Archivio Prog

A-AL

Ache Acqua Fragile Affinity Agitation Free Agorà Akritas Aktuala Albergo Intergalattico Spaziale

Albero Motore Alice Alluminogeni Alphataurus Alquin Alusa Fallax

Vai a AM-AZ

 

  Ache   - Una formazione danese di buon livello formata a Copenaghen nel 1968. Il quartetto, che comprende i due fratelli Olafsson, esordisce nel Febbraio 1970 con l'album "De Homine Urbano" (), composto da due lunghe suites. La prima, omonima, fu scritta per un balletto ed è infatti interamente strumentale: fresca e piuttosto fluida nella scrittura, esalta la notevole verve del gruppo alle prese con una musica di stampo barocco e sinfonico, proposta con ammirevole personalità. Ottima la vena del tastierista Peter Mellin, i cui spunti all'organo sono integrati dalla brillante chitarra solista di Finn Olafsson: tra i dieci momenti della suite, che si evolve tra ficcanti accelerazioni e un eccellente lavoro al basso di Torsten Olafsson, spiccano la marziale cadenza di "Soldier Theme" e poi "The Dance of the Demons". L'altra suite è "Little Things", che include anche parti vocali in inglese e mostra una maggiore propensione a un rock più sanguigno, con la chitarra elettrica protagonista insieme agli spunti sempre briosi del tastierista. E' un esordio davvero buono, seguito dal 45 giri "Shadow of a Gipsy", una splendida ballata che riscuote un grande successo in molti paesi (Francia soprattutto) e fa da traino al secondo album "Green Man", uscito nel 1971. Più vario e melodico rispetto al precedente, è una raccolta di sette brani che, sia pure con qualche momento meno riuscito (come la cover di "We can Work It Out" dei Beatles), conferma il talento della band danese. Un'atmosfera psichedelica connota l'apertura di "Equatorial Rain", con l'organo e la voce di Torsten in evidenza, prima di una vivace sarabanda ritmica basata sul grande lavoro di Glenn Fisher alla batteria. Affascinante la minisuite "The Invasion", scandita da pianoforte, organo e una chitarra elettrica molto acida, con il coro di supporto al canto solista. La title-track si apre con chitarra acustica e pianoforte prima di prendere quota s'un corposo tema melodico, mentre "Sweet Jolly Joyce" è una frizzante rock-song che alterna pieni e vuoti strumentali sotto la guida dell'organo di Mellin. La band si scioglie nell'estate del '71, ma nel 1975 Finn Olaffson e Peter Mellin sono il perno di un rinnovato sestetto che realizza l'album "Pictures From Cyclus 7" (1976). Ancora ben suonato, il disco sceglie una spiccata linea melodica che rimarca lo stacco col passato. In evidenza le voci dei nuovi Stig Kreutzfeldt e Johnnie Gellett, ad esempio nell'iniziale "Cyclus 7" o nella bella "Still Hungry". Intermezzi di chitarra acustica ("Still Registering") si alternano a sognanti ballate come "Our Lives", con le tastiere sempre in primo piano. Rock e melodia trovano un gradevole punto d'incontro nella finale "Expectation", con il piano e il synth a dettare i tempi, e la chitarra solista che s'inserisce bene nello schema vocale. Il successivo disco, "Bla Som Altid" (1977) è il primo cantato in danese, ma anche l'ultimo degli Ache. Il gruppo suona ancora dal vivo fino al 1980, e il più attivo dopo lo scioglimento resta il chitarrista Finn Olafsson. Altre notizie nel sito ufficiale.

Ache_HomineUrbano

"De Homine Urbano"

"De Homine Urbano (Soldier Theme)"

  Acqua Fragile   - Degli Acqua Fragile, autori di due album nella prima metà dei Settanta, si ricorda soprattutto la voce solista di Bernardo Lanzetti. Si tratta forse del miglior cantante italiano in lingua inglese, cosa che lo renderà ideale per un gruppo di portata internazionale come la P.F.M., nelle cui fila esordirà poi in "Chocolate Kings". Gli Acqua Fragile, che si formano a Parma nel 1971 come evoluzione di un gruppo beat chiamato Gli Immortali, suonano per un paio d'anni in giro per l'Italia, e infine realizzano un primo disco omonimo (1973) con la produzione di Claudio Fabi per la Numero Uno. Un disco sicuramente di ottimo livello tecnico, ma ancora poco definito nelle scelte stilistiche. Si passa infatti da composizioni di prog barocco e romantico, come l'attacco di "Morning Comes" o "Education Story", a morbide ballate prevalentemente acustiche, quasi di taglio americano ("Science Fiction Suite" soprattutto) che seppure gradevoli e ben suonate lasciano un po' interdetti sulla vera identità musicale della band. Il passo successivo di "Mass-Media Stars" (1974) arriva dopo la partecipazione a importanti festival dell'epoca, come Parco Lambro, ed è decisamente più maturo e personale, proprio a partire dalla scelta del repertorio. I cinque componenti, tra cui va ricordato il batterista Piero Canavera, autore di tutte le musiche, si muovono adesso con bella disinvoltura tra sonorità flash-rock (modello Yes) sin dall'iniziale "Cosmic Mind Affair", e corpose atmosfere ottimamente cucite per la voce pastosa di Lanzetti: un buon esempio in tal senso è "Coffee Song". In generale, gli spazi strumentali sono sempre brillanti, caratterizzati da arrangiamenti molto dinamici e curati: tra gli altri pezzi va citato "Opening Act", che si distingue per le liriche corali, e poi la stessa title-track, dove si fa notare il basso frizzante di Franz Dondi. L'insieme, alla fine, lascia un piacevole sapore di padronanza tecnica, e in particolare di riuscito amalgama tra le parti cantate e il tessuto strumentale. In effetti, un gruppo con queste credenziali poteva e doveva arrivare più lontano, magari anche sul mercato estero. Ci riuscirà, come detto, il solo Lanzetti. Questi, dopo la felice parentesi internazionale con la Premiata, ha pure iniziato una pregevole carriera solista ed è sempre molto attivo. Altre informazioni sono disponibili nel sito ufficiale.

AcquaFragile_MassMediaStars

"Mass-Media stars"

  Affinity   - Meteora della prima stagione del progressive britannico, il nome degli Affinity si lega all'unico disco omonimo() pubblicato nel 1970 su etichetta Vertigo. In realtà al centro c'è una brillante voce femminile come Linda Hoyle, di ascendenze blues e soul, affiancata da una band (tastiere, basso, chitarra e batteria) di buon livello, e sempre capace di assecondare l'eclettica cantante nella ricca scaletta. La coloritura strumentale pende soprattutto verso un sofisticato jazz dalle scansioni eleganti, ravvivato da picchi di solido rock-blues, ad esempio in "Three sisters", con il chitarrista Mike Jupp in bella evidenza. Episodi come "Mr. Joy" e il breve "Cocoanut grove" lasciano affiorare il talento più insinuante della Hoyle, che riesce particolarmente seducente nella più lunga "Night flight": un brano giocato sull'alternanza efficace di accenti confidenziali e più energiche ripartenze, con l'apporto decisivo dell'organo di Lynton Naiff e delle percussioni a definire un suono caldo e avvolgente. L'album si chiude con gli oltre undici minuti di "All along the watchtower", cover di Bob Dylan: in mano agli Affinity diventa una lunga cavalcata strumentale, dominata ancora dall'organo in uno stile vivace e tipicamente sixties, con la Hoyle molto grintosa e potente nei suoi interventi, non diversamente dalle grandi vocalist d'oltreoceano. Ottimamente accolto dalla critica alla sua uscita, il gruppo non avrà però un seguito, mentre Linda Hoyle inciderà da solista l'album "Pieces of Me"(1971), ancora su Vertigo. La ristampa in CD degli Affinity (Repertoire 1993) contiene anche i due brani del singolo "Eli's coming/United states of mind".

Affinity_cover

"Affinity"

  Agitation Free   - Una delle migliori band del Krautrock, nonostante la breve storia, gli Agitation Free si formano a Berlino nel 1967 ma solo due anni dopo assumono il nome definitivo. Una volta entrato in formazione il tastierista Michael Hoenig, il quintetto è pronto a realizzare il suo primo album: "Malesch" () è pubblicato dalla Vertigo alla fine del 1972 e mostra subito le ottime credenziali del gruppo berlinese, dedito a un rock aperto all'improvvisazione e all'elettronica. Buona parte del disco risente delle forti impressioni maturate durante un lungo tour musicale (Grecia, Cipro, Libano, Egitto) organizzato dal Goethe-Institute. Così, se l'iniziale "You Play for us Today", aperta da spirali di vento, e sviluppata sull'uso intensivo di synth e percussioni, ricorda da vicino sonorità coeve dello space rock tedesco, e "Pulse" è un esperimento elettronico di Hoenig che sfrutta generatori di tono, altri episodi mostrano un'elaborazione più esotica. In particolare "Malesch", con le voci della strada catturate in diretta, è un crescendo di tastiere, chitarre e percussioni dall'incedere ipnotico, che celebra l'atmosfera egiziana. Lo stesso vale per "Sahara City", rarefatta e piena di echi come pure "Khan el Khalili", omaggio al celebre bazar: oltre al synth, in queste tracce è peculiare l'uso delle percussioni (Burghard Rausch e altri ospiti) e delle due chitarre (Lutz Ulbrich e Jorg Schwenke), capaci di creare un eccellente mosaico sonoro. Più serrato, ma ugualmente intrigante, è "Ala Tul", dominato dall'organo e dal basso di Michael Gunther, col robusto apporto percussivo nel finale. Il disco successivo, inciso col nuovo chitarrista Stefan Diez (che rileva Schwenke) e intitolato semplicemente "Second" (), è pubblicato nel 1973 e mostra la piena maturazione di uno stile elegante e sempre più raffinato. Basta ascoltare ad esempio la splendida "First Communication", cesellata di concerto dalle chitarre e dall'organo di Hoenig in una progressione che privilegia soprattutto le sfumature timbriche, senza forzare mai i toni. Non da meno sono le due parti di "Layla", sostenute abilmente dalla batteria nel consueto gioco incrociato di chitarra, synth e organo, mentre altrove la musica si fa più evocativa: è il caso della ieratica chiusura di "Haunted Island", con la voce filtrata in un crescendo dominato dal mellotron e dalla limpida chitarra solista. Interessante anche "Quiet Walk", caratterizzata da un lungo inserto di bouzouki di Hulbrich, a recuperare sonorità più calde che sembrano davvero la stella polare di molto Krautrock dell'epoca. La band è poi vittima dei soliti dissidi interni, e si separa nel 1975. Nel corso degli anni sono usciti diversi dischi postumi: tra gli altri il live "Last" (1976). Ristampe a cura di Spalax e Garden Of Delights. Altre informazioni nel sito ufficiale.

AgitationFree_Second

"Second"

  Agorà   - Formazione marchigiana della provincia di Ancona messa insieme nel 1974, che firma due buoni album di jazz-rock a metà degli anni Settanta per la prestigiosa etichetta Atlantic. Schierati a cinque (basso, chitarre, fiati, tastiere, batteria) gli Agorà esordiscono con "Live in Montreaux" (1975), registrato appunto durante l'omonimo Festival svizzero: è un disco che si caratterizza per uno stile fin troppo compassato, pur mostrando le indubbie qualità tecniche del gruppo nei quattro lunghi episodi che lo compongono. Nel secondo e ultimo disco "Agorà 2" (1976), è evidente la maggiore personalità del rinnovato sestetto, che sostituisce il bassista e include un secondo fiatista: la sequenza passa da episodi eccellenti come "Punto rosso", che apre il disco, alla più drammatica "Tall El Zaatar", fino alla lunga "Cavalcata solare", ben costruita sul basso pulsante di Lucio Cesari. Tutti brani di notevole fattura che colpiscono per uno stile meglio articolato, capace di creare atmosfere più accattivanti: a volte rarefatte e introspettive sotto la guida del piano elettrico di Roberto Bacchiocchi ("Simbiosi" ad esempio), ma anche più grintose, senza mai cristallizzarsi nel culto di un jazz accademico e a volte scolastico come avveniva nel disco d'esordio. Misurata ma incisiva la presenza della chitarra elettrica di Renato Gasparini, come pure del sassofono di Ovidio Urbani, ma è soprattutto l'insieme a denotare maggiore padronanza e versatilità. Nonostante le discrete credenziali messe in mostra, tuttavia, per questo valido gruppo non ci sarà un seguito: in un mercato discografico già travolto da punk e disco music, degli Agorà si perdono precocemente le tracce nel 1978. Un fugace ritorno all'attività nel 2002 non ha avuto riscontri discografici, e così i membri della band hanno seguito percorsi individuali, come il fiastista Urbani, rimasto attivo nel circuito jazz.

Agorà2_cover

"Agorà 2"

  Akritas   - Una delle pochissime formazioni del prog greco conosciute al di fuori dei propri confini. La band si forma sul finire del 1972 come trio: lo compongono il chitarrista/bassista, oltre che cantante, Stavros Logaridis (già membro dei Poll), insieme al tastierista Aris Tasoulis (a suo tempo con i Bourboulia), e al batterista Giorgos Tsoupakis. Il gruppo si avvale anche, in studio, del chitarrista Dimos Papachristou, coinvolto nella pubblicazione dell'album "Aκριτας"() da parte della Polydor (1973). E' una sequenza di tredici pezzi generalmente piuttosto brevi, che risente indubbiamente del progressive inglese più rinomato, come nell'iniziale "Invader", che ricorda da vicino la lezione di E.L.P., ma è interessante notare l'inserimento di suggestioni mediterranee, a cominciare dalle liriche in lingua greca: ad esempio "Genesis" o anche un brano umbratile come "The Dream", tutto in chiave acustica con il canto sommesso di Logaridis, ma soprattutto "Look Both Horse & Green", con la convivenza di fratture ritmiche e spunti chitarristici. In generale, il suono degli Akritas coniuga felicemente l'eclettica vena del tastierista Tasoulis, in evidente stato di grazia, con una serie di variazioni che dimostrano la discreta preparazione della band. Bella soprattutto "Love", con la delicata apertura classicheggiante delle tastiere che si evolve genialmente sul pianoforte di Tasoulis in un crescendo innervato anche dal gioco percussivo di Tsoupakis e dal synth. Altro episodio accattivante è poi "The Festival", guidato ancora dal piano, col ritmo serrato che lascia spazio alle coloriture del synth e alla chitarra solista di Papachristou, musicista che aggiunge spessore al disco in diverse occasioni, non di rado echeggiando elementi della musica tradizionale ellenica. Non manca qualche momento più frammentario negli arrangiamenti, come "The Return", aperta dall'organo e poi virata bruscamente verso una dimensione jazz, eppure l'unico disco pubblicato dal trio greco rimane un piccolo classico del prog mediterraneo meno battuto, meritevole di una riscoperta. Diverse le ristampe attualmente in circolazione.

Aκριτας_cover

"Aκριτας"

  Aktuala   - Originali esponenti della musica alternativa italiana, in particolare di quella che oggi diremmo forse etno-world, gli Aktuala nascono a Milano nel 1972 dall'incontro di Walter Maioli (flauti e percussioni) e Daniele Cavallanti (sassofono). Il primo album omonimo (1973), pubblicato dall'etichetta Bla Bla, è un affascinante concentrato di musiche diverse, con l'utilizzo di strumenti come viola, balalaika, tamburi africani (Lino 'Capra' Vaccina) e flauti di ogni tipo. Dai larghi spazi acustici e ammalianti di "When the light began", o anche "Dejanira", ai momenti più sperimentali come "Mammoth R.C.", fino alle trascinanti danze di "Sarah' Ngweha" e "Alef's dance", il disco prende subito le distanze da ogni modello di rock anglosassone, cercando nuove vie espressive. In seguito, il nome degli Aktuala si lega anche a una sorta di comune indipendente e aperta, tipica degli anni Settanta. Il successivo passo discografico è "La terra"(1974), realizzato senza Vaccina e con nuovi strumentisti. Sono quattro lunghi episodi strumentali dello stesso tenore, con un'impronta ritmica che tende a farsi ancora più marcata e ipnotica ("Mud" ad esempio), anche per la presenza di un percussionista come Trilok Gurtu, e l'adozione di elementi free-jazz con il sax in primo piano. Più originale l'attacco evocativo di "Sar", protagonista l'arpa dell'olandese Marjon Klok, e quindi la chiusura, rarefatta ma in crescendo, della lunga title-track, che rimanda al disco d'esordio. L'ultimo album, realizzato dagli Aktuala dopo un periodo trascorso in Marocco, è "Tappeto volante"(1976) che prosegue nella costante ricerca di sonorità aperte a ogni cultura. Fuori dalle formule più rinomate del circuito prog dell'epoca, questa formazione va ricordata comunque per la sua proposta diversa e decisamente in anticipo sui tempi. In seguito Maioli ha proseguito in proprio realizzando l'album "Futuro antico" nel 1980, mentre Lino Vaccina ha fatto parte del Telaio Magnetico prima di firmare un disco come "Antico adagio" (1978) e collaborare quindi con Juri Camisasca e Claudio Rocchi. Ristampe in CD a cura di Artis.

Aktuala_cover

"Aktuala"

  Albergo Intergalattico Spaziale   - E' un progetto coraggioso che vede protagonisti l'ex Giganti Mino Di Martino e Terra Di Benedetto, gestori nei primi Settanta a Roma di un locale con lo stesso nome che propone musica e teatro. Dopo alcuni concerti i due incidono nel 1976 l'album omonimo, che uscirà però solo nel 1978, in forma autoprodotta dopo il ripensamento della EMI. Il disco è una miscela fascinosa e molto sperimentale di tastiere elettroniche (Di Martino) e della voce femminile della Di Benedetto, che canta e recita liriche enigmatiche ("Phasing" ad esempio), e più spesso utilizza la voce come strumento aggiunto, in particolare nella lunga "Variazioni su 'Angeli di solitudine'". Il resto è un viaggio sonoro basato sulle tastiere, non privo di una certa suggestione cosmico-spaziale (soprattutto "Tastiera solo" o anche "4 tracce"). "Improvvisazione" riprende invece, molto liberamente, il celebre "Inno alla gioia" di Beethoven. In sostanza, come per il primo Battiato, si tratta di una musica più vicina all'avanguardia che al rock vero e proprio. La copertina dell'album, come le documentate note interne (riportate nella ristampa digitale dell'etichetta Musicando), si schierano apertamente contro il nucleare e a favore dell'energia pulita, un tema di attualità dopo il disastro ambientale di Seveso nel luglio 1976. Terra Di Benedetto realizza un singolo nel 1982 e si dedica poi al teatro, mentre Di Martino incide l'album "Alla periferia dell'impero" (1984) e diventa quindi autore per interpreti come Alice e Giuni Russo.

AlbergoIntergalattico_cover

"Albergo Intergalattico Spaziale"

  Albero Motore   - Prodotti da Ricky Gianco, autore delle liriche insieme a Gianni Nebbiosi, i cinque Albero Motore (basso, batteria, tastiere, chitarra e voce solista) si fanno notare nel 1974 con "Il grande gioco". E' ancora oggi un album fresco e godibile, senza i virtuosismi tipici del rock progressivo più in voga, ma grande equilibrio strumentale e una vena melodica piuttosto brillante. Anche se l'ispirazione musicale del gruppo romano è quanto mai composita, gli otto brani in scaletta sono costruiti come si deve e si fanno ascoltare sempre con piacere. Tra gli altri spicca la civile protesta di "Israele", che denuncia l'ambiguità di chi da 'oppresso' si fa 'oppressore'. Belle cose offrono anche "Landrù", "Una vita di notte", "Nel giardino dei lillà", e lo strumentale "Capodanno '73", in una sequenza che abbraccia il rock più classico, di taglio americano, la ballata blues e qualche spunto di morbido jazz negli arrangiamenti, con il pianoforte di Adriano Martire in costante evidenza, insieme alla chitarre di Fernando Fera, autore delle musiche. La voce solista di Maurizio Rota, per finire, è sempre bella e all'altezza di una proposta così varia. In conclusione, si tratta di un discreto album, sia pure fuori dalle complesse architetture del 'progressive' più celebrato. La band romana si sciolse dopo la pubblicazione di un ultimo 45 giri come "Messico lontano/Mandrake" (1975). Quasi tutti i componenti sono restati nell'ambito della musica, sia pure con ambizioni diverse: in particolare Fera ha realizzato colonne sonore e anche un raro album intitolato "Fernando Fera Group", mentre il bassista Glauco Borrelli ha suonato per anni con Pierangelo Bertoli. Ristampe in CD di Akarma.

AlberoMotore_cover

"Il grande gioco"

  Alice   - Tra le prime band francesi ad abbracciare il rock progressivo, gli Alice realizzano due dischi di buona fattura nei primi anni Settanta. Guidato dal polistrumentista Jean-Pierre Auffredo (fiati, violino, chitarra, pianoforte) il quintetto esordisce con un fresco album omonimo registrato allo Studio Marquee di Londra (1970). L'apertura accattivante di "Axis" è un rock psichedelico dai risvolti esotici e misteriosi, ma il disco mette insieme umori compositi. Delicati esempi di folk-rock con flauto, chitarra acustica e percussioni in evidenza ("Valse" o "Le Nouveau Monde"), melodie dai toni intimisti e rarefatti ("Venez Jouer II" e poi "L'Enfant") oltre a qualche vivace rock chitarristico ("L'Arbre" e "Tournez La Page..."). La minisuite "Extrach Du 'Cercle' " è forse il momento più ambizioso della sequenza, anche se oggi suona un po' datato: diviso in due parti, allinea voci corali, incisivi spunti di chitarra oltre alle tonalità gotiche dell'organo di Alain Suzan e una coda di violino. Nel complesso è un disco di gradevole ascolto, ma con spunti eterogenei non sempre calibrati a dovere. Nel 1971 la band pubblica il 45 giri "Je voudrais habiter le soleil" e subito dopo volta pagina: Alain Suzan assume il comando delle operazioni, reclutando quattro nuovi elementi al posto di Auffredo che lascia insieme agli altri. Il risultato è un secondo album più maturo come "Arrêtez le monde" (), uscito nel 1972 per la Polydor. Davvero molto bello l'attacco di "Introduction" e della seguente "Salina", immerse in un clima sinfonico e romantico di eccellente fattura, con echi quasi rinascimentali a tratti, nel quale spiccano il flauto, il mellotron di Luc Bertin e una chitarra solista ad effetto. Di sapore classicheggiante è pure "Il Est", un episodio di trasognata eleganza guidato dal flauto di Suzan. Nella sequenza si segnalano quindi la fosca "Byzance", scandita dal ritmo marziale della batteria, il rock chitarristico e melodico di "Le Roseau", con i fraseggi dell'organo nel finale, fino alla bella melodia della title-track, con chitarra e pianoforte che incorniciano abilmente le parti vocali, oltre a un paio di ballate prettamente acustiche come "Franky l'oiseau". Nelle due parti della conclusiva "Le cercle" gli Alice recuperano invece una dimensione prog più elaborata: il flauto leggiadro e le voci corali dominano il primo segmento, mentre nel secondo, più potente, l'organo e la chitarra elettrica sviluppano un tema strumentale di bella tensione, con il fattivo apporto del batterista Dodou Weiss e del sax. Un degno suggello per un disco di buon livello, che fu realizzato anche in versione inglese con il titolo "All Ice". Ristampe a cura di Progressive Line e Second Harvest.

Alice_Arretez

"Arrêtez le monde"

  Alluminogeni   - Questo trio di Torino, formato nel 1970, prende il nome dal suo leader Patrizio Alluminio (tastiere e voce). Dopo l'esordio col singolo "L'alba di Bremit" e altri tre 45 giri in una chiave più leggera, tutti realizzati nel periodo 1970-'71, e una serie di partecipazioni ai primi raduni pop italiani (come quello di Viareggio, 1971) il gruppo incide finalmente il primo album nel 1972: "Scolopendra". I testi, a carattere concept, narrano la vigilia e l'alba dell'uomo sulla terra. La registrazione piuttosto opaca, della quale molto si lamentò Alluminio con la Fonit, non impedisce comunque di apprezzare gli spunti piuttosto felici di questo rock d'impronta dark, con l'organo del leader e la chitarra elettrica di Enrico Cagliero in primo piano, insieme alle discrete parti vocali. Evidente e lodevole il tentativo di emanciparsi da sonorità post-beat che pure fanno capolino qua e là. Tra le sette composizioni dell'album spiccano la title-track che apre il viaggio, la lunga e rarefatta "Thrilling" e anche l'epilogo di "Pianeta", drammatica e piena di pathos. In sostanza, "Scolopendra" rimane un genuino esempio di prog italiano degli inizi, interessante ma ancora in cerca di un suo linguaggio pienamente convincente. Riformatisi nel 1993 gli Alluminogeni hanno quindi realizzato l'album "Geni mutanti" e la raccolta "Green grapes", che include pezzi vecchi e nuovi.

Alluminogeni_Scolopendra

"Scolopendra"

  Alphataurus   - Un ottimo gruppo milanese formato nel 1970. Dopo una serie di partecipazioni a importanti raduni live dell'epoca, come il Davoli Pop di Reggio Emilia e Palermo Pop, entrambi nel 1972, il quintetto (voce, chitarra, tastiere, basso e batteria) realizza nel 1973 il suo unico disco omonimo() per la nuova etichetta Magma, gestita da Vittorio De Scalzi dei New Trolls. L'album si compone di cinque tracce di media e lunga durata, tutte di buon livello e con picchi di vera eccellenza, praticamente senza punti deboli. Se la copertina firmata da Adriano Marangoni allude all'ambiguità di un pacifismo solo di facciata, e i testi ai rischi dettati da superbia e isolamento, come nell'apertura di "Peccato d'orgoglio", la musica è un potente rock barocco con vivaci impennate hard: è il caso di "Dopo l'uragano", brano valorizzato dall'ottima voce di Michele Bavaro e dalla chitarra solista di Guido Wasserman. Nonostante si avverta talvolta l'influenza di sonorità targate E.L.P., soprattutto nella chiusura tumultuosa di "Ombra muta", le tastiere di Pietro Pellegrini, autore di tutte le musiche, trovano anche diversi momenti più personali e di grande effetto, come nel suggestivo strumentale "Croma". Belle parti di pianoforte e synth infine caratterizzano "La mente vola", un episodio dove anche nelle liriche emerge l'anima più romantica del gruppo. La formazione lombarda mostra un notevole potenziale tecnico, e si giova qua e là di ingegnose sonorità speciali davvero efficaci, che rendono ancora più accattivante la sequenza. Nonostante un esordio così promettente, i cinque si sciolgono però poco dopo, lasciando un secondo album parzialmente incompiuto, senza parti vocali, che ha visto la luce soltanto negli anni Novanta: "Dietro l'uragano" (1992). Dopo anni di silenzio e percorsi individuali (Pellegrini ha collaborato con P.F.M. e Riccardo Zappa, Bavaro ha tentato la carriera solista), la band è tornata finalmente attiva nel 2010, e dal concerto di riunione a Mezzago è stato tratto il disco "Live in Bloom" (2012), seguito lo stesso anno da "AttosecondO". In generale, gli Alphataurus restano senz'altro tra i più meritevoli nel folto panorama delle band italiane meno fortunate. Ristampe digitali a cura di Vinyl Magic e poi AMS/BTF. Altre informazioni nel sito ufficiale.

Alphataurus_cover

"Alphataurus"

  Alquin   - Nati nel 1968 a Delft, gli olandesi Alquin vantano alcuni album di valore disuguale. L'esordio di "Marks", pubblicato nel 1972, mostra un sestetto molto eclettico (due fiatisti in organico) che si destreggia tra morbide atmosfere acustiche come "You always can change", con pianoforte e chitarre in primo piano, e curiose divagazioni jazz all'interno del singolo pezzo: ad esempio "Oriental journey", dominato dai fiati. L'accostamento di climi diversi torna anche in "Soft royce", con stranianti inserti di ritmi afro-latini e voce acida in un contesto molto prossimo ai canterburyani, e nella più atmosferica "I wish I could", col flauto e l'organo protagonisti, mentre nella più breve "Catharine's wig" fa capolino una vena folk con tanto di violino. La disinvolta, a tratti spericolata, contaminazione di stili tanto diversi non fuga però l'impressione di una personalità ancora embrionale, fin troppo dispersiva. Più efficace e organico è il successivo "The Mountain Queen" (1973), considerato il loro disco migliore. Molto suggestiva è l'apertura di "The dance", ben articolata sull'organo di Dick Franssen e la chitarra solista di Ferdinand Bakker, e poi dirottata altrove dai fiati prima di tornare al punto di partenza. Di un certo effetto è pure "Convicts of the air", sincopato episodio con la chitarra e il flauto di Ronald Ottenhoff a incrociarsi continuamente. Più ancora che nella title-track, sostanziosa variazione su Canterbury e dintorni con morbide parti vocali, la summa stilistica di questo gruppo camaleontico è nella chiusura di "Mr. Barnum's Jr.'s Magnificent and Fabulous city" (presente in versione live nel disco d'esordio) che chiama ancora in causa il violino, il sax e il flauto in un esempio davvero pirotecnico di progressive senza confini, tra folk, jazz e blues, con lunghe divagazioni dell'organo e coloriture acide della chitarra. Con il disco del 1975, "Nobody Can Wait Forever", entra in formazione un cantante di ruolo, ma la musica degli Alquin opta per soluzioni pop-rock più commerciali, confermate nelle successive incisioni. Molto popolare in patria, la band si è riformata negli anni Novanta e ha realizzato nuovi album.

Alquin_MountainQueen

"The Mountain Queen"

  Alusa Fallax   - L'album "Intorno alla mia cattiva educazione", pubblicato nel 1974, è l'ultimo documento discografico di questa band milanese ma gravitante nella zona di Novara, nata sulle ceneri degli Adelfi, e già attiva alla fine dei Sessanta con alcuni singoli decisamente meno impegnativi. In questo album edito dalla Fonit Cetra, invece, i cinque componenti (chitarra, tastiere, flauto/sax, basso, percussioni/voce) abbracciano senza incertezze il linguaggio del progressive, a cominciare dal carattere concettuale che lega tutti i tredici brani del disco, concepito come una vera opera di stampo teatrale. Musicalmente il ruolo guida è costituito dal binomio di pianoforte e flauto (Mario Cirla), con alcune parti di synth e in generale una trama sonora senza eccessivi protagonismi, nella quale trovano spazio liriche di un certo interesse. Gli spazi strumentali si dividono, in maniera fin troppo marcata, tra episodi carichi di tensione con sax e percussioni in evidenza ("Soliloquio" o "É oggi"), ed altri più elaborati ed eleganti, costruiti sulle tastiere di Massimo Parretti, come la finale "Splendida sensazione". Grazie soprattutto alla buona voce solista di Dutj Cirla, davvero molto efficace in brani come "Non fatemi caso" e "Ciò che nasce con me", e al discreto livello tecnico della band, l'album si ascolta con piacere fino in fondo. Nonostante l'assenza di spunti veramente originali, gli Alusa Fallax, che si sciolgono nel 1979, portano comunque il loro fattivo contributo al rock progressivo italiano degli anni Settanta.

AlusaFallax_cover

"Intorno alla mia cattiva educazione"

Vai a AM-AZ




More on con and along with che
transported by FREE Go FTP