a Santander (Cantabria), i Bloque sono autori di alcuni buoni dischi a cavallo di Settanta e Ottanta. Dopo l'esordio omonimo del 1978, stilisticamente incerto tra lente ballate ("Abelardo y Eloisa"), canzoni ("La libre creacion"), inserti dark e sperimentali ("Conociendo a Abraxas") e robuste sterzate rock di taglio americano ("Undecimo poder" e "La noche del alquimista"), la band sembra dare il meglio solo nei due dischi che seguono. In effetti "Hombre, tierra y alma" (1979) ci mostra un quintetto finalmente allineato con gli umori prog del decennio, senza i tipici riferimenti al flamenco di altre formazioni iberiche. Nel solco di sonorità sinfoniche, invece, i Bloque fanno valere un vivace talento melodico che rende l'album sempre gradevole e mai pesante, grazie anche al lavoro incrociato di due validi chitarristi come Juanjo Respuela e Sixto Ruiz. Sono tredici segmenti, spesso brevissimi, legati a formare brevi suites: la corposa presenza delle tastiere di Juan Carlos Gutierrez, sin dall'iniziale "Humanidad indefensa", e la chitarra elettrica sono il fulcro della musica, insieme alle incisive parti vocali. Tra i momenti migliori spiccano "El llanto del poeta", con un coro infantile molto efficace di supporto e le chitarre sempre in evidenza, ma anche tumultuosi temi ritmici come le due parti di "El infierno esta aqui?", intervallate dal pacato suono del violoncello di "Una possibilidad". A parte alcune parentesi dominate dal synth, come le due misteriose "Meditation", vanno segnalate "El verdadero silencio parte I", con l'intensa voce solista e notevoli spunti di chitarra, e la finale "Por fin he vuelto a ti", traccia strumentale che riecheggia arie folk cantabriche. Il terzo album, "El hijo del alba" esce nel 1980: la produzione è più accurata, ma non aggiunge nuovi elementi. Ancora suonato con bella compattezza e la consueta energia, il disco allinea molti spunti interessanti, come "Danza del agua", dominata dalle tastiere sinfoniche di Gutierrez, o il grintoso rock chitarristico di "Quimerica laxitud", ma nella seconda parte eccede nella ripetizione di alcuni temi, per quanto brillanti: è il caso della quattro parti di "El silencio de las esferas", ad esempio. Non arrivando il successo sperato, comunque, la band cantabrica si sfalda nel 1983, due anni dopo l'uscita del quarto e ultimo album, "Musica para la libertad". Infine, nel 1999 viene pubblicato anche il live "En directo", frutto di una effimera riunione del gruppo.

"Hombre, tierra y alma"

  Bonfire   - Questo gruppo olandese, spesso ingiustamente dimenticato nelle cronache prog degli anni Settanta, arriva da Bergen op Zoom, nel Brabante, dove si forma nel 1974, e realizza un solo album nella sua breve esistenza. Un vero peccato, poiché "Bonfire Goes Bananas" (1975) ci presenta una musica decisamente intrigante e già matura, senz'altro meritevole di un seguito. Il classico quartetto (chitarra/flauto, tastiere, basso e batteria) inanella sei pezzi interamente strumentali, in un vivace stile rock-fusion con echi di Canterbury, grande equilibrio nei passaggi strumentali e soprattutto un affiatamento davvero notevole. Caratteristica principale dei Bonfire sembra l'estrema varietà ritmica che connota un po' tutto il materiale: lo dimostrano episodi emblematici quali "Contrast" e soprattutto "Circle", con l'indiavolata chitarra di Eugene Den Hoed protagonista all'interno di uno schema aperto davvero stimolante, con il piano elettrico a fare da sponda. Al contrario, l'apporto del flauto nel più malinconico "Vuurstaal", unitamente al pianoforte, richiama da vicino le morbide atmosfere dei connazionali Focus dei tempi migliori. In linea generale, la band ha dalla sua un interno dinamismo, con la chitarra solista e le tastiere di Frank Witte in primo piano a comporre e scomporre continuamente le tracce sonore. La personalità del quartetto olandese si esprime ancora più compiutamente nella lunga suite in cinque parti "The Sage of the Running Nose", che rispetta anche nel buffo titolo questa felice predisposizione a un rock eclettico, suonato con brio e grande talento, trascinante quanto imprevedibile: eleganti parti di pianoforte si avvicendano a sterzate ritmiche guidate dalla chitarra, dal piano elettrico e dalla mordente sezione ritmica, in un impasto strumentale che non perde mai d'interesse. Dopo un primo scioglimento, il tastierista riformò la band nel 1980 con altri elementi, ma il tentativo di cambiare rotta inserendo anche parti liriche nella musica non suscitò interesse e del gruppo si persero definitivamente le tracce. Il loro unico disco è comunque degno del massimo rispetto, senza dubbio da recuperare. La ristampa in CD a cura della Pseudonym aggiunge alla scaletta originale quattro bonus-tracks.

"Bonfire Goes Bananas"

  Brainstorm   - Gruppo tedesco di Baden-Baden, i Brainstorm prendono corpo nel 1972 come evoluzione diretta di una band chiamata Fashion Pink, nella quale fin dal 1969 già suonavano Roland Schaeffer (fiati, chitarre, basso e voce) con Eddy von Overheidt (tastiere e voce), più Rainer Bodensohn (flauto e basso) e il batterista Joachim Koinzer. Scritturati infine dalla Intercord, realizzano l'album "Smile a While" (1972) che subito li segnala come una delle punte più originali del Krautrock: il disco è diviso in otto segmenti che richiamano il Canterbury Sound (come l'attacco di "Das Schwein Trügt"), ma anche il genio irriverente di Frank Zappa ("Snakeskin Tango"), all'insegna di un jazz-rock brioso e inventivo, piuttosto cerebrale. A parte sporadiche parti vocali, il meglio consiste nell'utilizzo di tempi irregolari, tipicamente jazz, con basi armoniche complesse dominate dai fiati di Bodensohn e del poliedrico Schaeffer (sax soprano e tenore, flauto, clarinetto), oltre che dall'organo, sul filo di una ricetta sonora mai scontata. La lunga suite del titolo mostra in pieno le qualità del quartetto: ficcanti parti di flauto e sax, sostenute da una base ritmica affilatissima e spesso trascinante, con l'organo di Von Overheidt che trova sonorità distorte. Non mancano brillanti sterzate verso un rock acido per chitarra e voci sopra le righe ("You Are What's Gonna Make It Last"), ma sono le parti strumentali di "Zwick Zwick" e dell'altra suite "Bosco Biati Weiß Alles" a fare del disco un gioiello della scena tedesca dei primi Settanta. Con l'aggiunta di un bassista di ruolo come Enno Dernov i Brainstorm realizzano prima il singolo "You're the One/Das Schwein Trügt", e quindi il secondo album "Second Smile" nel 1973. La musica del quintetto si mantiene sugli stessi livelli, anche se forse più ponderata rispetto al debutto, con una certa estensione delle parti vocali, fino al recitativo di "Marilyn Monroe". Si segnalano il rilassato episodio acustico di "Herbst", dominato dal flauto, il tumultuoso free-jazz di "There Was a Time...", e quindi "Affenzahn", ennesimo manifesto di uno stile camaleontico e imprevedibile, fitto di spunti incrociati tra flauto, chitarra elettrica e tastiere, con la sezione ritmica sempre protagonista. In "My Way" si ascolta l'organo atmosferico di Von Overheidt, che nell'iniziale "Hirnwind" si destreggia anche al mellotron. Nonostante le indubbie qualità esibite, i Brainstorm non trovano troppo credito e si sciolgono nel 1975. Roland Schaeffer milita in seguito nei Guru Guru dal 1975 al 1982, e colleziona poi svariate collaborazioni. CD di Germanofon, Musea e Garden of Delights. .

"Smile a While"

  Brainticket   - Vera multinazionale del prog europeo, i Brainticket nascono nel 1968 a Basilea, in Svizzera, su iniziativa del tastierista e flautista belga Joel Vandroogenbroeck, che già suonava jazz con Ron Bryer (chitarra) e Wolfgang Paap (batteria). E' nel sud della Germania che il gruppo si stabilizza, reclutando tra l'altro il batterista di origine sarda Cosimo Lampis e la cantante inglese Dawn Muir. Per la Bellaphon esce quindi "Cottonwoodhill" (1971): è uno dei dischi più acidi del periodo, d'impronta psichedelica e sperimentale, dominato dall'organo di Vandroogenbroeck fin dall'iniziale "Black Sand", dove all'incedere ipnotico si aggiungono voci filtrate e spunti ad effetto della chitarra di Bryer. In "Places of Light" su questa base costante s'innestano anche il flauto e la voce femminile, ma indubbiamente sono le tre parti di "Brainticket" a lasciare il segno: sul tappeto di un organo ossessivo, vetri in frantumi, campane, trapani ed effetti assortiti si susseguono per quasi mezz'ora, insieme alla voce sensuale e stravolta della Muir, soprattutto in "Brainticket-Part Two". Il risultato è disturbante e insieme coinvolgente. Il bassista Werner Frohlich e Lampis vanno poi a formare i Toad, mentre Vandroogenbroeck e gli altri approdano in Italia, suonando in alcuni festival pop come quello di Caracalla, a Roma (Maggio 1971). La band collabora con i Living Music di Gianfranca Montedoro, e nel 1972 realizza infine con la Durium l'album "Psychonaut" (): vi partecipano il chitarrista Rolf Hug e la nuova cantante Jane Free. La sequenza è più articolata e meno devastante, con richiami evidenti al Krautrock: si segnalano "Watchin' You", scandito da riff di organo e chitarra che poi si aprono sul tema melodico, con inserti di sitar in coda, e anche "Like A Place in the Sun", dove l'organo sembra duettare con la voce femminile. Di buon impatto la progressione incalzante di "Coc'o Mary", dominata da percussioni, organo e flauto, mentre in chiave più esotica, con flauto, sitar e percussioni protagonisti, è l'attacco di "Radagacuca". Il meglio però sta in due brevi episodi come "One Morning", cullato da pianoforte e percussioni, con le voci trasognate in primo piano, e "Feel the Wind Blow", delicata fantasia folk per chitarra acustica, flauto e il canto di Jane Free. Subito dopo i Brainticket si riducono a trio con Vandroogenbroeck, il percussionista svizzero Barney Palm e l'americana Carole Muriel (voce, synth, sitar), per realizzare "Celestial Ocean" con la RCA (1973). Ispirato al libro egiziano dei morti, è un viaggio spazio-temporale tra richiami storici e fantasie "postmortem", attraverso una musica in gran parte elettronica, prossima ai cosmici tedeschi. Salgono al proscenio synth e generatori, tra voci e segnali misteriosi ("The Space Between"), suggestioni esotiche a base di percussioni, flauti e sitar ("Egyptian Kings" e "Jardins"), o evocative parti di pianoforte ("Visions"). Il brano "To Another Universe" è una buona sintesi di questo disco spesso audace ma disuguale, che alterna spunti originali ad altri francamente prolissi. La band dell'irrequieto Vandroogenbroeck si ripresenta poi negli anni Ottanta con due dischi autoprodotti: sono "Adventure" (1980) e "Voyage" (1982). Infine nel 2000 è stato pubblicato "Alchemic Universe". Altre notizie qui.

"Psychonaut"

  Bram Stoker   - Fantomatica formazione inglese, intitolata all'autore di "Dracula", romanzo epistolare del 1897 che impose la figura del celeberrimo vampiro, i Bram Stoker sono titolari di una sola incisione, "Heavy Rock Spectacular", realizzata nel 1972 per la Windmill. Un nome davvero molto appropriato, quello del gruppo, poiché dalla fitta tenebra che ha circondato il gruppo per anni era emerso solo il nome del tastierista Tony Bronsdon. Solo in tempi recenti si sono conosciuti i nomi degli altri tre componenti: John Bavin (basso), Pete Ballam (chitarra) e Rob Haines (batteria). Si tratta, verosimilmente, di quattro turnisti attivi nel circuito dell'underground britannico, che dimostrano comunque una certa abilità strumentale nelle otto tracce del disco: il loro è infatti un progressive di buona fattura, dominato dall'organo di Bronsdon, ma con lunghi inserti di chitarra ("Born to Be Free"), e parti vocali più defilate. Prevalgono i timbri gotici, come nello strumentale "Fast Decay", con un ruolo attivo del basso e la ritmica pulsante che bilancia le continue variazioni dell'organo, o marcatamente dark, come "Blitz", scandita dal cupo rullìo delle percussioni, fino alla bella chiusura di "Poltergeist", dove la voce solista si fa enfatica sullo sfondo di sonorità notturne. Molto efficaci anche "Ants", vivace combinazione tra l'organo e una sezione ritmica sempre in primo piano, e poi la lunga "Fingals Cave", una fantasia ricca di spunti e cambi di tempo, dove il tastierista mostra tutta la sua verve, ben assecondato dalla chitarra solista di Ballam in un clima aperto all'improvvisazione. Senza toccare i vertici di nomi musicalmente affini (in primis i Nice di Keith Emerson) il disco dei Bram Stoker mantiene un gradevole tono complessivo, grazie soprattutto alle fascinose trame dell'organo Hammond. Ristampato in CD da Black Widow, Akarma e Audio Archive, quest'ultima con diversa copertina e sotto il titolo "Schizo-Poltergeist".

"Heavy Rock Spectacular"

  Bubu   - Questo gruppo di Buenos Aires ha realizzato uno dei dischi più belli nella storia del rock argentino, assolutamente da recuperare. Singolare la genesi del progetto: il sassofonista Wim Fortsman e Daniel Andreoli si conoscono suonando nei Sion, finché quest'ultimo, ancora studente di conservatorio, comincia a comporre le musiche per un disco futuro. Solo in seguito vengono reclutati i musicisti adatti allo scopo, che formeranno i Bubu e incideranno l'unico album della loro breve storia: "Anabelas" (1978). Composto di tre lunghi brani, il disco mostra un originale impasto di riferimenti colti e spunti di prog sinfonico, miscelati con un'attitudine fusion brillante e innovativa. Il settetto argentino imbastisce un viaggio sonoro che poggia soprattutto sul violino di Sergio Polizzi, il sax di Fortsman e il flauto di Cecilia Tenconi. La musica che ne risulta è così ricca che quasi non ci si accorge che mancano le tastiere: basta ascoltare la suite iniziale "El cortejo de un día amarillo", divisa in due parti, che palesa la grande preparazione di una band di notevole eclettismo, tra pause atmosferiche, brillanti breaks chitarristici (Eduardo Rogatti) e una sezione ritmica inesausta che rilancia i temi in successione. Aperta da un coro evocativo, "El viaje de Anabelas" si muove poi sulle note di un violino intrigante che trascina con sé i fiati in un altro episodio di cangiante bellezza, scandito dal basso pulsante, dove fa la sua parte anche la buona voce solista di Petty Guelache. Si apprezza soprattutto il piglio esecutivo dei musicisti, sempre brioso e imprevedibile, nonostante la complessità della partitura firmata da Andreoli. Splendido anche l'attacco di "Sueños de maniquí", con il canto solista in primo piano, e poi incanalato verso un affilato jazz-rock dalle tinte sempre mutevoli, con fiati e chitarra ancora protagonisti. Ambiziosa ma sapiente mescolanza di stili diversi portati a una piena fusione, "Anabelas" rimane una sorta di picco espressivo nella pur ricca stagione del progressive argentino dei Settanta. Purtroppo, nel disordine sociale che attraversa l'Argentina del periodo, il gruppo si disperde prima di poter dare un degno seguito a un esordio di questo livello. La ristampa in cd è curata dalla Emi-Odeon.

"Anabelas"

  Buon Vecchio Charlie   - Formato a Roma nel 1970, il Buon Vecchio Charlie appartiene alla schiera dei gruppi italiani meno fortunati dal punto di vista discografico. Con il cantante e chitarrista Richard Benson (di origine inglese) la formazione in realtà registrò alcuni pezzi presso gli studi "Suono" di Mestre nel 1972, ma l'album progettato, stranamente, vide la luce solo nel 1990. Riascoltato oggi, il disco omonimo del sestetto mostra una discreta personalità, anche se alcune sbavature rendono l'insieme meno convincente di quanto avrebbe potuto essere con una produzione più accorta. L'attacco di "Venite giù al fiume" è un trascinante rock con influenze folk e disinvolte citazioni classiche (dal "Peer Gynt" di Edvard Grieg), guidato dal flauto ficcante e dal sax di Sandro Cesaroni, con frequenti cambi di tempo e lunghi soli chitarristici di Luigi Calabrò: per quanto frammentaria, è una jam dinamica di grande effetto, specie quando l'organo di Sandro Centofanti sale in cattedra con fraseggi che lasciano il segno. Qui, come nel più atmosferico episodio "Evviva la Contea di Lane", non convince la voce solista di Benson: il suo timbro trasognato non nasconde l'ingenuità disarmante delle liriche, un difetto comune a molto prog italiano dell'epoca. Il tessuto strumentale ribadisce invece la buona vena al sax di Cesaroni, affiancato da un organo avvolgente dall'impronta psichedelica. Pregi e difetti si confermano nella lunga suite in cinque tempi intitolata "All'uomo che raccoglie i cartoni": momenti di forte impatto strumentale dai colori drammatici ("Prima Stanza"), con organo, sax e chitarra solista ancora sugli scudi, si alternano a deboli parti vocali. Gli spazi di chitarra acustica e dei fiati, gli spunti dell'organo e il lavoro vagamente jazz della sezione ritmica ("Terza Stanza"), denotano comunque le qualità di una formazione tecnicamente dotata pur all'interno di un disco ancora acerbo nei suoi equilibri. Centofanti entra poi nei Libra, mentre il vulcanico Benson è noto per i suoi eccentrici programmi televisivi sul rock e ha realizzato un album nel 1999. Luigi Calabrò, il batterista Rino Sangiorgio e il bassista Paolo Damiani dettero vita invece, con altri elementi, al gruppo jazz-rock Bauhaus, il cui unico disco "Stairway to Escher", registrato nel 1974, è stato edito solo postumo da Akarma. La stessa etichetta ha ristampato l'album del Buon Vecchio Charlie con diversa copertina e l'aggiunta di due canzoni estratte dal lavoro solista del cantautore Beppe Palomba, "A Rosa, a Giovanna e alle altre" (1972), nel quale suonano alcuni membri del gruppo.

"Buon Vecchio Charlie"











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