Interviste

La parola ai protagonisti del Rock Progressivo

Tutte le interviste di AltreMuse

Salvo Lazzara - Pensiero Nomade (Febbraio 2016)

Unreal City (Marzo 2015)

Giovanni Parmeggiani - Accordo dei Contrari (Ottobre 2014)

Alex Carpani (Giugno 2014)

Aldo Tagliapietra (Ottobre 2013)

Paolo Pigni - Sarastro Blake (Settembre 2013)

Pietro Contorno - Tugs (Maggio 2013)

Alphataurus (Dicembre 2012)

Luca Briccola - Mogador (Settembre 2012)

Syndone (Giugno 2012)

Simone Negrini - Akt (Aprile 2011)

Nik Comoglio - Syndone (Febbraio 2011)

Aldo Tagliapietra (Dicembre 2010)

Simona Rigano - Conqueror (Ottobre 2010)

Fabio Zuffanti - La Maschera Di Cera (Maggio 2010)

Angelo Santo Lombardi - Gan Eden-Il Giardino delle Delizie (Dicembre 2009)

Ubi Maior (Settembre 2009)

Leonardo Bonetti - Arpia (Luglio 2009)






Otto domande a Salvo Lazzara (Pensiero Nomade)

Al suo quinto disco come Pensiero Nomade, il chitarrista Salvo Lazzara sembra giunto ad un primo punto di arrivo della sua ricerca espressiva, defilata ma sempre molto personale, iniziata nell'ormai lontano 2007. Di quest'ultimo album così affascinante, ma non solo, parliamo con lo stesso musicista: ecco di seguito le sue risposte alle domande di "AltreMuse".

1) L'impressione che si ricava ascoltando "Da nessun luogo" è quella di un punto di svolta nella tua parabola musicale. Sei d'accordo?

Salvo Lazzara -
Direi di si, almeno per quanto riguarda Pensiero Nomade inteso come “gruppo aperto”, come progetto aperto; credo che "Da Nessun Luogo" sia stata una bella impresa e che corrisponda al massimo livello di espansione della line up che sono in grado di gestire, e anche di complessità di arrangiamento e composizione. Si tratta, per certi versi, di un ritorno al passato, dato che qui sono presenti elementi che appartengono a campi musicali già esplorati, ad esempio in "Materia e memoria", ma anche elementi di novità, come gli arrangiamenti orchestrali, che invece non avevo mai frequentato. Da questo però non farei risalire il concetto che da qui in poi Pensiero Nomade non possa più evolvere, o cambiare orizzonte...Diciamo che è stata una bella prova collettiva, molto soddisfacente. Non saprei dirti se questo sia finalmente il mio stile o il mio orizzonte sonoro.

2) Dopo quattro dischi strumentali, nel nuovo album hai inserito dei testi. Da dove nasce questa esigenza?

S. L. -
Dal fatto che c’erano dei testi scritti per una raccolta di poesie che aspettavano la giusta collocazione, e questo è accaduto, grazie al lavoro di cut and paste fatto con Andrea Pavoni, responsabile per altro di gran parte degli arrangiamenti, e all’interpretazione mai banale di Michela Botti. Ma anche perché c’era in me il bisogno di esprimere delle emozioni complesse, e quindi l’uso della parola diventava inevitabile...

3) Mi sembra importante sottolineare l'apporto dei singoli musicisti che suonano con te. Come li hai scelti?

S. L. -
Ci sono vecchie frequentazioni, come Alessandro Toniolo, con cui divido musica dai tempi dei Germinale, col quale davvero sono in totale sintonia; Davide Guidoni, Luca Pietropaoli e Fabio Anile hanno condiviso già il progetto in passato, qui magari hanno avuto apporti meno pesanti, ma comunque significativi; fanno parte irrinunciabile del mio immaginario sonoro. Andrea Pavoni e Michela Botti non li conoscevo prima, e ci siamo incrociati davvero per caso o fortuna, grazie ad un concerto dal vivo fatto con Pavoni al teatro IF di Jerry Cutillo degli OAK, dal quale è nata poi una sintonia davvero inusuale, che ha determinato in pieno il sound di questo cd.

4) Come presenteresti, a chi non la conosce, la tua musica in generale e quella dell'ultimo disco?

S. L. -
Mah, diciamo che la mia musica nasce dal fatto di scegliere sempre di vivere l’incertezza della direzione da prendere, della via da esplorare, ma questa incertezza poi si condensa intorno a delle forme sonore e ritmiche riconoscibili da molti. Non ho mai avuto la pretesa di essere unico e irripetibile, ma la certezza di fare musica con onestà e dedizione, cercando di non essere banale.

5) Hai cominciato con i Germinale negli anni Novanta. Quanto ti senti ancora legato al mondo del progressive?

S. L. -
Direi il minimo indispensabile! Non posso negare di aver fatto un bel tratto di strada tra quei solchi, ma non avendo mai avuto davvero come maestri molti dei cosiddetti mostri sacri, ho preferito tenermi in disparte, seguendo percorsi più obliqui. Oggi, paradossalmente, con "Da Nessun Luogo" mi sento di aver di nuovo incrociato il progressive in molti modi, ma non ne farei una questione di stile…

6) La dimensione live è importante per te o preferisci l'aspetto discografico?

S. L. -
Direi il secondo, appartengo a quella categoria di musicisti a proprio agio con una cuffia in testa davanti ad un monitor acceso…

7) Fammi i nomi di quei musicisti che ti hanno ispirato o spinto a fare musica. C'è qualcuno col quale prima o poi vorresti collaborare?

S. L. -
Nomi tanti, nel tempo mi hanno suggestionato molto David Sylvian, Robert Fripp, Ralph Towner, Ryuichi Sakamoto, Philip Glass, Jon Hassell, e tanti me ne sto scordando…Ma in genere non sogno mai di suonare con queste divinità; sono più attirato dagli onesti artigiani come me!

8) Quali altre suggestioni, interessi o linguaggi artistici sono importanti per la tua musica?

S. L. -
La poesia senz’altro, in parte la pittura astratta e minimalista, la fotografia e i nuovi media. Ovviamente la filosofia, avendola frequentata per studio per decenni. In generale sono molto attratto dalla possibilità di dare uno sguardo meno docile, meno distratto alla vita quotidiana.

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Dieci domande per gli Unreal City

Con l'uscita di un secondo disco quale "Il paese del tramonto", gli Unreal City hanno confermato di essere uno dei gruppi emergenti più agguerriti del prog italiano. Per focalizzare meglio questa nuova realtà, abbiamo voluto sentire le loro impressioni sull'ultimo lavoro, ma non solo. Ecco di seguito le risposte "collettive" del quartetto alle dieci domande di "AltreMuse".

1) Facciamo un po' di storia: come nasce il gruppo e con quali presupposti?

Unreal City -
Il gruppo nasce nel 2008 da un’idea di Emanuele (Tastiere e Voce) e Francesca (Chitarre), che già lavoravano insieme in un gruppo progressive rock milanese chiamato The Syllogism, attivi dal 2006-2007 al 2008. Provavamo in una sala prove non nostra e la situazione era abbastanza critica, soprattutto per il tastierista che in treno doveva portarsi appresso la montagna di tastiere che suona. Il gruppo si è trasferito quindi a Parma anche per motivi pratici. A casa del tastierista abbiamo una sala prove privata completamente attrezzata e questo ci da modo di provare e sperimentare più tempo possibile. Crediamo che il progressive rock sia più un “contenitore neutro” che non una vera e propria etichetta tassonomica musicale, ergo poco si confà ad esser descritta dall’aggettivo “vintage”. Il prog è estremamente attualizzabile e questo è proprio quello che cerchiamo di fare nei nostri lavori.

2) In questa seconda prova cosa è cambiato rispetto alla precedente?

U. C. -
Il nuovo album parte proprio laddove finiva il primo, cioè con quella suite intitolata Horror Vacui che vedeva nell’omicidio l’apice del processo di disumanizzazione promosso da un certo tipo di inarrestabile civilizzazione occidentale. Sempre con un omicidio si apre l’album, anche se di natura molto differente, trattandosi di quello che giuridicamente verrebbe chiamato omicidio passionale. Qui il vero protagonista è però il sogno che censura e rimuove l’atto omicida. La storia vede appunto il protagonista percorrere, lungo il dispiegarsi del sogno, le tappe che lo portano dapprima a prendere coscienza del suo gesto e in un secondo momento pagarne le conseguenze innanzi ad un tribunale che altro non è se non la trasposizione onirica dei suoi “resti mortali”, fino ad arrivare alla temuta condanna: la regressione ad uno stato pre-umano in cui la materia è perennemente indecisa se evolvere ad uno stato cellulare, biologico, vitale o persistere in forma di ente inanimato. Il Paese Del Tramonto è quindi una grande allegoria per indicare il sogno, il suo funzionamento, i suoi meccanismi latenti.

3) Ci sono aspetti specifici del disco di cui siete particolarmente soddisfatti?

U. C. -
In assoluto la cosa che preferiamo della filosofia del gruppo è l’utilizzo di una strumentazione fortemente marcata e riconducibile ad una precisissima fase della storia della musica moderna. Questo non tanto per snobismo verso le nuove tendenze del far musica contemporaneo o per attirarci le simpatie di un pubblico affezionato a quelle sonorità, quanto per l’immensa vastità delle possibilità di utilizzo di quegli strumenti da un punto di vista timbrico. Con quella strumentistica ci sentiamo a nostro agio, non ci serve altro. Non si è mai visto in tutta la storia del gruppo un computer, una scheda audio od un iPod per sequenze pre-registrate ad un nostro concerto.

4) Le liriche hanno molto spazio nel disco. Quali sono le vostre fonti ispirative?

U. C. -
Rispetto al disco precedente, qui c’è molto più materiale originale, anche se soprattutto nel primo brano (Oniromanzia – Il Paese Del Tramonto) abbiamo giocato ad inserire all’interno del paesaggio onirico che si dispiega dinnanzi agli occhi del protagonista una serie di simboli che rimandano alla storia delle religioni e della mitologia, prendendo spunti da autori come Borges, Baudelaire, Eliot, oppure dai culti orfici della grecità classica, il pitagorismo, il primo platonismo…All’interno dell’album ci sono innumerevoli citazioni, ma se nel primo lavoro esse erano esplicite, palesate, qui rimangono dietro le quinte e vengono adoperate con il solo scopo di servire il concept.

5) Che reazioni state registrando da parte di pubblico e critica?

U. C. -
Per ora, a un mese e mezzo dall’uscita del disco, i feedback sono molto più che positivi e, nonostante anche il primo fosse andato bene, superiori alle aspettative. Abbiamo appena terminato la prima parte di una tournée europea che ci ha visto calcare alcuni palcoscenici di Austria, Germania e Paesi Bassi, ad Aprile suoneremo in Svizzera, Italia e ancora molte altre date sono in via di conferma. Il riscontro del pubblico è stato positivissimo a cominciare dal giorno di messa in vendita del disco, nel quale abbiamo partecipato ad una davvero affollata conferenza stampa/presentazione a Pavia. Vero è anche che la stragrande maggioranza del nostro pubblico è estera, e da questa evidenza nasce la scelta di organizzare un tour che per ora prevede solo una data italiana.

6) Riuscite a trovare facilmente spazi per suonare dal vivo?

U. C. -
Paradossalmente, dopo il meraviglioso concerto dell’anno scorso a Québec City e dopo quest’ultimo tour europeo, ci siamo accorti che è più facile per noi organizzare una data in America o nel centro Europa piuttosto che in Italia. Purtroppo nella grande città più vicina a noi, Milano, manca un centro che riesca a proporre in modo davvero efficace ed onesto il nostro genere, quindi l’unica data italiana per ora è quella di Verona, il 18 Aprile, durante il Verona Prog Festival. Il giorno prima invece saremo a Chiasso, in Svizzera, a poco meno di mezz’ora da Milano. Ci dispiace, perché continuamente riceviamo i feedback di persone che vorrebbero venirci a vedere anche nelle città italiane, ma in Italia sembra che il prog rimanga confinato a quella manciata di locali che si prestano a giochi poco chiari e con i quali, sinceramente, non vogliamo avere a che fare.

7) Che tipo di background ha il vostro tastierista?

U. C. -
Emanuele nasce come pianista classico e solo in un secondo momento, intorno ai 17 anni, si avvicina alla musica moderna e alla sua strumentistica, in particolar modo all’organo Hammond e alla sintesi elettronica. Provenendo dalla musica classica, sulla sua formazione musicale hanno inevitabilmente influito artisti di quel settore. A livello esecutivo i suoi punti di riferimento classici sono Zimerman, Arrau, Richter, Bachaus. Per quanto riguarda il rock, assolutamente Keith Emerson, Rick Wright e Rick Wakeman, ma anche Dave Sinclair e Jimmy Smith. Fra gli italiani Premoli, Pagliuca e Nocenzi.

8) La vostra opinione sul momento attuale del prog italiano?

U. C. -
Musicalmente è una scena che può dare filo da torcere a molti altri paesi (che tuttavia in Italia sembrano essere ben più blasonate a causa del sempiterno complesso di inferiorità che ci contraddistingue): ci sono validissimi musicisti e grandi idee, nonostante i gufi che continuano a dire che la scena stia di fatto ristagnando. A livello di amministrazione, di relazione fra i gruppi, di politica interna del genere, invece è senza mezzi termini una guerra fra poveri che ha saputo e sa toccare bassezze di uno squallore quasi patologico. Se ci si aggiunge anche la cosmologia di discografici, gestori di locali, “manager” che gravita attorno a questo genere, la scena italiana è ancora più desolante.

9) In generale, quali musicisti stimate particolarmente?

U. C. -
A di là dei chiarissimi riferimenti storici (che non rinneghiamo e dei quali anzi andiamo orgogliosissimi), stimiamo i musicisti che riescono a proporre la propria musica senza essere vincolati da contingenze non artistiche (suonare di più/sbarcare il lunario/amicarsi una fetta sempre più ampia di pubblico/…), ma che anzi con coraggio riesce a superare la coltre di pregiudizi che spesso in questo ambiente colpisce gli artisti più giovani. Una delle esperienze che ricordiamo con maggior piacere è stata la bella serata in un teatro di Parma dove, in occasione di un piccolo festival di cui curavamo la direzione artistica, abbiamo scelto solo gruppi progressive rock giovani.

10) C'è un progetto speciale che gli Unreal City vorrebbero realizzare in futuro?

U. C. -
Un tour con un’orchestra. Più che un progetto concreto è un sogno nel cassetto: sarebbe davvero splendido per noi poter riarrangiare i brani per includere in essi un’intera orchestra e portarli dal vivo.

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Otto domande a Giovanni Parmeggiani (Accordo dei Contrari)

Con un terzo album intitolato semplicemente "AdC", il quartetto Accordo dei Contrari risponde pienamente alle attese degli appassionati prog che li avevano apprezzati nelle due prove precedenti. Sul nuovo lavoro del gruppo bolognese, e su molto altro, abbiamo interpellato il tastierista e compositore Giovanni Parmeggiani: ecco le sue risposte, particolarmente esaurienti, alle domande di "AltreMuse".

1) Da dove nasce la scelta di un disco praticamente live?

Giovanni Parmeggiani -
La nostra scelta ha origini più profonde di quanto possa sembrare. Si tratta di una strategia per noi indispensabile – addirittura un nostro modo d’essere, un tratto di identità, se si considera che abbiamo registrato live in studio tutti e tre gli album che abbiamo realizzato. In primo luogo, la scelta di registrare live è una presa d’atto della natura della nostra formazione: Accordo dei Contrari è un gruppo, per inclinazione di tutti noi, visceralmente rock e, come tale, è una creatura live. In secondo luogo, la musica che suoniamo è concepita come dialogo tra strumenti – un dialogo occasionalmente aperto, per programma, all’improvvisazione –; le parti interagiscono tra loro nella simultaneità dell’esecuzione e, al tempo stesso, interagiscono a distanza, nella sequenza compositiva di ogni brano. Questa vitalità strutturale, presente nella musica così come è concepita, necessita di un’interpretazione altrettanto vitale, quale si può avere, appunto, soltanto in un’esecuzione di insieme. La registrazione in presa diretta, a questo punto, diviene essa stessa una necessità; e il risultato è puntuale in senso stretto: ogni album finisce per restituire all’ascoltatore un’immagine particolare e fedele di Accordo dei Contrari, quella dei giorni stessi di registrazione.

2) Quanto vi sentite maturati artisticamente rispetto all'esordio?

G. P. -
Molte cose sono cambiate. Il feeling esecutivo e la padronanza strumentale, la stessa consapevolezza che si riflette nello scegliere determinati suoni perché si vogliono esattamente quei suoni e non altri, e infine, il controllo delle dinamiche nell’interplay, sono cresciuti notevolmente, rispetto ai tempi di Kinesis. Oggi mi chiedo come suonerebbe Kinesis, se lo registrassimo di nuovo. Avrebbe la stessa forza e urgenza? Non lo so. Quel che è certo, avrebbe più profondità: la partitura resterebbe densa e serrata, ma acquisirebbe spessore – lo spessore che viene naturalmente da una condizione di superiore maturità non soltanto tecnica, ma soprattutto umana.

3) Quali reazioni ha suscitato il nuovo disco nei concerti?

G. P. -
Direi ottima. In particolare alcuni pezzi, Nadir, Dua, Dandelion, sono sempre molto apprezzati. Vorremmo avere modo di portare sul palco anche i brani totalmente acustici (Più Limpida e Chiara di Ogni Impressione Vissuta, part II, ad esempio, o altri pezzi che ho già composto e spero di incidere in futuro), e ci stiamo attrezzando in questa direzione. Ma la resa migliore o peggiore di un brano, sappiamo, non dipende soltanto dal modo in cui è eseguito; dipende anche dalla sua collocazione entro la scaletta di esecuzione, che – esattamente come accade per la scaletta di un album prima della pubblicazione – va attentamente meditata prima di ogni concerto. Qualche volta, al termine di un concerto, si ha la percezione di aver fatto un passo falso nella disposizione di questo o quel pezzo, ed è giusto preoccuparsene: un bel brano, quando collocato male, non è debitamente valorizzato e corre il rischio di sfiorire, purtroppo. Questo è un dato, tra l’altro, che conferma il fatto che ogni pezzo degli Accordo dei Contrari, sia esso registrato in studio o eseguito sul palco, non è mai un discorso a sé, ma legato in modo naturale ai brani che lo precedono e a quelli che lo seguono: è un discorso continuo, aperto a nuovi sviluppi.

4) In quali paesi riscontrate maggiore interesse per la vostra musica?

G. P. -
C’è molta curiosità soprattutto negli Stati Uniti e in Francia, abbastanza anche in Belgio e in Germania. Con un pizzico di malizia – bonaria, per carità – e di rammarico, potrei dirti che abbiamo riscontrato un interesse sempre molto acceso tutte le volte che abbiamo avuto l’occasione di suonare fuori dall’Italia, o in Italia nelle rare circostanze in cui ci siamo confrontati con un pubblico di estrazione varia (non esclusivamente progressiva). Il problema è che i concerti sono sempre pochi. E questo è, per noi, un deleterio paradosso, considerato che la nostra identità di gruppo è fondamentalmente live e, pertanto, il palco è essenziale. Lo scorso agosto abbiamo avuto modo di suonare in trio alla rassegna Time Out, a margine del festival Time in Jazz organizzato da Paolo Fresu a Berchidda. Ci siamo presentati a un pubblico che certo non era di cultura progressiva, e la reazione è stata molto buona: c’era grande entusiasmo soprattutto tra i giovani. Questo è un segnale – credo – positivo e importante, oltre che, per certi versi, illuminante: il problema della musica progressiva, oggi in Italia, è il fatto di non trovare canali stabili per arrivare con continuità all’ascoltatore giovane. C’è un pubblico potenziale, là fuori, che attende solo di ascoltarci, tutt’altro che condizionato dal mercato musicale di massa odierno, sia esso radiofonico, televisivo o informatico, né irretito dalla devozione a distinzioni precostituite di etichetta o di genere musicale.

5) Come tastierista che tipo di formazione hai avuto?

G. P. -
Sono cresciuto ascoltando musica classica strumentale, dalla musica barocca (in particolare Scarlatti, Vivaldi, Buxtehude, Bach) alla musica romantica (ad esempio Beethoven, Schumann, Schubert) a quella del Novecento (soprattutto Debussy, Vierne, Mahler, Dupré, Stravinskij, Bartok, Schönberg, Hindemith, Messiaen e Shostakovich). Ho sempre avuto una particolare predilezione per la musica solistica per piano o per organo, e per quella per quartetti d’archi e per orchestra. La scoperta della musica elettrica è venuta tardivamente: la musica rock progressiva innanzitutto (Genesis, Van der Graaf Generator, Gentle Giant, King Crimson, i vari gruppi del giro di Canterbury – Soft Machine su tutti –, Henry Cow, Area, Magma, Zappa), l’hard rock (Who, Led Zeppelin), il minimalismo (Steve Reich), l’avanguardia (Brian Eno), il jazz elettrico (Miles Davis e Mahavishnu Orchestra in particolare) e contemporaneo (Bill Frisell, Dave Holland, Pat Metheny, Tim Berne, Steve Coleman, Greg Osby, il John Zorn di Naked City e Masada, per citarne alcuni). Il mio approccio al piano è stato piuttosto personale. Per pochi anni, da piccolo, andai a lezione di pianoforte. Ma non ero molto scrupoloso nello studio. Dopodiché ripresi il piano da autodidatta, semplicemente rieseguendo ad orecchio temi che udivo alla radio o su disco. Ogni tanto, a tarda sera, nella stanza del seminterrato, quando mio fratello Andrea scriveva al computer, gli facevo compagnia eseguendo nella semioscurità piccoli temi improvvisati – decisamente atonali e, per questo, non so quanto veramente graditi – su un vecchio organo Crumar regalatomi da un amico di famiglia: mi divertivo a utilizzare i registri più compassati dell’organo per creare sonorità non invadenti e timbricamente bizzarre, quasi un commento onirico ai contenuti scritti di mio fratello, che potevo soltanto immaginare, non potendo leggerli: è stata probabilmente questa – poco matura, ma già molto consapevole – la mia primissima esperienza creativa in musica. Poi presi a comporre temi più elaborati e strutturati sul piano acustico: uno strumento che si prestava perfettamente alle mie idee, sempre molto ritmiche e percussive. Ogni sabato mi sedevo al piano con il proposito di fare musica mia. E già negli anni novanta, molto prima di dare vita con Cristian Franchi agli Accordo dei Contrari, realizzai alcuni brani e passaggi strumentali che sono stati poi incisi dopo molti anni, come Anexelenkton (apparso su Kinesis) o l’intreccio organo/chitarra/basso che precede la coda finale di Dua (su AdC).

6) Ci sono musicisti dell'attuale scena prog che stimate particolarmente?

G. P. -
Potrei dirti i Deus ex Machina, i Gösta Berling Saga, i One Shot, i Birdsong of the Mesozoic, i Beardfish, i DFA. Questi sono alcuni nomi che mi vengono in mente ora. A parte i Deus ex Machina, si tratta di formazioni che, per lo più, abbiamo scoperto dopo l’incisione di Kinesis e Kublai, e qualche volta abbiamo conosciuto nella persona dei musicisti stessi, incontrati nella circostanza di festival o manifestazioni dal vivo a cui anche Accordo dei Contrari ha preso parte. Devo riconoscere, però, che non abbiamo mai seguito con attenzione i percorsi musicali altrui: non per scarsa curiosità, ma per mancanza di tempo e, per quanto mi riguarda, per una certa urgenza a concentrarmi sulla composizione, più che sull’ascolto. Tuttora, quando ascolto musica, mi rivolgo esclusivamente alla classica – un mondo che non conosce definizioni di orizzonte, visto che non si finisce mai di scoprire cose nuove, anche quando si tratta di autori noti da anni.

7) Il mondo del prog italiano è ridotto così male come si dice?

G. P. -
Direi di no. Ma c’è certamente una dicotomia tra ricezione critica, iniziativa di etichette e musicisti da una parte, e la visibilità reale dei gruppi italiani di musica progressiva dall’altra. La critica del circuito progressivo internazionale segnala l’Italia tra i paesi che ogni anno realizzano più musica, e di livello assoluto – quantità e qualità vanno a braccetto, insomma, come per il buon vino. Diversi gruppi vantano collaborazioni con etichette estere o vedono nel proprio organico, in pianta più o meno stabile, musicisti non italiani, al punto che, se la concezione del progetto è italiana, il suo respiro è indiscutibilmente internazionale: ciò evidenzia la presenza e la centralità dell’Italia nel circuito musicale europeo ed extraeuropeo – del resto comprovate dall’intraprendenza oltre confine di etichette discografiche italiane particolarmente apprezzate e riconosciute, come AltrOck. Altra questione è, invece, la visibilità effettiva dei gruppi italiani di musica progressiva. Qui ho l’impressione che la tradizione italiana del prog classico/sinfonico degli anni settanta – una tradizione solidissima, riconosciuta in tutta il mondo – pesi sul presente come un macigno. Mi spiego: è più facile acquisire visibilità, essendo italiani, se si stabilisce un rapporto di continuità con quel precedente magnifico degli anni settanta, che tutti ricordano e molti ascoltatori continuano a ricercare oggi; è molto meno facile, invece, acquisire visibilità se si tenta di seguire una strada più personale e originale. In quest’ultimo caso, si avrebbe certamente vita più semplice – più visibilità, intendo dire – se si fosse inglesi, statunitensi o magari svedesi. Noi italiani – spiace dirlo – partiamo svantaggiati.

8) C'è qualche progetto che vorreste assolutamente realizzare prima o poi?

G. P. -
Come Accordo dei Contrari, stiamo già lavorando a un quarto album. C’è del materiale già composto, elettrico e acustico, che vorremmo pubblicare, non inciso in AdC solo per ragioni di equilibrio formale. Marco Marzo ha portato proprio in questi giorni un nuovo brano, e io sto attualmente lavorando ad altre nuove composizioni elettro-acustiche (per formazione variabile, dal duo all’ottetto). Come sempre, il materiale da eseguire non manca: servirà del tempo, piuttosto, per imparare le parti composte ed eseguirle con la giusta efficacia. Del resto, ognuno di noi ha la propria vita familiare e professionale: questo è quanto non ci ha permesso di lavorare con continuità e di arrivare più rapidamente alla registrazione, in passato, ed è un punto che ci ritroveremo a dover affrontare – presumo – in futuro. Personalmente, mi piacerebbe avere, un giorno, del tempo continuato da dedicare completamente alla musica, per approfondire tecnica ed espressività esecutiva e per maturare compositivamente, magari scrivendo degli studi per piano, dei quartetti per archi o anche lavori orchestrali. Ma gli interessi e le occupazioni extramusicali mi incalzano. E’ mia abitudine fare tutto il possibile, per raggiungere un obiettivo prefisso; ma attualmente non so se quest’ultimo sia un progetto effettivamente realizzabile, o sia destinato invece a rimanere un sogno.

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Dieci domande a Alex Carpani

Il tastierista Alex Carpani è senz'altro tra le personalità più forti del nuovo prog italiano, e un disco come "4 Destinies" sta a dimostrarlo. Su questo nuovo capitolo della sua parabola musicale, ma non solo come vedrete, abbiamo voluto ascoltare la sua opinione. Eccovi dunque di seguito le sue risposte alle dieci domande di "AltreMuse".

1) Questo è il tuo terzo disco: in cosa, eventualmente, ti senti maturato rispetto all'esordio di "Waterline"?

Alex Carpani -
In molte cose, a cominciare dal 'come' fare i dischi. "Waterline" è stato interamente prodotto dall'etichetta USA CypherArts senza che potessi avere una supervisione generale, né molta voce in capitolo sulle scelte di produzione. "The Sanctuary", invece, l'ho prodotto interamente io seguendo tutte le fasi.
"In 4 Destinies" c'è stato un interessante scambio tra me, il produttore e la band, quindi c'è stato più gioco di squadra.
Musicalmente, pur rimanendo tutti e tre nell'alveo del Prog, sono album piuttosto diversi tra loro e credo che ci sia stata un'evoluzione a livello stilistico e di sound: "Waterline" dalle tinte pastello con spruzzate di jazz-rock qua e là, "The Sanctuary" più monolitico, robusto, con molti virtuosismi, "4 Destinies" più onirico e cantato, con lunghi sviluppi sinfonici.

2) L'album ha una struttura concettuale: su cosa verte esattamente?

A. C. -
Sui diversi possibili destini che un individuo può incontrare sulla propria strada, a seconda delle scelte che compierà e che si irradiano tutti dal punto in si trova nel momento in cui, appunto, deve scegliere.
Non c'è la buona strada o la cattiva strada, solo strade diverse, tutte sconosciute ovviamente.

3) Mi sembra che i fiati di David Jackson ricoprano un ruolo importante: come è nata la collaborazione con lui?

A. C. -
I fiati di David sono stati fondamentali ed hanno fatto fare un balzo in avanti al disco in quanto ad atmosfere e potere evocativo.
La nostra collaborazione è iniziata nell'estate 2012 ed, ad oggi, continua, con tanti concerti fatti in Europa e Sud America.

4) A parte tutto, di quale aspetto del disco sei maggiormente soddisfatto?

A. C. -
Del fatto che le mie idee musicali si siano tradotte in ciò che desideravo raccontare e descrivere, col linguaggio ed i suoni che avevo in mente.

5) Che risposta sta dando il pubblico dei concerti a questo nuovo lavoro?

A. C. -
Molto buona: chi lo conosce già lo apprezza ancora di più, chi lo ascolta per la prima volta in concerto poi, alla fine, lo compra.
Dal vivo proponiamo delle versioni ridotte di ciascuna delle suites, che sono state accorciate di circa un terzo. Allo stesso tempo, insieme alla band abbiamo riarrangiato un paio di finali ed un'introduzione, quindi chi viene ai nostri concerti ascolta qualcosa di diverso dal disco.

6) Come valuti, nel complesso, il mondo del progressive in Italia rispetto ai tuoi inizi?

A. C. -
I miei inizi sono abbastanza recenti, ma mi sembra che si siano proposte tante nuove band, quindi c'è passione e interesse per il genere, almeno tra i musicisti. Tra il pubblico c'è uno zoccolo duro di appassionati devoti alla causa e, purtroppo, poco ricambio generazionale.
La totale indifferenza dei mass media, in particolare delle radio, non aiuta di certo il Prog, ma per fortuna ci sono i festival e qualche coraggioso gestore di club che programma concerti.

7) Tra un tuo progetto e l'altro passano spesso diversi anni: c'è un motivo particolare?

A. C. -
I concerti... Dal 2007 ad oggi non ci siamo praticamente mai fermati e quest'anno raggiungeremo i 100 concerti fatti in 20 Paesi, di 3 continenti. In più ci sono state le collaborazioni: con Aldo Tagliapietra, con David Jackson, di nuovo con Aldo e con Bernardo Lanzetti e Lino Vairetti per il progetto "VOX in PROGress" che sta avendo un successo inaspettato. Stare dietro a tutto questo richiede tempo, forze e sforzi.
Il prossimo disco, comunque, è già scritto. Quest'estate scriverò i testi e dall'anno prossimo inizierà la produzione. Uscirà all'inizio del 2016 credo e segnerà una vera svolta stilistica nel mio percorso.

8) Puoi farmi i nomi dei musicisti prog-rock che oggi ammiri di più?

A. C. -
Innanzitutto i musicisti con cui collaboro, che sono tutti straordinari. La ACB ha fatto grandi cose anche grazie a loro: Ettore Salati alle chitarre, Joe Sal alla voce, GB Giorgi al basso, Alessandro Di Caprio alla batteria. Ammiro ovviamente anche i 'vecchi leoni' con cui stiamo collaborando ora (Aldo, Bernardo e Lino), che sono grandi professionisti e persone squisite.
L'artista, però, che più mi ha colpito negli ultimi anni è Steven Wilson, specialmente col suo ultimo lavoro, che ritengo un capolavoro.

9) Al di fuori del rock progressivo e dintorni, quale musica ti piace ascoltare?

A. C. -
Musica jazz (Miles Davis sopra a tutti), musica classica (Debussy, Respighi, Ravel, Satie, Mahler, Fauré, Corelli, Bach, Berlioz. ecc.) e tanto rock, sia classico che attuale. Amo i Radiohead, i Porcupine Tree, la corrente post-rock e avant-prog, la musica elettronica.

10) Per finire: hai un progetto musicale ancora nel cassetto che prima o poi vorresti realizzare?

A. C. -
Un'opera rock, di cui non ho ancora immaginato la storia ed il titolo. Amo molto anche il teatro e mi piacerebbe riuscire a fondere in un'unica opera teatro e musica, utilizzando il linguaggio di oggi e arrivando ad un pubblico ampio.

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Otto domande a Aldo Tagliapietra

Tra i protagonisti del rock progressivo italiano ancora attivi, Aldo Tagliapietra si conferma uno dei più vitali e coerenti. Anche nell'ambito di una naturale evoluzione, il suo percorso artistico ha sempre conservato un profilo di tutto rispetto, e il suo ultimo lavoro, "L'angelo rinchiuso", lo ribadisce nel modo migliore. Lo abbiamo interpellato proprio su questa intrigante suite: ecco le sue risposte.

1) Anzitutto: da dove nasce l'idea di questo concept-album così particolare?

Aldo Tagliapietra :
Per questo mio disco solista ho voluto riprendere in considerazione la formula della suite. Sapevo che moltissimi fan avevano apprezzato molto "Nella Pietra e Nel Vento", ma sapevo che avrebbero gradito di più un lavoro più complesso e articolato. Mi sono messo a lavorare su questa ottica e dopo aver definito la parte musicale, sulla quale ho lavorato parecchio, ho cominciato a pensare ai testi.
Il 2013 era l'anno del quarantennale di "Felona e Sorona" e questo mi ha spinto ad ispirarmi alla suite tanto cara al popolo del "progressivo" e a me stesso. "L'Angelo" è quasi una continuazione di "Felona e Sorona" ed è per questo che ho inserito un paio di citazioni, una sul testo di "Dentro il sogno" e gli stacchi musicali di "Passato e futuro".

2) Come va interpretata la figura dell'angelo? E' un "alter ego" della coscienza o cos'altro?

A. T.-
E' sicuramente un alter ego, o una proiezione di me stesso, ma potrebbe essere anche un immaginario abitante di uno dei due pianeti.
In questo disco comunque ho voluto mettere a nudo la mia interiorità. E' una sorta di confessione. L'ascoltatore capirà chi è veramente Aldo Tagliapietra...Almeno me lo auguro.

3) La brevità della suite, secondo me, favorisce un ascolto più concentrato. Per te è importante la sintesi nel comporre?

A. T.-
Negli anni '70 si diceva: meglio un disco breve ma pieno di idee, che uno lungo che poi, alla fine, lascia poco o niente. Sono convinto che nella musica pop di oggi ci sia tanto minutaggio ma molto meno sostanza.
Un disco deve comunque rapirti e farti esclamare:" E' già finito?" Comunque, 37 minuti di buona musica non sono pochi.

4) Nel brano "Dentro il sogno" citi alcune immagini di "Felona e Sorona", disco uscito nel 1973. E' cambiato, da allora, il tuo modo di scrivere musica e testi?

A. T.-
Non ho mai cambiato il mio modo di scrivere, che è molto poco tecnologico. Mi avvalgo di una chitarra acustica e di un quadernino sul quale scrivo tutte le mie melodie. Poi scrivo i testi su dei normali fogli di carta e più tardi con i ragazzi del gruppo lavoriamo sugli arrangiamenti. In questa fase lascio che ognuno contribuisca per raggiungere il meglio.

5) A proposito di "Felona e Sorona", avrai sentito che la Maschera di Cera ne ha fatto una sorta di "sequel". Cosa ne pensi?

A. T.-
Personalmente sono felice se qualcuno reincide una mia canzone, vedi Aeroplani Italiani con "Canzone d'Amore" e i Pooh con "Gioco di Bimba", e lo sono anche se qualcuno si ispira a qualcosa che ho scritto nel passato.
Comunque hanno fatto un buon lavoro.

6) Nel disco ti sei circondato di giovani musicisti. Come li hai scelti e qual è stato il loro contributo specifico?

A. T.-
Mi ritengo fortunato ad aver trovato dei ragazzi giovani, preparati, creativi e umili.
Il primo è stato Manuel Smaniotto, il cui numero telefonico mi era stato dato dall' amico Wazza Canazza, del fan club del Banco. Dovevo fare alcune date con Tony Pagliuca e Tolo Marton, e Manuel è stato il batterista giusto per quella reentrè. Poi Manuel mi parlò di un suo amico, Andrea De Nardi, al che gli dissi: "De Nardi? Parente di Sergio?" "Si, è il figlio." "Voglio conoscerlo." E così arrivò il terzo elemento. Poi arrivò Matteo Ballarin, già chitarrista di Andrea con i Former Life, e la band fu pronta.
Devo dire che lavorare con loro negli arrangiamenti è stato un rincorrersi di creatività e di spontaneità. Se chiedevo un assolo o di chitarra o di organo, ne usciva un'opera nell'opera. Sono stati eccezionali e indispensabili alla riuscita finale.

7) La dimensione spirituale mi sembra importante per te: quanto e come influenza oggi la tua musica?

A. T.-
La mia "spiritualità" più che religiosa è Cosmologica. L'Universo è un'entità materiale in continua evoluzione dove tutto si trasforma, e il collante che lo tiene insieme è un qualche cosa di cui facciamo parte da sempre e al quale torniamo in un rincorrersi di nuove e molteplici vite, non necessariamente umane.

8) Per finire: come pensi che accoglieranno i vecchi fans delle Orme un disco come questo?

A. T.-
Da alcuni commenti che ho potuto già sentire in giro, credo di aver centrato il bersaglio. Il nuovo disco possiede quel "quid" che lo rende unico e di alto livello. Sono proprio soddisfatto.

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Otto domande a Paolo Pigni (Sarastro Blake)

Il più raffinato romanticismo, tra poesia e pittura, seguita a fare proseliti anche nel progressive italiano di questi anni. Lo prova un disco dal titolo eloquente come "New Progmantics", firmato Sarastro Blake: dietro la sigla estrosa si cela il bassista, chitarrista e cantante Paolo Pigni, già conosciuto per aver militato nei conterranei Mogador, e ora giunto alla sua prima prova da solista. Gli abbiamo sottoposto alcune domande, proprio per mettere meglio a fuoco il suo progetto, ed ecco di seguito le sue risposte.

1) A Como, intorno alla Mentalchemy Records, sembra esistere un nucleo di artisti ferocemente romantici: come te lo spieghi?

Paolo Pigni:
Probabilmente perché, in particolare, sia il sottoscritto che Luca Briccola siamo entrambi “romantici”, forse lui più tendenzialmente “decadente” ed il sottoscritto “sognante”, se così possiamo definirci, anche se il romanticismo è stato artisticamente un contenitore ampio in cui hanno trovato spazio diverse sfumature, anche all’interno delle proposte di ogni singolo artista. Per quanto mi riguarda, ho sempre sentito una profonda affinità con il Romanticismo ed in particolare con la poesia Britannica, tant’è che tre o quattro anni fa ho pubblicato una piccola raccolta di mie poesie decisamente “romantiche” (forse il termine è un po’ pretenzioso nel mio caso!) sotto lo pseudonimo di George William Paine.

2) Al disco partecipano molti nomi celebri del prog: è stato difficile coinvolgerli e che esperienza è stata?

P. P.-
Direi che una volta ascoltati i brani, hanno tutti accettato con entusiasmo; è stata una bella esperienza perché ognuno ha dato il proprio contributo senza alcuna remora e con passione, dando ciascuno il proprio inimitabile tocco personale, ma anche “rispettando” il pezzo dal punto di vista compositivo, cercando altresì di elevarlo musicalmente; poi ovviamente dipende dai brani. Ad esempio, Nick Magnus e Billy Sherwood sono gli artisti che hanno anche suonato di piu dal punto di vista quantitativo nelle rispettive canzoni, per cui il loro arrangiamento si "sente" di più.

3) Anche se lo stile di fondo dell'album è piuttosto unitario, dai l'impressione di muoverti tra influenze diverse, non solo musicali. Quali?

P. P.-
A parte la tematica delle poesie e dei quadri Britannici e del "femminino" che fanno da filo conduttore, alla fine ho realizzato che il disco è una sorta di concept sull’amore universale: amore per l’arte, per la spiritualità, per la nostalgia dell’età aurea, per la natura, per un essere umano anche, evidentemente. Insomma concetti decisamente romantici.

4) Come invoglieresti un ipotetico ascoltatore ad entrare nel mondo di "New Progmantics"?

P. P.-
Come mi sono sempre accostato ai dischi che mi hanno accompagnato durante la mia vita: senza pregiudizi, ascoltandoli e poi guardando la copertina, leggendo i testi, le note di copertina, cercando di conoscere gli artisti nell’intimo della loro anima attraverso la loro proposta artistica e cercando di ritrovarsi nelle loro emozioni ed idee, come si usava fare all’epoca del vinile, nel secolo scorso…Molto romantico anche in questo caso, direi!

5) C'è un aspetto del disco che ti rende particolarmente soddisfatto?

P. P.-
Ho sempre cercato e sperato di fare dischi intensi e ricercati ma allo stesso tempo fruibili e…Che ti posso dire? Senza mai indurre l’ascoltatore a saltare un brano perché noioso, o ad interrompere l’ascolto per la troppa lunghezza del lavoro; spero di esserci riuscito con questo album.

6) Sarastro Blake è solo un progetto di studio o suonerete anche dal vivo?

P. P.-
Per ora purtroppo è un progetto di studio, ma spero in futuro si possa anche suonare dal vivo, se si riuscirà a combinare una formazione “live”. Tuttavia non mi interessa fare concerti per riprodurre semplicemente e fedelmente un disco, e penso comunque sia più stimolante per un compositore scrivere; ci vuole anche il tempo per fare tutto e farlo bene e, dovendo scegliere, mi intriga di più l’idea di comporre, anche se l’adrenalina della dimensione live mi manca molto. Ho appena assistito ad un concerto di Sting: pur avendolo visto in concerto non poche volte, mi ha colpito il "Back to Bass Tour" per il giusto equilibrio della scaletta e per il mix di improvvisazione e rielaborazione delle canzoni. Ecco, se avessi la fortuna ed il privilegio di suonare in una formazione come la sua, imbraccerei anche io di corsa il mio basso!

7) Quali musicisti fanno parte del tuo pantheon personale e perchè?

P. P.-
Domanda difficile, perché il pantheon non basta, ci vorrebbe il Colosseo! Ti e mi facilito l’operazione elencandoti i 10 dischi per l’isola deserta, almeno per questa settimana...Going for the One (YES), Selling England by the Pound (GENESIS), The dark side of the moon (PINK FLOYD), Who’s Next (WHO), Odessa (BEE GEES), After the Gold Rush (NEIL YOUNG), Hotel California (EAGLES), Abbey Road (BEATLES), Pet Sounds (BEACH BOYS) , In the court of the Crimson King (KING CRIMSON)…Facciamo venti? Non bastano?

8) C'è qualcosa in particolare, un'idea o un sentimento, che vorresti prima o poi trasferire nella tua musica?

P. P.-
Si, hai voglia! Il mio autore di testi preferito è senz’altro Roger Waters, un indagatore di idee e sentimenti che frullano nell’animo umano. Cercherò qualche “concetto” da investigare per il prossimo disco, ignoto anche a me, per ora, ma questo è il bello della composizione e di questa vita drammatica…Oops! Non volevo concludere ancora su una nota romantica!

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Dieci domande a Pietro Contorno (Tugs)

Un disco come "Europa Minor" porta finalmente alla ribalta, dopo anni di duro e oscuro lavoro, i livornesi Tugs. In effetti, il loro tentativo di fondere musica e teatro appare pienamente riuscito in quella che appare una vera opera-rock, sicuramente tra gli esordi più originali dell'anno.
Proprio per saperne di più abbiamo interpellato Pietro Contorno, voce solista e chitarra del gruppo. Ecco di seguito le sue risposte alle dieci domande di "AltreMuse".

1) Fin dai vostri inizi avete cercato di unire musica e teatro. Da dove nasce questa esigenza?

Pietro Contorno:
La fase più matura del percorso musicale dei Tugs si ebbe, dopo gli esordi sul finire degli anni '70, tra il 1981 e il 1984.
Erano anni impossibili per il prog, così provammo a trovare una nostra collocazione strutturando intorno alle musiche uno spettacolo. I testi e l'immaginario che ci ispirava ci aiutò molto e così nacque ROCK IN DUE ATTI, diciamo il papà di Europa Minor. Lo spettacolo fu prodotto per una serie di repliche a Milano al Teatro Carcano dalla Target di Angelo Carrara.
Ma i tempi non erano propizi. Ricordate gli anni ottanta...?

2) Cosa ha ispirato il progetto di Europa Minor?

P. C. -
Cerchiamo sempre di non suonarci addosso, e quindi di dare un senso, oltre che "estetico" anche nei contenuti a ciò che facciamo. Credo che una riscoperta delle radici comuni europee che parta dalla sua storia, dalle sue culture, dai suoi sbagli anziché dallo spread sia un tema quanto mai attuale.

3) Ci sono opere-rock o, in generale, artisti che vi hanno influenzato particolarmente?

P. C. -
Diciamo che le grandi opere rock del passato sono la base formativa di molti di noi, non fosse altro che per un fatto anagrafico. "Jesus Christ Superstar", "Tommy", "The Wall", e ancor prima "Sgt. Pepper's", "The Lamb Lies Down on Broadway", "Aqualung" sono per noi non "la storia" del rock ma la nostra stessa storia di adolescenti che su quelle opere si sono formati. Quindi tutto questo.
Ma una parte speciale per noi ha rappresentato Peter Gabriel, per descrivere il rapporto con il quale occorrerebbe un'intervista a parte. Direi che tutto nasce dal suo modo, inizialmente molto scarno, per certi versi ingenuo, di dare vita ai personaggi delle sue canzoni. Ecco; direi che dopo papà, mamma e la coppia Lennon-McCartney, Peter è la persona a cui dobbiamo artisticamente di più.

4) La vostra ispirazione è molto versatile. Come la definireste per chi non vi conosce?

P. C. -
Se dovessi identificare il termine progressive con una ricetta musicale direi che rappresenta la libertà di scegliere tra i generi più disparati e la libertà di composizione. Ma questa libertà spesso la si paga con una certa confusione compositiva, con guazzabugli musicali senza particolare ispirazione, come meri esercizi di stile o di tecnica esecutiva. Sono le accuse che da sempre vengono rivolte al genere. Noi cerchiamo semplicemente di scrivere "note" e melodie che abbiano un senso proprio, in una parola direi "belle". Il rivestimento sonoro non deve coprire vuoti ispirativi. In oltre 60' di disco tu non troverai mai lunghe suite sganciate da una composizione-guida. Cerchiamo di non nasconderci dietro suoni e assoli. Questo magari rende il tutto un po' più autoriale ma anche più sincero. La musica è lá. Può piacere come no, ma la puoi capire, fischiettare, canticchiare. Niente trucchi o virtuosismi. Vuoi dei nomi? Pfm, Pagani, Branduardi, Jethro Tull, Oldfield, e ovviamente Peter Gabriel. Fatto.

5) Per voi l'aspetto discografico ha la stessa importanza o è solo un'appendice di quello teatrale?

P. C. -
Sono esattamente la stessa cosa, lo stesso progetto. Non faremmo mai musica se non per poi suonarla dal vivo. Suonare è una delle due cose più belle al mondo.

6) In cosa la messa in scena di Europa Minor differisce dal disco?

P. C. -
Musicalmente i brani sono gli stessi, ma contestualizzati. Ci sono inserti, intermezzi, introduzioni musicali e "cellule" inserite per commentare la scena. Quindi dal vivo E.M. diventa la colonna sonora dello spettacolo. In più c'è il piacere di percepire direttamente il suono degli strumenti classici, resi ancora più diretti e unplugged rispetto alla versione discografica.

7) Quale accoglienza pensate possa avere un'operazione del genere nella musica di oggi?

P. C. -
Non ne ho la minima idea. Siamo stati talmente lontani dall'ambiente prog che ignoriamo praticamente tutto quanto possa essere accaduto negli ultimi 20 anni. Ci siamo fidati della fiducia riposta nel progetto da parte di alcuni amici come Mauro Pini (Aurora Lunare) e Donato Zoppo. Oltre ovviamente a BTF/Ams che su di noi ha fatto una vera scommessa. Speriamo di non aver deluso nessuno.

8) Anche voi, come altri gruppi italiani, avete difficoltà a trovare spazi per i vostri spettacoli?

P. C. -
Sì, ovviamente. Todomodo Music All, l'associazione che sostiene i live, ha un'esperienza decennale nella produzione di spettacoli teatrali. Ma qui alle solite difficoltà si aggiungono quelle di un titolo e di un genere che va interamente spiegato ai non addetti ai lavori. Ma siamo fiduciosi. Credo che gli appassionati del genere rimarrebbero bene impressionati dallo spettacolo. Il problema sono gli spazi e i costi. Ma ci stiamo lavorando.

9) Da musicisti, che rapporto avete con le nuove tecnologie e in particolare con il web?

P. C. -
Ci lavoriamo tutti i giorni. É un media indispensabile che non ci crea alcun imbarazzo. Abbiamo utilizzato multi tracce in fase di preproduzione, click e quant'altro. Magari aver avuto tutto questo a 16 anni!

10) Avete cominciato negli anni Settanta. Quale vi sembra oggi lo stato di salute del rock progressivo?

P. C. -
Siamo gli ultimi arrivati e ci approcciamo a questo mondo con assoluto rispetto, in punta di piedi. Abbiamo molti amici nel settore come il citato Mauro Pini, ma anche Alessandro Corvaglia de La Maschera di Cera, ed ultimamente abbiamo aperto il concerto livornese degli Osanna, con cui è nata un'immediata simpatia. Spero di avere modo di conoscere meglio l'ambiente, magari partecipando a qualche festival. Ne riparliamo tra un po'.

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Dieci domande agli Alphataurus

La pubblicazione di "AttosecondO" ha riportato l'attenzione sul nome degli Alphataurus, storica formazione degli anni Settanta (leggi la scheda). Sul disco, sicuramente di buon livello, abbiamo voluto interpellare il gruppo: in particolare il tastierista e compositore Pietro Pellegrini e Claudio Falcone, cantante e autore dei testi. Ecco le loro risposte alle nostre domande.

1) Siete stati protagonisti della prima ora del prog italiano. Che effetto fa tornare in scena dopo tanti anni e con quale spirito vivete questa nuova avventura?

Pietro Pellegrini:
Beh, l'effetto è straordinario!! In modo particolare avere un contatto con i giovani che negli anni '70 non erano ancora nati e che noi sentiamo così vicini alla nostra musica; questo ci fornisce un'energia che non pensavamo di avere e quindi lo spirito con cui viviamo questa nuova avventura è senza dubbio di positività e di ottimismo per il futuro, non certo uno spirito di nostalgia che pervade spesso questo tipo di reunion.

2) La nuova formazione mette insieme musicisti di età diversa: è stato difficile trovare un'intesa musicale e caratteriale?

P. P. -
Sicuramente non è stato facile in assoluto! Come in tutte le cose, c'è voluto un discreto impegno da parte di tutti, in tempo e dedizione, per poter portare avanti il progetto ALPHATAURUS così come era stato interrotto 39 anni fa… sì, interrotto; forse è stato questo a garantire un risultato a ciò che avevamo in mente: riunire la band e finire il discorso lasciato in sospeso. Da un punto di vista di intesa musicale non è stato difficile trovare elementi che si unissero al progetto in quanto, chiaramente, la scelta è caduta su elementi che venissero a far parte del gruppo come "nuovi" Alphataurus e non come musicisti esterni con il loro contributo musicale, magari validissimo, ma fuori dalla filosofia del gruppo vero e proprio. Quindi anche da un punto di vista caratteriale c'è stato e c'è tuttora un lavoro di mediazione e di continuo dialogo nel risolvere le esigenze di tutti i componenti. Non è facile ma, secondo me, è una tappa importante nella coesione di un gruppo.

3) Il vostro nuovo disco s'inscrive nel solco del prog italiano più classico. Come rispondete a chi vi accuserà di non aver rischiato molto?

P. P. -
Al contrario!! Abbiamo rischiato e molto. "AttosecondO" rappresenta un lavoro di chiusura e di apertura. Mi spiego meglio: non abbiamo voluto proporre brani nuovi pensati sulla falsariga delle nostre composizioni del '70, ma, proponiamo ciò che gli Alphataurus possono oggi dire ad un pubblico di affezionati e di nuovi sostenitori del prog. Per fare ciò abbiamo realizzato ciò che a me piace definire "disco ponte", cioè un lavoro in cui abbiamo finito di realizzare 3 brani storici (conosciuti solo come provini) e unito due nuovi brani frutto del nuovo lavoro Alphataurus. Con questa operazione siamo convinti di far capire come stiamo lavorando e speriamo di arrivare a tutto il nostro pubblico, giovane e non.

4) Alcuni testi mi sembrano molto buoni: per voi sono importanti come la parte musicale?

Claudio Falcone -
Mediamente il nostro repertorio privilegia la parte strumentale, ma proprio per questo gli interventi cantati diventano “pericolosamente importanti”! Il Prog (almeno come lo vediamo noi) è una grossa opportunità per parlare di argomenti non sempre affrontati nelle liriche, cercando di aggiungere altri stimoli all'ascoltatore oltre la parte musicale; finora abbiamo incentrato tutti i nostri testi sull'Uomo, l'essere umano con le sue criticità, un tema secondo noi essenziale e gravemente trascurato dalla civiltà attuale. Inoltre il Prog ha una peculiarità: le parole dei testi acquisiscono un peso superiore rispetto ad altri generi musicali, nel senso che se per esempio noi cantassimo le stesse cose facendo musica pop (che poi paradossalmente è una delle radici del Prog italiano!), i contenuti non avrebbero lo stesso “peso” sull'ascoltatore. Non abbiamo la presunzione di insegnare niente a nessuno, ma abbiamo la possibilità e forse il dovere di dire cose preziose per chiunque le voglia accettare.

5) C'è un aspetto del disco che vi rende particolarmente orgogliosi del risultato finale?

P. P. -
Il fatto stesso che siamo arrivati a pubblicarlo…Battute a parte, probabilmente la miscela tra il rispetto delle sonorità tipiche del Prog storico e un suono più moderno e attuale, proprio per evitare un risultato che sapesse di “operazione nostalgia” fine a se stessa.

6) Che ricordi hai degli anni Settanta e della vostra prima fase?

P. P. -
Uno splendido ricordo! Legato ad un entusiasmo e ad una voglia di fare mai indomita. E’ un po’ come rivedere i film dei pionieri del Far West…Tutto era nuovo per noi e per tutti. Il pubblico scopriva insieme a noi nuove esperienze musicali e tutto ciò è stato veramente fantastico. Forse anche oggi, finalmente, si sta tornando alla riscoperta di certi canoni e valori al di fuori delle confezioni da “centro commerciale”.

7) Da tastierista, quali sono stati o sono ancora i tuoi principali modelli?

P. P. -
Indubbiamente il genio di Keith Emerson…ma non solo. Tutti i grandi musicisti con un tocco particolare sull’organo Hammond hanno rappresentano e rappresentano il mio modello ideale!!

8) Nella scena prog attuale, italiana e non, ci sono gruppi o artisti che stimi particolarmente?

P. P. -
Da quando ci siamo riuniti abbiamo avuto il piacere di condividere il palco con varie formazioni, e le sensazioni più belle sono arrivate dalle band composte da musicisti più giovani di noi che dimostrano, oltre ad una preparazione musicale sicuramente non comune, anche una grande competenza sul linguaggio del Prog, il tutto arricchito da idee anche molto innovative. Cosa chiedere di più?

9) Secondo te, che ruolo gioca Internet nella divulgazione di una musica come il prog?

C. F. -
Oggi il ruolo della Rete è importantissimo per la divulgazione della musica; basta fare un confronto con il trattamento riservato alla musica da altri media, come la televisione generalista. Noi abbiamo un sito web ufficiale e i nostri spazi su vari “social network”, e non trascuriamo la grande quantità di forum, blog e comunità varie dedicate al Prog in tutto il mondo. I video amatoriali su YouTube appaiono puntualmente dopo ogni nostro concerto, un documentario su di noi è disponibile sulla videopiattaforma Vimeo, alcuni brani dimostrativi li abbiamo pubblicati su SoundCloud... Direi che solo grazie a Internet abbiamo potuto far sapere al mondo che gli Alphataurus sono tornati in attività!

10) Cosa dobbiamo aspettarci prossimamente dagli Alphataurus?

C. F. -
Stiamo già elaborando delle idee per il prossimo album! Ovviamente vogliamo incrementare la nostra attività dal vivo, malgrado il mercato musicale sia sempre più in crisi, magari introducendo aspetti di spettacolo che vadano oltre la semplice esecuzione di musica; abbiamo alcune idee di cui dobbiamo verificare la fattibilità (anche economica, visto che ci autofinanziamo su tutto). Dopo alcune occasioni fallite per partecipare a festival prog stranieri, speriamo nel 2013 di andare finalmente all'estero, dove molti prog-fans ci chiedono di suonare. Inoltre c'è qualcuno dei nostri estimatori che vorrebbe vederci alle prese con delle “cover”, e forse un giorno lo faremo; anzi, qualche tempo fa avevamo ipotizzato di fare addirittura un album di soli tributi ai grandi del Rock (anche non progressivo), riveduti e corretti “in salsa Alpha”. Se solo trovassimo uno sponsor!

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Otto domande a Luca Briccola (Mogador)

L'intervista di "AltreMuse" è dedicata questa volta ad un giovane gruppo come i Mogador. Il loro terzo album, "Absinthe Tales of Romantic Visions", ne conferma lo spessore musicale, sia pure con soluzioni piuttosto eclettiche al suo interno. Sul disco abbiamo interpellato Luca Briccola, polistrumentista della band comasca e compositore delle musiche: ecco le sue risposte alle nostre domande.

1) Questo è il vostro terzo album: cosa è cambiato rispetto agli altri due?

Luca Briccola:
L'alcool. Nel primo eravamo sobri, nel secondo bevevamo birra mentre in questo ci siamo dedicati all'assenzio...No, scherzo, tecnicamente l'unica differenza è il fatto che a comporre i brani sia solo io, mentre nel secondo avevamo diviso politicamente il lavoro fra me e Paolo (Pigni, n.d.r.) per le musiche e Richard (Allen, n.d.r.) per i testi (essendo madrelingua inglese), il primo invece era nato da una serie di jam sessions. Stilisticamente abbiamo cercato di mantenere alcuni punti fissi che ricorrono in tutti i dischi, l'ampio utilizzo di ballad acustiche, almeno un brano orchestrale ed architetture ritmiche elaborate e complesse ma con melodie che si possano chiamare tali.

2) Com'è nata l'idea di mettere in musica i poeti romantici dell'Ottocento?

L.B. -
Personalmente sono sempre stato legato a questo particolare periodo storico di intensa attività artistica, già nel primo disco avevo inserito un brano scritto partendo da una poesia di Emily Bronte e subito con Richard e Paolo era nata un'intesa comune avendo riscontrato anche in loro i miei stessi interessi artistici. Durante la stesura del secondo ci eravamo accorti di aver prodotto un disco fin troppo denso e concentrato senza aver approfondito appieno alcuni aspetti di quel concept, così esposi agli altri la mia esigenza di fare un disco più dilatato nelle tematiche e con maggiori spazi per esplorare atmosfere sognanti; quasi all'unisono io e Paolo facemmo riferimento alla poesia di Bronte e quindi perchè non ripetere l'idea? In più, era già mio costume comporre brani per lo più strumentali che traevano ispirazione da quadri e fotografie, quindi proposi di fare un disco utilizzando quadri e poesie di quel periodo e l'idea piacque subito. In seguito, forse a causa dell'abuso che feci del mio assenzio casalingo, una notte in sogno ebbi l'idea del titolo.

3) Stilisticamente, il disco suona molto variegato: è una scelta legata al contesto o il vostro modo di intendere la musica prog?

L.B. -
E' sia legata al contesto dei temi utilizzati, perchè si passa attraverso atmosfere e stati d'animo molto differenti fra loro, che alla nostra idea di musica in generale, quindi è quanto meno una scelta cosciente. A ben vedere però in tutte le canzoni sono presenti forme-architetture musicali che evidenziano un'unica mano compositiva, quindi non sono del tutto brani disconnessi fra loro anche se molto eterogenei. In fondo cos'è il "prog" se non libertà compositiva dal popolare strofa-ritornello-strofa-ritonello ed apertura verso ogni possibile sperimentazione ed implementazione di generi diversi?

4) Ci sono diverse voci nel disco e ospiti di prestigio: come sono nate certe collaborazioni?

L.B. -
Prima di iniziare la registrazione abbiamo avuto delle divergenze di vedute con Paolo ed abbiamo preferito separare le nostre strade, almeno per quanto concerne i Mogador, ma così ci siamo dovuti attrezzare per riempire il vuoto creatosi. Marco "Bodo" (Terzaghi, n.d.r.) lo conosciamo da una vita essendo il proprietario di un noto negozio di strumenti musicali della provincia di Como, è un cultore del genere e della musica in generale ed era la persona perfetta per noi; con Gabriele (Bernasconi, n.d.r.) invece ho condiviso una fetta di adolescenza, proprio con lui scrissi la prima versione di Alone nel 2003, quindi creatasi l'opportunità mi sembrava doveroso proporgli una collaborazione. Con Jon Davison ed Agnes Milewski invece successe tutto quasi per caso, ora Richard con Jon ed io con Agnes siamo divenuti buoni amici e non si escludono ulteriori collaborazioni in futuro. In ultimo, con Filippo Pedretti condivido un passato nella Celtic Harp Orchestra ed altri progetti musicali fra cui una band prog-folk-rock di nome Trewa.

5) Secondo voi esiste ancora spazio, oggi, per proposte raffinate come la vostra?

L.B. -
Ci lusinga molto esser considerati raffinati, comunque a noi basta solo che qualcuno capisca ciò che vorremmo esprimere con tutta coscienza del fatto che la produzione artistica musicale ai giorni nostri è diventata ahimé densissima.

6) In quale formazione pensate di portare l'album dal vivo?

L.B. -
Eheh...al momento siamo solo in tre e ci eravamo quasi rassegnati al fatto di rimanere un gruppo da "studio", ma a fronte di interessanti offerte di esibizioni all'estero, stiamo valutando l'ampliamento della formazione di base ad un bassista ed un tastierista, vedremo...

7) Che rapporto avete con le nuove tecnologie in rapporto alla musica?

L.B. -
Al momento con gli mp3 non troppo buono...

8) A quali artisti del prog odierno, italiano e non, vi sentite più vicini o quali stimate di più?

L.B. -
Che stimiamo sono tantissimi e sicuramente troppi da enumerare qua, ma d'altro canto non ci sentiamo particolarmente vicini a nessuno di essi, almeno non a livello musicale. Abbiamo gusti molto diversi che passano dal blues alla classica, dal jazz a tutte le forme di metal e così via. Forse la band che ci ha accomunato di più, a livello personale, sono i Queen, ma ormai non so quanto si possano considerare "odierni".

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Otto domande ai Syndone

La pubblicazione di "La bella è la bestia" ribadisce in maniera autorevole il ruolo di spicco dei Syndone nell'odierno panorama prog italiano. Su questo disco, a mio avviso uno dei migliori usciti negli ultimi anni, abbiamo voluto sentire il gruppo torinese. Ecco le risposte di Riccardo Ruggeri e Nik Comoglio alle domande di "AltreMuse".

1) "La bella è la bestia" è una vostra rilettura critica della celebre fiaba. Com'è nata l'idea?

Riccardo Ruggeri:
Circa un anno fa ho lavorato sul racconto de "La Bella e la Bestia" per delle performance teatrali; quando Nik mi ha proposto di scrivere le liriche per il nuovo album, fresche erano nella mia mente le riflessioni e le immagini sui diversi personaggi della favola. Ho iniziato a figurarmi scene, luci, costumi, scenografie e la macchina creativa si è innescata. Più approfondivo la storia più mi si aprivano possibilità, ma ovviamente su un album bisogna scegliere le cose più importanti ed efficaci, quindi dopo scritture e riscritture, tagli, e brain storming siamo arrivati alla stesura di questo concept album. C'è un'alternanza costante tra momenti della favola e momenti in cui il "narratore" espone delle riflessioni. La vicenda è quella di Beaumont e non è stata alterata ma le riflessioni sono però inserti nuovi. Si potrebbe quindi forse parlare di un risvolto più moderno della fiaba.

2) Ho ammirato molto la capacità di sintesi a livello strumentale e testuale del disco che in fondo ha una durata piuttosto contenuta: quanto tempo vi ha preso un lavoro così impegnativo?

Nik Comoglio:
Tra scrittura, registrazione, arrangiamenti, mix e mastering abbiamo lavorato da agosto 2011 a febbraio 2012. La lunghezza contenuta dell'album è una nostra costante: non facciamo mai dischi che superino i 46/48 minuti per una questione di soglia di attenzione. Un disco di progressive dovrebbe durare quanto duravano i vecchi vinile, così ti veniva voglia di sentirlo di nuovo. Dopo i 50 minuti è inevitabile una perdita d'attenzione sull'ascolto impegnativo.

3) Come è stato coinvolto nel progetto Ray Thomas, fondatore dei grandi Moody Blues?

N. C.
Abbiamo proposto a Ray Thomas di fare degli interventi di flauto sull'album (e per questo ringrazio tantissimo Donato Zoppo che ci ha messo in contatto). Dopo un primo giro informativo di mail con la simpaticissima Lee (moglie di Ray) abbiamo parlato direttamente al telefono con Greg Walsh che ha messo a disposizione il suo studio in Inghilterra per le registrazioni. Le parti di flauto ci sono state poi rimandate via mail da Greg e noi non abbiamo fatto altro che sincronizzarle sul mix. Il giorno dopo il mastering ad Abbey Road siamo andati a trovare Ray, Lee e Greg nel Surrey: uno dei miei momenti "highlights": poter parlare tranquillamente davanti ad una birra con una autentica leggenda della musica pop-rock internazionale, coevo e amico dei Beatles (specialmente di George Harrison) per me è stato fantastico! Il contributo di Ray è stato preciso e adatto allo scopo specialmente nel pezzo lento: "Tu non sei qui"; noi ci aspettavamo un solista appoggiato all'armonia di base invece Ray si è inventato una parte molto più interessante ed efficace sovrapponendo più tracce di flauto tale da creare uno sfondo sonoro psichedelico di grande impatto emotivo. Grazie Ray!

4) Avete registrato a Londra, e il mastering è stato effettuato nei famosi studi di Abbey Road. Siete soddisfatti del risultato e cosa cercavate esattamente?

N. C.
Agli studi della Emi sono particolarmente attenti al tipo di prodotto che gli sottoponi: questa forse è una delle differenze basilari rispetto agli studi italiani. Un genere come il nostro non deve venire masterizzato alla stregua di un disco pop, "schiacciando tutto in alto". La nostra musica vive di piani e di forti, di colori che vanno rispettati e che senza un mastering personalizzato si perderebbero. Ad Abbey Road ci sono engineers per ogni tipo di genere musicale: tu scegli con chi vuoi lavorare in base alla loro scheda tecnica che trovi sul sito; il progetto viene quindi prima di tutto ascoltato ed analizzato; dopodiché si stabiliscono i criteri di masterizzazione ottimali, e se c'è poco da fare si fa solo quel poco che serve! Per cui siamo molto soddisfatti del prodotto perché è risultato proprio ciò che volevamo ottenere.

5) A mio parere questo è un disco di respiro veramente internazionale: che spazio pensi possa avere in Italia e all'estero?

N. C.
So che all'estero c'è stata parecchia attesa per "La bella è la bestia". La richiesta delle testate internazionali è stata forte; credo anche per il fatto che l'album precedente "Melapesante" andò molto bene. Sono anche convinto che con il giusto management la band possa organizzare un tour significativo e di successo in Europa o in Giappone. Questo è un aspetto che implica una logistica importante alle spalle che per il momento non abbiamo. In ogni caso la nostra idea è quella di andare a suonare live nei festival internazionali e prima o poi ce la faremo.

6) Nelle note interne citate puntigliosamente la strumentazione vintage utilizzata nel disco. E' un aspetto importante per voi?

N. C.
È importante, nel nostro genere, usare gli strumenti vintage per la loro profondità e per l'incredibile pasta di suono che essi hanno; non c'è nessun clone hammond che suoni come un hammond vero, né un piano campionato che suoni come un piano vero. E' questione di frequenze e di armoniche, di legno e di elettricità, di peso, di aria e di valvole. Il prog è nato con queste tastiere per cui mi sento in dovere, per quanto mi è possibile, di sfruttare tutte le loro potenzialità timbriche all'interno di una ripresa audio molto all'avanguardia. In questo modo spero di ottenere un prodotto che risulti nuovo ma nel rispetto della tradizione. A volte possono verificarsi problemi logistici e tecnici connessi all'età di questi strumenti ed al loro stato di conservazione non sempre perfetto; ma esistono fortunatamente delle persone appassionate che amano rimetterli in sesto attraverso un restauro conservativo fatto di competenza, amore e pura passione artigianale che permette a noi musicisti di poterli ancora usare. Io vorrei ringraziare queste persone perché, secondo me, sono i veri "liutai" delle tastiere.

7) In che formazione pensate di portare il disco dal vivo?

N. C.
Per ottenere lo stesso impatto ed impasto sonoro del disco la formazione sarà probabilmente un quintetto. Batteria, basso, tastiere, vibrafono e voce.

8) Quali altri progetti hanno in cantiere i Syndone per il prossimo futuro?

N. C.
Continueremo a scrivere musica cercando di rinnovare e innovare (per quanto possibile) questo bellissimo genere che è il prog, ma sempre rimanendo fedeli alla tradizione e nel rispetto delle sue regole...e sperando di venire capiti!

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Dieci domande a Simone Negrini (Akt)

Stavolta "AltreMuse" si occupa di una realtà ancora poco nota agli appassionati prog: si tratta degli Akt, un trio indipendente nel senso pieno del termine, che si produce in proprio e fa a meno di una vera distribuzione. Tra l'altro è possibile, recandosi nel sito ufficiale, scaricare gratuitamente anche l'ultima loro fatica, "Blemmebeya". Il disco è come al solito originale e ricco di spunti, nelle musiche e nei testi, e per metterlo meglio a fuoco abbiamo interpellato Simone Negrini, tastierista del gruppo, che ha risposto con grande disponibilità alle nostre domande. Grazie!

1) Chi sono gli Akt e, soprattutto, che ruolo vogliono giocare nella musica italiana di oggi?

Simone Negrini:
Una domanda molto difficile! Possiamo rispondere in maniera sensata solo dilungandoci un pochino... Vediamo: Gli Akt sono innanzitutto, e forse solamente, tre amici che per qualche motivo hanno coltivato una inconsueta sintonia estetica riguardo ad alcuni ambiti concettuali e che hanno una forte necessità di esprimere ciò che avvertono soprattutto tramite la musica. L'unico ruolo che ci piacerebbe giocare in ambito musicale, italiano o meno, è quello della proverbiale pulce nell'orecchio, una piccola pulce che cerca di dire alcune cose: "Non è vero che la musica non può esistere se non è anche un prodotto vendibile"; " Non è vero che si può suonare solo se si percepisce un compenso nel farlo". In sostanza, siamo convinti che non abbia senso permettere alle capricciose e spesso insensate danze del denaro di impedire la generazione di un qualsiasi prodotto dell'intelletto umano!

2) "Blemmebeya" è un concept-album: spiegaci com'è nato il progetto, magari cominciando dal titolo.

S. N.
La storia del titolo è piuttosto buffa e completamente a-logica, come molte delle nostre scelte del resto ;). Durante le ultime fasi della registrazione di Dentrokirtos, qualcuno di noi scrisse sul muro della sala prove di allora una parola senza senso, dichiarando poi "questo sarà il titolo del nostro prossimo album". La parola era Blemmebeya. Quando abbiamo iniziato a concepire il tema conduttore del nuovo album, ovverosia il ruolo "non-formante" dell'informazione nella società contemporanea, e il ruolo invece formante della natura a partire dagli eventi atmosferici, per pura curiosità abbiamo iniziato a fare un po' di ricerche su quella parola senza senso. Intanto ci siamo resi conto che conteneva la radice "Blemme", un immaginario essere acefalo, che compare in copertina e che ci sembrava ottimo per simboleggiare il risultato dell'assalto dell'informazione sulla popolazione italiana contemporanea. Poi abbiamo scoperto altre casualità assurde, per esempio che Plinio il vecchio sosteneva che i blemmi vivessero in Etiopia, e una delle parole che quelle popolazioni usavano per indicare il proprio nome era proprio "Beya". Inoltre abbiamo scoperto che il nome della via della nostra sala di registrazione, il NellArmadioStudio, è quello di uno degli studiosi medioevali che si sono maggiormente occupati dei Blemmi, Angiolo Poliziano! A questo punto non potevamo assolutamente tornare indietro, e abbiamo fatto avverare il vaticinio assurdo fatto quella sera... Riguardo al concept vero e proprio, dato che è un discorso un po' lungo, vi rimandiamo a un riassunto che potete trovare nel booklet del disco e sul nostro sito insieme all'intero album.

3) Rispetto al precedente disco, quest'ultimo mi sembra musicalmente più vicino a certi modelli del prog classico. Sei d'accordo?

S. N.
Beh sì, in effetti uno dei primi "giochi" a cui ci siamo dedicati durante la registrazione di Blemmebeya è stato quello di limitarci a una tavolozza di strumenti dal suono molto classico, non usando minimamente elettronica e campioni. Questo si può sentire soprattutto nei primi pezzi del disco, ad esempio "L'Assalto", ma nelle tracce successive c'è una graduale deviazione dal suono "seventy" (che comunque continua a piacerci un sacco) fino ad arrivare a brani quasi esclusivamente "sintetici" o comunque privi di suoni, per così dire, convenzionali.

4) I vostri testi sono sempre interessanti e corrosivi. Per voi sono più importanti della parte musicale?

S. N.
Innanzitutto una premessa; quando decidiamo di usare una voce e un testo in un brano, è sempre il risultato di una scelta sofferta, perchè nessuno di noi è un cantante, e il risultato del nostro canto non ci soddisfa quasi mai. E' per questo che presto sul sito sarà a disposizione anche una versione dei brani priva delle tracce vocali... Per dare la possibilità a chiunque abbia voglia di cantare e registrarci sopra entrando così ufficialmente nel disco. Non vediamo l'ora! Tornando alla domanda, diciamo che cerchiamo di dare a testo e musica una pari dignità e importanza; una cosa che detestiamo sono quelle canzoni (e sono tantissime) dove si avverte chiaramente che il testo è solo un ripensamento, un mero riempitivo fatto di sillabe per articolare una parte vocale che si avverte necessaria al fine di soddisfare una convenzione consolidata.

5) Che spazio pensate possa avere un progetto originale come il vostro nel panorama attuale?

S. N.
Altra bella domanda! Dipende cosa si intende per "spazio". Lo "spazio" dei concetti musicali e della loro diffusione online è illimitato, e non c'è bisogno di lottare per conquistarlo. L'unico spazio limitato è quello della musica intesa come prodotto commerciale, spazio questo che può esistere solo in virtù di una cosiddetta "artificial scarcity" imposta per legge (ma questo argomento meriterebbe probabilmente più tempo e se vi interessa vi rimandiamo al nostro sito). Se per "spazio" si intende invece la classica posizione, anche underground, di un prodotto che è possibile comprare al dettaglio o ascoltare su qualche radio locale allora credo che la nostra musica nasce e vive completamente al di fuori di qualsiasi "mercato" per moltissimi motivi, non ultimo il fatto che secondo una logica commerciale la sua esistenza non ha il minimo senso.

6) Vi autoproducete e siete molto indipendenti rispetto a ogni forma di promozione: è una scelta o una necessità?

S. N.
Tutte e due le cose. Per essere più precisi, non abbiamo bisogno di promozione in senso classico, ma di diffusione, questo perchè non vendiamo nulla: addirittura se cercate bene nel nostro sito non troverete nemmeno uno di quei tipici bottoni del tipo "make a donation" per supportare il progetto Akt. In sostanza, non ci potete pagare nemmeno volendolo fare a tutti i costi! La diffusione invece ci interessa perchè ci permette di raggiungere persone prima sconosciute, confrontarci e comunicare le nostre idee e la nostra estetica. Per noi è importante la diffusione tanto quanto può essere importante la pubblicità e la vendita per un'azienda...

7) Siete di Bologna.Che tipo di rapporto avete con l'ambiente musicale e culturale della vostra città?

S. N.
Praticamente nessuno, potremmo anche vivere ad Akrotiri a patto di avere delle buone connessioni internet :-D

8) Come vivete le nuove tecnologie, Internet in particolare, rispetto alla musica che fate?

S. N.
Le viviamo molto bene. Ci sono tre elementi tecnologici fondanti che sono alla base della nostra filosofia musicale: (1) La musica si può facilmente copiare e distribuire a costo praticamente nullo. Questo fa sì che per farle mantenere artificialmente un valore di mercato, sia necessario inventare astrusità concettuali come il divieto di copia o cose del genere. Noi sfruttiamo in pieno la nuova possibilità ed aggiriamo il problema, semplicemente ignorando la possibilità di metterci sul mercato. (2) Chiunque abbia accesso a un PC dalle prestazioni assolutamente nella norma può accedere a vari programmi gratuiti o a basso costo ed avere un dignitosissimo studio musicale virtuale dalle possibilità praticamente infinite. E' insulso dire "ah, ma in uno studio professionale le possibilità sono ancora maggiori", oppure "non posso registrare nulla perchè non ho un microfono da 2000 euro". Sono le idee nuove, l'ingenuità e l'entusiasmo che hanno sempre fatto esistere la musica, e non la "professionalità", la creatività e l'ispirazione non lo strumento da 1000 e passa euro. (3) La rete è condivisione, apertura, noi sposiamo la logica open source e la mettiamo a disposizione anche per la musica, mi piace fare il paragone con la "teoria scientifica" che viene divulgata tra gli scienziati e magari col tempo migliorata o addirittura confutata. Internet permette a un musicista di offrire il proprio lavoro a tutta l'umanità indistintamente, con una potenza e velocità di diffusione ineguagliabile da qualsiasi dei cosiddetti "editori", che in realtà altro non sono che dei limitatori della diffusione! Noi siamo convinti che i tre punti descritti sopra possano portare a una nuova stagione della produzione artistica, dove chiunque senta una necessità espressiva possa facilmente assecondarla e diffondere il frutto del suo operato. Questo dovrebbe portare ad un'arte più sincera e più ispirata e sicuramente meno "professionale".

9) Ci sono artisti, italiani o stranieri, che stimate particolarmente o che vi hanno influenzato?

S. N.
Beh sì, tantissimi; siamo tutti cresciuti ascoltando King Crimson, Gentle Giant, Genesis e Yes in tutte le salse, e anche se volessimo non riusciremmo mai a scrivere qualcosa che non abbia un grosso debito con loro... Anche alcuni compositori classici fanno parte del nostro humus culturale comune, soprattutto Moussorgkij e Prokofiev. Tra gli italiani siamo grandissimi fan degli Area e del Banco; abbiamo scoperto solo recentemente gli Stormy Six e siamo rimasti folgorati soprattutto dai loro testi straordinari che sentiamo molto vicini alla nostra estetica. A parte i grandissimi del prog poi siamo tutti fan di Ralph Towner e degli Oregon, di alcuni lavori di Jan Garbarek e Terje Rypdal. Poi abbiamo alcuni riferimenti un po' più individuali ma che comunque si riflettono nel modo di suonare certi strumenti, ad esempio Marco è innamorato della musica per chitarra classica di Dusan Bogdanovic e Carlo Domeniconi.

10) Il contatto con il pubblico è importante per voi? E come pensate di portare "Blemmebeya" in concerto?

S. N.
Dunque, per noi eseguire dal vivo la musica dei due album Dentrokirtos e Blemmebeya è praticamente impossibile come trio, e infatti non la abbiamo concepita per quello scopo. Al contrario, le musiche contenute nella serie di EP che chiamiamo "frAKTal" (per ora ne abbiamo diffuso solo uno, il "frAKTal one - crimson") rappresentano ciò che suoniamo dal vivo. Tutto ciò che sentite nei frAKTal è registrato dal vivo, in presa diretta sull'hard disk di un computer! In molti ci hanno detto che non credono che il frAKTal.one sia registrato in diretta, ma tenete conto che in quell'EP usiamo tutti e tre pesantemente trigger, campionatori e loopers, tutto dal vivo. Basta sentire gli erroracci degli assoli di chitarra per convincersi! :-D Tra poco dovremmo far uscire un secondo frAKTal, ma questa volta anzichè sfruttare a fondo l'elettronica, come abbiamo fatto nel primo, vorremmo esplorare il nostro lato acustico, diciamo che sarà una specie di EP "unplugged-prog" per il quale abbiamo già composto molta più musica di quella che potremmo metterci.

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Dieci domande a Nik Comoglio (Syndone)

Il nome di Syndone, protagonisti del progressive italiano dei primi anni Novanta, torna d'attualità con un disco nuovo di zecca ed una formazione in gran parte inedita. All'unico superstite della prima fase, il tastierista Nik Comoglio, abbiamo posto una serie di domande e, come potete leggere di seguito, nelle sue risposte si è dimostrato davvero molto esauriente: lo ringraziamo.

1) L'ultimo disco dei Syndone uscì nel lontano 1993: cosa è successo da allora e come è maturato il ritorno?

Nik Comoglio:
Dopo “Inca” (1993) ci fu un scissione interna alla band per motivi interpersonali. Abbandonai la musica dal vivo ed intrapresi quasi subito la via della composizione pura, studiando privatamente con alcuni maestri importanti – tra cui Azio Corghi (con cui studio tutt’ora) – dedicandomi a progetti teatrali, musical, opere, balletti e oratori all’interno di un discorso più colto. Dopo questo periodo, in cui il mio linguaggio musicale subiva un vero e proprio arricchimento tecnico/formale, ho deciso di rientrare in quello che ho sempre considerato uno dei generi più stimolanti e liberi della musica leggera: il prog. Questa è soltanto una spiegazione; in realtà l’idea di questo ritorno è stato anche indotto dalla bella amicizia che si è sviluppata in corso d’opera con i miei quattro nuovi attuali collaboratori del progetto Syndone: Federico Marchesano (bass), Paolo Rigotto (drums), Francesco Pinetti (vibe) e Riccardo Ruggeri (vocal). Venendo a conoscenza poco alla volta delle loro potenzialità tecniche ed espressive, della loro professionalità e serietà ma anche delle loro qualità a livello umano, pensai che fosse il momento di riannodare quel filo pendente dal 1993 e ricreare la band con queste nuove personalità.

2) "Melapesante" ha un filo concettuale che lega tutti i brani. Come nasce l'idea di fondo sviluppata nei testi?

N.C. :
Doveva essere un concept, ma senza una storia vera e propria su cui poggiare… meglio avere una sorta di canovaccio (stile commedia dell’arte) che ti dia una linea da seguire ma che non ti vincoli troppo. Così abbiamo preso il simbolo della mela e lo abbiamo sviluppato in alcune sue possibili accezioni partendo da Adamo e finendo all’11 settembre. Riporto di seguito, a chi potesse interessare, l’idea alla base di ciascuna lirica.
MELANCHOLIA D’OPHELIA: Saturno, il settimo cielo del sistema dantesco, era fatto corrispondere dagli antichi al piombo, uno dei metalli più pesanti; esso è anche noto come “il pianeta della melanconia”. Partendo da queste similitudini e assonanze in questo brano si ipotizza il viaggio di Ofelia (inteso come personaggio shakespeariano) dopo la morte verso il suo cielo. E' il cammino di chi passa ad una nuova vita portando con sé una costante disillusione per le tensioni terrene. Così la “Melancholia” ne diventa il sentimento principale, il riscatto e il destino. L’immagine di Ofelia annegata è diventata nel corso dei secoli il vero archetipo della follia femminile, connessa sempre in qualche modo alla sessualità o alla delusione d’amore. Essa rappresenta, come la Mela, ciò che non può prescindere dalla propria femminilità e non può essere disgiunta dalla propria sessualità.
MELAPESANTE: Melapesante è un’ idea, un' opinione che ti colpisce, la scelta che sconvolge gli equilibri, un centro d'attrazione. I simboli viaggiano nel tempo ed ogni volta che riemergono segnano un cambiamento. Le immagini ed i concetti da essi espressi arrivano dritti al ventre ed è inevitabile non sentirne il peso. Nel viaggio attraverso la mitologia, dal Giardino dell' Eden (il Serpente) alla Logica (il Diavolo), la Mela appare a smentire dogmi, a svelare verità, a rappresentare il desiderio carnale come appagamento dei sensi e conquista della centralità dell’essere. Essa indica la via di fuga verso la libertà dall’oppressione della religione e la lotta all’ignoranza e alla superstizione. E’ per questo che gli iniziati ne hanno fatto il frutto della conoscenza e della libertà; nessuno di noi è escluso da questo gioco!
MAGRITTE: L' immagine è quella di opere come "Le fils de l'homme" e "La chambre d' écoute" di Magritte. Il brano vuol essere un omaggio al messaggio del pittore Belga attraverso simboli quali “la mela”, “l' uomo col cappello" e “il mare”. La realtà si mostra, ma forse non è quel che si vede; il mistero e l' accettare il non definito è l' unico modo che l'uomo possiede per affrontare la realtà, di percepire il "silenzio del mondo".
GIARDINO DELLE ESPERIDI: Un salto nella mitologia greca, nel Giardino delle Esperidi, protettrici, insieme al drago Ladone, dell' albero delle mele (pomi) d'oro. Il punto di vista è quello di un argonauta che, giunto nel giardino il giorno successivo al furto delle mele e all'uccisione del drago, vede tramutarsi le ninfe in alberi e il nascere di una nuova costellazione in cielo, quella del Serpente. Il salice è l'albero-ninfa su cui riposerà. Il mito rappresenta l’esistenza di una sorta di paradiso, oggetto dei desideri umani, e di una speranza d’immortalità (la mela d’oro).
MALO IN ADVERSITY: Brano dedicato alla catastrofe del World Trade Center [09/11/2001 NYC]. Malo/um significa “Mela” ma anche “Male”: il male di chi ha fatto ciò che ha fatto e di chi ha permesso che venisse fatto. Le immagini di quel giorno non scivolano via. Il ricordo delle notizie, dei video e della rabbia suscita ancora visioni e riflessioni sulla speranza di una nuova età. Lentamente, fogli di carta bruciati con messaggi d’addio, cadono come neve nera sulla Grande Mela.
MELA PENSANTE: Pensieri reconditi di un frutto. Una mela è appesa ad un albero, si guarda intorno, si divincola, scorge Newton seduto proprio sotto di lei. Indecisa se cadere sulla sua testa, consapevole della portata del suo gesto, passa in rassegna dettagli conosciuti e non della vita del grande scienziato inglese.
MELA DI TELL: Nelle tradizioni giapponesi associate all’arco, la freccia è il simbolo dell’amore. La sua forma fallica è evidente: penetra nel centro come il principio maschile e si introduce nell’elemento femminile (la mela appunto). I duecento passi sono quelli che separavano la freccia di William Tell dalla testa del figlio. Tell è la virtù e Gessler, rivale e schiavo di un potere al quale non sa negarsi, rotolerà nella sua misera morte con lo sfondo di un popolo esultante per la libertà conquistata.
DENTRO L’INCONSCIO: La mela, a causa della sua forma sferica, rappresenta i desideri terrestri ed il proprio compiacersene. La proibizione pronunciata da Jahvè metterebbe in guardia l’uomo contro il predominio di questi desideri che lo trascinano verso una vita materialistica di regressione a scapito della sua evoluzione spirituale. Questo avvertimento divino fa conoscere all’uomo le due direzioni invitandolo a scegliere. Ma la scelta non sempre è tra due strade da percorrere; spesso è tra due parti del proprio essere che sono perennemente in conflitto tra loro e di cui una sola, alla fine, predomina. L’inconscio è la porta attraverso la quale la parte del carattere dominata vuole mettersi in contatto con l’ “io” per prevalere; oppure, a volte, è il nostro lato cosciente che vuole nascondersi nell’inconscio per sfuggire alla realtà.

3) Mi sembra eccellente la prova del cantante Riccardo Ruggeri. Come è stato coinvolto nel progetto dei Syndone?

N.C. :
Riccardo arrivò tramite Federico. Quando cominciammo a pensare alle parti vocali ed ai testi fu lui a presentarmi Ricky portandolo una sera in studio. Il suo coinvolgimento fu immediato… stavamo riascoltando le tracce di Ofelia e lui iniziò a cantarci sopra in un modo perfetto… improvvisando a volte le parole perché non erano ancora state scritte… Federico ed io non avemmo dubbi… fu una cosa totalmente spontanea… era il timbro, l’intenzione… tutto si fondeva in modo naturale impreziosendo ed arricchendo la parte strumentale.

4) Nel disco utilizzi spesso il synth come una chitarra. Non hai mai pensato ad un vero chitarrista di ruolo?

N.C. :
Questo è sempre stato un punto fondamentale per me: già nel 1989 quando formai i Syndone pensavo che avrei dovuto assolutamente evitare la chitarra elettrica distorta per avere il suono più personale possibile… non che non mi piaccia questo strumento, ma trovo che venga usato troppo e in modo sempre troppo poco personale. Il fatto di non avere la chitarra elettrica mi ha “costretto”, per così dire, ad inventarmi un suono distorto di synth che posso personalizzare a mio piacere durante una esecuzione live, variando in tempo reale i parametri del VCA e il VCF dell’analogico pilota, o agendo direttamente sull’effetto phaser/distorsion, o addirittura cambiando la forma d’onda. Non è mai lo stesso suono, anche se si capisce che è lo stesso! Non credo che un chitarrista potrebbe darmi lo stesso ventaglio di possibilità sonore.

5) Di quale aspetto dell'album sei particolarmente soddisfatto?

N.C. :
Dal punto di vista della composizione c’è stata stretta collaborazione tra me e Federico… la mia tensione a scrivere in modo molto orchestrale e ad ampio respiro tonale si è fusa con il linguaggio molto essenziale, ritmico/minimalista e a tratti quasi atonale di Federico. Il risultato dell’interazione è quello che ho sempre ricercato nel prog: una commistione tra vecchio e nuovo, tra melodia e ritmica, tra tradizione e avanguardia – (Giardino delle Esperidi). Ritengo che questo sia l’aspetto più innovativo dell’album.

6) Come musicista ti muovi su diversi fronti. Quali influenze musicali entrano nel tuo modo di comporre per i Syndone?

N.C. :
Sono sempre stato influenzato dai grandi gruppi prog inglesi degli anni 70… come si può sentire nei primi due lavori “Spleen” e “Inca”… sul piano della musica classica le mie attenzioni si rivolgono prevalentemente al novecento: Ravel, Debussy, Stravinsky, Shostakovich e Bartòk più di tutti; ma anche Berio, Ligeti e Ginastera ed in forma minore ma essenziale J. S. Bach che considero un autore attualissimo e marcatamente moderno.

7) Avete prospettive concrete di suonare dal vivo, magari con la stessa formazione del disco, o faticate anche voi a trovare spazi live?

N.C. :
Attualmente siamo impegnati alla promozione del disco e alla raccolta di rassegna stampa internazionale e non; grazie anche all'ottimo lavoro del nostro ufficio stampa (Synpress44) e della distribuzione/produzione (Ma.ra.cash/Electromantic) che ci stanno garantendo grande visibilità in Europa e all'estero, non escludo nel 2011 un tour promozionale dell'album unitamente ad alcuni dei vecchi brani di successo tratti dai primi due lavori.

8) Hai vissuto il rilancio del prog nei primi anni Novanta. Adesso come vedi la situazione per questo tipo di musica?

N.C. :
Secondo me questa musica deve evitare il rischio di “arrotolarsi” su se stessa. Il prog. deve tener fede all’idea di voler “andare oltre”, abbattere barriere, progredire nella ricerca e non stabilizzarsi su pacchetti preconfezionati, anche se molto ben confezionati. Io dico, a chi fa questo genere, che bisogna trovare il tempo di sperimentare e trovare forme sonore nuove o quantomeno personali, che alle volte possono determinare scelte difficili e discutibili (ad esempio nel nostro caso: no chitarra elettrica – no kbds presets - no compression – no editing – no tecnicismo fine a se stesso, no alla complicazione, sì alla complessità, sì all’emozionalità, ecc..) Alla fine, in un disco di musica prog, quello che ti contraddistingue è il “suono”: se il “tuo suono” è riconoscibile dalla prima battuta, tu diventi riconoscibile e quindi più vendibile! E a quelli che mi dicono che non c’è più niente da inventare io dico che non c’è limite all’invenzione nel campo dell’arte… basta sapersi mettere in discussione ed essere creativi.

9) Secondo te l'ambiente del rock progressivo pecca di snobismo oppure, al contrario, sono i media a snobbarlo?

N.C. :
Secondo me i media snobbano questa musica perché non è di immediato consumo… cioè non fa guadagnare tanto in poco tempo. Un album prog ha bisogno di tempo per essere assimilato poiché vive in parte sulla sperimentazione e la ricerca in parte sulla rottura delle regole fondamentali del pop e della musica commerciale in generale.

10) Ci sono musicisti, italiani e non, che segui oggi con particolare interesse?

N.C. :
Nel campo della musica italiana sono sempre stato affascinato da Paolo Conte e l’ho sempre seguito sin dagli anni 80… un giorno mi piacerebbe poter interagire artisticamente con lui… chissà. In campo internazionale in questo momento sono totalmente assorbito dalla bravura pianistica di Martha Argerich e sono alla ricerca di tutto il materiale possibile di questa stupefacente artista sia in cd che in vinile.

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Undici domande per Aldo Tagliapietra

Questa volta "AltreMuse" ha il piacere di ospitare uno dei più grandi musicisti del prog italiano, vale a dire Aldo Tagliapietra. Il fondatore e cantante delle Orme, che nel 2009 ha rotto con Michi Dei Rossi e gli altri del gruppo, ci spiega tra l'altro la sua versione di questo evento che avrà nei prossimi mesi una coda giudiziaria proprio sull'utilizzo del nome "Orme".
Intanto lo ringraziamo molto per la disponibilità dimostrata e per le sue risposte che potete leggere di seguito.

1) Anzitutto, potresti spiegare ai fans perchè hai deciso di lasciare Le Orme lo scorso anno?

Aldo Tagliapietra
: L'unica cosa che ho deciso di fare è rompere il sodalizio artistico con Michi dei Rossi. Un gruppo artistico si forma quando ci sono i presupposti. Deve esserci l'obiettivo artistico comune, il Rispetto e il Comportamento civile. Quando decade uno di questi elementi, non si può più suonare insieme. Purtroppo dopo tanti anni il rapporto con Dei Rossi si è rotto e non solo per divergenze musicali. Mai avrei immaginato che Michi avrebbe continuato ad usare il nome LE ORME visto che i titolari del marchio siamo io e lui. Ma lo sta facendo.

2) Comunque vada a finire la controversia tra te e l'attuale band guidata da Michi Dei Rossi, come ricorderai la lunga avventura vissuta nel gruppo?

A. T.
Quello che sognavo di fare nella vita l'ho fatto e mi ritengo molto fortunato. Come in tutte le cose ci sono stati momenti belli, momenti bellissimi, e anche tanti momenti difficili. Questo per esempio è un momento veramente difficile della mia avventura Orme.

3) A tuo avviso, Le Orme degli anni Settanta potevano ottenere di più a livello internazionale? E gli altri gruppi italiani?

A. T.
Assolutamente si. Purtroppo noi Orme non abbiamo mai avuto un manager e in queste cose il manager è importante. Ci siamo sempre autogestiti e questo è stato molto importante per la musica ma non per il business.

4) Venendo all'attualità, cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo sodalizio con Pagliuca e Marton dopo la recente partecipazione al "Prog Exhibition"?

A. T.
E' mia intenzione continuare con loro e con l'anno nuovo cominceremo a fare dei concerti in giro per l'Italia, cominciando dal Teatro Comunale di Vicenza il 25 febbraio. Dopo l'estate penseremo ad un nuovo disco di inediti. Oltre a questo progetto che ci vede insieme, ci saranno sempre parallelamente le nostre attività da solisti.

5) In questo quadro, che spazio avrà il tuo percorso di solista?

A. T.
Quello che ha sempre avuto anche in passato, ho sempre coltivato i miei percorsi artistici personali. Ora ho in programma la realizzazione di Nella Pietra e nel Vento, un bell' album al quale sto lavorando da un anno.

6) Le suggestioni della cultura e della musica indiana, riflesse negli ultimi dischi delle Orme, sono ancora importanti per te?

A. T.
Un orecchio attento può riconoscere le stesse sonorità anche nelle canzoni del passato, come per esempio in India, in Al mercato delle pulci e in Tenerci per mano. Negli ultimi dischi sono state più palesi, è vero. Fanno comunque parte del mio gusto musicale.

7) Come valuti l'attuale momento del rock progressivo? Credi che ci sia ancora spazio per una certa musica, soprattutto in Italia?

A. T.
Finalmente vedo che anche in Italia c'è una riscoperta del Prog. Andando a suonare in California, Brasile, Messico, Canada, Spagna, Argentina, qualche anno fa avevo scoperto che il Prog italiano era, insieme a quello inglese, il più stimato. Ora anche in Italia gruppi come Orme, PFM, Banco, Osanna, Trip ecc... stanno avendo una nuova vita. Non dimentichiamo poi che abbiamo in giro molti nuovi gruppi di Prog che non aspettano altro che l'occasione giusta per emergere. Quindi direi che c'è fermento...

8) Come vivi il rapporto tra musica e Internet? La rete può aiutare i nuovi artisti a emergere?

A. T.
Internette, come dice quella pubblicità, è un ottimo veicolo per la musica. Al giorno d'oggi indispensabile. L'unica cosa che non riesco a capire è la diffusione COMPRESSA della musica. Se la musica è anche SUONO, perchè andare a prendersela lì e non comprare più i CD dove il SUONO è molto più fedele e ampio e coinvolgente?

9) Che musica ascolti oggi, e in generale quali influenze credi di aver trasferito nella tua attività di compositore, con Le Orme e da solista?

A. T.
Non ascolto più molta musica nuova perchè non riesco a trovare qualcosa che mi soddisfi veramente. Preferisco ascoltare i vecchi dischi, quelli che hanno influenzato la mia attività giovanile: i Cream (Jack Bruce ha influenzato anche il mio modo di suonare il basso), Van der Graaf Generator, ELP, lo abbiamo sempre detto che ci hanno ispirato molto. Ma anche i Beatles...ma anche la musica indiana... E attualmente ho attenzione per le sonorità acustiche, quindi mi piace la musica popolare tradizionale.

10) Mi faresti il nome di qualche band o solista italiano che secondo te meriterebbe più attenzione?

A. T.
Ce ne sono sicuramente molti che non emergono perchè purtroppo la televisione ( il veicolo più efficace di promozione ) continua a ignorare la vera musica. Così rischiamo perdere un bagaglio culturale importantissimo. Se pensiamo che le uniche trasmissioni musicali sono quelle dei bambini, quelle dei giochi a premi o quelle del Revival dove ti fanno cantare canzoni di 40 anni fa. Di quelli che un po' di esposizione ce l'hanno, e mi è capitato di sentire, potrei farti il nome dei Finisterre per il mondo Prog, conosciutissimi all'estero per altro.

11) Da ultimo: c'è qualcosa che vorresti dire a tutti i fans che ti seguono fedelmente da tanti anni, magari ancora scossi dalla rottura con Michi e gli altri?

A. T.
Non ho lasciato Le Orme.

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Otto domande a Simona Rigano (Conqueror)

La realizzazione di un disco come "Madame Zelle", ha ribadito la stimolante realtà dei Conqueror nel panorama del prog italiano. Sul concept-album in questione abbiamo interpellato la tastierista e cantante del gruppo, Simona Rigano, responsabile anche di gran parte dei testi e delle musiche: ecco le sue cortesi risposte alle rituali otto domande di "AltreMuse".

1) Com'è nata l'idea di un concept album dedicato a un personaggio come Mata-Hari?

S.R.
Ci ha affascinato molto questa figura che, in epoca non sospetta, ha creato uno stile tutto suo di danza, prendendosi gioco dei suoi seguaci fino a diventare una spia. Il coraggio e la determinazione che hanno caratterizzato la sua vita, nonostante i gravi problemi familiari riguardanti il fallimento del matrimonio, hanno fatto di lei una donna in grado di incantare qualsiasi uomo e farlo cadere ai propri piedi.

2) In che modo avete sviluppato nei testi una materia biografica così "ingombrante"?

S.R.
Abbiamo suddiviso il concept in capitoli, seguendo cronologicamente e sinteticamente tutta la sua vita. Successivamente ci siamo dedicati alla composizione della musica e dei testi, cercando di dare un particolare carattere ad ogni singolo brano.

3) In generale, come definiresti la musica dei Conqueror rispetto alle prove precedenti?

S.R.
“Madame Zelle” a mio parere è un disco molto omogeneo rispetto ai precedenti: sono tutti brani nuovi, intendo dire non precedentemente composti, nati uno dopo l’altro e probabilmente influenzati da un velo di femminilità dettato da questa donna così intrigante e sensuale.

4) Altre band del prog italiano lamentano la difficoltà di trovare spazi dal vivo: è lo stesso per voi?

S.R.
Si, sicuramente è difficile suonare dal vivo, in questo periodo come non mai, in cui i media ci abituano a determinate cose e appiattiscono la curiosità e la capacità di critica dell’ascoltatore, che ormai difficilmente partecipa a concerti e che è poco attratto da progetti musicali nuovi e originali.

5) Hai un background classico, come tua sorella Sabrina, ma hai scelto di suonare rock progressivo. Cosa ti attrae di questo genere oggi un po' negletto?

S.R.
Il progressive è un genere di crossover, cioè può accogliere influenze musicali provenienti da vari stili: questo è l’aspetto che mi entusiasma molto e mi stimola a creare liberamente, senza particolari schemi. Credo che per un musicista sia il massimo!

6) Che tipo di musica ascolti e a quali musicisti s'ispira il tuo modo di comporre?

S.R.
Oltre al prog (Genesis, Marillion, IQ, Pendragon…) ascolto anche altra musica. Sono molto affascinata dalla musica americana e dalle loro soluzioni melodiche ed armoniche (Dave Grusin, John Williams, Danny Elfman, Toto, PSP…). Mi piace pensare che, indipendentemente dal genere, la musica fatta bene va tutta ascoltata. Mi riferisco anche alla musica classica: mi piace molto l’approccio pianistico di Debussy, le armonie e i ritmi di Ravel. Sicuramente, al momento della composizione, si sentono le influenze di quello che ascolti, ma spero in questo caso di farle mie e creare un mio stile personale.

7) Ci sono artisti prog italiani con i quali vi sentite in sintonia?

S.R.
Beh, credo che gruppi italiani come il Banco, la PFM, Le Orme abbiano influito sul nostro fare musica. Un altro artista italiano che stimiamo molto è Gianni Leone, le cui doti canore e tastieristiche sono assolutamente indiscutibili. E un’altra voce italiana dalla forza inaudita ma allo stesso tempo molto duttile e versatile è quella di Bernardo Lanzetti, con cui abbiamo avuto il piacere di dividere il palco.

8) Che rapporto hai con Internet: credi che possa aiutare la diffusione di musiche come la vostra?

S.R.
Quando parlavo prima della mancanza di curiosità e di apertura alle novità mi riferivo anche ad Internet: oggi basta un click di mouse per scoprire mondi musicali nuovi, ma manca quella passione che probabilmente c’era ai tempi del vinile, e questo comporta che molta musica rimanga sconosciuta, fatta eccezione, naturalmente, per gli appassionati dei vari generi musicali, come il prog, che ci tengono a documentarsi e ad aggiornarsi sulle nuove produzioni. Nonostante questo credo che Internet possa comunque dare un aiuto importante per la conoscenza di musica come quella dei Conqueror, anche grazie all’aiuto della vendita tramite portali dei singoli brani.

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Otto domande a Fabio Zuffanti (La Maschera Di Cera)

Con "Petali di fuoco", pubblicato dall'etichetta Aereostella/Edel, la Maschera Di Cera si conferma il gruppo di punta della scena progressiva italiana. Sul disco e su altre questioni più generali abbiamo interpellato Fabio Zuffanti, da sempre bassista e anima della formazione genovese, che ringraziamo per la disponibilità: ecco l'intervista.

1) Questo è il vostro quarto disco di studio. Ci sono novità nel suono della Maschera di Cera che vuoi evidenziare?

F.Z.
Credo che a livello di atmosfera sia un disco molto più solare e positivo rispetto agli altri che erano assai oscuri e rivolgevano la loro attenzione, anche a livello lirico, agli 'aggrovigliamenti' della psiche umana. Abbiamo scelto consciamente di cercare una via un pò diversa perché in alternativa avremmo continuato a fare sempre lo stesso album. Per prima cosa abbiamo quindi deciso di eliminare le suites che erano diventate un pò una caratteristica dei nostri lavori; questo per concentrarci maggiormente sulla composizione di vere e proprie canzoni. L'aspetto compositivo in questo album è la componente più importante. Abbiamo limato fino al dettaglio (grazie anche all'aiuto del nostro produttore Franz Di Cioccio) ogni pezzo così che nulla risultasse in sovrabbondanza a livello sonoro. E' stato un lavoro certosino che ci ha soddisfatti alquanto; scrivere una bella canzone è assai più difficile che comporre una suite da 20 minuti e, nel nostro piccolo, averci provato ed esserci riusciti è una cosa che ci gratifica moltissimo.

2) Nel disco è presente per la prima volta un chitarrista di ruolo come Matteo Nahum. A cosa si deve questa scelta?

F.Z.
Come ti dicevo prima la MDC ha concepito nell'arco di tre album un suono molto caratteristico che forse alla lunga avrebbe potuto risultare ripetitivo. Ci voleva quindi a livello sonoro un qualcosa che per questo disco rappresentasse una novità. La scelta della chitarra è stata inevitabile nel momento in cui abbiamo trovato un musicista versatile quale è Matteo, il quale non è certo il classico chitarrista egocentrico ma al contrario sa mettere il suo strumento al servizio della musica aggiungendo colori e atmosfere nuove senza però snaturare la nostra essenza.

3) Mi pare che i testi abbiano più spazio rispetto ai dischi precedenti. Quale importanza attribuite alla parte lirica?

F.Z.
Le parole delle canzoni sono sempre state molto importanti per MDC. In passato me ne sono occupato sopratutto io ma, come nella buona tradizione di certo prog italiano, i miei testi sono sempre stati molto (anche troppo) oscuri e contorti. Per questo disco, sempre per evitare di ripeterci, abbiamo cercato di portare l'aspetto testuale ad un livello più intelligibile, per noi stessi e per il pubblico. Il fatto poi che anche gli altri ragazzi nella band si siano misurati, con ottimi risultati, con le liriche ha contribuito a rendere il tutto ancora più vario ed eterogeneo.

4) Avete in programma di suonare anche all'estero per promuovere l'album?

F.Z.
L'aspetto concertistico è al momento tabula rasa. Nel senso che è un periodo veramente difficilissimo per trovare spazi per suonare degnamente dal vivo, sia in Italia che all'estero. E le cose stanno peggiorando tantissimo rispetto agli ultimi anni. Nonostante ciò cercheremo chiaramente di promuovere l'album in tutti i modi possibili e credo (e spero) che i nostri classici giri per il mondo non mancheranno. Al momento però non c'è ancora nulla di fissato e definito.

5) Tu sei protagonista di molti progetti musicali diversi: non hai mai pensato che forse otterresti di più focalizzandone uno solo?

F.Z.
Colgo l'occasione di questa tua domanda per sottolineare un fatto: Maschera Di Cera non è più, almeno dal 2003, un mio progetto ma un gruppo vero e proprio di cui io non sono nemmeno il leader. Diciamo che al limite sono più un coordinatore. Dico questo per ribadire che le sorti del gruppo e la sua focalizzazione non dipendono quindi solo da me ma dalla band in toto. Credo comunque che in questi anni MDC sia cresciuta tantissimo a tutti i livelli e, senza false modestie, penso si sia ad un punto in cui (escludendo i grandi degli anni '70) abbiamo come band prog pochi rivali a livello di visibilità, popolarità e vendite in Italia. Siamo inoltre l'unico gruppo 'giovane' di prog italiano ad essere distribuito da una major. Tutte cose che sono arrivate con gli anni e con tanto, tantissimo duro lavoro e sacrifici miei, di Alessandro, di Maurizio, di Andrea, di Agostino e di Matteo. Oltre questo confine c'è il mercato mainstream il quale è complicato e difficile da sondare. Ma il raggiungimento di più popolarità a questo punto dipende solo in parte da noi. Da parte nostra il lavoro è stato svolto egregiamente, credo, realizzando un disco che spacca, ora tocca alla label fare in modo che tale disco sia conosciuto così che la band possa abbattere altri muri. Per quello che mi riguarda il concentrarmi su vari progetti non ha mai lesinato tempo per MDC. Mi getto con tutto il cuore in ogni progetto che porto avanti dando tutto me stesso e credo, dopo 16 anni di onorata carriera, che questa sia stata la scelta giusta; a livello artistico e di mia vita, visto che mi occupo solo di musica. Oltre ciò forse sono troppo curioso e irrequieto per occuparmi di una cosa sola, mi piace troppo immergermi in mondi sonori nuovi e avventurosi. E ancora ce ne sono molti da esplorare.

6) Quali tendenze, pregi e difetti vedi nella scena prog italiana? Ci sono artisti che stimi particolarmente?

F.Z.
In verità negli ultimi tempi non ho ascoltato molti nuovi artisti prog Italiani e quindi non saprei dirti bene....L'unica cosa che so è che quello che manca, non solo a livello italiano, è la composizione, la canzone. Spesso i gruppi si concentrano troppo sul virtuosismo, sui suoni, sulle esecuzioni, sull'"essere prog" a prescindere dai pezzi che dovranno mettere nei dischi. Le qualità di cui sopra sono cose importantissime, ci mancherebbe, ma forse manca l'attenzione per la canzone, per la melodia, per la giusta parola inserita nella musica. Alla fine è questo il fattore che fa scattare la comunicazione. Di suoni bellissimi e di musicisti grandiosi forse ce ne sono anche troppi, di belle musiche ancora troppo poche. I musicisti Italiani 'extra-prog' che nei mesi passati mi hanno detto di più sono stati Alessandro Grazian e il Teatro degli orrori; hanno realizzato due album splendidi e assai innovativi.

7) In generale, non credi che il progressive sia spesso troppo autoreferenziale e chiuso nei suoi circuiti?

F.Z.
Credo che ogni genere musicale abbia i propri circuiti, spesso anche più chiusi e snob di quelli prog. Penso al jazz ad esempio. Credo che a livello prog ci sia da sempre una particolare attenzione per la novità (non necessariamente per l'originalità) anche se chiaramente non mancano gli integralisti, ma questo succede ovunque.

8) In quali paesi, a parte l'Italia, riscontrate maggiore attenzione e curiosità per la vostra musica?

F.Z.
Stati Uniti, Belgio e Olanda in primis ma anche Sud America, Giappone, Francia, Spagna, Portogallo...Il calore del quale il pubblico estero ci onora ogni volta che suoniamo fuori dai patri confini è qualcosa di incredibile e speriamo veramente di avere ancora tante occasioni di suonare in questi paesi. Sono cose che fanno bene al cuore.

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Otto domande ad Angelo Santo Lombardi (Gan Eden-Il Giardino delle Delizie)

A proposito di "Ritratto di ballerina", secondo disco pubblicato a nome Gan Eden-Il Giardino delle Delizie, abbiamo voluto ascoltare il musicista che si cela dietro questa sigla, cioè Angelo Santo Lombardi, che ringraziamo per la sua disponibilità. Ecco di seguito le sue risposte.

1) Come presenteresti “Ritratto di ballerina” a chi ancora non lo conosce?

A.S.L.
Ritratto di Ballerina è un volantino di protesta di ciò che bolle dentro di me riguardo le difficoltà che il Vero mondo artistico musicale incontra per riuscire ad emergere veramente, ostacolato a motivo della Vuotezza d’animo, di cuore ed intellettuale che hanno coloro che gestiscono e manovrano il mercato discografico! Poiché il loro unico e solo scopo è quello di fare soldi a scapito della Vera e Pura Arte!

2) C’è un aspetto nel disco del quale sei particolarmente orgoglioso?

A.S.L.
Innanzi tutto sono particolarmente contento che questo mio nuovo album abbia toccato da subito il cuore della critica che conta, e (per quel che mi sembra) il pubblico (che tanto amo) del progressive rock sinfonico, perché penso abbia colto le stesse emozioni che provo io quando creo i miei lavori musicali.

3) Come nasce la scelta di suonare in totale solitudine invece che in un vero gruppo?

A.S.L.
In realtà io sono il compositore e autore di ogni singola parte di ogni mio brano, ma riguardo alle esecuzioni strumentali, io sono l’esecutore del canto, pianoforte, hammond, minimoog, pipe organ, mellotron. Mentre la chitarra elettrica, il basso e la batteria, sono eseguite dal mio session man Gabriele Paganoni.

4) Chi suona oggi Rock Progressivo non dovrebbe cercare nuove formule rispetto a quelle già affermate nel passato? Da parte tua, come eviti questo rischio?

A.S.L.
Secondo me no, perché io sostengo che il progressive rock sinfonico non è, e non può essere monopolizzato solo da quei musicisti e compositori di quel periodo storico e avere solo loro l’esclusiva, bensì io asserisco che questo stile di musica appartiene a tutti coloro che l’hanno dentro le loro viscere e che non possono fare a meno di eruttarlo fuori, indipendentemente dal periodo storico in cui vivono!

5) Oltre al Prog dei Settanta, quali altre influenze sono alla base delle tua musica?

A.S.L.
Solo il progressive ha sviluppato ed ha innescato in me la creatività che già avevo dentro di me quale meraviglioso dono di Dio.

6) Che ruolo attribuisci ai testi nei tuoi dischi?

A.S.L.
Fondamentale, come per ogni singola parte musicale.

7) Credi che Internet sia uno strumento importante per artisti come te fuori dalle logiche del mercato?

A.S.L.
Grazie ad internet il rock progressivo ha avuto uno slancio in più che i “media tradizionali” non avrebbero mai permesso. Infatti si è creato un canale Privilegiato dove tutti gli appassionati e addetti ai lavori possono attingere e arricchirlo!

8) Esistono artisti italiani che stimi e apprezzi particolarmente?

A.S.L.
Sì, in particolare ho una grande stima e mi piacciono molto i “The Watch”, a seguire ho apprezzato anche gli “Ainur” e gruppi simili di questo calibro.

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Otto domande agli Ubi Maior

A quattro anni dall'esordio di "Nostos", i milanesi Ubi Maior pubblicano finalmente "Senza Tempo", un disco sicuramente importante nella scena del Progressive italiano di quest'ultimo periodo. Abbiamo interpellato il gruppo per saperne di più: ecco le risposte di Mario Moi e compagni alle domande di "AltreMuse".

1) Dal vostro primo album sono passati quattro anni. Cosa è successo nel frattempo?

U.M. Dopo l'uscita di Nostos, trascorsa una breve parentesi in cui abbiamo privilegiato l'attività live, ci siamo subito messi a lavorare al disco successivo. Tranne alcuni brani, che sono stati composti in tempi relativamente recenti, la maggior parte del materiale ha visto la luce entro uno, massimo due anni. La fase per la quale abbiamo deciso di prenderci tutto il tempo necessario è stata quella dell'arrangiamento, unitamente alla stesura dei testi, allungando un po' i tempi rispetto a quanto ci eravamo proposti.

2) Come nasce l'idea di ispirarsi nei testi al fumetto Sandman e come l'avete sviluppata?

U.M. L'idea iniziale, come spesso succede, è nata innanzitutto dall'amore per l'opera: la graphic novel di Neil Gaiman ci ha sempre affascinato, per la complessità e profondità di temi, vicende e personaggi. Le atmosfere e i richiami mitologici, poi, la rendevano terribilmente adatta al progressive, e alla nostra musica in particolare. Così abbiamo cominciato a lavorarci sopra. Come filo conduttore abbiamo scelto i nomi degli Eterni, in modo che, pur mantenendo il legame, siamo stati più liberi di discostarci dall'opera ispiratrice, ed esplorare invece i concetti primitivi (il destino, la morte, etc.) sia con le parole che con i suoni. Nella costruzione dei brani siamo partiti sempre dalla musica, cercando di rendere già con essa le sensazioni e le atmosfere legate a ciascuno degli Eterni e a quanto da essi incarnato. Mario vi ha poi incastonato i testi, arricchendoli di citazioni e riferimenti che spesso attingono a fonti di ispirazione anche molto differenti. Senza dubbio Sandman rappresenta il tema principale, ma è ben lontano dall'essere l'unico, e anche per questo non riteniamo Senza Tempo un concept album in senso stretto.

3) "Senza tempo" suona più omogeneo nello stile rispetto all'esordio. In cosa vi sentite cresciuti come musicisti?

U.M. Siamo sicuramente cresciuti come gruppo. Dopo undici anni assieme si raggiunge una buona compattezza e, considerato che gli arrangiamenti sono sempre stati frutto di un lavoro corale, questo si riflette molto anche nelle composizioni. Bisogna poi aggiungere che Nostos e Senza Tempo hanno avuto due genesi piuttosto diverse. Nostos è la sintesi di sette anni di attività e molti pezzi sono frutto di una precedente formazione, ciò fa sì che risulti inevitabilmente più eterogeneo. Senza Tempo è stato concepito fin dall'inizio come un progetto unico, dove ogni brano è pensato e scritto come parte di un tutto. Ma anche le capacità dei singoli sono migliorate notevolmente, ed è stato fondamentale che in questi anni ciascuno di noi abbia continuato a lavorare sulla propria tecnica, studiando e portando avanti dei progetti paralleli (tra cui un lavoro compositivo di Gabriele sfociato nella pubblicazione di un CD solista), esperienze che hanno contribuito a far maturare anche la band.

4) C'è un aspetto dell'album del quale siete particolarmente orgogliosi e che vorreste sottolineare?

U.M. Sicuramente gli arrangiamenti e i testi, ai quali come già detto abbiamo dedicato molto tempo, con un paziente lavoro di limatura e rifinitura. Riascoltando il lavoro finito riteniamo che ne sia valsa la pena. Anche la produzione, che abbiamo sempre gestito in maniera autonoma, ci sembra molto migliorata.

5) Avete progetti per promuovere il disco anche all'estero?

U.M. Il disco è già distribuito in tutto il mondo e stiamo ottenendo buoni riscontri anche all'estero, sia di vendite che di critica. Se dovesse presentarsi l'opportunità di proporlo dal vivo in un contesto internazionale, come già accaduto per Nostos, non ce la faremo sfuggire.

6) Quali sono i gruppi e gli artisti che più hanno influenzato la musica degli Ubi Maior?

U.M. Quando nacquero gli Ubi Maior una cosa era chiara a tutti: avevamo voglia di suonare rock progressivo italiano. Il riferimento a Un Biglietto per l'Inferno era fin troppo marcato nei nostri primi anni di attività. Anche se suonavamo brani della PFM, delle Orme, del Banco, ci veniva naturale essere un po' più aggressivi negli arrangiamenti, e in definitiva il nostro sound rispecchiava chiaramente la musica del Biglietto o del Balletto di Bronzo. D'altronde nell'album Nostos abbiamo inciso una cover de "La tua casa comoda", e "Il tempo della Semina" e "Confessione" sono stati presenti nei nostri concerti fino a poco tempo fa. Direi che il Biglietto, per gli arrangiamenti di chitarra e il Balletto, per quelli di tastiera, sono state due band importanti per la formazione del nostro sound. Negli ultimi tempi abbiamo cercato di personalizzare maggiormente il suono Ubi Maior, e in Senza Tempo è forse più facile trovare qualche riferimento ai King Crimson o ai Pink Floyd piuttosto che ad altre grandi prog-band italiane.

7) Quanto è importante per voi il momento dell'esibizione dal vivo e il rapporto con il pubblico?

U.M. Per quello che abbiamo sperimentato è un rapporto davvero unico. Innanzitutto dal vivo hai la prova definitiva della bontà del tuo lavoro, inoltre hai la possibilità di capire perfettamente se gli arrangiamenti funzionano a dovere. Ricordiamo con particolare piacere un concerto in Belgio: gli spettatori erano lì proprio per ascoltare rock progressivo, per ascoltare gli Ubi Maior, avevano fatto chilometri per venire a vederci. In italia non funziona così. Manca l'entusiasmo, la volontà di scoprire nuove band. Si preferisce andare sul sicuro.

8) Come vedete la situazione attuale di chi suona Prog in Italia? Ci sono artisti che stimate più di altri?

U.M. Appunto. La situazione del progressive rock in italia è deprimente. A parte le grandi band del passato, i nomi "nuovi" che circolano sono sempre i soliti due o tre. I festival prog in Italia sono pochi ma puoi star sicuro che a quei festival quei gruppi li potrai trovare. Rientrare in questa ristretta cerchia è davvero difficile. Noi Ubi Maior cercheremo di muoverci in tal senso con la forza della nostra musica e comunque siamo aperti a qualsiasi situazione live che ci si possa presentare. La nostra stima va senz'altro al ConsorzioAcquaPotabile che da decenni propone musica di qualità; e ai The Watch, coi quali Gabriele ha suonato per quattro anni, per l'impegno e la fatica che hanno profuso nel farsi conoscere in tutto il mondo.

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Otto domande a Leonardo Bonetti (Arpia)

Gli Arpia, gruppo romano attivo ormai da molto tempo, hanno da poco realizzato un nuovo disco davvero particolare come "Racconto d'inverno", pubblicato dall'etichetta francese Musea, che in realtà è parte di un vero progetto "multimediale". Abbiamo sentito in proposito Leonardo Bonetti, cantante, bassista e anima della band, che ringraziamo per la sua disponibilità: ecco di seguito le sue risposte alle domande di "AltreMuse".

1) "Racconto d'inverno" è un disco, ma anche un romanzo. Come è nata l'idea di un progetto così ambizioso?

L.B.
All’inizio, devo essere sincero, l’idea era quella di comporre una sorta di adattamento musicale di Racconto d’autunno di Tommaso Landolfi. Ma dopo tre mesi di tentativi ho capito che non ci sarei riuscito. Che il testo landolfiano era sfuggente ed imprendibile e avrei dovuto riscriverlo. O meglio avrei dovuto scrivere un racconto a partire dall’incipit di Landolfi. Ma la cosa mi ha preso la mano, evidentemente. La composizione e la scrittura, comunque, sono germinate l’una dall’altra, con una pendolarità tra i due linguaggi che, credo, dovrebbe essere percepita sia all’ascolto che alla lettura.

2) Il disco ha un approccio essenzialmente acustico, e punta soprattutto sulle voci. Perchè questa scelta, che sembra molto lontana dallo stile di "Terramare"?

L.B.
Non so se è stata veramente una scelta. Diciamo che mentre componevo appariva del tutto naturale l’utilizzo di strumenti acustici e voce. È Racconto d’inverno che ha chiamato queste sonorità. Anche se potrebbe essere stata un’esigenza legata all’evoluzione del gruppo, ad un bisogno di allargamento degli orizzonti compositivi.

3) La cantante Paola Feraiorni sembra ormai una colonna degli Arpia. Come è nata la vostra collaborazione?

L.B.
«Paola, tu sei la mia voce». Così spesso le dico scherzando. E non voglio essere presuntuoso. È solo un’espressione per riaffermare che non sento alcuna alterità, anzi una totale compenetrazione tra Arpia e Paola Feraiorni. Per cercare di dire meglio, quando canta con Arpia, Paola perde il suo nome. Come d’altronde ognuno di noi. È la voce di Arpia. Tutto qua. Si tratta di qualcosa che non avviene per un qualche motivo definito. Succede. Dopo anni (ormai dieci) di serate passate a provare, a suonare e a parlare, Paola è divenuta parte integrante del gruppo. E ovviamente non è stato il risultato di una scelta sua o nostra. È stato semplicemente l’esito di un percorso naturale, fatto senza forzature.

4) L'impressione è che gli Arpia siano un gruppo dai confini molto elastici, capaci ogni volta di cambiare rotta. Non avete paura di disorientare il vostro pubblico?

L.B.
Arpia non può fare che questo. Continuare ad esprimere un’esigenza senza direzione. Potremmo dire che la necessità di ricercare nuove strade non si esplicita mai in una forma precisa. È semplicemente un’energia che spinge, che muove. Per cui dobbiamo ubbidire a questa spinta, a volte contro voglia, devo essere sincero. Ogni volta che affrontiamo un nuovo lavoro c’è qualche resistenza, qualche opposizione. È perché dobbiamo rimettere in discussione qualcosa di acquisito. E non è mai facile. Soprattutto con Racconto d’inverno, che indubbiamente rappresenta un vero e proprio salto di qualità in questo senso. Per quanto riguarda invece la paura di spiazzare il nostro pubblico non possiamo temere nulla. Sappiamo che gli appassionati che ci seguono ormai da decenni sono pronti ad affrontare queste svolte. Anzi forse non ci perdonerebbero un nuovo lavoro fatto seguendo schemi già rodati.

5) Come vorresti fosse recepito il vostro disco e cosa dobbiamo aspettarci in futuro?

L.B.
Credo che questo disco viva all’interno di un’esperienza più vasta di quelle precedenti. Proprio perché c’è un libro e la parola ha preso una dimensione più rilevante. Penso infatti che libro e disco debbano essere vissuti all’interno di un’esperienza distinta ma comprensiva. Leggere solo il libro o ascoltare solo il disco si può, naturalmente. Ma mentre si ascolta o si legge non si può fare a meno di “pensare” che c’è anche un altro linguaggio che serpeggia sotto il testo, al di là della musica. Voglio dire che la “pensabilità” di Racconto d’inverno è nel corpus stesso dell’opera. E opera, mai come in questo caso, è fatta di parole e musica senza soluzione di continuità. Per quanto riguarda il futuro abbiamo già diverse idee, diversi progetti, ma non possiamo sapere quale sarà la prossima realizzazione.

6) Come ti sembra la situazione attuale del progressive italiano? Più in generale, ci sono altri gruppi o solisti che consideri interessanti?

L.B.
Non seguo con continuità la scena, né rock né progressive. Sono molto isolato e essenzialmente ai margini. Non riesco ad ascoltare quasi nulla di nuovo. D’altronde sono alle prese in continuazione con la mia musica e le mie parole, e questo mi sembra già abbastanza. Comunque, per quello che ho potuto ascoltare, non mi sembra ci siano grandi novità in superficie. Per quanto riguarda invece la profondità di questo mare che è il progressive rock, sono certo che si muovono energie positive, molte intuizioni. Restano sotto, raramente riescono ad uscire allo scoperto, ma questo è il loro ruolo fondamentale. Comunque non ho nomi da fare, se questo volevi, né di gruppi, né di solisti.

7) Che rapporto avete con la rete? Pensi che Internet possa aiutare la diffusione di una certa musica alternativa che fatica a farsi conoscere?

L.B.
Può dare una mano, indubbiamente. Ma non ritengo che questo sia essenziale. Più che altro può aiutare a mettere in contatto i “dispersi della rete”, come mi piace definirli. Perché secondo me la rete esiste in quanto la nostra è una società disintegrata, spaccata, isolata. Di qui la sua necessità. Non possiamo infatti dimenticare che si tratta di rete virtuale, che la vera formula che esprime il nostro tempo è quella di “solitudine globalizzata”.

8) Ci sono a breve appuntamenti dal vivo degli Arpia che vorresti segnalare a chi vi segue?

L.B.
Tra gli altri appuntamenti mi piace ricordare quello del 18 luglio per la Notte Bianca di Arcevia, nelle Marche, ed esattamente al Teatro Misa, un vero e proprio gioiello settecentesco. Inoltre il 24 luglio saremo a Roma, al Funnel Club a Via Ostiense. Infine l’8 agosto a Pico Farnese, al Castello Medievale. Ma spero che ci siano parecchie altre occasioni di conoscere ed incontrare tutti coloro che ci seguono con affetto. Intanto volevo ringraziarti per la sensibilità che hai dimostrato e che continui a dimostrare nei confronti di Arpia e, più in generale, per le realtà che si muovono nel panorama della musica e dell’arte italiane.

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